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L’internet dei doveri: da infrastruttura a istituzione

Written by Carlo Alberto Carnevale Maffè Monday, 13 July 2015 14:24 Print

Si parla comunemente di internet dei diritti come di una sorta di estensione dell’ambito in cui questi possono essere fatti valere, sebbene non sia ancora chiaro chi, come e fino a che punto sia in grado di garantirli. Meno noto è il concetto di internet dei doveri, in base al quale la rete può divenire a pieno titolo un’istituzione sociale e di mercato, purché si vada oltre l’approccio individualista e opportunistico con il quale gli utenti hanno finora usato il web. Tuttavia, è evidente che in internet lo Stato non è più in grado di esercitare appieno la sua coercizione legittima e che anzi vi si realizzano delle forme alternati vedi organizzazione sociale per le quali non valgono più le tradizionali regole definite dalla politica. Nonostante questo conflitto di interessi, la politica ha un’opportunità per intervenire positivamente nella formazione di domanda di innovazione al fine di migliorare le efficienze economiche e sociali e di conseguenza la vita dei cittadini.

Internet è la continuazione – e talvolta la sostituzione – della politica con altri mezzi. Essa deve quindi diventare nuova istituzione, sistema operativo sociale, moderna forma di diritto ibrido pubblico-privato. Per renderla strumento efficace di politica inclusiva e abilitante, leva di crescita e di tutela del potere d’acquisto delle famiglie, non bisogna pensare a internet come a un altro “luogo”, dove estendere i diritti tradizionali, formulati in articoli testuali di leggi o di regolamenti, come invece discutibilmente cercano di fare i Bill of Rights per la rete proposti dagli attori più diversi. Internet è invece un altro “metodo” di organizzazione sociale ed economica, che ridiscute il concetto di territorio fisico come perimetro di giurisdizione, e affianca – o in certi casi rimpiazza – lo ius loci con lo ius retis, nuovo linguaggio di regole collettive extranazionali e consorzio elettivo degli aderenti interconnessi a formare masse critiche di consenso, rappresentato dall’affermazione di standard interoperabili de facto. Non basta quindi parlare dell’internet dei diritti, per la quale si invocano generiche tutele senza considerare che spesso manca la controparte giuridica in grado di garantirle. È tempo di discutere dell’internet dei doveri, che superi la logica soggettiva e opportunistica con la quale ci si è finora affacciati alla rete, così da far evolvere l’infrastruttura tecnologica in una vera e propria istituzione sociale e di mercato. I doveri sono il risultato di patti liberamente sottoscritti. In un’internet dei doveri, tuttavia, lo Stato nazionale vede erodersi il tradizionale monopolio della legislazione, del monitoraggio e della certificazione dei patti e della sanzione per l’eventuale mancato rispetto. Nuovi attori tecnologici, legalmente e perfino fiscalmente extraterritoriali, contendono allo Stato il primato weberiano della “coercizione legittima”. Ma nessuno di loro appare in grado di dominare singolarmente l’intero sistema di regole. Internet rimane quindi un sistema aperto, un nesso di patti. Anzi un nexus of smart contracts. Cambia infatti anche il linguaggio con il quale si scrivono le regole, che non è più il testo alfabetico di una legge scritta, ma il codice informatico di un algoritmo (smart contract) basato su protocolli standard, definiti tali non da autorità centralizzate, ma da una massa critica di consenso distribuito. La diffusione virale delle crittomonete, quali Bitcoin, è segnale che la sfida al monopolio del fiat – perfino quello della moneta – è appena iniziata. Internet è una social GPT (general purpose technology) che, proprio grazie alla sua versatilità e trasversalità, diventa sistema operativo sociale: il caso più eclatante e foriero di potenziali cambiamenti radicali è proprio quello della block chain, ovvero dell’infrastruttura di calcolo e controllo distribuito che è fondamento delle crittomonete, basata sulla stipula ed esecuzione in tempo reale di miliardi di contratti indipendenti e autonomi, praticamente impossibile da bloccare o distorcere da parte di una singola autorità nazionale.

Stipulare un contratto oggi è facile come scaricare un’app, anzi il consenso espresso via app è ormai la forma più diffusa e comune di definizione di un accordo contrattuale. Verificarne l’applicazione e applicare eventuali sanzioni per il mancato rispetto richiede raramente l’enforcement delle autorità costituite, basandosi più semplicemente su una massa critica di hash power, ovvero di attività di calcolo e monitoraggio distribuita a livello globale. L’internet dei doveri non è quindi la strada verso una nuova sovrastruttura dirigistica, per di più a controllo privato, ma l’opportunità di adottare un sistema liberale di incentivi che, agendo sui prezzi relativi (anche non monetari) delle diverse opzioni, faciliti l’orientamento delle scelte verso la costituzione di masse critiche adeguate a garantire le necessarie economie di scala. Il successo dei social media è infatti basato anche sulla proposta di adozione volontaria di codici di comportamento collettivo, i quali, una volta raggiunta la massa critica, svolgono a tutti gli effetti funzioni di natura paralegislativa. La sospensione di un account da parte del sistema di moderazione di Facebook in caso di comportamento non conforme è infatti sanzione sociale efficace, comminata non dall’autorità giudiziaria ma dall’arbitro liberamente scelto dai membri, tramite la clausola compromissoria contenuta nei termini di adesione al servizio.

 

Il conflitto d’interessi tra internet e politica

I tentativi della politica di regolamentare internet trattandola come un’estensione territoriale della propria giurisdizione legale sono sistematici, e in molti casi in buona fede. Ma sono destinati all’inefficacia o, peggio, all’irrilevanza. La realtà è che internet costituisce, in specifici perimetri di processi socioeconomici, modalità di organizzazione sociale alternativa alle regole tradizionali prodotte dalla politica. Ed è quindi l’evoluzione di internet che, sempre più, contro-regola la politica e non viceversa. Si pensi al valore della classificazione alberghiera ufficiale ai tempi di TripAdvisor, o alla Google Car che si muove – senza pilota – nel sistema tradizionale di regolazione del traffico automobilistico privato, tuttora totalmente improntata a regole aprioristiche, come gran parte dell’intero sistema giuridico tradizionale, concepite in un contesto di totale asimmetria informativa rispetto all’ambiente. Ad esempio: non si passa col rosso, anche se dal nostro lato c’è una lunga coda e dall’altro lato sappiamo con certezza che nessuno sta arrivando. Oppure: si usano strade e parcheggi in modalità isolata e opportunistica, invece che sulla base di una mappa informativa trasparente e pubblica, col supporto di un sistema di pricing dinamico che ne assicuri allocazione efficiente. Il tutto con effetti penalizzanti sull’efficienza del traffico urbano nonché sulla produttività del lavoro. Ma internet è anche semplice elusione, per inapplicabilità, del sistema di poteri dello Stato: senza scomodare il dibattito sulla tassazione dei grandi attori di internet, si pensi al diritto d’intercettazione delle comunicazioni private da parte dell’autorità giudiziaria, eluso efficacemente e semplicemente grazie all’utilizzo di sistemi di messaggistica peer-to-peer non intercettabili.

Per quanto finora l’utilizzo individuale e opportunistico di internet sia stato uno dei fondamentali fattori di diffusione e successo globale, si vuole porre qui la sfida, per la politica, di definire impegni comportamentali ad adozione volontaria e distribuita che possano contribuire alla creazione di public goods, altrimenti non costituibili, o semplicemente accelerarne la creazione. La politica, anche se non da sola, può cogliere l’occasione di internet per favorire la stipula di patti volontari interconnessi. C’è da dubitare che sia davvero razionalmente incentivata a farlo, perché ciò accelererebbe la perdita del monopolio tradizionale della coercizione legittima che essa gestisce pro tempore. È quindi perfettamente comprensibile che la politica, intesa nell’ottica della public choice theory, sia nemica, tanto silenziosa quanto giurata, di internet. Ma, per quanto offesa dal reato di lesa maestà perpetrato dai sanculotti della rete, la politica può ancora fare molto per i cittadini, proprio grazie a internet: deve tuttavia intervenire, con i propri poteri residui, sulle ragioni di scambio del mercato, che può decretare il successo o il fallimento di radicali innovazioni sociali ed economiche, in grado di supportare un nuovo modello di welfare che altrimenti ha un destino segnato per la crisi fiscale degli Stati nazionali.

 

Modificare i prezzi relativi tra analogico e digitale per accelerare lo switch off

Internet per le imprese tradizionali e le istituzioni pubbliche finora è stata, a parte pochissime eccezioni, causa di costi aggiuntivi e non sostitutivi, e fonte di ricavi sostitutivi e non aggiuntivi. Sul fronte dei costi, ad esempio, la pubblica amministrazione ha speso ingenti risorse nell’egovernment, e le banche nell’e-banking, ma senza poter significativamente ristrutturare i costi di gestione delle proprie reti fisiche. Sul fronte delle entrate, inoltre, ben pochi si sono rivelati i ricavi effettivamente differenziali, rispetto a quelli in “conflitto di canale”, che di fatto cannibalizzavano le vendite tradizionali. Si tratta di un fenomeno caratteristico delle migrazioni tra diversi standard di processi economici. Finché resiste – e viene legittimata, se non addirittura difesa a oltranza – una domanda ancorata allo standard precedente (in questo caso i processi non basati su internet), l’offerta è costretta a fronteggiare una doppia struttura di costi e un’incerta distribuzione dei ricavi. Si può accelerare l’uscita da questa inefficiente situazione economica e raggiungere una massa critica in grado di generare valore solo intervenendo sui “prezzi relativi” tra i diversi standard e mettendo progressivamente “fuori corso” la vecchia moneta dei processi tradizionali, incentivando quindi la domanda ad effettuare la transizione al nuovo, con un processo di switch off simile a quanto sperimentato con la transizione a standard tecnologici di nuova generazione (ad esempio, la TV digitale terrestre).

La giustificazione per questo tipo d’interventi è ampiamente supportata dalla letteratura economica sulla sostenibilità ambientale, che è stata alla base della creazione del mercato dei certificati di emissione di carbonio, e che può essere applicata in tutti i casi in cui la mancata adozione di standard digitali produca esternalità negative. Come la tutela dell’ambiente non può essere affrontata esclusivamente con approcci su base nazionale, così anche per sfruttare le potenzialità di internet è necessario ricorrere all’analisi degli effetti di esternalità.

Quello che può fare la politica è quindi accelerare la costituzione di masse critiche di domanda, organizzabili e indirizzabili grazie ai protocolli internet, che generano efficienze sociali ed economiche. Facciamo qualche esempio: si pensi a una norma che richieda ai veicoli che vogliono circolare in autostrada la dotazione, entro una determinata data futura di lungo termine, di un sistema di comunicazione interoperabile, così da minimizzare il rischio di incidenti. Prima di quella data, e da subito, si prevede un sovrapprezzo per i veicoli che non siano dotati di tale tecnologia, il cui gettito va a finanziare una simmetrica riduzione tariffaria per gli early adopters. Tale norma è estendibile anche in ambito urbano, agendo sul prezzo relativo del bollo auto e delle assicurazioni obbligatorie. Se la forbice di prezzi relativi è sufficientemente ampia, non bisognerà attendere la scadenza forzosa per ottenere il formarsi di una massa critica di adesioni, consentendo di anticipare il dispiegarsi di effetti positivi sul traffico. Altrettanto semplice è intervenire su tutte le transazioni con la PA: il costo per il cittadino delle operazioni effettuate tramite sportelli, laddove esista la possibilità di farle via internet, va adeguatamente aumentato per incorporare il costo differenziale di mantenimento del canale analogico, mentre ogni interazione digitale va simmetricamente scontata o resa gratuita. Un altro esempio: l’adozione di standard digitali trasparenti per la contabilità di imprese ed esercizi commerciali, invece di essere imposta, può essere semplicemente incentivata con l’inversione del “prezzo fiscale” relativo, alzando i costi di compliance per chi decide di rimanere su processi analogici e abbassandoli simmetricamente per chi adotta il digitale. Questo intervento può essere realizzato a saldo zero per le casse pubbliche, in quanto il fondo per l’incentivazione dell’adozione digitale viene interamente coperto dalla maggiorazione applicata ai processi analogici. Oggi avviene l’opposto: si impongono oneri impropri, diretti e indiretti, a coloro che vogliano innovare (ad esempio, assurdi sovrapprezzi per pagare via internet, come in alcuni casi di bigliettazione per il trasporto urbano), di fatto mantenendo economicamente più convenienti le vecchie modalità cartacee. In questa Italia al contrario, l’innovazione digitale è tuttora costretta a sussidiare economicamente la tradizione analogica.

 

Internet e il lavoro

È un mito senza fondamento empirico che internet crei lavoro, così come lo possa rendere inutile. Il lavoro viene sostituito e/o creato dalla distruzione creativa schumpeteriana degli imprenditori e dei tecnici, non da internet. Da sempre il capitale fisso rimpiazza il lavoro: con l’evoluzione digitale, tuttavia, il flusso di lavoro ordinario, retribuito a tempo, viene progressivamente sostituito non dal capitale fisso di macchinari meccanici, bensì dallo stock di “capitale intangibile” costituito da competenze a elevate economie di scala, compensato tramite estrazione di rendite da diritti di proprietà intellettuale. A questo primo fattore si aggiunge la riduzione delle “asimmetrie organizzative” tra imprese e consumatori, con trasferimento di una crescente quota di lavoro a questi ultimi, proprio grazie alle tecnologie digitali: il mobile banking, l’e-commerce e più in generale i processi collaborativi distribuiti che vengono classificati sotto l’etichetta di sharing economy ne costituiscono esempi evidenti. Il primo fattore incide sul volume di lavoro necessario per unità di prodotto. Il secondo sul suo prezzo, e quindi sul reddito personale e sulla sua distribuzione e più in generale sulla funzione economica del lavoro, inteso come input di produzione organizzato dal lato dell’offerta di beni e servizi.

Internet, in quanto general purpose technology, disperde i suoi impatti di sostituzione su un perimetro molto ampio di settori e geografie, da un lato riducendo gli shock asimmetrici in specifiche aree, dall’altro concentrando nel tempo lo spiazzamento di vecchi processi organizzativi. Ma l’effetto più interessante, che richiede l’attenzione della politica in logica non protezionista ma di facilitazione dell’innovazione, sarà la sostituzione tra capitale e lavoro non sul lato dell’offerta (quindi nei rapporti di produzione all’interno dell’impresa) ma sul lato della domanda, con la diffusione di processi di self-provisioning e organizzazione delle community di consumatori. Non mancano gli esempi: da Facebook a eBay, da Wikipedia a Linux. Questo perché la rivoluzione tecnologica interviene sui meccanismi di coordinamento e incentivazione del lavoro, riducendo non solo le asimmetrie informative tra domanda e offerta, ma anche quelle organizzative, cioè le capacità di coordinare processi economici complessi. I social network sono quindi nuove forme di lavoro tramite organizzazione della domanda: arricchiscono certamente i propri azionisti a spese dei processi sostituiti, ma generano nel contempo enorme valore per i consumatori, in termini di reddito equivalente ai risparmi ottenuti. I casi di Skype e WhatsApp sono esemplari: hanno sostituito in modo pressoché gratuito, per centinaia di milioni di persone, la spesa di comunicazione tramite voce, video e messaggi. La monetizzazione del lavoro tramite salario misurato a tempo diventerà solo una delle diverse forme di regolazione degli scambi tra imprese e cittadini. E la politica dovrà riflettere su quale nuovo tipo di lavoro sia davvero da mettere a fondamento della Repubblica.

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