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Fossili e angeli

Written by Anna Meldolesi Tuesday, 13 May 2008 19:01 Print

Il buonsenso suggerisce che il conflitto tra scienza e religione vada risolto con il dialogo e l’impegno reciproco a una rispettosa non interferenza. Ma il principio della non sovrapposizione dei magisteri appare claudicante di fronte alle sfide delle biotecnologie e delle neuroscienze.

Citare Lisa Simpson non è il modo più rituale di avviare un discorso su un tema intellettualmente impegnativo e politicamente caldo come i rapporti tra scienza e religione. Perché Lisa non è una scienziata, né una filosofa e neppure una teologa. È solo il frutto della fantasia di un disegnatore di fumetti agnostico, di origine mennonita e con simpatie democratiche: Matt Groening. In un episodio del 1997 della fortunata serie cartoon “I Simpson”, questa ragazzina di otto anni anticonformista, progressista e interessata al buddismo si trova alle prese con il conflitto tra scienza e religione. Lisa, infatti, si imbatte in una strana scoperta – un fossile di angelo – e sospetta una beffa. Porta un frammento del reperto al museo di storia naturale, affidandolo al celebre paleontologo Stephen Jay Gould in versione fumetto. Quando Gould annuncia che i risultati dei test «non sono conclusivi», il reverendo LoveJoy esulta esclamando: «Bene, a quanto pare la scienza ha fallito ancora di fronte all’imponente evidenza religiosa». Le parole che Marge, la madre casalinga, rivolge a Lisa sono consolatorie: «Nella vita deve esserci più di quanto vediamo. Tutti hanno bisogno di qualcosa in cui credere». Ma alla scettica Lisa non possono bastare: «Non è che io non abbia un lato spirituale. Il fatto è che trovo difficile credere che ci sia un angelo morto appeso in garage». La faccenda, poi, finisce in tribunale e la magistratura di cartoonia appare in sintonia con John E. Jones III, il giudice in carne e ossa che nel 2005 ha bocciato l’insegnamento della teoria dell’intelligent design in una scuola della Pennsylvania. Il caso è chiuso da un ordine restrittivo che intima: «La religione non deve mai avvicinarsi a meno di 500 iarde dalla scienza». Insomma, meglio non confondere fossili e angeli.

Il principio di non sovrapposizione

La scelta di attribuire allo scienziato de “I Simpson” le sembianze di Gould è tutt’altro che casuale. Gould, che è scomparso nel 2002, è stato uno degli studiosi dell’evoluzione più affascinanti degli ultimi decenni, amatissimo a sinistra: un darwinista convinto ma antidogmatico, assai distante dai cosiddetti ultradarwinisti come Richard Dawkins. In genere viene ricordato soprattutto come autore, insieme a Niles Eldredge, della teoria degli equilibri punteggiati, che ipotizza fasi di rapidi cambiamenti intervallate da lunghi periodi di stabilità evolutiva. Ma in questa sede è un altro dei suoi contributi che ci interessa in modo particolare: il principio dei magisteri non sovrapponibili, indicato con l’acronimo NOMA, dalle iniziali dell’espressione inglese non-overlapping magisteria.1 Pur essendo dotato di una verve polemica non comune, per quanto riguarda i rapporti tra scienza e religione Gould è sorprendentemente irenico. Forse anche perché la religiosità lo ha sempre affascinato, più di qualsiasi altra cosa «ad eccezione dell’evoluzione, della paleontologia e del baseball». Secondo Gould, che si definiva agnostico ed è cresciuto in una famiglia di origine ebraica, esiste «una soluzione meravigliosamente semplice e del tutto convenzionale al supposto conflitto tra scienza e religione ». Il principio della non sovrapposizione, appunto. «Il magistero della scienza riguarda il mondo empirico: si occupa di cosa è costituito l’universo (fatti) e del perché funziona in questo modo (teorie). Il magistero della religione si estende su questioni che toccano il fine ultimo e il valore morale. Questi due magisteri non si sovrappongono e non esauriscono l’intero campo di indagine (si pensi ad esempio al magistero dell’arte e al significato della bellezza)». La parola magistero va intesa nel senso di «dominio in cui una forma di insegnamento possiede strumenti appropriati per discutere e affrontare i problemi in modo sensato». Scienza e religione, comunque, «non si guardano in cagnesco da cornici appese su pareti opposte del Museo delle Arti Mentali», ma si «intrecciano in trame complesse ad ogni scala frattale di autosimilarità». Il riferimento alla geometria dei frattali può apparire ostico a chi non ha una formazione scientifica, ma il concetto non è poi così difficile: il paleontologo di Harvard allude al fatto che i rapporti tra scienza e religione appaiono strutturati nello stesso modo, qualunque sia il nostro livello di osservazione. Gould usa un linguaggio e delle argomentazioni originali, ma non si attribuisce certo la paternità dell’idea dei due magisteri, che è vecchia quanto la scienza. Lui stesso dice di averla ritrovata negli scritti di giganti del pensiero scientifico come Charles Darwin e Thomas Henry Huxley, ma anche in quelli di teologi e leader religiosi, dall’apostolo Tommaso a Giovanni Paolo II. Se la ripropone e la rielabora è perché crede che sia necessario fare chiarezza in un momento di grande confusione. «È una posizione sensata di consenso generale, raggiunta con grande sforzo da persone di buona volontà in entrambi i magisteri».

L’incidente della Sapienza

Quando Gould ha messo per iscritto il suo pensiero era il 1999. Si tratta di un quadro concettuale che resiste ancora oggi, in questi tempi di severe encicliche e scandalose contestazioni? In quale misura può aiutarci a uscire dagli schematismi dello scontro tra guelfi e ghibellini?

Attribuire il magistero dei valori alla religione, ovviamente, non è un atto neutrale e gli equivoci sono dietro l’angolo. Si rischia di avallare un’immagine distorta della scienza, priva di bussola morale e bisognosa di gendarmi bioetici, mentre la ricerca scientifica si regge sulla trasparenza e sul rispetto di regole condivise assai più di quanto non accada in molti altri campi dell’agire umano. Attribuendo un primato all’etica religiosa, inoltre, si rischia di sminuire il valore dell’etica laica, che all’affermazione dei principi astratti preferisce la soluzione dei problemi concreti. Il principio gouldiano, in questa prospettiva, appare subito un po’ claudicante, ma questo non significa che non possa restare uno strumento utile. Anche perché la non sovrapposizione richiede una netta separazione delle sfere di competenza e deve tradursi in una «rispettosa non interferenza », ma non implica assolutamente l’assenza di dialogo. Prediamo gli episodi che sono avvenuti recentemente all’Università di Roma “La Sapienza”.

L’invito a Benedetto XVI poteva essere considerato un’occasione di dialogo, anzi di rispettoso dialogo, almeno a giudicare dal testo del discorso che avrebbe pronunciato il pontefice se non avesse rinuncia- to a partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico.

Ma per ricostruire obiettivamente l’accaduto, senza farsi trarre in inganno dalle deformazioni mediatiche, bisogna riconoscere anche che non vi è stata alcuna censura: non solo Benedetto XVI detiene il record delle apparizioni nelle aperture dei telegiornali, ma la pattuglia di fisici che aveva espresso dubbi sull’opportunità di affidare al Papa il discorso di apertura non aveva intenzioni censorie. Probabilmente la loro lettera, diffusa non si sa bene da chi e con quali scopi oltre un mese dopo essere arrivata nelle mani del rettore, va interpretata come un’invocazione del principio di non interferenza in un momento storico in cui Vaticano e mondo scientifico si trovano sempre più spesso a convivere a distanze inferiori a quella di sicurezza.

Se il Vaticano non fosse anche un centro di potere politico, oltre ad essere la culla della cristianità, e se Benedetto XVI fosse stato percepito nei laboratori come un Papa amico al pari di Giovanni Paolo II, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Forse sarebbe accaduto qualcosa di simile alle contestazioni subite nel 2005 dal Dalai Lama, un leader religioso a cui la politica ha chiuso le porte del dialogo più spesso della scienza. La massima autorità tibetana tre anni fa era stata invitata a intervenire al meeting annuale della Società americana di neuroscienze, in seguito a una serie di studi sugli effetti biologici della meditazione. In quell’occasione un neuroscienziato dell’Università della Florida, Jianguo Gu, ha lanciato una petizione contro la sua partecipazione. Tra le cinquecento firme raccolte spiccavano quelle dei ricercatori di origine cinese, ma ufficialmente le ragioni della protesta sono rimaste lontane dalla politica. «Il Dalai Lama in sostanza dice che corpo e mente possono essere separati e passati ad altre persone, e questo non ha basi scientifiche. Noi parleremo di cellule e molecole, lui di qualcosa che non esiste. Meglio non confondere le cose», ha spiegato il promotore.2 Il caso ha solleticato la curiosità dei media, soprattutto nel mondo anglosassone, ma si è sgonfiato rapidamente. Sei domande di presentazione (poster) su un migliaio sono state ritirate per protesta e alla fine il leader buddista ha tenuto la sua lezione di fronte a un pubblico di 14.000 persone, mentre un unico manifestante mostrava un cartello di dissenso. “Il Dalai Lama – si leggeva – non è qualificato per parlare qui”. Da noi, invece, la scossa è stata così violenta da far tremare il governo.

Ma probabilmente questo la dice più lunga sui rapporti tra politica e religione nel nostro paese, che sul tema che siamo stati chiamati a trattare.

Il secolo della biomedicina

Cancellare il terzo attore dalla scena, la politica, è un’operazione piuttosto difficile, visto che ci troviamo a osservare i rapporti tra scienza e religione in Italia, ma cercheremo di farlo comunque. Probabilmente era fatale che nel Ventunesimo secolo, il secolo delle scienze della vita, l’ingiunzione delle 500 iarde venisse sistematicamente violata. Lo spartiacque simbolico possiamo fissarlo al 1997, anno in cui Ian Wilmut e Keith Campbell annunciano la nascita di Dolly.3 L’anno dopo, James Thomson produce la prima linea di cellule staminali embrionali.4 Nei laboratori si coltivano speranze e si lavora contro il tempo, con la sensazione che la ricerca proceda troppo lentamente: gli ostacoli scientifici verso il traguardo della medicina rigenerativa sono innumerevoli, le limitazioni normative pesanti, i fondi scarsi. Ma fuori dagli istituti di ricerca la sensazione è esattamente opposta: i media raccontano la biomedicina come se fosse un fiume in piena pronto a rompere gli argini. Ci sono le sparate di Severino Antinori, i deliri dei Raeliani, la frode di Hwang Woo-Suk, la suspense per la vita sintetica del geniale Craig Venter. La culla delle policies, la Gran Bretagna, viene raccontata come se fosse il Far West. Si discute senza ben capire di embrioni chimera, sperma artificiale, designer babies, bambini con tre genitori. Nella maggior parte dei casi si tratta di fraintendimenti oppure di argomenti di cui si potrebbe parlare in modo meno emotivo. Ma la Chiesa cattolica, inevitabilmente, soffre l’invasione di campo su temi che considera identitari, dall’origine della vita alla ricerca di immortalità. Il papato di Joseph Ratzinger, oltretutto, comincia in un momento drammatico per i rapporti tra scienza e religione in Italia: la fumata bianca in Piazza San Pietro risale al 19 aprile del 2005; meno di due mesi dopo la strategia astensionista della Conferenza episcopale avrebbe impedito il raggiungimento del quorum nel referendum sulla fecondazione assistita. Nei mesi successivi arrivano altri segnali preoccupanti. Il 7 luglio l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn firma un intervento sulla stampa americana, tendendo la mano ai sostenitori dell’intelligent design, la teoria pseudoscientifica con cui il vecchio creazionismo cerca di aprirsi nuovi varchi nel sistema educativo d’oltreoceano.5 Il cardinale liquida come «vaga e non rilevante» la dichiarazione fatta nel 1996 da Giovanni Paolo II sulla compatibilità tra teoria evoluzionista e dottrina cattolica e scrive: «L’evoluzione nel senso di comune discendenza può essere vera, ma non lo è l’evoluzione nel senso neodarwinista di processo non pianificato e senza guida, determinato da variazioni causali e selezione naturale». Pochi giorni dopo, tre scienziati di spicco – il fisico Lawrence Krauss e i biologi Francisco Ayala e Kenneth Miller – inviano una lettera a Benedetto XVI, auspicando che la Chiesa cattolica non innalzi un nuovo muro tra scienza e religione. Ma è padre George Coyne, direttore della Specola Vaticana e astronomo di livello internazionale, che affronta Schönborn di petto accusandolo di voler «intorbidire le acque già poco trasparenti del dibattito sull’evoluzione».6 Al cardinale austriaco nel frattempo non è arrivato alcun pubblico sostegno da parte del Vaticano e la posizione ufficiale della Chiesa, almeno per ora, resta quella del darwinismo di tipo teista, che ritiene compatibili evoluzione e creazione, identificando un salto ontologico in corrispondenza della comparsa della specie umana. Le preoccupazioni del mondo scientifico però non sono scomparse: nell’agosto del 2006 George Coyne ha lasciato il posto che occupava dal 1978, volontariamente a quanto pare, e il Vaticano ha perso una voce autorevole e coraggiosa, preziosa per tessere la trama del dialogo e della rispettosa non interferenza tra scienza e religione.

Le prossime sfide

A gettare benzina sul fuoco dei rapporti tra questi due mondi sempre più interconnessi è anche lo scarso rigore con cui, talvolta, gli organi di informazione cattolici e alcuni alti esponenti delle gerarchie ecclesiastiche utilizzano i dati scientifici per rafforzare il proprio punto di vista sui temi più controversi. Ad esempio, quando l’uso del preservativo viene contrastato sostenendo che non serve a fermare il virus HIV, invece che sulla base di argo- mentazioni morali. O quando la ricerca con le cellule staminali embrionali viene combattuta affermando che sono inutili e scientificamente meno promettenti delle staminali adulte, anziché sulla base di obiezioni di ordine etico. E ancora quando la pillola RU-486 viene criticata travisando il rapporto rischi-benefici dell’aborto farmacologico in confronto a quello chirurgico, invece che per considerazioni attinenti alla dottrina cattolica. In questo senso il principio delle diverse sfere di competenza di scienza e religione dovrebbe restare fondamentale: un dialogo proficuo non può fare a meno dell’onestà intellettuale e quest’ultima richiede il rispetto dei dati empirici.

Da un altro punto di vista, però, l’approccio gouldiano appare meno convincente rispetto al passato: quanto è praticabile la regola della non interferenza ora che tra gli obiettivi della ricerca scientifica rientrano a pieno titolo sia la religione che la morale? I risultati degli studi antropologici, psicologici e neurosperimentali stanno convergendo verso una conclusione di enorme portata sul piano filosofico: la moralità umana è anch’essa frutto dell’evoluzione e sarebbe stata cablata nell’architettura del nostro cervello dalla selezione naturale. Un passo verso questa nuova sintesi è stato compiuto l’anno scorso dallo psicologo morale Jonathan Haidt, con la pubblicazione di una teoria che sta suscitando grande interesse all’interno della comunità scientifica.7 Secondo questo studioso dell’Università della Virginia, che si dichiara ateo e liberal moderato, l’umanità dispone di cinque pilastri morali, a cui diversi gruppi di persone riconoscono un grado di rilevanza differente. Il primo consiste nel desiderio di ridurre il danno e di aiutare gli altri (harm/care); il secondo si basa su equità e reciprocità (fairness/reciprocity); poi ci sono la lealtà e il senso di appartenenza al gruppo (ingroup/loyalty); quindi il rispetto per l’autorità (authority/respect); e infine compaiono la ricerca della purezza e il senso del sacro (purity/sanctity). L’universo morale dei progressisti si reggerebbe quasi esclusivamente sui primi due pilastri, mentre quello dei conservatori poggerebbe su tutti e cinque. Sarebbe sbagliato però concludere che i conservatori abbiano una moralità superiore agli altri.

Secondo Haidt, infatti, la moralità umana si articola in due sistemi: quello più antico e ingombrante è fatto di emozioni viscerali, quello più moderno si affida al ragionamento conscio. Il rapporto tra i due sistemi non è affatto equilibrato, ma assomiglia a quello che intercorre tra un grosso elefante e l’esile guida che cerca di indirizzarlo stando seduta sul suo dorso. In poche parole, c’è una preminenza – non una dittatura – degli istinti sul ragionamento morale, che pochi riescono a controllare con destrezza. È per questo che la maggioranza delle persone può giudicare immorali anche comportamenti che non danneggiano nessuno, come le unioni omosessuali di cui tanto si discute in Italia. Haidt prova anche a spiegare in termini evoluzionistici il successo delle religioni e ipotizza che il senso del sacro sia radicato in un’emozione ancestrale, quella del disgusto nei confronti della contaminazione. Ma non è questa la sede giusta per entrare nei dettagli. Ciò che ci interessa notare è che questa teoria, come tutte quelle che indagano le basi biologiche delle credenze nel sovrannaturale, non può trovare buona accoglienza negli ambienti religiosi. Neppure se chi l’ha formulata è convinto, come Haidt, che l’esistenza di una mente religiosa sia stata, tutto sommato, un bene per l’umanità.8 Dopo le controversie sull’origine e sulla fine della vita, è proprio nel settore delle neuroscienze – e della genetica comportamentale – che covano le tensioni destinate a scoppiare nel prossimo futuro. Lo sforzo per ridefinire la natura umana in termini di molecole, cellule, impulsi nervosi non può che entrare in conflitto con il millenario concetto di anima e rimettere in discussione nozioni fondamentali come la responsabilità personale. All’orizzonte, dunque, si intravede un’altra massiccia invasione di campo della scienza nella sfera spirituale, entusiasmante dal punto di vista dell’avanzamento delle conoscenze, delicatissima per ciò che riguarda la pacifica convivenza tra scienza e religione.

 

[1] S. J. Gould, Rocks of Ages, The Ballantine Publishing Group, New York 1999.

[2] D. Adam, Plan for Dalai Lama lecture angers neuroscientists, in “The Guardian”, 27 luglio 2005.

[3] I. Wilmut e altri, Viable offspring derived from fetal and adult mammalian cells, in “Nature”, 27 febbraio 1997.

[4] J. A. Thomson e altri, Embryonic stem cell lines derived from human blastocysts, in “Science”, 6 novembre 1998.

[5] C. Schönborn, Finding design in nature, in “The New York Times”, 7 luglio 2005.

[6] C. Holden, Vatican astronomer rebuts cardinal’s attack on darwinism, in “Science”, 12 agosto 2005.

[7] J. Haidt, The new synthesis in moral psychology, in “Science”, 18 maggio 2007.

[8] Haidt, Moral psychology and the misunderstanding of religion, in “Edge”, 3 ottobre 2007, disponibile su: www.edge.org/3rd_culture/haidt07/ haidt07_index.html.

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