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Critica a un Parlamento di “nominati”

Written by Vannino Chiti Tuesday, 17 March 2015 11:41 Print

Per capire le ragioni che hanno spinto ventiquattro senatori del PD a non partecipare alla votazione finale a favore della legge elettorale occorre tenere presente un quadro più ampio, che include anche la riforma costituzionale e l’esperienza delle Province. Il principale motivo didissenso nei confronti della legge uscita dal Senato riguarda il modello di elezione dei deputati, i quali risulterebbero in gran parte nominati anziché eletti. Si tratta di un grave deficit democratico che lacera ulteriormente il rapporto tra cittadini ed eletti, accrescendo l’autoreferenzialità della politica. Piuttosto che perseguire l’innovazione a tutti i costi bisognerebbe rafforzare la coerenza con i principi fondativi della Costituzione.

Per dare una giusta valutazione della legge elettorale occorre tenere presente anche la riforma costituzionale che supera il bicameralismo paritario. Il nuovo Senato non sarà eletto dai cittadini, in concomitanza con le elezioni per i Consigli regionali, né, come in Francia, da una platea più ristretta di consiglieri comunali, provinciali, regionali, deputati, né sarà formato da rappresentanti dei governi regionali, come in Germania. I senatori saranno designati – tra consiglieri regionali e un sindaco per ogni Regione – sulla base di una norma transitoria sbagliata: si dovrà tenere conto, nella ripartizione dei seggi del Senato, dei voti alle elezioni regionali e al tempo stesso della composizione dei Consigli. Nessuna automaticità: il voto dei cittadini da un lato, il premio di maggioranza dall’altro rendono inevitabile una trattativa tra e all’interno di maggioranze e opposizioni. In altre parole, se il PD conquistasse il 40% dei consensi in più Regioni, ottenendo per il premio di maggioranza il 60% dei seggi, non è certo che si avrebbe lo stesso risultato nella composizione del Senato.

Il Senato si articolerà in gruppi politici, pur senza legittimazione popolare; non si esprimerà attraverso un voto unitario per delegazioni regionali, come è invece nel Bundesrat; i futuri consiglieri e sindaci/senatori svolgeranno il loro impegno in modo residuale, tanto che si fa vanto dell’abolizione di ogni indennità; infine, l’assurdità della presenza degli eletti nel collegio estero nella Camera che dà la fiducia ai governi, anziché nel Senato.

Altro scenario, poco considerato: l’esperienza delle Province, commissariate con un decreto del governo Monti e private dell’elezione a suffragio universale, poi superate con la legge Delrio ma ancora in attesa di esserlo con un atto costituzionale. Elette in secondo grado dai consiglieri comunali, con contemporanea elezione diretta da parte di questi ultimi dei presidenti, stanno vivendo una fase disastrosa. In tante realtà del paese si sono avuti listoni indifferenziati sinistra-destra: così nessuno è in grado di sapere chi e su quale base rappresenti la maggioranza o l’opposizione. Al tempo stesso rimane indefinito il carattere delle nuove Province: non precisate le loro funzioni, in particolare da parte delle Regioni; in via di sgretolamento quelle faticose unità dei Comuni, che hanno bisogno di un ente intermedio per il loro consolidamento.

Sono colpito dal silenzio delle Regioni, già protagoniste di una spinta per la riforma dello Stato: il nuovo Titolo V è una poderosa ricentralizzazione. Non il ritorno alla competenza esclusiva dello Stato centrale sulle grandi reti di comunicazione, di trasporto e di energia, come veniva richiesto in modo condiviso: lo Stato centrale avoca nuovamente a sé la tutela alimentare, la sicurezza sui luoghi di lavoro, la salvaguardia del territorio, le politiche attive per l’occupazione, addirittura quelle sociali. Le Regioni appaiono svuotate, in una sorta di pendolo tra federalismo promesso ma non attuato e centralismo robustamente praticato. Il futuro dell’Italia sarà dunque nel ritorno al passato di uno Stato centralistico? La costruzione dell’Unione europea prescinde, solo da noi, da un governo dei territori? I referendum in Scozia o quello, anche se non riconosciuto, in Catalogna non ci dicono niente?

La mia convinzione è che si stia procedendo, negli ultimi quattro-cinque anni, con un dilettantismo costituzionale che non rende la nostra democrazia più moderna, ma ne complica le funzioni, attraverso un nuovismo confuso, contraddittorio nei contenuti. Bisogna avere presente questo quadro per comprendere le motivazioni dei ventiquattro senatori PD che hanno deciso di non partecipare al voto finale. La legge elettorale che serve alla nostra democrazia deve garantire equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Negli ultimi anni si è insistito sulla governabilità, tanto da far diventare un dogma ampiamente riconosciuto quello che esige, la sera delle elezioni, di sapere chi ha vinto. Non è così nelle democrazie parlamentari, ma tant’è: il dado da tempo è tratto!

La legge uscita dal Senato migliora il testo della Camera: è una verità sbandierata anche da quanti non hanno mosso un dito né detto una parola per cambiarla. Evidentemente quanti criticano alcuni aspetti delle riforme non sono sempre “frenatori”. Si propongono piuttosto di migliorarne la coerenza, tutelando ciò che fonda la qualità della democrazia: la sovranità dei cittadini. Un’unica soglia di sbarramento al 3% per l’attribuzione dei seggi è senza dubbio preferibile a tre – 4,5% se si è in coalizione, 8% se si va da soli, 12% come coalizione – che erano state approvate alla Camera. Lasciare fuori dal Parlamento forze politiche che hanno milioni di voti farebbe divenire anti-istituzionale ogni forma di opposizione. Le forze progressiste, dall’Unità d’Italia in poi, hanno lottato per ampliare le basi della democrazia. A sinistra come a destra, coalizioni fatte per convenienza elettorale si sciolgono come neve al sole di fronte alla prova del governo. Appaiono migliorate anche le garanzie per una più equilibrata presenza di genere. L’aver posto al 40% l’asticella del consenso a una lista per ottenere al primo turno il premio di maggioranza è un passo avanti: la governabilità è garantita e anche un eventuale secondo turno di ballottaggio rientra in qualche modo nelle impostazioni del PD. In qualche modo, perché l’obiettivo più coerente, mai sostenuto con la determinazione necessaria, avrebbe dovuto essere il maggioritario a doppio turno di collegio. Oggi mancano però le condizioni e non sarebbe responsabile conservare il Porcellum, con le modifiche decise dalla Corte Costituzionale: per la Camera una preferenza all’interno di listoni regionali e l’abolizione del premio di maggioranza; per il Senato sbarramento abnorme, all’8% su base regionale.

Nella nuova legge c’è un deficit democratico: il modello di elezione dei deputati. La maggioranza di essi sarà di fatto nominata attraverso i capilista bloccati. E la Camera sarà l’unica Assemblea parlamentare eletta direttamente dai cittadini. Questa è la principale ragione del dissenso. Se si fa riferimento alle elezioni europee, applicandovi il modello dell’Italicum, questo sarebbe il risultato: il 60% dei deputati nominato; solo il partito che vince avrebbe un numero significativo di parlamentari scelti dai cittadini con le preferenze. Il secondo partito, se superasse il 20% dei consensi, avrebbe soltanto due deputati non nominati. Alcuni sollevano anche dubbi di costituzionalità: diverso status dei candidati e domani degli eletti; soprattutto limitazione dei diritti dei cittadini.

Le risposte alle obiezioni appaiono prive di fondamento: i capilista bloccati configurerebbero una sorta di collegio uninominale, a cui si aggiungerebbe la possibilità di due preferenze, la seconda di genere. Non è così, e la propaganda non cambia la realtà: nei cosiddetti “collegi plurinominali” non risulterà eletto uno soltanto dei capilista ma, essendo la ripartizione dei seggi su base nazionale, potrà verificarsi addirittura il caso di capilista di partiti meno votati che siederanno in Parlamento, a differenza di altri che abbiano ottenuto in quel territorio più consensi.

Anche i difensori della legge elettorale non possono nascondere l’impossibilità di stabilire prima delle elezioni la percentuale di deputati non nominati: comunque non saranno la maggioranza. Il loro numero è collegato all’esistenza delle pluricandidature: un capolista si può candidare in dieci collegi. Il rimedio è peggiore del male: anche per questa via si spezza il rapporto tra cittadini ed eletti.

In Italia c’è una caduta di fiducia nella politica e nelle istituzioni: le indagini più recenti fissano al 3% quella nei confronti dei partiti. La partecipazione al voto tocca percentuali inusitate e preoccupanti per la democrazia: il 37% in Emilia Romagna o il 43% in Calabria non sono fenomeni locali. Senza un sistema dei partiti credibile e senza partecipazione dei cittadini una democrazia parlamentare non ha grande futuro.

Il Porcellum ha lacerato il legame tra eletti ed elettori, accentuando l’autoreferenzialità della politica. Ai parlamentari è apparso più importante compiacere le segreterie dei partiti e le presidenze dei gruppi che rappresentare i cittadini, affrontando i problemi concreti delle comunità e sollecitando anche criticamente l’azione dei governi. Né le cosiddette “parlamentarie” del PD sono in grado di modificare realmente i processi di selezione di deputati e senatori. La risposta indispensabile non si trova nelle invenzioni di un partito, pur mosse da buone intenzioni, ma nelle regole legislative, nel senso civico dei cittadini, nelle Costituzioni.

Bisogna cambiare il meccanismo di elezione dei deputati: la nostra democrazia non sopporterebbe un Parlamento per lo più formato da nominati. La resistenza a cambiare è stata imputata a Forza Italia: Berlusconi più che a vincere appare interessato ad avere un pacchetto di deputati sotto il suo diretto controllo. È giusto coinvolgere l’insieme delle forze politiche nei percorsi delle riforme costituzionali e delle leggi elettorali. La rottura dello scorso febbraio alla Camera con le opposizioni di destra e di sinistra, il loro abbandono dell’Aula, sono errori frutto di sottovalutazioni che una maggioranza non si può permettere. Non si può passare dal patto del Nazareno all’incomunicabilità. Con Forza Italia un rapporto sulle riforme resta essenziale anche se non deve essere esclusivo né fondato su un diritto di veto.

La questione fondamentale resta l’ispirazione che guida le riforme: non è sufficiente porre al centro l’innovazione. Va resa stringente la coerenza con i valori che fondano la Costituzione. È condivisibile l’obiettivo della governabilità, come avviene in tutte le democrazie moderne, inaccettabile invece determinare uno spostamento a favore dei governi degli equilibri tra le istituzioni, un controllo di fatto sullo stesso ruolo del Parlamento. La democrazia italiana soffre di un eccesso di delega e di una insufficienza di strumenti di controllo. Lo spostamento degli equilibri a favore degli esecutivi avviene utilizzando in modo disinvolto il tema dell’efficacia decisionale e quello dei costi della politica. A essere colpita è la rappresentanza, dai Comuni alle Province, dalle Regioni al Parlamento.

La sobrietà e il rigore sono necessari: per dare segnali di serietà si deve cominciare però con la riduzione anche del numero dei deputati e attuando l’impegno per diminuire le indennità, equiparandole a quella del sindaco di Roma. Fare invece dei costi della politica o della cancellazione – unici in Europa – del finanziamento pubblico dei partiti la stella polare della nostra azione porterà a un impoverimento della democrazia, non a una vittoria sulle demagogie del populismo. Siamo ancora in tempo a cambiare strada, purché si faccia sentire la voce dei cittadini, delle organizzazioni sindacali, del mondo della cultura, a oggi, purtroppo, spettatori silenti o distratti.

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