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Uscire dalla crisi puntando sulla green economy

Written by Edoardo Zanchini Monday, 12 January 2015 16:35 Print

Nel dibattito pubblico italiano continua a prevalere l’idea che la green economy sia una suggestione, o una opzione secondaria, da sottoporre a discussione, piuttosto che una concreta possibilità per uscire dalla crisi. Per l’Italia potrebbe essere invece il percorso migliore da intraprendere per dare al paese una reale possibilità di collocazione nel mondo globalizzato, valorizzando le risorse, le vocazioni e i talenti che possiede e utilizzando la chiave del clima come opportunità per permettere a famiglie e imprese di ridurre consumi energetici e importazioni di fonti fossili.

Che la si guardi da lontano, nei cambiamenti dell’economia globalizzata, o da dentro i settori produttivi – e quindi nelle trasformazioni che la lunga crisi ha prodotto –, l’Italia è uno dei paesi che più avrebbe da guadagnare a intraprendere la strada della green economy. Eppure, continua a prevalere nel dibattito politico e pubblico l’idea che sia più una suggestione, un tema di cui discutere, piuttosto che una concreta possibilità che il paese ha per uscire dalla crisi. Del resto, quando si deve decidere delle scelte che potrebbero permettere all’Italia di puntare sul serio su quel mix di innovazione, sostenibilità, bellezza che può diventare la nostra visione del futuro, queste o non esistono nell’agenda delle politiche nazionali e regionali o sono una, tra le tante, opzioni in campo. Eppure, oggi siamo entrati in una seconda fase della green economy, perché in tanti campi – dall’edilizia all’energia, dai rifiuti all’agricoltura – il mercato si è già spostato e nella crisi è evidente che vi è oggi spazio solo per chi punta su innovazione e qualità ambientale. Del resto, davvero qualcuno può sostenere con una qualche credibilità che l’Italia ripartirà con nuovo cemento per costruire altre case nella crisi del mercato delle costruzioni (con 700.000 posti di lavoro scomparsi), con nuove centrali a carbone dopo che persino Enel ha abbandonato il progetto di Porto Tolle, con nuove autostrade dopo il fallimento di Brebemi, con inceneritori per risolvere il problema dei rifiuti o cercando di chiudere un occhio sull’inquinamento per risolvere i problemi della siderurgia o della chimica?

Il mondo è cambiato; si può dare la colpa all’Europa, alle banche o alla crisi, qualcuno potrà mettere in luce aspetti sociologici o generazionali, ma se l’Italia oggi ha una reale possibilità di trovare una propria bussola nella globalizzazione è proprio valorizzando quelle risorse, vocazioni e talenti che tutto il mondo ci invidia e utilizzando la chiave del clima come opportunità per permettere a famiglie e imprese di ridurre consumi energetici e importazioni di fonti fossili. Siamo però a un passaggio cruciale, perché è ora il momento di accompagnare il cambiamento già realizzato in questi anni dalle imprese nate intorno alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica, all’agricoltura di qualità e biologica, alla gestione e al recupero del ciclo dei rifiuti, con una chiara prospettiva di investimenti, regole, standard. Occorre essere consapevoli del cambiamento radicale che questa prospettiva comporta, che sta innanzitutto nel ruolo nuovo che vengono ad assumere il territorio e il lavoro. Perché serve più attenzione alle risorse locali per dare risposta ai problemi di gestione dei rifiuti, dell’acqua, dell’energia, se si vogliono chiudere i cicli dei materiali e delle risorse. E serve più lavoro – e un lavoro formato e qualificato –, più manutenzione e cura del territorio, più ricerca su prodotti e processi. È questa oggi la sfida che il nostro paese ha di fronte, offrire una prospettiva per investimenti in interventi che hanno bisogno soprattutto di certezze, di trasparenza delle procedure, di legalità.

 

Le sfide della green economy

La green economy, per vincere, ha bisogno che diventino chiari, in tutta la loro portata, i vantaggi e le opportunità che si potrebbero aprire per tutti i settori produttivi, per l’economia come per i territori.

La prima sfida riguarda l’energia e il clima. Perché di sicuro questi due temi condizioneranno l’agenda dei governi e dell’economia nei prossimi decenni, con il 2015 che sarà un anno decisivo per la COP21 a Parigi, nella quale si dovrà sancire un accordo internazionale dopo che Europa, Stati Uniti e Cina hanno già fissato dei chiari impegni per i prossimi anni. La crescita delle emissioni di CO2 su scala globale è oggi una drammatica emergenza planetaria che può essere affrontata solo attraverso radicali politiche energetiche e di investimento tecnologico e in parallelo con interventi di adattamento ai cambiamenti già in atto. Ma l’anidride carbonica è soprattutto una chiave per immaginare nuove politiche per un’industria in difficoltà nella globalizzazione e per città sempre più inquinate, per creare lavoro in nuovi settori e mantenerlo in quelli tradizionali. Dov’è l’interesse rispetto a questo scenario come paese, come sistema delle imprese o per le famiglie? Qualcuno sostiene che sia nel rallentare questi processi, ma difende (legittimi) interessi privati. Sono, invece, generali gli interessi che spingono l’unica visione oggi capace di dare risposta a questi problemi attraverso l’impulso verso l’innovazione e un modello energetico distribuito dove al centro è l’autoproduzione da fonti rinnovabili. Ossia edifici e imprese, quartieri e ambiti territoriali che progressivamente riescono a diventare autonomi, attraverso impianti termici ed elettrici puliti, e a soddisfare i propri fabbisogni ridotti, grazie ad attenti interventi di efficienza energetica. Assieme all’autoproduzione sono le smart grids e una innovativa gestione delle reti di distribuzione l’altra gamba per costruire una generazione più efficiente, dove si avvicina e scambia energia in rete, e integrata con impianti di accumulo. Ma perché questa strada diventi percorribile – oggi anche senza incentivi – occorre togliere tutte le barriere che ancora esistono all’autoproduzione di energia elettrica e termica da fonti rinnovabili, aprendo ai contratti di vendita diretta dell’energia pulita e efficiente, per le reti di proprietà privata o di cooperative, al servizio di condomini, case, uffici, attività produttive. Il problema è che questa strada oggi incontra barriere normative e forti resistenze sia in ministeri chiave che nell’Autorità per l’energia. La seconda sfida riguarda le città, dove occorre dare risposta a una forte domanda di cambiamento e a drammatici ritardi in termini di vivibilità, anche perché è arrivato il momento di affrontare la grave crisi del settore edilizio e i problemi di accesso alla casa. Tutti temi strettamente intrecciati e rispetto ai quali oggi non esiste alcuna prospettiva di risoluzione. Non esiste per risolvere i problemi di degrado delle periferie o di mobilità urbana perché mancano politiche e risorse. Sono senza speranza centinaia di migliaia di famiglie che non possono accedere a una abitazione quando ne avrebbero diritto per condizioni di indigenza. Non esiste possibilità per le famiglie di ridurre una spesa per l’energia che supera i 2000 euro di media perché, in particolare nei condomini, gli interventi sono troppo complessi e gli incentivi non funzionano. Tanto meno si vede all’orizzonte una possibilità di tornare al lavoro per i 700.000 che lo hanno perso nel settore edilizio, a meno che qualcuno non creda alla favola che il mercato ripartirà come prima del 2008. Se però si guarda fuori dai confini nazionali, si comprende come un’altra prospettiva sia già in campo: essa passa per ambiziosi programmi di riqualificazione del patrimonio edilizio e di rigenerazione urbana, con l’obiettivo di rispondere ai problemi di mobilità e vivibilità, di accesso alla casa. Non è utopia, oggi esistono tutte le competenze e le risorse economiche (nell’ambito dei fondi europei 2014-20 per l’efficienza) per avviare politiche che abbiano al centro obiettivi precisi, come quello di ridurre di almeno il 50% i consumi termici delle abitazioni, da certificare attraverso il salto di classe energetica. E basta copiare dall’esperienza delle altre città europee per avviare programmi di rigenerazione capaci di rilanciare le città come motore di sviluppo e innovazione. Questa è la prospettiva a cui guardare per una green economy in edilizia che prevede più lavoro e maggiori competenze, necessarie a riqualificare palazzi pubblici e privati per raggiungere ben definite prestazioni energetiche e di sicurezza statica che servono per tutelare chi ha investito i propri risparmi in quelle abitazioni. Le città italiane sono oggi una grande risorsa non sfruttata né delocalizzabile e possono diventare una calamita di attrazione turistica, con risultati e circuiti che vanno ben oltre i numeri attuali. Il problema è che, a fronte di questi problemi e opportunità, manca una regia nazionale capace di indirizzare queste trasformazioni, di muovere progetti e coordinare l’utilizzo delle risorse europee.

La terza sfida, forse la più complessa, riguarda la possibilità di accompagnare i settori manifatturieri nelle nuove sfide della globalizzazione. Oggi in alcuni mercati e filiere produttive le aziende italiane continuano a essere leader, ma riescono a sopravvivere solo quelle che hanno avuto la capacità di puntare su ricerca e internazionalizzazione. Il problema che abbiamo di fronte sta nel creare opportunità anche per quelle che più fanno fatica in questa competizione e di aiutare la nascita di nuove imprese. È evidente che occorre affrontare i gravi problemi di accesso al credito, come le difficoltà di dimensione di molte imprese, in una competizione sempre più globale, ma oggi è proprio nella green economy che si può trovare risposta a molti di questi problemi attraverso innovative politiche pubbliche. In queste sfide non servono fondi a pioggia ma precisi e duraturi programmi di finanziamento per l’innovazione e la ricerca nei settori dove la manifattura italiana può crescere o trovare un proprio spazio. Abbiamo bisogno di uno Stato “innovatore”1 da un lato, di uno Stato che faccia rispettare le regole, che riduca il peso della corruzione e dell’illegalità ambientale sull’economia e la società dall’altro. Una ricetta fatta di leggi chiare e controlli, di procedure trasparenti per premiare il merito, che valga in tutto il paese ma soprattutto nel Sud.

Anche qui non si rincorrono sogni, la green economy può sul serio candidarsi a dare risposta ai problemi dell’industria italiana – riducendo la spesa energetica e creando ricchezza dal recupero dei materiali – e una speranza per territori dove ancora oggi viene chiesto di scegliere tra lavoro e salute e dove le bonifiche continuano a essere soltanto una promessa.

 

Spazzare via gli alibi al cambiamento

Oramai al settimo anno dall’inizio della crisi economica è evidente che nulla sarà come prima e che non si ripartirà senza ricette diverse e il coraggio di cambiare. Eppure, nel dibattito pubblico tutta l’attenzione si concentra su un’unica questione: il debito italiano e i vincoli europei, i limitati margini di intervento dentro un bilancio bloccato. Queste tesi sono vere solo in parte, soprattutto non possono giustificare responsabilità che sono tutte italiane, che dipendono da scelte politiche che non si vogliono in alcun modo rimettere in discussione e che in questo modo condannano il paese. Perché non è vero che i vincoli di bilancio impediscono di cambiare, non è vero che mancano le risorse e che occorre rinviare tutto a tempi migliori. La crisi italiana dipende anche da sue ragioni specifiche e bisogna contrastare tesi false portate avanti da chi ha interesse a che nulla cambi.

La prima tesi che bisogna contrastare è che in questo contesto sia impossibile realizzare investimenti utili e capaci di far ripartire il paese. Non è vero; in un bilancio ampio come quello dello Stato italiano (oltre 800 miliardi di euro) c’è lo spazio per politiche ambientali e industriali, infrastrutturali e sociali utili e innovative. Il problema è che si continua a investire nelle priorità sbagliate. Prendiamo ad esempio il recente decreto sblocca Italia, dove è previsto che il 53% della spesa vada per strade e autostrade, il 30% per alta velocità e collegamenti ferroviari nazionali, mentre per le città c’è solo un elenco di opere raccolte all’ultimo e senza criterio. La stessa discussione sul piano Juncker, ancor prima che si riuscisse a capire la reale entità degli investimenti attivabili, ha visto tirare fuori dai cassetti i soliti progetti di grandi opere. Come se questi anni non avessero dimostrato che erano le scelte a essere sbagliate, con uno sperpero di risorse pubbliche di cui si continua a non vedere una fine all’orizzonte, con gestioni clientelari e tangenti. Basti pensare ai 3 miliardi di euro buttati nella gestione di Alitalia dal 2008 ad oggi, ai 6,2 miliardi spesi finora per il MOSE di Venezia, che, al di là dei dubbi sull’utilità dell’opera, sappiamo (grazie all’intervento della magistratura) dipendere in larga parte da progetti inadeguati, appalti senza gara, collusioni tra imprese e politica.2 Oppure al fatto che nel nostro paese realizzare un chilometro di ferrovia ad alta velocità in pianura sia costato da due a tre volte di più che negli altri paesi per via di intere concessioni affidate senza gara e controlli.

Il problema italiano è che, mentre tutto il dibattito politico ruota intorno ai “costi del non fare”, alimentato da una propaganda dove sono evidenti gli interessi di costruttori e banche, non ci si vuole accorgere che in Italia il problema in realtà è nei “costi del fare male le opere sbagliate”. Perché non è di tre tunnel ferroviari attraverso le Alpi e di alcune centinaia di chilometri di autostrade che il nostro paese ha bisogno ma di investimenti in metropolitane e tram, riqualificazione delle periferie e del patrimonio edilizio. Qui stanno oggi la vera decisione che il paese ha di fronte e il principale ritardo infrastrutturale rispetto all’Europa.3 Bisognerebbe avere il coraggio di dire la verità, ossia che il mondo e l’economia sono cambiati e che non ha alcun senso portare avanti un’eredità come quella della legge obiettivo, con oltre duecento opere per 300 miliardi di euro che mai si potranno realizzare, ma che muovono interessi e poteri locali, per aprire finalmente un dibattito pubblico sulla visione che si vuole proporre della modernizzazione del paese. Ed è evidente che si ribalta l’impostazione: guardando alla domanda di mobilità e alla possibilità di creare valore aggiunto dagli investimenti infrastrutturali, è nelle città che si andrà a investire. Per dare magari una speranza a uno studente universitario di Roma o Milano di avere le stesse opportunità di muoversi su mezzi pubblici efficienti e vivere in case dignitose ai prezzi accessibili che ha il suo collega di Barcellona o Berlino. Per riuscirci occorre tornare a occuparsi di città4 dopo che da decenni sono state abbandonate in termini di attenzione, politiche, investimenti, quando qui vive oramai larga parte della popolazione italiana. Non servono altre risorse, basta lavorare nei bilanci del ministero delle Infrastrutture, ma spostando le priorità e avendo una vera cabina di regia per indirizzare fondi europei, limitare il peso del Patto di stabilità, fissare le regole per l’intervento di Cassa depositi e prestiti e del project financing. La seconda tesi che bisogna combattere è che sia impossibile intervenire attraverso la fiscalità perché troppo complicato e difficile, sia tecnicamente che politicamente, e che “ben altri” siano i problemi. Anche qui si tratta di scuse di chi non vuole cambiare e, consapevolmente o inconsapevolmente, finisce per proteggere rendite contro l’interesse generale e l’ambiente. Non esistono scuse per ripensare la fiscalità, intervenendo in invarianza di gettito, ma spostando le risorse verso investimenti in innovazione e riducendo le tasse sul lavoro. Impossibile? Al contrario, basta conoscere la fiscalità in materia di beni ambientali o di energia per sapere che la vera ragione per cui non si cambia è la paura di mettere le mani su privilegi e rendite che ci tengono a rimanere nell’ombra. Pensiamo alla situazione del demanio balneare in Italia con canoni irrisori a fronte di guadagni miliardari e gestioni in alcuni casi illegali; cave aperte e gestite spesso senza leggi o piani e senza pagare un euro di canoni concessori; sorgenti di acque minerali in concessione per pochi euro di canone; un consumo di suolo che viaggia al ritmo di 500 kmq all’anno spinto dai guadagni dei Comuni sugli oneri di urbanizzazione. Cambiare è quanto mai urgente e una proposta che va in questa direzione è stata presentata recentemente da Legambiente e Radicali Italiani,5 dove si è dimostrato che dalla revisione della tassazione per la sola parte ambientale si potrebbero generare già dal 2015 risorse pari a oltre un miliardo di euro l’anno.6

Si prevede di intervenire sui canoni che riguardano l’attività di escavazione, il conferimento a discarica dei rifiuti edilizi, le concessioni per le acque minerali e balneari, il consumo di suolo e la rigenerazione urbana. Ma, per fare di questo intervento una vera opportunità per una corretta gestione dei beni comuni, occorre anche fissare dei chiari obiettivi di tutela e recupero ambientale, regole trasparenti per l’assegnazione delle concessioni tramite gara, per evitare che si ripetano abusi e illegalità, e un sistema di controlli efficace. Un ragionamento analogo può essere fatto per il settore energetico, dove è possibile ripensare una fiscalità complessa, incoerente e costosa che ha introdotto nel tempo incentivi, sconti, esoneri da accise e altre imposte ambientali senza una verifica dei risultati e dei costi. Nella fiscalità energetica sono individuabili esenzioni dalle accise sui consumi energetici pari ad almeno 5,7 miliardi all’anno nel 2014 – quasi tutte a vantaggio del consumo di fonti fossili – e nelle bollette oltre 2 miliardi di sussidi alle fonte fossili. La strada più trasparente ed efficace per rimettere ordine passa per l’abolizione di tutte le esenzioni dalle accise sui prodotti energetici, con la loro rimodulazione, a parità di aliquota media, attraverso una componente proporzionale al contenuto energetico e una proporzionale alle emissioni climalteranti. Insieme occorre eliminare dalle bollette i sussidi alle fonti fossili e quelli a favore dei consumatori energivori. Complessivamente, la riduzione della fiscalità su beni ambientali e energia consentirebbe di generare 7 miliardi di euro all’anno di risorse, che dovrebbero essere utilizzati per realizzare tre obiettivi: la riduzione delle imposte sul reddito di persone e imprese; la spinta agli investimenti in efficienza energetica nei settori interessati dalla eliminazione delle esenzioni; il recupero ambientale negli ambiti coinvolti dalle attività interessate dall’aumento dei canoni e la rigenerazione urbana con bonifica di suoli inquinati, riutilizzo di aree dismesse, messa in sicurezza del territorio.

«Il modo migliore di riscoprire un modello italiano fatto di bellezza e di sostenibilità è ripartire dai territori. Smentire Longanesi che diceva che l’Italia è un paese di inaugurazioni, non di manutenzioni, con un grande programma di interventi di recupero ambientale e messa in sicurezza, investendo sulla viabilità, sul trasporto pubblico locale, sull’efficienza energetica». Il presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi, raccontava così la sua idea di futuro per il paese nel programma per le primarie. E, se è difficile trovare qualcuno che possa dirsi contrario a una visione di questo tipo, la differenza sta oggi nel renderla un percorso di cambiamento realmente praticabile nei territori e per le imprese. Per fare in modo che dentro questo scenario diventi possibile individuare una rotta all’interno della globalizzazione per un paese che ha meno dell’1% della popolazione mondiale, ma che ha, per la sua posizione nel Mediterraneo e le sue risorse materiali e immateriali, buone carte da giocare.

 


 

[1] M. Mazzucato, Lo Sato innovatore, Laterza, Roma-Bari 2014.

[2] Si veda l’esemplare ricostruzione contenuta in G. Barbieri, F. Giavazzi, Corruzione a norma di legge. La lobby delle grandi opere che affonda l’Italia, Rizzoli, Milano 2014.

[3] La condizione infrastrutturale italiana è innegabilmente arretrata; ci troviamo al di sotto della media dei cinque grandi paesi europei presi in considerazione per ogni tipo di infrastruttura. Questa carenza, però, non è omogeneamente distribuita. Il punto più critico da sempre è rappresentato dalla rete di metropolitane delle città italiane, dove il nostro paese si colloca all’ultimo posto in valore assoluto, rimanendo costantemente a distanza rispetto alle altre nazioni europee (fatta 100 la media, l’Italia si ferma a 43,9). Incredibile è la distanza dalla città di Madrid, che da sola ci supera di 90 km. Lo stesso discorso vale per le ferrovie suburbane, che contano in totale 626,8 km di estensione, lontanissimi dai 2033,7 km della Germania e dai 1807,4 del Regno Unito, paese che per estensione e popolazione è direttamente paragonabile al nostro. I dati riguardanti i mezzi di trasporto urbano e pendolare pongono quindi l’accento su come alcuni milioni di persone quotidianamente si trovino in condizione di disagio e di svantaggio rispetto ai “colleghi” europei. Nel settore delle autostrade il ritardo rilevato è minore in confronto al resto del continente ed è qui che si è concentrata la maggior parte degli investimenti negli ultimi dieci anni e che sono previsti quelli futuri attraverso la legge obiettivo. Per le ferrovie ad alta velocità è da notare come, nonostante l’aumento della lunghezza di rete avvenuto nel 2010 grazie all’apertura delle tratte Bologna-Milano- Torino – che testimonia comunque investimenti ingenti –, siamo certamente indietro, sebbene anche qui meno di quanto avvenga nelle città. Legambiente, Rapporto Pendolaria 2013, disponibile su www.legambiente.it/sites/default/files/docs/rapporto_pendolaria_ 2013_def.pdf

[4] R. Della Seta, E. Zanchini, La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti col partito del cemento, Donzelli, Roma 2013.

[5] Si veda la proposta di correzione ecologica alla legge di stabilità presentata il 24 novembre 2014, disponibile su www.legambiente.it/contenuti/articoli/fiscalita-ambientalecorrezione- ecologica-alla-legge-di-stabilita, e il manifesto Basta incentivi al consumo di risorse ambientali, disponibile su www.legambiente.it/sites/default/files/docs/manifesto21maggio_ bastaincentiviconsumorisorseambientali_def.pdf

[6] In particolare, la revisione della tassazione sulle componenti ambientali permetterebbe di far passare i canoni per le concessioni da cava da 34 milioni di euro all’anno a 230 milioni, quelli per le concessioni di acqua minerale da 12 a 240 milioni, quelli per il conferimento a discarica da 40 a 500 milioni, quelli per le concessioni balneari da 100 ad almeno 300 milioni. Nella proposta si evidenzia quanto sia difficile obiettare sugli interventi suggeriti se si considera, ad esempio, che per l’acqua in bottiglia oggi si pagano canoni in media pari a 0,1 centesimi per litro, mentre con la legge si passerebbe a 2 centesimi (il prezzo medio di vendita è di 26 centesimi). Per le cave si pagherebbe il 20% del prezzo di vendita finale (siamo al 3,5% e in alcune Regioni è gratis). Negli stabilimenti balneari si avrebbe un valore per le concessioni minimo di 3000 euro all’anno, quando sono noti i guadagni nel settore. Inoltre, si prevede l’introduzione, attraverso una delega, di principi e regole di tutela finalmente uniformi in tutto il territorio nazionale riguardanti: le aree da escludere dalle attività di escavazione e dalle sorgenti per ragioni di tutela ambientale; l’occupazione massima dei litorali con concessioni balneari per rispettare il diritto alla fruizione libera del demanio balneare; gli obiettivi massimi di trasformazione dei suoli a usi urbani per spingere il riuso e la riqualificazione di aree dismesse o degradate.

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