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Europa, una strategia comune contro il terrorismo

Written by Andrea Manciulli Monday, 13 July 2015 16:23 Print

Il terrorismo di matrice jihadista è oggi legato soprattutto a due organizzazioni, al Qaeda e lo Stato Islamico. A ben guardare, per quanto siano entrate in competizione tra loro, esse sembrano perseguire, mediante strategie profondamente diverse, il medesimo obiettivo, ovvero la costituzione di un nuovo ordine mondiale che sia costruito attorno a un califfato, in cui dimensione statale e dimensione confessionale coincidano, e che sia in grado di opporsi al mondo occidentale. Questo obiettivo, oggi abbracciato anche dall’IS, era stato delineato già da Osama Bin Laden, il quale aveva tracciato anche la strategia e le tappe attraverso cui perseguirlo. I paesi occidentali e l’Europa in particolare non sono però ancora stati capaci di elaborare una politica comune per far fronte a questo lucido disegno.

L’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, avvenuto lo scorso 7 gennaio per opera di una cellula terroristica legata ad al Qaeda, ha determinato l’avvento di una fase nuova nella percezione comune della gravità e dell’imprevedibilità della minaccia terroristica in Europa. Nonostante una serie di altri atti terroristici già compiuti nei mesi precedenti in diversi paesi occidentali, la strage di Parigi, per l’impatto che ha avuto sull’opinione pubblica del continente e la reazione che ha innescato, ha segnato probabilmente uno spartiacque nella percezione generale di questo tema. È da qui che è necessario partire per affrontare, anche pubblicamente, una riflessione più approfondita sulla minaccia terroristica, per rendere le nostre comunità più consapevoli dei rischi connessi a essa, e per fare in modo che la politica, le istituzioni e la società tutta siano pronte a mettere in campo le giuste risposte per vincere questa sfida. Sfida che è stata lanciata da molto tempo sulla base di una strategia ben delineata e che provocherà, purtroppo, una battaglia lunga e difficile da combattere. La sfida lanciata dal terrorismo di matrice jihadista è primariamente legata all’assetto geopolitico presente e futuro del mondo arabo e, insieme, alla sicurezza dell’Occidente e alla sopravvivenza stessa del nostro modello democratico e aperto di società. Non è un caso che questa sfida sia stata nuovamente alimentata e si sia manifestata, con grande vigore e rinnovato slancio, dopo il fallimento delle primavere arabe di quattro anni fa e a seguito degli sconvolgimenti che da quegli eventi traumatici si sono prodotti in gran parte del Medio Oriente e della sponda sud del Mediterraneo. Per comprendere a fondo l’entità della minaccia che ci troviamo a fronteggiare e le sue possibili evoluzioni è necessario indagare e analizzare quanto accaduto in questi anni intorno a noi, conoscerne le cause e gli sviluppi, prendere pienamente consapevolezza che il quadro che ci circonda, dall’Afghanistan fino all’Africa occidentale, è in costante mutamento e che il disordine oggi impera intorno ai nostri confini meridionali molto più di quanto anche l’Europa stessa possa immaginare. Bisogna focalizzare con attenzione la minaccia che abbiamo davanti e il contesto da cui scaturisce, cercando di comprenderne la strategia di fondo su cui si muove, perché una tale strategia esiste da tempo, scritta nero su bianco e oggi nota non solo agli addetti ai lavori. Si tratta di un progetto chiaro, strutturato in stadi precisi, che mira a determinare gli assetti futuri del Medio Oriente e dei paesi arabi e che, oggi, nel quadro di disordine internazionale e di crisi dilaganti, sta sempre di più, passo dopo passo, prendendo corpo.

Questa strategia, nelle sue linee essenziali, può essere ricondotta al documento, intitolato “Per un nuovo ordine internazionale”, scritto da Osama Bin Laden già nel 2004. In esso possiamo scorgere le tracce di un vero e proprio manifesto programmatico che suddivide la lotta in diverse fasi progressive, codificate secondo una logica consequenziale, che hanno come obiettivo finale la costruzione di un nuovo ordine globale e la nascita in Medio Oriente di un soggetto politico capace di sostituirsi ai regimi presenti e fronteggiare l’Occidente.

I passi della strategia prevedevano già allora che a una prima fase di scontro intra-arabo, sia tra sunniti e sciiti che intra-sunnita, sarebbe seguito un periodo, che è attualmente in corso, di contrasto ai governi arabi filoccidentali e poi agli stessi governi democratici. Schiacciare e cancellare la possibilità dello sviluppo della democrazia nel mondo arabo è il punto di interconnessione tra la seconda e la terza fase, ovvero quella orientata contro l’Occidente, che per Bin Laden era strettamente legata alla seconda.

Già nei suoi discorsi del 1998 il leader di al Qaeda auspicava che gli Stati arabi filoccidentali venissero messi in crisi e prospettava la formazione di una specie di tenaglia, costituita da fronti aperti e situazioni di instabilità politica e militare, stretta intorno alla penisola arabica, autentico obiettivo primario per il suo valore religioso e politico, oltre che economico. Questa, infatti, non è solo sede di uno dei regimi più legati storicamente all’Occidente, ma è, soprattutto, la terra dei luoghi sacri dei musulmani, il fulcro di un possibile nuovo califfato, il cuore del progetto del nuovo ordine mondiale. In questa strategia l’Arabia Saudita dovrebbe ritrovarsi circondata dal proliferare di situazioni di instabilità incontrollabile a Nord, Est e Sud. Situazioni di instabilità che, oggi, a seguito di numerosi eventi, dalla guerra in Iraq alle primavere arabe fino alla guerra civile siriana, purtroppo, si stanno verificando; segno tangibile del rischio corrente che una simile proliferazione di fronti minacci seriamente non solo la penisola arabica, ma metta lo stesso Occidente nelle condizioni – come si teorizzava – di intervenire tra molte difficoltà. È necessario essere consapevoli che la costante apertura di svariati e distinti focolai – dalla Nigeria allo Yemen passando per tutto il Nord Africa e più in generale per la sponda meridionale del Mediterraneo, compreso il dramma siro-iracheno, fino al ritorno del disordine e della violenza, tutt’altro che casuali, sul fronte afgano-pakistano e alla costituzione di nuovi gruppi affiliati ad al Qaeda in India – palesano proprio l’attuarsi di questa strategia. Moltiplicando in modo scientifico i fronti esposti si mira a confondere il nemico nella pianificazione di una sua strategia di risposta, rendendogli complesso discernere gli strumenti da utilizzare, la tempistica e la logistica di un eventuale intervento. Ciò a dimostrare come, dinanzi alla chiarezza della strategia di Bin Laden e di chi oggi segue la sua traccia, la nostra risposta strategica appaia molto meno chiara, a tratti confusa, insufficiente a far fronte alle crisi istituzionali e politiche nel mondo arabo e, ancor più, alla crisi della nostra società, le cui contraddizioni costituiscono terreno fertile per un radicalismo artigianale, non ortodosso, promosso sul web.

In questo scenario l’imprevista vicenda della nascita del sedicente Stato Islamico, per il modo in cui è avvenuta e per chi l’ha determinata, ha impresso una evoluzione e una accelerazione alla strategia di proliferazione dei fronti e di attacco agli assetti geopolitici mediorientali, che probabilmente è andata oltre le migliori previsioni dei suoi stessi teorici, per quanto l’IS rappresenti qualcosa di diverso e distinto da al Qaeda, sia anzi probabilmente in competizione con essa e costituisca anche una minaccia alla sua leadership nella galassia jihadista globale.

Lo Stato Islamico, sconosciuto ai più fino all’estate dello scorso anno, con la sua irruzione sulla scena, ha introdotto una minaccia nuova, locale e globale, che si distingue nettamente dal modello di al Qaeda. L’IS ha potuto crescere e rafforzarsi soprattutto negli ultimi anni approfittando da un lato del contesto in cui si muove, la zona del cosiddetto “Siraq” sconvolta dalla guerra civile, e dall’altro approfittando di una serie di errori, anche occidentali, a partire dalle scelte attuate in Iraq da Paul Bremer prima e dal governo di Nuri al-Maliki poi, che hanno isolato, spesso in maniera faziosa, la minoranza sunnita presente nel paese, al contrario di quanto invece era stato fatto dal generale Petraeus, che aveva coinvolto attivamente le tribù sunnite nel processo di pacificazione iracheno. I sunniti iracheni, isolati, senza più alcun potere e ruolo nella società e nelle istituzioni del paese, non si sono opposti alla affermazione dell’IS, non l’hanno contrastato come avrebbero potuto e, anzi, molti di essi, si sono uniti alle sue milizie.

Adesso lo Stato Islamico rappresenta per noi una duplice minaccia: persegue da un lato una guerra convenzionale e simmetrica sul fronte iracheno e su quello siriano per la conquista di porzioni di territorio e l’instaurazione nelle zone conquistate di una autorità statuale e, dall’altra, la minaccia asimmetrica del terrorismo. A unire questi due aspetti della lotta il miraggio, evocato nel mondo islamico radicale, dello Stato Islamico che diventa realtà e che viene propagandato come la causa a cui dedicarsi non solo come combattenti, differenziandosi in tal modo dal modello e dalle modalità con cui, anche sui fronti afgano o iracheno, la stessa al Qaeda aveva agito.

Dalla strategia di terrorismo prevalentemente globale ma identificabile, l’IS cambia la natura del conflitto e passa all’affermazione della volontà di creare un attore statale, che si organizza con proprie istituzioni, dotato di una sua amministrazione del territorio, che mira ad arricchire la sua struttura arruolando non solo miliziani, ma anche tecnici e professionisti. In questo salto di qualità operato sul campo si scorgono contatti con la strategia del nuovo ordine internazionale, dai quali si evince come questa vicenda non sia svincolata da quel solco tracciato: la realizzazione del nuovo ordine consterebbe nella creazione, infatti, di uno Stato arabo connotato dai crismi di una potenza internazionale con la quale l’Occidente debba fare i conti. Un attore statale, dunque, che giochi un ruolo nello scacchiere internazionale, sia stanziato nelle zone più ricche di risorse del mondo e agisca in contrasto con l’Occidente. Il risultato è il progetto di costruire un nuovo califfato, non slegato dai luoghi santi, ma che anzi li includa, e nel quale dimensione statale e dimensione confessionale coincidono. Un luogo che funga da polo attrattivo per tutti i musulmani e che vada oltre il carattere rigoroso e moralistico tipico di al Qaeda. Quest’ultima concepiva invece se stessa come l’avanguardia di una mobilitazione globale delle comunità musulmane contro il dominio secolare, attirava seguaci con argomenti religiosi per il bene della umma, e i suoi membri apparivano come guerrieri ascetici, seduti per terra dentro grotte, o immersi nello studio in biblioteche, o ancora rifugiati in campi remoti.

Lo Stato Islamico, al contrario, si pone come obiettivo il controllo del territorio e la creazione di uno Stato “puro” che cancelli i confini politici del Medio Oriente, creati a tavolino dalle potenze occidentali nel XX secolo a partire da quanto stabilito negli accordi Sykes-Picot, per posizionarsi come l’unica autorità politica, religiosa e militare per tutti i musulmani del mondo. Persegue il suo obiettivo predicando e creando proseliti alla velocità del 2.0, incoraggiando i militanti via web e tramite i social network, prospettando loro gratificazioni e successo a breve termine; successo che si concretizza nella partecipazione attiva al suo progetto attraverso le tattiche del “colpire e terrorizzare”. La violenza brutale è strumento concreto per intimidire i nemici e reprimere il dissenso, dimostrazione di una capacità di dominio che si esercita sui territori conquistati, l’unificazione dei quali sotto la stessa bandiera nera è altamente attrattiva per i proseliti di un movimento islamico di massa e all’avanguardia.

La relazione tra al Qaeda e Stato Islamico è, al momento, a uno stadio di definizione, nel quale attrito e competizione si alternano alla collaborazione. L’Occidente, intanto, è nel mezzo di questa relazione fatta di contrasti metodologici e mediatici: non è un caso, infatti, che gli attacchi di Parigi e Copenaghen, essendo di matrice qaedista, siano stati un modo attraverso cui al Qaeda ha riaffermato la sua esistenza, rivendicato la sua primazia e scaricato su di noi questa tensione. Tensione che potrebbe essere evolutiva fino a sancire una composizione di questa frattura tra la casa madre e il suo braccio iracheno, trovando una linearità alla strategia che abbiamo di fronte.

Per ora l’IS attrae seguaci, anche di sesso femminile, con aneliti di giustizia, religiosa e sociale, e un senso di affermazione personale e comunitario. Un senso di comunità, diverso da quello dell’Occidente, che a sua volta non sembra più abbracciare quei giovani, spesso immigrati di seconda e terza generazione, di età compresa tra i 16 e i 25 anni, che lasciano le democrazie liberali europee e occidentali per andare a riempire le file delle milizie jihadiste in Siria e Iraq, dopo avere subito un indottrinamento artigianale sul web, senza il livello di approfondimento religioso cui invece erano stati sottoposti i combattenti stranieri che si recavano a combattere negli anni Ottanta in Afghanistan o negli anni Novanta in Bosnia. Proprio il fenomeno non nuovo, ma molto cambiato, dei foreign fighters, chiama in causa direttamente anche l’Occidente e le contraddizioni interne alla nostra società. Se un tempo i foreign fighters avevano percorsi di arruolamento più tradizionali, oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno molto più articolato, legato a cause di tipo sociale e culturale, che in Europa interessa molti paesi, non solo Francia e Gran Bretagna, ma anche le democrazie scandinave, l’Olanda e il Belgio, e nel tempo potrebbe coinvolgere sempre di più anche l’Italia. Un fenomeno in crescita, dunque, con protagonisti sempre più giovani, avvicinati alla causa jihadista soprattutto per vie virtuali.

È innegabile che davanti a un quadro così complesso, a noi serva rapidamente una strategia di risposta. Dovendo fronteggiare una varietà di minacce così articolata, che investe i suoi confini meridionali, mette a rischio la sicurezza e lo sviluppo di tutta l’area mediterranea e fa emerge re continuamente contraddizioni e nuovi pericoli anche al suo interno, l’Europa tutta non potrà stare a guardare. Sarà necessario compiere, in tempi brevissimi, scelte politiche e atti concreti capaci di affrontare sul campo questa sfida, nei luoghi di origine della minaccia jihadista come a casa nostra.

Da questo punto di vista, sul fronte interno, ad esempio, il decreto antiterrorismo approvato da poco in Italia, in linea con quanto avvenuto in Gran Bretagna e Francia, è senza dubbio un primo importante tentativo di dare risposte tempestive, cercando di prevenire e contrastare questi fenomeni, pur nella consapevolezza e con le difficoltà di elaborare una normativa su quanto è ancora in corso di evoluzione. Ma oltre le nuove norme concepite e scritte per colpire il terrorismo, i suoi araldi del web e i potenziali volontari, è necessario affrontare questa sfida anche sul fronte delle politiche di deradicalizzazione. Sarebbe possibile, ad esempio, analizzare alcuni modelli attualmente in sperimentazione in Germania dove, attraverso delle associazioni islamiche che si occupano dei fenomeni di radicalizzazione, si offrono alle famiglie nelle quali si trovano soggetti particolarmente a rischio degli strumenti per deradicalizzarli.

In un Occidente ricco di contraddizioni interne, alcune delle quali possono finire con l’alimentare diffusamente sentimenti di intolleranza, fino anche alla xenofobia e al razzismo. La sfida va dunque affrontata anche sul piano culturale e sociale, nelle nostre città, nelle nostre periferie, nelle nostre scuole e anche nelle nostre istituzioni, con una diversa e maggiore consapevolezza che davanti a questo tipo di minacce l’interesse generale è il primo da perseguire. Dovremo sempre più rapidamente fare delle scelte, anche difficili, per il bene di tutti e la difesa della nostra democrazia, che dovranno essere spiegate all’opinione pubblica europea, la quale deve essere informata pienamente di quello che è in ballo. Per questo credo sia necessaria unità e consapevolezza, a partire dalla politica e dalle istituzioni. Anche per questo è stata importante la reazione successiva ai fatti di Parigi.

In quei giorni l’Europa intera, non solo i suoi governi, ma soprattutto l’opinione pubblica, parve svegliarsi e attivarsi. Da allora sono passati diversi mesi, ma ancora si stenta a organizzare, oltre l’onda emotiva che in quei giorni si è alzata, una risposta organica capace di produrre un progetto condiviso per superare l’eterogeneità delle misure antiterrorismo in atto. Fino a oggi non ci siamo riusciti, o lo abbiamo fatto in parte, per responsabilità dei singoli paesi o per la miopia di alcuni governi incapaci di vedere l’entità della minaccia che viene da Sud.

È invece urgente, non solo ripensando alle reazioni del dopo Charlie Hebdo ma prestando attenzione alle cronache quotidiane, che l’Europa condivida una linea comune al suo interno, insieme ai paesi dell’Alleanza atlantica e ai partner al di là del Mediterraneo. Abbiamo poco tempo per definire misure politiche, diplomatiche e militari per rispondere alla strategia aggressiva del nostro nemico. Misure che possano garantire la sicurezza ai nostri concittadini europei, rilanciare la difesa e la promozione dei valori su cui le nostre società democratiche sono state fondate e riportare un po’ di pace nel Mediterraneo, specchio dell’Europa e della sua storia.

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