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La Cina di Xi Jinping

Written by Romeo Orlandi Tuesday, 17 March 2015 11:57 Print

Xi Jinping è stato scelto per guidare la Cina perché ritenuto il più adatto a trovare una sintesi fra i tradizionali obiettivi strategici del paese e gli interessi della nomenklatura che lo ha nominato. Ma l’eredità che Xi ha raccolto dal suo predecessore è tutt’altro che semplice. Nonostante l’uscita dalla crisi, infatti, sono emersi con forza i limiti e le contraddizioni del modello cinese, soprattutto per quanto riguarda la sostenibilità del suo prodigioso sviluppo economico e il contemporaneo acuirsi delle diseguaglianze. Inoltre le tensioni internazionali, specie con i paesi vicini, dimostrano come la Cina pur essendo una potenza economica – peraltro ormai dipendente dai cicli internazionali– non possa ancora considerarsi pienamente inserita nella dimensione politica globale.

Nell’autunno del 2012 a Xi Jinping è stata consegnata una nave titanica, con l’incarico di farla approdare verso lidi nuovi e sicuri. Dovrà tenere conto non solo delle dimensioni dell’imbarcazione, ma soprattutto della quantità di acqua nella quale dovrà manovrare. Sarà questa a decidere se passerà alla storia come un nostromo o il successore di un glorioso Grande timoniere. Xi era l’erede designato di Hu Jintao dal 2007, ma solo al XVIII Congresso ha ricevuto l’investitura formale. Come previsto, dovrebbe essere rieletto per un altro mandato nel 2017 e completare i canonici dieci anni al potere. Esponente della “quinta generazione” di leader, il segretario generale ha un pedigree impeccabile. È figlio di un alto esponente del Partito perseguitato durante la Rivoluzione culturale, alla quale peraltro Xi da giovane partecipò con entusiasmo. Ha un ottimo curriculum di studi; come tutti i leader è ingegnere, ma si è poi specializzato in filosofia, per giungere alle massime responsabilità ideologiche e di propaganda del Partito. Nell’organizzazione ha svolto numerosi ruoli, sia amministrativi che prettamente politici. Gli si riconoscono doti di onestà, competenza, dedizione, acume, rigore. Queste qualità sono valutate con il prisma cinese; cambiando il punto di vista assumerebbero ovviamente altri nomi. È comunque considerato una persona incline al dialogo, sensibile alla trasformazione, interessato all’evoluzione. Appare dunque lontano dal grigio apparato emerso dall’esperienza sovietica e ripreso con tratti specifici anche dalla Cina.

La sua nomina ha suscitato speranze riformiste e i suoi primi due anni hanno confermato la sua determinazione. Sarebbe tuttavia fuorviante collegare il suo retroterra con le aspettative. La volontà di rinnovamento non si conferma nella ricerca di sue posizioni nel passato e in qualche dichiarazione ripresa dalla stampa. Xi è sufficientemente scaltro da potere utilizzare la sua carriera per ogni evenienza. Sono due le principali cause del suo possibile eclettismo: le necessità oggettive della Cina e le modalità della sua nomina. Il paese – in questo caso l’organizzazione politica che lo dirige – sceglie la persona più adatta a perseguire i suoi interessi. Quelli strategici sono immutati e viaggiano in coppia: il mantenimento del potere e la prosperità del paese, il consenso e il nazionalismo, la crescita e la stabilità. Xi deve declinare le tattiche per questi obiettivi di fondo. Sembra un percorso meno gravoso rispetto ai drammi di scelte epocali della RPC; in realtà, gli ostacoli sono numerosi e insidiosi. Il fatto che non esistano al momento scorciatoie basate sulla forza non significa che la gestione politica sia meno impegnativa o efficace. Il leader deve muoversi dunque lungo un percorso vasto ma stabilito. Non sembrano esserci all’orizzonte rotture storiche maoiste come il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale o le virate di 180° di Deng Xiaoping per ribaltarne gli effetti. L’ascesa di Xi è derivata da una scelta collegiale. Il suo partito ha deciso che era il dirigente più adatto a proseguire una via già tracciata. Dietro l’unanimità della facciata, della liturgia celebrativa, hanno trovato una sintesi i differenti punti di vista, gli interessi personali e politici che i componenti dell’Ufficio politico incarnano. Sono consegnati alla storia i contrasti tra le “due linee”, quando quella prevalente trionfava e condannava l’altra. La Cina ha bisogno di unità, concordia, regolarità, come se il suo sviluppo appartenesse all’ordine naturale delle cose e la sua emersione nell’arena internazionale fosse un fatidico ritorno al passato.

Il segretario generale si trova così in posizione di oggettiva debolezza, perché ha bisogno di tempo per liberarsi dei retaggi e dei personaggi ai quali deve la sua elezione. Gli è necessaria autorevolezza per progredire nella sua visione e nel suo compito. Hu – il suo predecessore – gli aveva infatti consegnato un paese forte ma dall’avvenire incerto, temuto ma non ammirato, abile nel produrre ricchezza ma non nel superare le contraddizioni. Soprattutto non aveva risolto i problemi strutturali del modello cinese. Li aveva semplicemente rinviati con successo, confidando nelle virtù taumaturgiche del PIL, la cui crescita inarrestabile sembrava potere lenire ogni ferita. In effetti, l’uscita di Pechino dalla crisi è stata veloce e relativamente indolore. L’andamento del PIL è sempre sostenuto, la disoccupazione rientrata, le proteste sociali confinate agli episodi di cronaca. Sono emersi tuttavia con vigore i limiti del modello cinese, basato sul ciclo incessante di accumulazione, investimenti, export. La Cina dei record ha mostrato la sua dipendenza dall’estero: non ha alcun senso economico essere la “fabbrica del mondo” se la domanda globale flette sotto il peso della crisi. L’interminabile compressione dei salari e dei consumi ha rinforzato la Cina, rendendola al contempo dipendente dal ciclo internazionale. Si dovrebbe sostituire la domanda internazionale con quella interna, passare da una investment-led growth a una domesticled growth. Il compito non era e non è facile, perché è stato troppo volte rimandato. Il sodalizio di Pechino con le multinazionali imponeva risparmi e disciplina ai cittadini.

Il governo, nel 2009, ha deciso un massiccio investimento pubblico di stampo keynesiano per rinforzare la domanda interna. I risultati sono stati soddisfacenti, anche se con forti zone grigie. Le risorse sono state canalizzate verso i settori maturi, ad alta intensità di manodopera, con profitti facili e assicurati perché esposti a scarsa concorrenza. Ne hanno tratto vantaggio i costruttori, le lobby territoriali, le aziende di Stato, le imprese manifatturiere. Si è affermato un gruppo sociopolitico che ha capitalizzato sulla crescita quantitativa, sull’attrazione delle multinazionali, sulla Cina “fabbrica del mondo”. Sono ancora aumentate le infrastrutture, le costruzioni di immobili, mentre le aziende protette potevano non distribuire i dividendi, accedendo invece ai trasferimenti statali in virtù dell’opacità dei canali finanziari. La ripresa ha dunque avuto luogo, ma i nodi strutturali non sono stati sciolti. Uno dei primi interventi di Xi ha colpito “l’ossessione della crescita”. Non ha nominato – né avrebbe potuto farlo – il suo predecessore, ma ha dimostrato di conoscere bene i limiti del suo paese. A quale prezzo, e per quanto tempo, si può ancora mirare a un incremento del PIL a due cifre? Qual è il senso di infrangere nuovi record nella produzione di acciaio, cemento, calzature, abbigliamento? È più opportuno aumentare i salari, scoraggiando gli investimenti in settori labour intensives e promuovendo i consumi. Si tenta anche di ridurre le disparità sociali perché la Cina è uno degli Stati con più sperequazioni, dove la distribuzione del reddito, secondo l’indice di Gini, è più disuguale che negli Stati Uniti.

Infatti, nonostante la precedente dirigenza avesse diffuso la parola d’ordine della “società armoniosa”, il paese mostra crepe preoccupanti per la stabilità e l’ordine pubblico. La situazione interna è ancora sotto controllo, ma aumentano le proteste contro le requisizioni e l’arroganza dei funzionari, i trattamenti privilegiati della nomenklatura, gli stili di vita dei ricchi e potenti, la difficoltà di soddisfare i bisogni. Certamente la Cina è oggi un paese statisticamente più ricco, ma contemporaneamente non riesce a contenere le sacche di povertà, come se i sogni che proietta non fossero raggiungibili. La bolla immobiliare proibisce gli acquisti di case a prezzi ragionevoli, vanificando anni di risparmi. Le banche concedono poco credito alle aziende, dando vita all’illegalità dello shadow banking e negligendo la repressione dei percorsi privilegiati per chi vanta connessioni intoccabili. Il dissenso è tollerato nelle forme iniziali. La sua organizzazione è ancora proibita e repressa, mentre le restrizioni sull’informazione sono divenute più crude e diffuse. L’internazionalizzazione del renminbi, pietra angolare dell’apertura dei mercati finanziari, procede con vischiosità. La valuta viene accettata sempre di più, in un contesto che subisce la forza della Cina più che darle fiducia. Il dominio del dollaro e delle altre monete sui mercati internazionali è però rimasto sostanzialmente incontrastato. Per incutere fiducia, il renminbi dovrebbe essere inserito nella liberalizzazione del mercato dei capitali, un passo che Pechino non vuole e non può fare. Da una parte non intende perdere il controllo della sua moneta, con un’ennesima dimostrazione del nazionalismo economico che guida il paese. Dall’altra teme con realismo un’esposizione incontrollata ai mercati internazionali, un rischio che la fragilità della sua moneta non suggerisce di correre. Le tensioni nel Sud-Ovest del paese – Tibet e soprattutto Xinjiang – non sono composte e hanno preso un crinale difficilmente assorbibile. La popolazione turcofona e musulmana – ormai numericamente una minoranza – ha trovato forme di lotta con azioni terroriste alle quali Pechino risponde senza esitazioni. Il territorio è troppo importante – per vastità e risorse – per consentire mediazioni. Lungi dall’essere pacificato, rappresenta il focolaio più destabilizzante per la politica interna.

Sul versante internazionale, l’eredità di Hu consegna una Cina sicuramente più forte e inattaccabile ma paradossalmente più fragile e ancora poco inserita nei circuiti multilaterali. È stata acclarata la sua dipendenza dal ciclo economico internazionale; inoltre, la sua emersione sembra provocare più timori che alleanze. Obama ha imperniato sul Pacifico la sua politica estera e militare, perché tra le due sponde dell’oceano si giocheranno i futuri assetti. L’espansione della Cina ha innescato una serie di reazioni, tutte intrise di pericoli. Le dispute territoriali per un pugno di isole sono il simbolo di tensioni ormai scoperte, di rancori mai sopiti. Anche su questo versante il paese sembra inattaccabile, ma l’inimicizia con il Giappone, le Filippine, il Vietnam è ai livelli di guardia, mentre la preoccupazione del Sud-Est asiatico è palpabile; richiedere protezione agli Stati Uniti è per loro l’unica alternativa. I successi più forti si registrano con due vecchi nemici: la Corea del Sud e Taiwan, con le quali le relazioni negli ultimi sessanta anni non sono mai state così strette. Su di esse permangono tuttavia la spada di Damocle della protezione al regime di Pyongyang e quella del rispetto della diversità democratica, come gli ultimi episodi repressivi di Hong Kong dimostrano. La Cina che Xi si trova dunque a gestire presenta dei limiti oggettivi: è forte ma non è ancora una potenza globale; se ne riconoscono i risultati ma è inimitabile; stimola il rispetto ma non viene presa a modello. Il tempo l’ha irrobustita, ma il paese ha soltanto rinviato la soluzione dei suoi problemi. Xi e i suoi grandi elettori sanno che riformare il sistema è vitale. Non rappresenta un afflato verso la democrazia – come spesso ingenuamente viene ritenuto – ma una necessità di sopravvivenza. Pechino si trova infatti nella situazione più scomoda per gli insegnamenti della scuola confuciana e del partito leninista: avere messo in moto un meccanismo che non riesce a controllare. Tuttavia, anche percorrere una strada di riforme può produrre gli stessi effetti. Le contraddizioni potrebbero rivelarsi irrisolvibili, il paese precipiterebbe nell’instabilità e il PCC sarebbe costretto a cedere il timone con esiti imprevedibili. È lo “scenario Gorbaciov”, il più temuto dalla dirigenza cinese. Essa deve calibrare un intervento complesso, pericoloso, dove le aperture si alternano alle rigidità. Sembra prevalere una politica dei due tempi: prima rafforzare la leadership, poi procedere al cambiamento. L’uomo forte al comando ha in Cina una connotazione più positiva che in Occidente. Se a lui si affidano i destini del paese, deve apparire risoluto e capace di unire. Si spiegano così le prove di forza in politica estera, il ripudio ufficiale dei valori occidentali, l’intransigenza sulle principali questioni, il ruolo ancora marginale nella dimensione internazionale. Il messaggio è chiaro nella sua semplicità, deriva dalla potenza del nazionalismo. Sul versante interno il consolidamento rileva una durezza inconsueta, fino al ricordo delle purghe contro le fazioni avverse. Dopo la sconfitta di Bo Xilai e Zhou Yongkang – dagli anni Settanta le vittime più alte in grado nella gerarchia del PCC – è stata approfondita la lotta alla corruzione che sta falcidiando i quadri dell’organizzazione, tra arresti, denunce, rimozioni e suicidi dei sospettati. Contemporaneamente subiscono la censura e la scure informatica i siti stranieri o quelli pur timidamente critici. La riforma del sistema politico non è ovviamente in agenda, permangono le posizioni ufficiali che ritengono il parlamentarismo e il costituzionalismo occidentale incompatibili con la Cina.

Dopo il consolidamento si procederà forse con l’innovazione. Soltanto un partito coeso sarà in grado di imporre le riforme che inevitabilmente intaccheranno interessi consolidati. Sicuramente non saranno indolori la lotta alla corruzione e, in generale, l’affermazione del rule of law. Troverà resistenze “il ruolo decisivo del mercato” promosso da Pechino. Paradossalmente le regole di mercato si affermeranno con imposizioni statali, per via amministrativa. Il paese sta lentamente uscendo dalla sua eccezionalità, che se prima lo proteggeva, ora viene subita come una zavorra. Xi ha un compito difficile, perché non è difeso dalla sacralità della linea ideologica che deve tutelare, ma è invece chiamato a scelte pragmatiche, ineludibili e confliggenti. Il tempo non è più inesauribile ma una risorsa preziosa da gestire. I nodi sono complessi e il miglior leader possibile è stato chiamato a scioglierli, prima che diventi drammaticamente necessario tagliarli.

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