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Elezioni sotto traccia

Written by Marino Livolsi Tuesday, 13 May 2008 19:53 Print

In un’analisi della campagna elettorale appena conclusa non si può non considerare l’incidenza della mancata riforma della legge elettorale e quindi la presenza di liste bloccate. Inoltre, scarso spazio è stato riservato ai mezzi di comunicazione online e a quelli più tradizionali. Non si può comunque dimenticare che le ultime elezioni si sono presentate sotto il segno di una grande novità: al posto di numerose e non sempre troppo ben assortite coalizioni, la competizione si è avuta questa volta tra due schieramenti più omogenei, con la conseguente esaltazione del ruolo dei due leader che li rappresentano.

Analizzando la campagna elettorale appena conclusa, si può sicuramente parlare di elezioni sotto traccia. C’è ora da chiedersi il perché di tutto ciò.

Due sembrano essere i motivi prevalenti. Il primo, e più rilevante, riguarda la mancata riforma della legge elettorale. Se è vero che questo non era un tema che appassionava la maggioranza degli italiani, alla prova concreta del “dover votare” gli elettori sembrano trovare una nuova conferma della loro disaffezione per la politica. Le liste bloccate e decise dai partiti sembrano una ulteriore prova di tutto ciò. I partiti sono considerati macchine senza trasparenza e “prepotenti” anche per chi (e non sono molti) ha ancora qualche interesse per la politica. E ovviamente tutto ciò si traduce in un conseguente e forte raffreddamento nel coinvolgimento degli elettori per una tornata elettorale che sembra essere un ulteriore episodio dei “giochi della politica”.

Un secondo motivo, legato alla crisi dei partiti, è la scomparsa degli “attivi”: di coloro cioè che, specialmente nei periodi elettorali, facevano propaganda e distribuivano materiale ai potenziali elettori. Che non sia una forma di nostalgia “retrò” lo dimostra il fatto che nelle ultime campagne presidenziali americane, specialmente nel periodo delle primarie, si è decisamente puntano su questo strumento considerato decisivo e su cui si investono molte risorse inventive ed economiche. Accanto ai “volontari”, e anzi per favorire il loro lavoro, molto impegno è dedicato anche alla comunicazione on line, in cui si convoglia il molto materiale che non viene fatto circolare in forma stampata, ma soprattutto si organizza la loro attività. È questo un modo di “fare rete”: chi è interessato sa chi contattare, dove trovarsi, su quali temi locali discutere, cosa fare per rendersi utile, dare denaro e, almeno, per essere informato sui programmi e le iniziative concrete. I discorsi dei leader sono il momento simbolico della partecipazione, ma molto viene giocato a livello locale e grazie all’attività di chi dedica parte del proprio tempo alla politica attiva, in chiave non ideologica ma anzi molto pragmatica. Da notare che anche con riferimento alla comunicazione on line oggi in Italia l’impegno dei partiti è piuttosto scarso. Eppure quando ci si prova (come ad esempio è avvenuto con la “notte con Veltroni”) i risultati appaiono incoraggianti, anche se ancora molto lavoro rimane da fare.

Per almeno questi due motivi si può avanzare l’ipotesi che le elezioni dello scorso aprile saranno ricordate per essere il prodotto dei molti errori della politica, anche senza dover ricorrere ai toni “grilleschi” dell’inutile e facile invettiva. Ciò spiega anche perché ben poche novità si debbano ricordare a proposito della comunicazione e del cosiddetto marketing politico, che sembrano aver dato, in queste elezioni, un’ulteriore scarsa prova in termini di innovazione ed efficacia. Non una grande perdita se si considera come, in Italia, molte professionalità in questo campo siano state in molti casi improvvisate. Le elezioni si sono presentate comunque sotto il segno di una grande novità. Al posto di numerose e non sempre troppo ben assortite coalizioni, la competizione si è avuta questa volta tra due schieramenti più omogenei, almeno per quanto riguarda il centrosinistra e il PD. Ciò avrà sicuramente una ricaduta positiva nella futura competizione parlamentare, così come l’ha avuta nella determinazione dei programmi, che in questa occasione non hanno dovuto pagare lo scotto di molte e difficili mediazioni. Programmi di oltre 250 pagine dovrebbero essere abbandonati per sempre, senza lasciare alcun rimpianto.

Questa novità ha ovviamente influito sulla comunicazione politica, che appare dominata (per quantità di esposizione mediatica e impatto) dai due maggiori schieramenti. Gli altri hanno “arrancato” con una qualche fatica, con la Sinistra arcobaleno e l’UDC che hanno cercato consensi attaccando gli ex alleati e rivendicando spazi (sinistra e centro) da loro ritenuti essenziali e a torto abbandonati. Ancora meno rilevanti le proposte delle estreme, a sinistra come a destra, legate ad anacronistiche visioni fortemente ideologizzate, della politica e dei problemi legati alla difficile situazione politico-economica del paese. In sintesi, lo scontro, almeno in termini di competizione in chiave comunicativa, sembra limitato ai due schieramenti maggiori e ai due che avevano fin dal principio maggiori probabilità di superare la quota relativa allo sbarramento: Sinistra arcobaleno e UDC.

Una scena nuova rispetto alle passate competizioni elettorali affollate da molti protagonisti che, per le loro affermazioni e il loro attivismo, “complicavano” la tenzone elettorale moltiplicando le tematiche e i modi (necessariamente più urlati) di affrontarle.

La competizione ristretta a due grandi competitor ha però alcune conseguenze di cui si deve tener conto. La prima e più importante è un’esaltazione del ruolo dei due leader che rappresentano i due schieramenti.

Ma, come è noto, leadership e personalizzazione sono fenomeni tra loro collegati: da ciò deriva, in primo luogo, la caratterizzazione del “tono” della competizione. È questo un fenomeno relativamente nuovo nel nostro paese, iniziato con Berlusconi (con lo stile da lui imposto) al tempo della sua entrata in politica. Oggi, in modo quasi del tutto opposto, va indicato l’“abbassamento di tono” di Veltroni, segno di grande civiltà politica. Così l’ultimo Berlusconi, malgrado alcune dichiarazioni avventate (come ad esempio quella sui precari e le donne che devono cucinare perché regine del focolare, lo stracciare i programmi dei concorrenti come carta da buttare perché inutile, e pochi altri episodi) che sono geneticamente caratteristiche dell’uomo prima che del politico, appare oggi come un personaggio meno tracotante. Il cambiamento è tale che ha indotto più di un analista politico ad ipotizzare nel corso della campagna elettorale accordi bipartisan (almeno per una nuova legge elettorale), se non addirittura di una possibile grosse koalition.

In termini di comunicazione politica non urlata vi è però un rischio (che potrebbe essere evitato): quello della ripetizione se non della banalizzazione delle proposte dei maggiori leader. Dovendo parlare più volte al giorno a pubblici diversi, è difficile affrontare temi sempre nuovi approfondendoli e fare, contemporaneamente, proposte capaci di imporsi nei media. Anche quando i giornalisti della carta stampata e (ancor peggio) televisivi ci provano, il rischio della banalizzazione e del “colore” è pressoché inevitabile.

In questo contesto pochi slogan e qualche episodio che attira l’attenzione per poco tempo definiscono, giorno dopo giorno, il tono di una comunicazione apparentemente senza grandi contenuti ed evidenti distinzioni tra i due schieramenti, anche per chi legge i giornali e segue le cronache dei telegiornali. I più finiscono per ritenere di “avere già sentito” tutto. Solo qualche aggiunta di colore (Berlusconi tra le ragazze, Veltroni a pranzo da sconosciute famiglie di simpatizzanti) ravviva per poche ore le cronache, ma lascia scarso spazio ad argomentazioni che possono dare contenuti e sostegno alle vacillanti posizioni degli indecisi e, tantomeno, convincere chi dichiara di “non saper scegliere”. Così anche se i temi prevalentemente affrontati (le difficoltà economiche di molti, la crisi economica del paese in un quadro di recessione mondiale, le tasse, la sicurezza ecc.) sono quelli più vicini alla gente, come dimostrano i sondaggi la sensazione più diffusa è che manchino precise indicazioni per la risoluzione dei problemi di fondo. E senza indicare i modi di affrontarli, il rischio di una scarsa credibilità resta forte. Certamente soluzioni a problemi complicati non sono semplici e non possono essere riassunte in slogan.

A ciò si aggiunga il pericolo che qualche proposta avanzata troppo sinteticamente possa far sorgere il dubbio di potenziali controindicazioni: ad esempio, più salari e più consumi potrebbero anche contribuire a un aumento dell’inflazione, pensioni più alte potrebbero aggravare la spesa pubblica e così via.

In tempi “normali” gli elettori possono credere che le indicazioni avanzate dai politici si fondino su ipotesi di lavoro concrete. Ma oggi la “fiducia” è risorsa scarsa: così si stenta a credere che le promesse saranno mantenute e che i “professionisti della politica” siano tecnici abili e preparati. La personalizzazione del leader impedisce che accanto a lui abbiano visibilità e voce esperti di grande e comprovata esperienza. Ciò rende difficile che un leader si presenti come il capo di uno staff efficiente e non solo come un capo carismatico.

Vengono così a mancare quei temi che potrebbero far ripensare gli indecisi e convincere i contrari: eppure tutti gli esperti sono concordi nel ritenere che si vince solo pescando consensi tra questi ultimi. Scarseggiano, si potrebbe dire naturalmente, forti argomentazioni capaci di orientare efficacemente la competizione e la comunicazione. Ed è questo un “vuoto”di fondo su cui torneremo. Ve ne sono, però, altri. Mancano ad esempio nelle dichiarazioni dei grandi leader alcune tematiche non marginali: la politica estera (dal ruolo dell’Italia in Europa al tipo di impegno delle nostre truppe nelle diverse missioni all’estero), le riforme necessarie e non rinviabili (la scuola, l’università e la ricerca scientifica), un discorso sul futuro sostenibile e l’impegno ecologico e altre ancora. Probabilmente tematiche non capaci di creare grande e immediata mobilitazione, ma che non possono essere ignorate.

C’è poi una mancanza più che un vuoto: la potremmo definire come una mancata iniezione di zapaterismo, che sarebbe stata molto utile per dare il segno tangibile di voler cambiare pagina. Almeno per quanto riguarda le donne che, malgrado le dichiarazioni iniziali, non appaiono avere oggi una presenza maggiore che nel passato. Si può così parlare di un cambiamento, ma non di una decisa inversione di tendenza. Qualche donna giovane poco conosciuta in cima alle liste appare quasi un inserimento obbligato per non smentire troppo le premesse iniziali, ma non è un’indicazione politica (almeno in termini di comunicazione) immediatamente evidente e convincente. Candidare più donne nei primi posti in lista sarebbe stato un forte segno di discontinuità Ma forse il “coraggio mancato” è ancor più evidente a proposito di una decisa presa di posizione relativamente all’indubbia ingerenza di alcuni settori della Chiesa nella campagna elettorale. È un riflesso di un costume italiano antico: l’ossequio alla gerarchia ecclesiastica anche nelle “cose della politica”. Forse si continua a sopravvalutare l’attenzione degli italiani verso questi interventi. Un eccessivo timore dei politici relativamente al rischio di apparire troppo laici è un errore o un eccessivo attaccamento alla tradizione: un partito moderno dovrebbe difendere senza eccessivi timori uno Stato (che non può che essere) laico. Veniamo adesso, in termini più tecnici, alla comunicazione elettorale. Ancora una volta la parte prevalente è stata giocata dalla televisione e in particolare dall’informazione dei telegiornali e dai programmi di comunicazione politica (“Porta a Porta”, “Ballarò” ecc.). Quanto a questi ultimi, resta sopravvalutato il loro peso. Non hanno un grande pubblico e chi vi assiste (un “interessato alla politica”) trova una conferma alle proprie convinzioni, ma anche, spesso, una sensazione che la politica sia “rissa” e incomunicabilità. A proposito invece dei telegiornali, va innanzi tutto indicato un prevalere dei due maggiori schieramenti e dei loro leader, nella prima fase con un certo squilibrio a favore del PdL anche nelle reti pubbliche. Dato strano e che, senza abbandonarsi ad una facile dietrologia, potrebbe far pensare ad un preventivo allineamento con il “vincitore annunciato” o ad un “centrismo” inconscio, visto anche il buon trattamento riservato a Casini, in genere terzo fra i partecipanti aldilà del suo peso elettorale attuale o ipotizzabile. Questi piccoli squilibri sono in parte rientrati alla fine della campagna elettorale, anche per le segnalazioni non sempre attese dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma l’inizio va segnalato come un’anomalia in tempi in cui la tematica della par condicio è continuamente invocata.

A questo proposito, dovrà essere sicuramente rivisitata questa regolamentazione al momento farraginosa e di difficile interpretazione (specialmente a livello locale), oltre che insensata nel voler garantire spazi uguali a tutte le forze in campo aldilà del loro reale peso. Si finisce, così, per dover prendere in eguale considerazione tutti i possibili candidati indicati dai vari schieramenti (anche dai più piccoli, quelli che prenderanno poche migliaia di voti) per la guida del governo. Ovviamente, anche nel futuro si dovrà sempre “dare voce” a tutti, ma senza irragionevoli equiparazioni che hanno anche avuto, tra gli altri, l’effetto di rendere difficile un confronto diretto tra i reali protagonisti. C’è però da dire che sul mancato “faccia a faccia” tra Berlusconi e Veltroni ha giocato anche la scarsa voglia del Cavaliere di impegnarsi in uno scontro diretto. Malgrado la sua “bausceria” (molto milanese) è intervenuta una certa prudenza, soprattutto dei suoi collaboratori, che ha fatto ritenere che il candidato più giovane si sarebbe rivelato un miglior (o un più credibile) comunicatore, come dimostrato anche dalla maggior audience (malgrado si sia trovato per secondo su argomenti molto simili) nella sera in cui i due si sono succeduti in una “Tribuna elettorale” su RaiDue. Non si dimentichi che, già nel passato, Berlusconi evitò il confronto con Rutelli e che non prevalse nettamente (come invece ci si immaginava) in quello con Prodi, certo non affascinante nei suoi interventi televisivi.

Probabilmente dietro questa prudenza sta la fine o il ridimensionamento del grande comunicatore. E a questo proposito si deve affrontare un argomento fin qui evitato per un forte timore dei politici e per una poco apprezzabile difesa corporativa dei giornalisti: quello del ruolo a dir poco carente dell’informazione politica nei giornali e, ancor più, nella televisione. I politici non vengono mai incalzati nelle interviste (anche alcune grandi firme hanno giocato un ruolo assai modesto nell’intervistare Berlusconi e Veltroni in occasione del loro “quasi confronto” televisivo), nel chiedere come i partiti intendano risolvere i problemi dichiarati importanti, nell’indicare lacune e reticenze e così via, nell’evidenziare la scarsa credibilità di alcuni candidati o la banalità delle loro dichiarazioni. E ancora, perché le notizie arrivano sempre molto dopo i fatti?

Un esempio per tutti: la “monnezza” giaceva nelle strade di Napoli e della Campania ben prima che i giornali ne parlassero. E sulle cause si è davvero fatto chiarezza? Il ruolo della Camorra e le responsabilità dei politici di entrambi gli schieramenti sono emersi chiaramente? E ancora, la congiuntura economica internazionale è arrivata all’improvviso? Più in generale, si fornisce ai cittadini-elettori materiale concreto per un voto consapevole? Tutte domande a cui sembra di dover dare una sconsolata risposta. In molti casi non c’è analisi a sostegno della notizia e del commento e le inchieste appaiono pratica antica e superata.

L’informazione politica continua ad essere “rispettosa” e scarsamente indipendente. La vecchia accusa che i giornalisti siano più dalla parte dei politici anziché dei loro lettori appare difficilmente confutabile. Certamente negli ultimi anni i giornalisti non sono stati i “cani da guardia” dei cittadini. E questa mancata funzione ha ulteriormente aggravato il distacco tra cittadini e politica. Non a caso una stessa sfiducia ha finito per unire, per gran parte degli italiani, politici e professionisti dell’informazione.

Un tratto distintivo di queste elezioni è che scarso spazio hanno avuto gli spot elettorali, centrali nelle competizioni elettorali precedenti, ad iniziare dall’avvento di Berlusconi e del suo nuovo partito. C’è da chiedersi da cosa dipenda questa svolta. Senza nessun rimpianto per questa forma di comunicazione, sicuramente qualche risultato avrebbe potuto ottenerlo. Ricordiamo che le vittorie elettorali si giocano spesso su percentuali bassissime di consenso. Perché allora non sono stati utilizzati? Costi troppo alti, poca fiducia nella creatività dei pubblicitari (ipotesi da non scartare), una (improbabile) scelta di giocarli solo in caso di necessità? Lo stesso si può dire a proposito dei manifesti: altra arma giocata con successo nel passato. Se si pensa che spot e manifesti sono stati in precedenza gli strumenti massicciamente utilizzati da Berlusconi, c’è da chiedersi quali siano i motivi di questa doppia rinuncia. Certamente non sono stati validi sostituti i pullman e i camper che hanno girato per l’Italia.

E infine, un cenno ad un’altra forma di comunicazione politica che appare trascurata dai due schieramenti anche in questa campagna elettorale: la comunicazione online, che potrebbe trovare ascolto in certi target di elettori, almeno quelli più giovani o con maggiore dimestichezza con questo strumento. Pensando che molti dei sondaggi sono compiuti con il metodo CATI (interviste mediante l’utilizzo del computer), non si comprende perché questo strumento possa essere utilizzato in questo caso e invece trascurato come forma di comunicazione. Sembra di poter dire che la rinuncia a comunicare online sia quasi una metafora della politica italiana attuale e della sua scarsa attenzione alla modernità.

Ciò ci porta a considerare come alcuni target sembrino più di altri trascurati da una comunicazione che non può essere tutta trasversale, unitaria e omologata.

Ad esempio, cosa si dice e come si raggiungono i giovani? E perché si accetta che una parte della classe operaia voti per il centrodestra? E le casalinghe, che uscendo dalla terminologia dei sondaggi dovremmo considerare con più intelligenza “donne che gestiscono l’impresa-famiglia”, sono davvero interessate solo ai problemi della spesa o potrebbero essere coinvolte su altre tematiche come i figli, la scuola, la qualità della vita nelle città e tanti altri temi sacrificati al tabù della “quarta settimana”? E poi, perché rinunciare a coinvolgere una (sia pur piccola) parte della borghesia “acquisitiva” (quella “no tasse” e molti condoni) su discorsi relativi, ad esempio, alle nuove tecnologie applicate ai metodi produttivi delle piccole imprese o a possibili aiuti e supporti per le esportazioni in lontane e quasi sconosciute regioni del mondo?

Si potrebbe continuare a lungo. Quanto è sottinteso nel nostro discorso è che una campagna elettorale non può essere giocata solo nei due mesi che precedono le elezioni, ma dovrebbe, di fatto, continuare per tutto il periodo di una legislatu- ra. Un impegno che potrebbe sembrare un insegnamento del marketing più moderno (in chiave di customer satisfaction), ma che in realtà ci riporta al nodo centrale di un diverso e più reale rapporto tra cittadini e politica.

Come si è già detto, in queste elezioni la comunicazione multimediale è apparsa scarsamente incisiva, non solo per gli strumenti utilizzati quanto per la scarsa presa dei contenuti e degli slogan utilizzati. Quanto a questi ultimi, appare sicuramente più incisivo il «Si può fare» rispetto a «Rialzati, Italia». Il secondo si riferisce alla “filosofia” di fondo del PdL, secondo cui il paese è stato messo in ginocchio dal governo Prodi e dalla sua “sciagurata” politica economica e fiscale. Solo un “liberismo temperato” (alla Tremonti) e un capo efficiente (come ama presentarsi Berlusconi) potrebbero riportarla a livelli di benessere ormai dimenticati. C’è da chiedersi se il popolo del PdL, specialmente nella parte mediamente meno colta (casalinghe, artigiani, piccolissimi imprenditori ecc.), riuscirà a saldare il malcontento indubbio e i timori per un futuro difficile con questa proposta che appare alquanto retorica e astratta. Non è sembrato comunque trainante nei comizi e nelle dichiarazioni dei candidati, ad esclusione di Berlusconi. Più convincente lo slogan del PD, anche grazie al traino di Obama. «Si può fare» ha una duplice valenza: si possono vincere le elezioni e si può operare per il cambiamento profondo di cui questo paese ha bisogno. Inoltre, ha una invitante polisemia. Ognuno ci può associare ciò in cui crede o spera: il precario un posto di lavoro più sicuro e remunerato, i più poveri la speranza di una “quarta settimana” meno difficile e così via. Entrambi, anche se in misura differente, mancano però di una adeguata prospettiva simbolica che indichi il mondo o il paese che si vorrebbe rappresentare anche nella loro necessaria immediatezza. Tutti gli slogan utilizzati i questa campagna elettorale non riescono a dare una risposta convincente al timore diffuso (come mostrano tutti i sondaggi) rispetto al futuro personale e del paese. Questa pessimistica rappresentazione del futuro, di derivazione mediale, è improntata ad un pessimismo superiore, almeno per la maggioranza degli italiani, rispetto alla loro condizione reale. Alla base di questo atteggiamento diffuso è la sensazione che la corsa al benessere sia ormai finita. Per molti italiani la paura della povertà ha sostituito l’illusione di poter avere più di quanto consentito dal loro status. L’incertezza si fonde nel timore per un futuro oscuro. È quanto accade negli Stati Uniti e in molti altri paesi europei, anche se i meno abbienti appaiono protetti da salari più elevati. Di fronte a questo timore sarebbe necessaria una comunicazione più ricca simbolicamente. Quale Italia si vuole proporre agli elettori? Quella degli anni Sessanta, sconosciuta a coloro che hanno meno di 50-60 anni e dal fascino non sempre evidente se non mascherato dalla nostalgia che copre molto di quella re- altà ormai lontana? E l’Italia che “deve rialzarsi” dovrebbe tornare alle illusioni del benessere facile e per tutti in un tempo in cui tutto ciò appare praticamente impossibile per la particolare congiuntura internazionale? Non a caso lo stesso Berlusconi appare oggi stranamente modesto quando più volte afferma di non poter fare miracoli.

In un’epoca post ideologica, le proposte “alte” appaiono sempre più necessarie. Non bastano i programmi, anche quando appaiono convincenti e credibili. C’è bisogno di qualcosa di più: di una proposta che dia un’idea del mondo possibile in cui vivere, in cui credere, in cui “partecipare” per realizzarlo. È nella chiave della speranza per il futuro che si può interpretare, aldilà degli esiti, il successo di Obama.

In questo compito il PD appare più credibile dell’avversario, e lo sarebbe ancor più se la comunicazione lavorasse in tal senso. Al momento si parla poco di sviluppo sostenibile, con una qualità della vita migliore nei luoghi dove si vive (l’aria inquinata, il traffico, il rumore, la disastrata espansione edilizia), di rapporti internazionali fondati sull’accettazione delle differenze e sulla solidarietà non solo a parole e così via. Così come non si dice che tipo di scuola e di istruzione vada proposta concretamente, anche tenendo conto dell’urgenza necessaria per arrestare il divario con gli altri paesi e le loro economie. E lo stesso andrebbe detto per la giustizia e per l’assistenza sanitaria. E si dovrebbe affrontare con coraggio il tema delle pensioni: di come e soprattutto di “quando” pagarle.

Parlare del futuro e di come affrontarlo, non con slogan e parole vuote ma con proposte che sappiano parlare insieme alla ragione (e agli interessi) e al cuore di coloro che si vogliono raggiungere non solo al momento del voto: è, questo, un discorso importante anche se impopolare presso la “vecchia” politica. Una scarsa presa (e credibilità) sull’elettorato della comunicazione politica nasce proprio dal deficit della proposta dei partiti. Una ottima pubblicità non fa vendere (almeno a lungo) un cattivo prodotto. Anche una buona comunicazione politica (e, al momento, il giudizio non è questo) non convince e non aiuta a crescere chi vive nel timore di un futuro difficile che porterà solo danni senza che nessuno sappia arrestare questo declino. La politica alta deve saper coniugare efficienza e credibilità con la capacità di indicare una società nuova e migliore. Quella che si può fare e si deve fare.

Anche se astratta, questa appare l’unica ipotesi per cambiare la politica e i rapporti tra questa e i cittadini. E un partito riformista appare il solo a poterlo fare: i propri elettori appartengono a quella borghesia che sembra meno rinchiusa nei propri interessi “egoistici”: pagare meno tasse, avere meno regole, manifestare ostilità verso gli immigrati e così via. Una borghesia “acquisitiva” (in linea con il tradizionale individualismo “all’italiana”) è invece naturalmente poco interessata al sociale e a lavorare per il suo miglioramento: ciò che potrebbe anche voler dire affrontare qualche sacrificio.

E che questa sia una proposta realista, aldilà dell’apparente astrattezza, è suggerito dagli studiosi della partecipazione politica, che indicano come ci si stia avviando ad una più moderna forma di democrazia definita “deliberativa” rispetto a quella attuale in cui il tratto fondamentale è la delega ai politici e in cui il momento della partecipazione-controllo dei cittadini è limitato al solo periodo elettorale. Nella democrazia deliberativa il controllo continuo sull’operato dei politici è accompagnato da un potere di proposta avanzata da una più attuale e moderna opinione pubblica: quella certamente poco o per nulla attirata dal gioco delle mediazioni e dei compromessi, anche quando appaiono necessari. Lo potrebbe invece essere dalle proposte della politica “alta” e dalle figure credibili e di forte carisma di politici, uomini e donne, che non si limitino ad usare strumentalmente i mezzi della comunicazione politica.

In conclusione, una campagna politica, nella attuale situazione della politica in Italia (con sullo sfondo il “vaffa” di Grillo), dovrebbe essere più coraggiosa e innovativa. Si deve rompere il muro dell’antipolitica e, insieme, quello del diffuso timore per un futuro che appare difficile in quanto neppure affrontato dai responsabili della “cosa pubblica”. Una prospettiva obbligata se si vuole arrestare il declino della partecipazione politica e del paese. Si potrà anche perdere a breve, ma una vecchia lezione dice che in tempi difficili si deve guardare al futuro e non appiattirsi sul presente.

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