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Elezioni politiche e "correntizzazione" dei cattolici

Written by Alberto Melloni Tuesday, 13 May 2008 18:52 Print

La campagna elettorale ha visto emergere ancora una volta la questione cattolica, declinata però in un’accezione parzialmente nuova. I rappresentanti cattolici inseriti in tutte le liste elettorali sono stati scelti, con poche eccezioni, per portare avanti e difendere i cosiddetti “valori non negoziabili”. Questo comportamento implica un limite della politica italiana e avrà probabilmente come conseguenza la “correntizzazione” dei cattolici, un risultato che per alcuni rappresenterà un successo, ma che potrà allo stesso tempo trasformarsi in un fattore di vulnerabilità per la Chiesa.

C’è una questione emersa prepotentemente nella campagna elettorale e che tornerà a disturbare i sonni ecclesiastici e politici per parecchio tempo. Non è una questione del tutto nuova, ma non rientra nelle usuali definizioni che nei centocinquanta anni dell’unità d’Italia hanno punteggiato il dibattito pubblico: non è la questione cattolica, a volte succedanea della questione romana e dei suoi esiti; non è la questione della laicità, che fin dai tempi di Pio XII è stata risolta con lo strumento delle aggettivazioni (la “sana laicità” è un sintagma di papa Pacelli); non è nemmeno la questione del mito dell’unità politica dei cattolici che ha occupato tanto spazio nella comunicazione dell’episcopato italiano; e non è nemmeno la questione antropologica o il progetto culturale che nel ventennio ruiniano hanno consentito alla presidenza della CEI di restare al centro della dialettica fra i partiti. A queste visioni e all’egemonia relativa di quest’ultima ha messo rimedio il cambio di presidenza che, portando al vertice per nomina papale il cardinal Bagnasco e assegnando alla Segreteria di Stato del cardinal Bertone una certa egemonia nei rapporti con la politica italiana, ha contribuito a ripristinare le distanze di sicurezza sull’autostrada nebbiosa e trafficata che va dal governo al Parlamento e viceversa. A Bagnasco, per ragioni non facili (o forse troppo facili) da capire, nessuno ha dato atto di uno stile nuovo e diverso: uno stile che non coincide con una certa passività o indifferenza ai temi della politica e tanto meno a quelli “eticamente sensibili”, rispetto ai quali la polemica ha finito per rendere insofferenti i più diversi settori dell’opinione pubblica. Tuttavia le testimonianze di questo suo stile più cauto, su cui incombe come ispiratrice e vigilante la prudenza della seconda loggia del Palazzo apostolico, non sono insignificanti: un rapido confronto fra le esternazioni di Ruini nel 2001 e quelle di Bagnasco nel 2008 – cioè in due scenari elettorali nei quali si stimava un vantaggio di Berlusconi sui suoi antagoniosti variamente aggregati – parla da solo. Per numero, qualità, intenzioni, effetti le parole delle due presidenze sono perfettamente distanti, ancorché rimanga da chiarire il modo attraverso il quale proprio la presidenza Bagnasco è stata per un breve, ma fatale momento l’arma con la quale Ruini ha raggiunto il suo maggior successo politico, cioè la caduta del secondo governo Prodi.

Proprio perché lo stile della CEI di Bagnasco e Bertone sta prendendo una sua fisionomia distinta da quella ruiniana, la questione che oggi si pone in modo ancor più rilevante è quella della “correntizzazione” dei cattolici, una questione al tempo stesso eloquente sul passato e sul futuro di un rapporto – quello fra Stato e Chiesa, fra fede e società – che in Italia per definizione non è destinato ad esaurirsi. Da questa dipendono la qualità e la quantità di laicità disponibile alla politica, il problema della funzione di questa componente così importante e frastagliata della società e, in fondo, il modo stesso di pensare la vita politica.

Tutti i partiti in modo del tutto analogo – quelli maggiori in misura più rilevante, quelli minori in modo meno clamoroso – hanno dato per scontato, nella formazione delle liste elettorali, che la presenza cattolica doveva essere giocata su alcuni punti chiave. Potevano essere considerati “cattolici” solo quei cattolici in grado di riproporre insegnamenti magisteriali per sé già noti a tutti; coloro i quali fossero riconosciuti in questa funzione di “amplificatore” dai complessi vertici della gerarchia ecclesiastica, o che fossero “garantiti” preferibilmente da legami o accrediti nella curia romana o nell’entourage pontificio, piuttosto che dai vescovi delle diocesi; e infine, quei cat- tolici che potessero essere considerati qualificati grazie alla loro rigorosa attenzione per alcuni temi “cattolici”.

Tranne qualche rara eccezione o qualche inserimento clandestino, i “cattolici” sono stati scelti per formare, nel PDL o nel PD e perfino in partiti come l’UDC o la lista di Ferrara, una corrente identificata al fondo da un disegno politico intransigente su alcuni punti legati al tema dei diritti. In particolare, si tratta della concessione di maggiori diritti (rispetto a quelli previsti dalla legislazione attuale) all’embrione e alla morte “naturale” e alla negazione di maggiori diritti (rispetto a quelli previsti dalla legislazione attuale) alle coppie non sposate e agli omosessuali. Questi punti, solitamente indicati con l’espressione di “valori non negoziabili”, hanno così riassorbito la capacità della politica italiana di vedere il cattolicesimo e l’hanno quasi ridotta alla cecuzie. Perché il cattolicesimo italiano non è formato dalle poche migliaia di militanti dei movimenti che occupano spesso gli spazi sui media e nemmeno quella massa di persone che, spaventate dal mutare del paesaggio religioso, si rifugiano in un’accezione culturale di un cristianesimo senza Gesù Cristo.

Il cattolicesimo italiano è costituito dai sette milioni di persone che vanno a messa con una certa regolarità la domenica, che desiderano avere un’esperienza comunitaria là dove vivono, che hanno una sensibilità spirituale quanto mai differenziata e che, politicamente, non sono orientabili da umori discendenti dall’alto, ma se mai ispirano e orientano questi umori in modo da far sempre apparire la Chiesa schierata con chi sta per vincere le elezioni. Di questo cattolicesimo – che si divide, grosso modo come il resto del paese, sulla base delle appartenenze, della cultura, del censo, della vulnerabilità alla propaganda politica ecc. – la politica non è stata in grado di vedere quasi nulla: essa ha piuttosto pescato fra una ristretta cerchia di Prominenten capaci di esprimere simbolicamente quel tipo di sensibilità cattolica e di garantire, con la ristrettezza dei loro orizzonti, la serietà dei loro legami. Questo atteggiamento produce (o implica) la “correntizzazione” dei cattolici, la loro riduzione a una massa da manovrare che si presuppone attivata solo da pochissimi temi o addirittura – ancora una volta Giuliano Ferrara è stato in questo di una cinica coerenza, sfruttando al massimo e smascherando il problema davanti a quanti abbiano voluto vederlo – da un tema solo, come quello di una “rivoluzione culturale” antiabortista.

Da un lato ci sarà chi vuole o deve considerare questo sviluppo come un successo. In effetti, la lunga presidenza della CEI da parte di Ruini puntava ad avere un ruolo d’interdizione nella dialettica fra i partiti che non solo non aveva bisogno, ma sarebbe stata addirittura intralciata dal farsi carico dei problemi di tenuta di una società fragile o dall’imponente risvolto pastorale della maggior parte dei nodi etici, che sono per tantissimi anche nodi morali di vita cristiana e speranza di redenzione.

Questa idea di un cattolicesimo fatto come un dinosauro, con un enorme corpo di cui si lascia intendere la vastità solo perché un piccolo cervello possa muovere la testa e un cervello secondario possa agitare pericolosamente la coda, assegna in fondo alle correnti cattoliche nei partiti (e ancor più al potenziale intergruppo “Forza Chiesa”) un ruolo di grande potere e di pochissimo prestigio, esattamente come fu per il PSI di Craxi che, in questa stessa posizione, poté lucrare il salario della sua dissoluzione.

Da un altro lato, però, ci sarà chi potrà o dovrà calcolare i danni e i pericoli che deriveranno da questo processo di “correntizzazione”. I danni dovranno essere stimati in termini politici di lungo periodo, perché il fatto di veder considerati i cattolici a prescindere dalle loro competenze o capacità, ma solo come bandiere di temi, anche decisivi, posti al di fuori del concreto intrecciassi dei rapporti sociali, rappresenta alla lunga un fattore di vulnerabilità per l’intera Chiesa e per i suoi orizzonti più vasti. E in termini di breve periodo, perché è chiaro che il sogno di una presenza cattolica forte sulla scena pubblica – sia esso stato il disegno d’una egemonia à tout prix dell’Università cattolica gemelliana, quello d’una interpretazione radicale delle attese di rinnovamento popolare di marca dossettiana, o quello di una funzione di controllo del progresso del disegno fanfaniano o, infine, quello moroteo dell’investitura equilibratrice d’una società in mutamento – non può certo realizzarsi senza un’ambizione di leadership che sappia essere propositiva su tutti i temi e non si lasci murare dentro questioni che possono sempre e comunque essere evase, nella società pluralista, præter legem o addirittura contra legem.

Dal modo in cui si svilupperà la “correntizzazione” dei cattolici nella scena politica italiana dipende il futuro della stessa vicenda politica italiana e deriva anche un’informazione sullo status ecclesiæ in un’epoca che non è più difficile di altre e come tutte le altre è gravida di futuro.

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