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L'impatto della caduta del muro sull'integrazione europea

Written by Antonio Varsori Wednesday, 05 November 2014 17:26 Print

La caduta del muro di Berlino accelerò il processo di rilancio del progetto di integrazione europea, in corso sin dalla metà degli anni Ottanta, e per diversi aspetti vi impresse anche una nuova direzione, mutando gli equilibri sui quali la costruzione europea si era fondata per oltre quarant’anni. La fine della guerra fredda riportava infatti in Europa una Germania riunificata, libera dai condizionamenti del passato e, dunque, più forte, che andava “imbrigliata” in una struttura comunitaria più robusta per disinnescarne gli eventuali pericoli. Ma le aspettative ottimistiche che caratterizzarono gli anni Novanta, l’idea che l’UE allargata ai paesi dell’Est potesse giocare un ruolo da protagonista, non solo in economia ma anche sulla scena politica internazionale, andarono deluse. Il meccanismo messo in moto dalla fine della guerra fredda avrebbe scardinato anche su scala globale i vecchi equilibri di potere e per quanto riguarda l’Europa avrebbe riproposto, in forme radicalmente nuove, la questione tedesca.

 

Affermare che la caduta del muro di Berlino, con le sue quasi immediate conseguenze – la fine dei regimi comunisti in Europa centro-orientale e la rapida riunificazione tedesca –, abbia avuto un impatto rilevante sul processo di integrazione è quasi una banalità. Ciò nonostante, a venticinque anni di distanza da quei giorni di novembre del 1989, è possibile interrogarci in maniera più ponderata sui caratteri di tale impatto e cercare di tracciare un bilancio ragionato sugli spesso radicali cambiamenti verificatisi nel quadro della costruzione europea.

In primo luogo è opportuno comprendere quali fossero la situazione e le prospettive della Comunità europea alla vigilia dell’abbattimento di quello che era il simbolo della guerra fredda e della divisione del continente europeo in due blocchi contrapposti. Sin dalla metà degli anni Ottanta, soprattutto grazie a una rinnovata collaborazione franco-tedesca, che aveva trovato nel presidente francese Mitterrand, nel cancelliere tedesco Kohl e nel presidente della Commissione europea Jacques Delors i massimi interpreti, la Comunità era tornata a rappresentare un fattore significativo nelle dinamiche dell’Europa occidentale. A partire dal 1984-85 gli Stati membri si erano trovati di fronte a uno scenario internazionale in rapida evoluzione sia dal punto di vista politico sia da quello economico: da un lato le scelte compiute dal nuovo segretario del PCUS, Mikhail Gorbaciov, facevano presagire una nuova fase di distensione e di apertura al dialogo fra Est e Ovest, ma rivelavano anche la crescente debolezza del blocco sovietico e della sua economia; dall’altro la visione neoliberista, di cui Margaret Thatcher e Ronald Reagan venivano raffigurati come i massimi sostenitori, si stava affermando, non solo in tutto il mondo occidentale, ma sembrava destinata a diffondersi anche nelle nazioni del “terzo mondo”, che sino ad allora avevano spesso guardato ai modelli di economia pianificata quali strumenti che avrebbero consentito loro di uscire dalla condizione del sottosviluppo. In tale ambito era sufficiente guardare all’affermazione delle piccole “tigri asiatiche” e alle prime riforme lanciate dalla Cina di Deng Xiaoping. L’Europa comunitaria, come d’altronde gran parte del mondo occidentale, sembrava aver superato la “grande crisi” degli anni Settanta, che in realtà aveva proiettato le sue ombre sino ai primi anni Ottanta, e poteva contare nei quattro maggiori Stati della Comunità su leadership politiche stabili e in grado di prendere importanti decisioni di politica estera ed economica che avessero un carattere di lungo periodo. Da un lato la Germania e la Francia, con il decisivo sostegno italiano in occasione del Consiglio europeo di Milano del giugno 1985, avevano dato avvio a una prima vera riforma dei Trattati di Roma, che grazie all’Atto unico del 1986-87 avrebbe ampliato le competenze della Comunità e rafforzato i poteri della Commissione; dall’altro quest’ultima si era impegnata con il Libro bianco ad attuare il grande “mercato unico” europeo, fondato sulla libera circolazione, non solo delle merci, ma anche delle persone, dei capitali e dei servizi. Si trattava di un progetto ambizioso, che andava nella direzione dell’adeguamento della realtà economica della Comunità alle sempre più forti spinte neoliberiste e che le avrebbe consentito di affrontare le sfide di quanto stava avvenendo nel contesto economico internazionale. Al contempo, dei socialisti come Mitterrand e Delors e un cattolico come Kohl non potevano rinunciare a difendere i caratteri salienti dell’Europa occidentale, fra cui ad esempio alcune forme di protezione sociale e il principio di solidarietà. A tali esigenze avrebbero risposto una progressiva maggiore integrazione di natura politica, l’avvio del “dialogo sociale europeo”, l’azione dei fondi strutturali, non a caso destinati a rafforzare la crescita economica e sociale, in altri termini l’europeizzazione, delle nazioni dell’Europa meridionale entrate a far parte della Comunità tra il 1981 e il 1985. Non mancava nella Commissione l’aspirazione a creare le basi di un’“identità” europea culturale e politica anche attraverso scelte che allora parvero di minor portata, ma che in realtà celavano forti ambizioni integrazioniste, quali le decisioni sull’adozione della bandiera e dell’inno europei, nonché le prime azioni e programmi nel contesto dell’educazione e della cultura (Socrates, Azione Jean Monnet ecc.), decisioni destinate ad avere un impatto su ampi settori delle parti più coscienti e sensibili delle opinioni europee (ambienti universitari, media ecc.). Questo doppio binario, rappresentato da importanti iniziative economiche e da significativi progetti politici, avrebbe poi condotto intorno al 1988 alla prospettiva, per quanto allora sufficientemente lontana, della creazione di una moneta unica europea, un obiettivo d’altronde non nuovo, essendo stato avanzato fin dai primi anni Settanta. Questo ambizioso “rilancio” europeo si fondava su alcuni presupposti: la presenza di un “forte” accordo franco-tedesco, cementato da un rapporto ormai paritario fra Parigi e Bonn; il sostegno di alcune nazioni quali l’Italia e i tre paesi del Benelux; una Comunità a dodici, i cui meccanismi decisionali, soprattutto dopo l’approvazione dell’Atto unico, apparivano efficaci; un contesto internazionale favorevole sia dal punto di vista politico sia da quello economico; un’opinione pubblica che forse per la prima volta guardava alla Comunità come un elemento importate e positivo, non solo negli equilibri internazionali ma anche nella vita di ogni giorno, sperimentando direttamente i benefici di alcune nuove politiche comunitarie, in particolare dei fondi strutturali.

Il crollo del muro di Berlino rappresentò un fattore di accelerazione del processo appena descritto, ma avrebbe finito anche con il mutarne alcuni caratteri, con il cambiarne in parte la direzione e, soprattutto, con il rivoluzionare radicalmente gli equilibri su cui per circa quarant’anni si era fondata la costruzione europea. La caduta del Muro e, soprattutto, la prospettiva di una rapida riunificazione tedesca e il crollo del comunismo all’Est vennero accolti dalle opinioni pubbliche occidentali positivamente, se non con entusiasmo: l’Europa usciva, infatti, dall’equilibrio del terrore e dall’incubo di uno scontro nucleare fra Mosca e Washington combattuto nel Vecchio continente; i popoli che rovesciavano i regimi comunisti offrivano immagini di giubilo e di riconquista della libertà. Alcuni leader europei videro però con preoccupazione, per quanto in maniera diversa, la fine degli equilibri della guerra fredda, che avrebbe restituito una Germania oggettivamente più forte, non solo per la riunificazione ma anche per la fine del condizionamento rappresentato dall’essere il più importante terreno di scontro fra Est e Ovest, nonché l’indiretta archiviazione delle vicende del nazismo e della seconda guerra mondiale. Il procedere con maggiori determinazione e rapidità lungo i binari paralleli della più forte integrazione politica ed economica apparve allora a Mitterrand, a Kohl, ad Andreotti e ad altri leader europei occidentali la risposta più efficace a questi problemi: una Germania inserita in una struttura comunitaria più forte e la nascita di una moneta unica che avrebbe sostituito il marco avrebbero “sterilizzato” i pericoli insiti in uno Stato tedesco riunificato, mentre un nucleo europeo continentale più coeso sarebbe stato in grado di gestire i mutamenti radicali che si stavano verificando al di là di una “cortina di ferro” che veniva rapidamente smantellata, una parte dell’Europa dove a un’Unione Sovietica sempre più debole facevano da contrappunto nuove leadership anticomuniste desiderose di essere subito integrate nella Comunità, percepita forse un poco superficialmente come il miraggio di benessere economico, libertà e rassicurante protezione sociale.

L’esito di queste spinte, accentuate tra l’altro dall’abilità con cui Kohl stava gestendo in tempi eccezionalmente rapidi il processo di riunificazione e dal positivo atteggiamento statunitense verso una nuova Germania, fu il Trattato di Maastricht. Sebbene nel complesso accordo non vi fossero espliciti riferimenti a soluzioni di natura federale, la nascita dell’Unione europea implicava ambiziosi obiettivi di lungo periodo, fra cui forse il più significativo fu la possibilità che l’UE riuscisse alfine a sviluppare una politica estera comune, affermandosi così come un soggetto rilevante ed efficace nella determinazione degli equilibri mondiali del dopo guerra fredda. In realtà, il risultato maggiore era l’elaborazione di un meccanismo complesso che, attraverso tappe successive, avrebbe condotto all’Unione economica e monetaria e al suo corollario, una moneta unica europea. Soprattutto l’obiettivo della moneta unica, vissuto come un serio sacrificio da molti ambienti della Repubblica Federale, nasceva però sulla base del presupposto che la futura divisa europea fosse simile al marco e che ogni Stato che avesse desiderato adottarla sviluppasse politiche economiche virtuose sul modello della Germania. Non era un caso che le nazioni meno virtuose – il caso italiano era il più importante – dovessero accettare rigide condizioni: i cosiddetti “parametri” di Maastricht. Restava in larga misura insoluta la questione della gestione della costituenda moneta europea, che venne rinviata alla creazione della Banca centrale europea. Quanto alle aspettative circa il ruolo che l’UE avrebbe potuto giocare sullo scenario internazionale, esse andarono in ampia misura deluse: proprio a partire dal 1991-92 l’Unione europea dovette confrontarsi con una grave e drammatica crisi alle porte di casa: la disgregazione della Jugoslavia con le conseguenti lotte intestine protrattesi sino al 1999. È noto che fu l’intervento militare degli Stati Uniti e della NATO a consentire una parziale stabilizzazione dell’area dei Balcani. L’Unione europea si mosse con grande cautela anche sul fronte dell’allargamento. Se l’ingresso di Finlandia, Austria e Svezia, Stati ricchi e avanzati, avvenne rapidamente e senza porre gravi problemi, per quasi tutti gli anni Novanta le nazioni dell’Europa centro-orientale furono poste in una sorta di “lista d’attesa”, determinata non solo da oggettivi ostacoli al loro rapido inserimento ma anche dai timori di gran parte degli Stati membri intorno ai sacrifici e ai problemi che sarebbero derivati dalla loro adesione.

Ciò nonostante, gli anni Novanta restarono caratterizzati da una visione sostanzialmente ottimistica, fondata sulla speranza di un nuovo ordine internazionale in cui l’ONU, con il sostegno di quella che allora veniva definita come l’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, avrebbe favorito la diffusione della democrazia liberale e del rispetto dei diritti umani; chi si fosse opposto si sarebbe trovato ad avere a che fare con la comunità internazionale e con l’applicazione del diritto di intervento umanitario. L’accettazione su scala mondiale dell’economia capitalista favoriva inoltre il processo di globalizzazione, che molti osservatori in quegli anni identificarono come strumento per lo sviluppo e per la diffusione della democrazia. In tale contesto l’Unione europea appariva nel complesso come una “storia di successo”. Non si comprese come la fine della guerra fredda, prendendo le mosse da Berlino e dal Vecchio continente, stesse scardinando una serie di equilibri nel contesto globale. Il “risveglio”, determinato dagli eventi dell’11 settembre 2001, fu violento e spinse l’UE a un’ulteriore accelerazione delle dinamiche politiche ed economiche avviate con Maastricht, dal tentativo di Trattato costituzionale alla rapida adesione di 12 nuovi Stati all’UE, all’illusione della nascita di un’Europa “potenza civile” da contrapporre all’unilateralismo degli Stati Uniti di George Bush junior.

La crisi finanziaria ed economica avviatasi nel 2007 era destinata a porre in luce all’interno dell’UE alcune delle contraddizioni del processo storico determinato dal crollo del muro, soprattutto l’impianto di Maastricht e i caratteri dell’euro, nonché, forse elemento fondamentale, la riunificazione tedesca. La costruzione europea si era basata in larga misura per circa quarant’anni da un lato sul suo successo economico, che aveva sempre favorito il consenso delle opinioni pubbliche verso il progetto europeo, dall’altro su un equilibrio fra i maggiori Stati membri, che aveva impedito l’emergere dell’egemonia di un solo paese. La presenza di una Germania libera dai condizionamenti del passato, fra cui la divisione, la riduzione del ruolo della Francia, la debolezza politica ed economica dell’Italia, il parziale estraniamento della Gran Bretagna sembrano disegnare una sostanziale egemonia tedesca, rafforzata dalla centralità del suo ruolo economico e dalla percezione diffusasi in vari Stati membri che l’euro risponda soprattutto agli interessi di Berlino. A venticinque anni dalla caduta del muro sembra dunque ripresentarsi in Europa, per quanto in termini diversi, quella “questione tedesca” che aveva caratterizzato e condizionato il continente europeo tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento; la costruzione europea, sorta anche per risolvere definitivamente tale questione, pare aver generato uno strumento il quale al contrario, anche per come è stato gestito, sembra accentuare quelle contraddizioni nei rapporti fra gli Stati europei che, con la fine della divisione della Germania, sembravano definitivamente scomparse.

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