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Fare società al Nord. Rancore, paura e disincanto operoso

Written by Aldo Bonomi Monday, 16 March 2015 17:51 Print

Innescato dalla crisi del 2008, il declino del postfordismo italico imperniato sull’egemonia del capitalismo molecolare, cioè su quel modello di sviluppo basato sull’operosità e i saperi delle comunità locali soprattutto del Nord Italia, ha prodotto il collasso delle rappresentanze sociali di categoria e il conseguente dissolvimento della società di mezzo. Ciò non vuol dire però che sia scomparsa la dimensione del territorio come spazio di organizzazione economica. Stanno infatti emergendo diverse configurazioni territoriali, abitate da un nuovo tipo di capitalismo, il capitalismo delle reti, ancora in attesa di una adeguata e innovativa politica di accompagnamento e raccordo.

A partire dal debutto della crisi a fine 2008 si è innescato un processo di profonda trasformazione della capacità e del protagonismo dei territori quali ambiti di strutturazione di relazioni economiche, sociali e politicoistituzionali significative nell’influenzare assetti produttivi, pratiche di coesione sociale e formule di governo locale. In prima battuta verrebbe da dire che il processo di metamorfosi dei territori indotto dalla crisi ha provocato la quasi totale desertificazione del locale quale dimensione regolativa dello sviluppo. Un locale che, specie nel Nord, aveva costituito quel serbatoio del malessere sociale che informava la cosiddetta “questione settentrionale” dal quale imprenditori politici di varia natura avevano tratto linfa per affermarsi a livello nazionale. Leghismo e berlusconismo sono state le forze complementariamente egemoni in quella fase che va dal post Tangentopoli al crollo di Lehman Brothers. In questi ultimi sette anni la metamorfosi dei territori è avvenuta, e sta ancora avvenendo, in un ambiente ostile, nel quale la dialettica è tutta interna alla dimensione dei flussi, mentre i luoghi non sembrano poter far altro che resistere, fare resilienza, adattarsi o perire. Nel nostro paese è soprattutto quando la crisi da finanziaria si è fatta del debito pubblico che le cose hanno cominciato a essere più chiare e la figura dell’uomo indebitato ad assurgere a simbolo delle nostre paure. La leva del debito ha rappresentato per noi il corrispettivo della finanziarizzazione della vita quotidiana di stampo anglosassone quale dispositivo di integrazione sociale e sistemica e ha rappresentato il collante del precario postfordismo italico a trazione politica nordica o socialdemocratica che fosse.

Con una differenza evidente sul piano della capacità di rappresentazione politica. Nella fase del postfordismo il Nord dell’impresa “mediocre” che si apre alla globalizzazione si trova collocato in uno spazio di posizione che impone una modernizzazione molto accelerata dei processi di adattamento delle forme di convivenza (si pensi all’impatto dei flussi dei migranti), delle forme di competizione (niente più svalutazione competitiva, deficit di saperi formali, debolezza delle reti produttive locali ecc.), della dotazione funzionale territoriale (reti infrastrutturali, del credito, telematiche ecc.). In questo quadro berlusconismo e leghismo forniscono uno spazio di rappresentazione allo sforzo di questa composizione sociale imperniata sulla figura sociale del “capitalista molecolare” e sull’impresa diffusa quale luogo dello “sforzo comunitario operoso”. Nello stesso contesto la sinistra si dimostra invece sostanzialmente incapace di cogliere tale sforzo, rafforzando con ciò il rancore degli operosi che non vedono riconosciuto il loro tentativo di modernizzazione (e la contestuale paura di non farcela).1

Nel Nord è il trionfo del capitalismo molecolare a fare da base sociale all’affermarsi di Berlusconi e della Lega che, ancorché in modo assai discutibile, si fanno portatori di una domanda di modernizzazione senza civilizzazione che assumerà i contorni della ormai mitica “questione settentrionale”. Una questione che, nel bene e nel male, avrà un impatto sull’architettura istituzionale del paese con i vari tentativi federalistici, devolutivi, ammantati nel linguaggio virulento della secessione e del rinserramento.

Nel fine secolo, con l’esaurirsi del fragile modello fordista a trazione pubblica, la fabbrica perde progressivamente la sua capacità di essere luogo elettivo del conflitto tra capitale e lavoro. Il conflitto si trasferisce al di fuori delle mura (cosa quasi per nulla compresa dalla sinistra), diluendosi prima nei distretti produttivi e provando successivamente a ridefinirsi nelle piattaforme produttive. La fenomenologia dei distretti industriali e dei sistemi territoriali di piccola impresa è nota: capacità di coniugare crescita economica diffusa e coesione sociale in un quadro regolativo relativamente favorevole e con un sistema del credito e della rappresentanza sociale adeguato alla “mediocrità” di un capitalismo familiare, quasi popolare. In questi contesti la regolazione locale è agita da una serie di soggetti che strutturano la microfisica dei poteri locali in una società di mezzo che prova a rappresentare interessi e passioni territoriali presso le sedi istituzionali regionali e nazionali. In questo la società di mezzo nel suo complesso compie l’errore tragico di assumere pienamente la visione di un mondo in cambiamento nel quale le sorti del capitalismo molecolare, allora vincente, andranno incontro a una rapida erosione delle sue basi competitive.

In questa lunga transizione, che interessa in forme diverse tutto il paese, interrogarsi sul destino e sulla direzione che prendono i territori del Nord significa interrogarsi sulle chance di tenuta di quello che, al momento, rimane l’unico motore produttivo dal quale attendersi una spinta decisiva per risalire la china. Sempre che le politiche di austerity, pilastro di una Unione europea incapace di andare oltre il suo essere flusso tecnocratico, lo permettano. Intanto però la metamorfosi accelera un quadro nel quale convivono e si intrecciano uno scenario del “non più” e uno del “non ancora”.

 

Lo scenario del non più

In questi anni abbiamo assistito alla crisi, al declino e alla dissolvenza del postfordismo italico imperniato sull’egemonia del “capitalismo molecolare”. La crisi non è più definitivamente da intendere come momento transitorio legato a elementi congiunturali connessi al dispositivo domanda-offerta, ma va intesa come vera e propria metamorfosi sistemica che impone un radicale ripensamento del modello di sviluppo territoriale imperniato sulle tre C (casa, campanile, capannone), ovvero sul protagonismo economico, sociale e, in certa misura, anche politico del capitalismo molecolare. Il collasso del modello di sviluppo radicato nell’operosità e nei saperi delle comunità locali ha trascinato con sé quel lo delle rappresentanze sociali di categoria, sempre più schiacciate nel rappresentare una base associativa in dissolvimento e ancora poco propense, con alcune eccezioni da tenere in conto, ad aprirsi al nuovo che, pure se con difficoltà, avanza investendo su nuove reti di consolidamento imprenditoriale. Reti che non passano quasi più dalle rappresentanze. D’altro canto, questa stessa domanda di modernizzazione verrà sussunta dentro la logica del sindacalismo territoriale leghista, ben più efficace del sindacalismo istituzionale espresso dalle diverse rappresentanze, o del populismo leaderistico berlusconiano, vero cavallo di Troia di un’immobile cittadella della rappresentanza incapace di scaldare le piccole fredde passioni dell’egoismo individualista. In quel periodo si compie a mio avviso un passaggio critico nelle sorti della società di mezzo, la quale, anziché prendere atto della necessità di strutturare interessi e passioni all’interno di uno spazio intermedio territoriale nella dimensione delle piattaforme produttive (quelle guidate dalle medie imprese che reggono con l’export), rimane sospeso tra istanze localistiche e regolazione nazionale, due sfere meglio presidiate dai populismi di diversa matrice e fortemente connotate in forma difensiva. Insomma, in una fase critica di ristrutturazione del capitalismo molecolare ante crisi la società di mezzo non incoraggia il formarsi di una neoborghesia di territorio capace di coniugare flussi e luoghi in una logica “Lobal” e, contemporaneamente, fatica a produrre una dimensione della politica in grado di intercettare la nuova composizione sociale che viene avanti nei grandi centri urbani terziari e il capitalismo delle reti che impatta sul territorio.

Il processo di metamorfosi non riguarda solo la sfera dell’organizzazione produttiva in senso stretto e le relative rappresentanze, ma investe pienamente anche i diversi livelli di governo dello sviluppo economico, della coesione sociale e istituzionale. Cambia la composizione sociale e produttiva, cambiano obiettivi e forme organizzative della rappresentanza sociale, cambiano anche alcuni assetti riguardanti il radicamento territoriale bancario tradizionale con il depotenziamento delle fondazioni di origine bancaria. Dal momento in cui la crisi ha subito un ulteriore salto di grado connesso alla dimensione del debito pubblico si è aperto un percorso di “riforme” istituzionali dall’alto che sta producendo un forte depotenziamento/ridefinizione delle agenzie di governo territoriale: Province, Regioni, CCIAA, tribunali, prefetture ecc., cui si accompagnano provvedimenti che produrranno il probabile sradicamento territoriale delle banche popolari. Se a questo aggiungiamo la crisi della rappresentanza delle categorie economiche ecco completato il quadro dell’eclissi della società di mezzo.2

 

Lo scenario del non ancora

La scomparsa di un certo modo di intendere la dimensione del locale quale ambito di relazioni cruciale per la generazione di capitale sociale e la dissolvenza della società di mezzo non significano l’esaurirsi della dimensione del territorio come spazio di organizzazione economica e degli interessi. L’offensiva dei flussi verso i luoghi produce uno spazio di posizione polarizzato tra il rinserramento rancoroso dei “forconi”, che sfuma nel più ampio sommerso di sopravvivenza, e il rimbalzo di quei soggetti che hanno invece mantenuto un’elasticità tale da proiettarli oltre la cappa di una crisi che travalica ampiamente il vocabolario dell’economia (investimenti, consumi, credito, spread ecc.) dentro il quale siamo soliti costringere queste fenomenologie (al di là delle mitiche “medie imprese a reti lunghe” censite ogni anno da Mediobanca-Unioncamere). In altre parole questi soggetti del “rimbalzo operoso del disincanto” non possono essere collocati dentro uno spazio di rappresentazione circoscritto al perimetro delle politiche industriali, ma devono essere accompagnati nel loro sforzo (eccoci di nuovo!) di strutturare nuove relazioni territoriali, nel designare la società del postfordismo nella globalizzazione. Da questo punto di vista la partita è ancora aperta. Tramontato il berlusconismo e con un leghismo in transizione nazional-populista che cerca di dare voce rancorosa ai sommersi della crisi nei gorghi della paura, dei quali non bisogna dimenticarsi nel loro tentativo di porre l’urgenza del tema della povertà nell’agenda politica. Resta aperta la partita della rappresentazione dei “rimbalzisti”, di per sé affascinanti ma da valutare soprattutto per il loro potenziale di traino dei sistemi territoriali.

Da questo punto di vista segnalo alcune tendenze in via di consolidamento che occorre tenere presente. La crisi dell’impianto istituzionale di matrice napoleonica e l’erosione del locale quale forma di organizzazione dell’economia e degli interessi determina una ridefinizione degli territori è rinvenibile nella tendenza degli attori a proiettarsi all’interno di nuove configurazioni territoriali: aree vaste, macroregioni, aree metropolitane, aree transfrontaliere, piattaforme produttive ecc. Tutti tentativi di ridefinire i rapporti orizzontali: all’interno delle aree metropolitane che ci sono (ad esempio Milano e Torino) e di quelle che ancora non ci sono (ad esempio nel Nord-Est), tra queste e l’outback delle piattaforme produttive (ad esempio l’identità “medio padana” sospesa tra Milano e Bologna), tra piattaforme produttive transregionali e transnazionali ecc. In questi ambiti c’è spazio anche per il rinnovamento delle rappresentanze delle imprese e del lavoro, laddove lo si voglia veramente cogliere. In questo contesto cresce il peso strategico dei portatori di interessi afferenti alla sfera del “capitalismo delle reti”, ovvero di tutti quei soggetti che presidiano le reti di circolazione e scambio di merci, persone, informazioni, saperi, energia, credito ecc. La dotazione (quantitativa e qualitativa) di beni competitivi territoriali, ovvero di reti di commutazione tra flussi e luoghi, diventa fondamentale nel ridisegnare lo spazio di posizione dei territori. Con riferimento al mondo della micro e piccola impresa, vanno tenute in considerazione tre fenomenologie. Si fa sempre più evidente l’incorporazione nel ciclo economico dei temi della sostenibilità ambientale, della qualità della vita, della neoruralità, del borghigianesimo quali asset valorizzabili nelle produzioni agricole, agroalimentari, di servizi turistici e commerciali in connessione con il patrimonio artistico-culturale. La terziarizzazione dell’economia, particolarmente evidente nelle aree urbane, produce una nuova composizione sociale connotata sotto il profilo anagrafico (giovani), dei saperi (medio-alta qualificazione) e delle nuove pratiche di organizzazione produttiva (co-working, sharing economy, start up ecc.). In prospettiva tale composizione sociale potrebbe occupare lo spazio sociale “liberato” dal capitalismo molecolare, oltre a costituire il bacino di competenze più significativo per la riqualificazione del settore manifatturiero. Il sistema del welfare, sempre meno welfare “state”, si fa impresa, oltre la pura logica assistenziale/caritatevole e sempre più aperto a logiche di mercato (con i rischi sottesi agli eccessi del caso di cui abbiamo avuto recente evidenza). In questo quadro di fibrillazione territoriale orizzontale manca totalmente una politica di accompagnamento e di raccordo dall’alto per spazi intermedi di rappresentazione geoeconomica. La fibrillazione dei consolidare una dimensione territoriale intermedia di rapporto con i flussi. Anzi, da questo punto di vista l’alto continua nella sua opera di demolizione della microfisica dei poteri e rischia di rinnovare la tradizionale vocazione della sinistra al “riformismo dall’alto”. Credo che per fare società al Nord accompagnando i processi di resilienza dal basso della nuova composizione sociale, che va dall’uomo indebitato agli impauriti sino agli operosi disincantati, sarebbe forse il caso di guardare anche alle esperienze politiche che vengono avanti in altre parti del Sud Europa, come Podemos o Syriza, a loro modo laboratori di riformismo dal basso di cui tenere conto.

 


 

 

[1] A. Bonomi, Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, Feltrinelli, Milano 2008.

[2] G. De Rita, A. Bonomi, Dialogo sull’Italia. L’eclissi della società di mezzo, Apogeo, Milano2014.

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