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Smart city, smart citizen

Written by Carlo Mochi Sismondi Monday, 13 July 2015 14:24 Print

Nel linguaggio politico corrente l’espressione “smart city” viene spesso utilizzata per indicare tutti i possibili desiderata relativi al contesto urbano, spesso avendo solo un’idea vaga degli ambiti in cui si muove una smart city e, soprattutto, con una scarsa consapevolezza del ruolo strategico che le città svolgono oggi in campo sia economico che sociale. Eppure oggi come non mai c’è bisogno che i diversi attori mettano a sistema le proprie pratiche per convergere su modelli efficaci e progetti cantierabili che imparino dalle esperienze internazionali virtuose e che permettano al nostro paese di recuperare il gap digitale e culturale che ci spinge in fondo in tutti i ranking sull’innovazione. In questi ultimi mesi qualcosasi sta lentamente muovendo e ci sono gli elementi per guardare con attenzione alle prospettive delle politiche per le comunità intelligenti.


«We organize government verticallyand people live horizontally».

Stephen Goldsmith

Smart city: un termine a rischio

L’Italia è un paese che si innamora delle parole che usa e di cui abusa fino a stancarsene prima ancora che gli oggetti o i progetti che esse designano siano diventati realtà. Così, ci si sente dire, a nominare temi come le reti di nuova generazione o il cloud computing o l’e-procurement o la dematerializzazione, che si tratta di temi vecchi, anche se siamo ben lungi dall’averli realizzati e soprattutto da aver goduto dei benefici che questi paradigmi tecnologici avrebbero potuto apportare se solo avessimo parlato di meno, legificato di meno e agito di più. Stessa sorte, forse anche peggiore, sta subendo l’espressione “smart city”. Dentro e fuori le amministrazioni italiane, l’espressione smart city sembra infatti attualmente trasformarsi da buzzword che indicava tutto ciò che avremmo voluto si realizzasse nel contesto urbano (dall’economia all’ambiente, dalla mobilità all’energia, dalle piattaforme ICT ai modelli di governance) in un ironico richiamo a tutto ciò che ancora non siamo riusciti a realizzare. Una sorta di simulacro che vorrebbe rappresentare ciò che in Italia ancora non vediamo realizzato, se non in alcune singole esperienze virtuose (giustamente raccolte di recente da ANCI sul portale www.italiansmartcity. it che seguiremo per alcuni esempi e alcune definizioni di ambiti).

Eppure oggi come non mai – in una congiuntura che sembra volgere verso tempi meno cupi – c’è bisogno che i diversi attori mettano a sistema le proprie pratiche per convergere su modelli efficaci e progetti cantierabili che imparino dalle esperienze internazionali virtuose e che permettano al nostro paese di recuperare il gap digitale e culturale che ci spinge in fondo in tutti i ranking sull’innovazione. La sfiducia è un lusso che non ci possiamo permettere, quindi in questo breve articolo cerchiamo di guardare dentro questo paradigma e di vedere se c’è qualcosa che ci possa servire, partendo dall’esperienza che FORUM PA ha avuto come precursore del termine in Italia e come organizzatore della più importante manifestazione del settore: Smart City Exhibition.

 

Una prima provvisoria definizione

Tra le tante definizioni possibili possiamo dire che: «Una città smart è uno spazio urbano, ben diretto da una politica lungimirante, che affronta la sfida che la globalizzazione e la crisi economica pongono in termini di competitività e di sviluppo sostenibile con un’attenzione particolare alla coesione sociale, alla diffusione e disponibilità della conoscenza, alla creatività, alla libertà e mobilità effettivamente fruibile, alla qualità dell’ambiente naturale e culturale». Chiaramente il concetto di città o comunità intelligente è olistico e prende prima di tutto in esame una “visione” generale della città, della sua amministrazione, delle sue forze vitali pubbliche e private, del suo territorio, della sua vocazione. È però utile, per non rendere vago qualsiasi discorso, capire in quali ambiti si muove una smart city e di che progetti, tesi al benessere equo e sostenibile, stiamo parlando. Ecco quindi una suddivisione di comodo in sette aree, che è quella che viene comunemente usata anche in ambito internazionale.

Governance In questo ambito rientrano tutte le iniziative volte a innovare i processi gestionali interni alla pubblica amministrazione locale, i servizi avanzati all’utenza nonché alle nuove forme di comunicazione e interazione tra enti locali, amministrazioni e cittadini. Ad esempio Open Data di Palermo o Torino facile o semplifica-MI di Milano.

Economy Questa categoria fa riferimento alle iniziative legate alla capacità della pubblica amministrazione di creare il miglior ambiente possibile per favorire lo sviluppo delle imprese. Ad esempio l’Hub di Modena, il Project financing di Terni, la Start Up House di Siena.

Una smart city è tale solo se sono smart i suoi cittadini. Motivo per cui, una città intelligente dota i suoi cittadini degli strumenti necessari alla partecipazione: infrastrutture, ma anche campagne di sensibilizzazione e formazione. Ad esempio La città educante di Reggio Emilia, Wimove di Firenze, Attiv@bil di Pavia.

Energy Fanno parte di questo ambito tutte le iniziative che si pongono come obiettivo finale un utilizzo efficiente delle fonti energetiche disponibili, oltre alla ricerca e all’integrazione efficace di nuove fonti di energia rinnovabile. Ne sono un esempio le smart grids, ossia reti elettriche che integrano in maniera intelligente i comportamenti e le azioni dei vari utenti connessi, ma anche le iniziative che applicano ai contesti urbani fonti di energia rinnovabile. Ad esempio, l’illuminazione di Bologna, la smart grid dell’Aquila, Brescia smart living.

Environment La difesa dell’ambiente si traduce principalmente in una migliore gestione delle risorse naturali. Gli interventi che ricadono in tale ambito riguardano principalmente: monitoraggio, gestione e tutela del territorio; clima; gestione del ciclo dei rifiuti urbani, gestione idrica e controllo dell’inquinamento. Ad esempio, la raccolta differenziata a Fiumicino e a Reggio Calabria, il progetto RoMA di Piacenza.

Living In questo ambito rientrano le iniziative volte a migliorare la vivibilità urbana e con essa i servizi che il settore pubblico offre al cittadino. Primo fra tutti il bisogno di avere una sanità e un sistema di welfare più efficienti e maggiormente inclusivi. Anche il tema della sicurezza delle città ha un grande spazio all’interno di tale ambito. Non meno centrali rispetto al tema Living risultano i progetti finalizzati alla valorizzazione e al mantenimento del patrimonio culturale. Ad esempio, il progetto di monitoraggio del territorio di Verona, il progetto di smart aging (per una vecchiaia in salute) di Bergamo e di Latina.

Mobility Questo ambito riguarda i problemi legati alla congestione del traffico che pongono con crescente forza l’interrogativo di come muovere persone e merci assicurando livelli di servizio progressivamente più efficienti, riducendo contemporaneamente le esternalità negative che gravano sui cittadini. Si possono dunque distinguere due campi: city logistic e mobilità delle persone. Ad esempio, l’idrovia di Ferrara, la SII mobility di Arezzo, la metropolitana leggera di Cagliari.

 

Lo stop and go della politica per le comunità intelligenti

In Italia si comincia a parlare sul serio di politiche per le comunità intelligenti con il governo Monti e con l’incarico affidato a Francesco Profumo di guidare il dicastero di viale Trastevere dedicato all’Istruzione, l’università e la ricerca.

In qualità di ministro, Profumo ha traghettato, non senza difficoltà, nel programma di governo la sua precedente esperienza al Politecnico di Torino e impostato una politica basata su una visione alta e su due provvedimenti fondamentali. Ha introdotto l’aspetto duale della smart city sin dall’inizio del suo incarico: «l’azione [per le smart city] si ispira alla volontà di affrontare problemi di grande rilevanza sociale, quali la riduzione delle emissioni attraverso le tecnologie pulite, infrastrutture intelligenti per la mobilità, realizzazione di modelli urbani e di abitazione più sostenibili, una sanità più efficiente, un welfare equo e tecnologico per la società che invecchia e per le persone in condizioni di disagio. Dall’altro, la stessa si ispira alla volontà di capitalizzare gli sforzi necessari al miglioramento della vita dei cittadini attraverso l’aumento delle capacità tecnologiche, della competitività e del potenziale di crescita delle imprese italiane». E insiste che «il governo intende utilizzare la piattaforma ideale della smart city e la visione di sviluppo a essa sottesa come punto focale per il coordinamento delle azioni di governo orientate allo sviluppo, nonché come metafora narrativa del percorso lungo il quale l’azione di governo intende coinvolgere cittadini, imprese, ricercatori e amministrazioni».

Gli strumenti messi in campo sono stati da una parte l’articolo 20 del decreto legislativo cosiddetto “Crescita 2.0” (179/2012) che ha normato le politiche per le città intelligenti e ne ha organizzato la governance e i tavoli di lavoro; dall’altra i bandi emessi dal MIUR a valere sul PON Ricerca e competitività della programmazione europea 2007-13 che, in due riprese, hanno destinato quasi 1 miliardo di euro su azioni di ricerca riconducibili alle smart city.

Un gran lavoro, quindi, che però è stato in buona parte vanificato dal susseguirsi di diverse responsabilità (pensiamo solo ai tre successivi direttori generali dell’Agenzia per l’Italia digitale che ha in carico l’operatività di questa politica) e dall’affievolirsi della spinta del governo centrale. Così i tanti progetti finanziati dal MIUR non sono diventati un “progetto- paese”, così i vari tavoli di lavoro, compreso il Comitato tecnico per le comunità intelligenti, a circa tre anni dalla legge non hanno ancora prodotto né il piano né lo statuto delle smart city, che costituivano l’ossatura della politica, né la piattaforma di individuazione, diffusione e riuso delle soluzioni e dei progetti che è stato per ora supplito da un’ottima piattaforma fatta da ANCI che però non è ancora riuscita ad avere la “bollinatura” da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale e della presidenza del Consiglio dei ministri. Una politica, quindi, fatta di accelerazioni e improvvisi stop che è l’esatto contrario di quel che servirebbe per mettere in campo azioni di sistema, e quindi necessariamente da attuare in periodi medio-lunghi.

 

Lo stato dell’arte e le prospettive

In questi ultimi mesi, dopo un lungo sonno, qualcosa sta lentamente muovendosi e abbiamo tre elementi per guardare al futuro delle politiche per le comunità intelligenti. Dapprima il disegno di legge delega di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche che chiamiamo ormai legge Madia e che sta faticosamente proseguendo il suo percorso parlamentare ed è arrivato alla Camera. Questo disegno di legge definisce all’articolo 1 un diritto per i cittadini e le imprese che è fondamentale per costruire la città intelligente: quello della cittadinanza digitale.

Poi il Piano di crescita digitale del paese, che è stato approvato in Consiglio dei ministri agli inizi di marzo e che, insieme al Piano nazionale banda ultralarga, costruisce un percorso per riportare l’Italia a posizioni più consone al suo ruolo nelle classifiche mondiali che attengono all’economia della rete. Questo doppio piano prevede azioni importanti in tutti i campi della modernizzazione del paese, dalle competenze digitali alla sanità, dalla scuola all’amministrazione pubblica, dalle piattaforme abilitanti come la nuova anagrafe della popolazione residente o il servizio pubblico di identità digitale, al nuovo accesso dei cittadini ai servizi che prenderà il nome di Italia login. In particolare esso prevede un capitolo dedicato alle smart city che, insieme alle competenze digitali e al progetto Italia login costituiscono gli acceleratori della digitalizzazione del paese. Il piano precisa che «La sfida è quella di costruire un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando la vita del cittadino e il business per le imprese, anche attraverso azioni di promozione della social innovation».

Infine l’ultimo filone, certo non ultimo per importanza, è dato dalla programmazione europea 2014-20 che è l’ultima occasione per l’Italia di cogliere e sfruttare al meglio le opportunità di finanziamenti pari a circa 100 miliardi di euro in sette anni e che non saranno mai più ripetibili.

Gli scorsi cicli di programmazione non sono stati esperienze da ripetere: troppi soldi non spesi, troppi fondi spesi male, troppo distacco tra chi progetta le politiche d’innovazione e chi si occupa della programmazione europea con la mano destra che spesso non sa quel che fa la sinistra. È tempo di cambiare per tutti i piani e per impostare quindi al meglio il Programma operativo nazionale per le città metropolitane (cosiddetto “PON Metro”).

Le principali linee di intervento e risultati attesi del PON Metro sono: a) aumento della mobilità sostenibile nelle aree urbane; b) riduzione dei consumi energetici negli edifici e nelle strutture pubbliche o a uso pubblico, residenziali e non residenziali; c) diffusione dei servizi digitali attraverso la realizzazione di servizi che permettano di ridurre gli spostamenti fisici e di accelerare i tempi di esecuzione delle pratiche a costi più bassi; d) sperimentazione per l’inclusione sociale, rafforzando e innovando le politiche ordinarie dell’abitare anche con il coinvolgimento del tessuto associativo e dell’economia sociale.

Il Programma nazionale per le città metropolitane è oltretutto un’occasione che si presenta in un momento molto delicato. Il PON, infatti, procede al fianco del processo di attuazione della riforma istituzionale in corso (quella dettata dalla legge 56/2014 detta legge Delrio) e invita a ripensare il ruolo centrale dei contesti metropolitani. La legge Delrio, di fatto, ci mette di fronte alla necessità di definire rapidamente una politica nazionale per le città che purtroppo tarda a maturare in un paese come il nostro dove persiste ancora una scarsa consapevolezza del ruolo strategico che gli ambienti urbani svolgono oggi sia in ambito economico che sociale. Soltanto una forte convinzione della centralità delle aree urbane potrà trasformare le prossime Città metropolitane in concreti driver di sviluppo per l’intero paese.

 

Un nuovo paradigma: la città dei dati

C’è un aspetto delle città determinato dalla diffusione dell’economia della conoscenza che sta emergendo con decisione. Materia prima diventano l’informazione e la conoscenza, e le città si possono qualificare nel modo in cui informazione e conoscenza sono prodotte, raccolte e condivise per generare innovazione. Sia essa comunicazione finanziaria, economica, sociale o culturale, le città sono sempre più nodi attivi dei flussi fisici ma anche, appunto, di quelli immateriali.

Negli ultimi dieci anni, però, è drasticamente cambiato il modo in cui le informazioni vengono elaborate e trasmesse, grazie soprattutto allo sviluppo delle tecnologie di rete. Lo stesso spazio urbano è divenuto un luogo ibrido nel quale esperienza fisica ed esperienza virtuale si combinano insieme, creando un sistema socio-tecnico esteso basato sulla combinazione di luogo e network. Un’interazione continua tra luoghi fisici e flussi informativi resa ancora più intensa dalla recentissima diffusione delle applicazioni georeferenziate utilizzate dai moderni device (i Location Based Social Network). La fruizione della città diventa un’esperienza che non finisce con quello che è direttamente osservabile ma che viene arricchita da comunicazioni, annotazioni e segnalazioni che provengono dalle comunità in rete. La città diventa quindi un insieme di elementi fisici e di elementi immateriali, un sistema socio-tecnico quale ambiente abilitante del capitale sociale, the enabling city, in grado – attraverso azioni positive di inclusione, di innovazione e di interazione – di sostenere una cittadinanza attiva, una smart community, orientata a risolvere problemi condivisi e creare nuove opportunità sociali, economiche e culturali. Il patrimonio di dati e di informazioni che costituisce questa nuova dimensione è enorme.

Per primi, i dati relativi alle dimensioni strutturali e istituzionali dei diversi sistemi urbani. Sono i dati relativi agli ambiti della finanza, dell’economia e della società. Sono i dati prodotti dal funzionamento stesso delle città: i bilanci economici, le statistiche infrastrutturali che sempre più spesso vengono restituite sotto forma di Open Government Data. Eccellenze ce ne sono anche in Italia, basti pensare ai Progetti Open Coesione, Open Parlamento o, a livello urbano, Open Municipio della città di Udine. Poi ci sono i dati prodotti dalla stessa tecnologia in uso, dai sensori distribuiti, oramai, in qualsiasi dispositivo: dagli ascensori, ai semafori fino al telefonino che abbiamo nelle tasche. È l’internet delle cose connesse che produce informazioni in tempo reale. Qui gli esempi si sprecano ma sicuramente è affascinante ragionare sulle possibilità offerte dal crowdsensing: sono i cittadini stessi che, utilizzando device connessi, producono informazioni che poi vengono restituite elaborate. Un caso interessante sono le analisi sui flussi di mobilità condotte dalla TomTom così come le decine di app sviluppate per smartphone in grado di connettersi con i sensori di nuova generazione. La Netmono produce e distribuisce un kit di due sensori (uno interno e uno esterno all’abitazione) in grado di misurare temperatura, umidità, inquinamento ambientale e inquinamento acustico. Finché ci limitiamo a comprare il kit e a usarlo sconnesso siamo dei semplici consumatori ma se, grazie alla app dedicata, connettiamo i sensori a internet diventiamo noi stessi fornitori di informazioni e contribuiamo a rendere più dettagliata e aggiornata la mappa della nostra città con i valori condivisi.

Ma c’è un’altra miniera di informazioni, aggiornate ogni secondo in tutto il mondo, quella scaturita dalle interazioni sui social media. Milioni e milioni di conversazioni spesso riferite a come stiamo, a quello che facciamo o mangiamo, a commenti sui fatti del giorno. Informazioni che possono essere elaborate e utilizzate per modelli predittivi (il caso più noto è Google flu per predire l’arrivo in città di un’influenza) o per capire i gusti e le opinioni del pubblico. La cosiddetta sentiment analysis oggi applicata praticamente su tutto.

Una miniera di dati, quindi, ma per fare cosa? Poco o profilazioni meramente commerciali se non sviluppiamo una nuova cultura della gestione del bene comune basata sulla conoscenza dei bisogni espressi e dei fenomeni emergenti. Come scrive Michael Bloomberg, l’ex sindaco di New York, nell’introdurre l’ultimo libro di Stephen Goldsmith: «If you can’t measure it, you can’t manage it». Se non la conosci, se non puoi misurare le dinamiche e gli effetti delle politiche di una città, non puoi governarla. Per questo Goldsmith intitola il suo libro “The Responsive City”, la città in grado di rispondere ai diversi bisogni in modo efficace, trasparente ed economico. E per far questo utilizza le metodologie e le nuove tecnologie per trattare al meglio le informazioni e per trasformarle in conoscenza e poi in decisioni. Assumendo questa prospettiva, di mettere la conoscenza al centro dell’attività di governo di una città, la responsive city utilizza tutte le informazioni in suo possesso che derivano dal funzionamento urbano sfruttando le metodologie di data analysis. Una responsive city è una città che sa utilizzare i dataset liberati dai suoi diversi uffici ed è in grado di ottenere i dati provenienti dalle attività private. Se le informazioni sono strategiche, sono infatti un bene comune e la responsive city deve decidere quali sono le informazioni private di interesse sociale.

Chi governa le nostre complesse città si trova, quindi, davanti a una nuova sfida da trasformare in opportunità: sviluppare le capacita di tramutare i dati grezzi in informazioni e, queste, in conoscenza per gestire e governare.

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