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Il partito che sceglie da che parte stare

Written by Matteo Orfini Tuesday, 21 October 2014 10:49 Print
Il partito che sceglie da che parte stare Foto: Derek Bruff

La crisi ha fatto riemergere in Italia una drammatica questione so­ciale. Nuove linee di frattura tagliano trasversalmente la società, sepa­rando inclusi ed esclusi di un modello di sviluppo sempre più oligar­chico e parassitario. Di fronte a questa scelta di campo, come si colloca il Partito Democratico? In quale parte decide di giocare la sua partita? La forza del PD sta oggi nell’aver rigettato l’idea che si possa parlare alla società come a un tutto indistinto per scegliere invece con chia­rezza di stare dalla parte giusta della linea, dalla parte degli esclusi.


Interrogarsi sulla forma partito non ha senso senza prima porsi una que­stione eminentemente politica: cosa deve fare e chi vuole rappresentare la sinistra nell’Italia di oggi? Sono queste le domande alle quali è neces­sario provare a rispondere per evitare il rischio di una deriva politologica della nostra riflessione o di un dibattito esclusivamente organizzativi­stico. Per questo dobbiamo partire dalla crisi, dal nuovo paesaggio che ha disegnato e dal nodo principale della vicenda italiana, il riemergere di una drammatica questione sociale. La torsione autoritaria del capita­lismo e l’aggressione agli strumenti di moderazione del welfare hanno prodotto una progressiva e apparentemente inarrestabile perdita di ric­chezza e di potere di una parte sempre più ampia di quello che una volta era il ceto medio: milioni di persone sono state progressivamente escluse dai processi produttivi e hanno finito per autoescludersi dai processi di rappresentanza. Crisi sociale e crisi democratica hanno così finito per sovrapporsi, generando una miscela potenzialmente esplosiva. Si sono creati nuovi luoghi del conflitto in cui ha finito per perdere senso la contrapposizione tra impresa e lavoro che ha segnato i processi sociali del Novecento. Le nuove linee di frattura tagliano trasversalmente la società, tirando una linea che divide inclusi ed esclusi di un modello di sviluppo sempre più oligarchico e parassitario.

Dove si colloca il Partito Democratico? In quale parte del campo decide di giocare la sua partita? La risposta dovrebbe essere ovvia per un partito di sinistra e, invece, quelli che si sono ritrovati dalla parte meno con­veniente di quella linea hanno guardato a noi con un profondo senso di alterità. La dimostrazione più tangibile e dolorosa dello scollamento con quello che dovrebbe naturalmente essere il nostro popolo l’abbiamo avuta con le elezioni politiche del 2013: la composizione sociale di quel voto ha raccontato in modo spietato come nel pieno della crisi – quando della sinistra ci sarebbe stato maggiore bisogno – disoccupati e precari, operai, giovani, imprenditori in difficoltà, insomma chi era ai margini della società ha abbandonato il Partito Democratico preferendo scegliere il populismo. Certo, le giustificazioni che si possono invocare per questo fallimento – altro che vittoria! – sono molte. A cominciare dalla sfiducia nei corpi intermedi, che è un tratto del nostro tempo e che certo non è problema solo italiano; come non lo è l’ondata populista che è cresciuta di fronte all’incapacità dell’Europa di offrire risposte efficaci alla crisi.

E dovremmo riflettere sul prezzo che abbiamo pagato al sostegno al go­verno Monti, che avremmo dovuto evitare di protrarre così a lungo. Ma sarebbe sbagliato, per eccesso di autoindulgenza, rifiutare di vedere le nostre responsabilità: il Partito Democratico è sta­to percepito come un pezzo di quell’establishment che gli italiani non sopportavano più. Eravamo dalla parte sbagliata, o almeno lì ci hanno visto gli italiani. Non abbiamo perso le elezioni per difetti di comunicazione o per la mancanza di un leader sufficientemente carismatico: se non siamo stati percepiti come radicalmente alternativi al centro­destra, è perché non lo eravamo fino in fondo. L’os­sessiva ricerca di una legittimazione nei decadenti establishment del paese, di cui il balletto elettorale inscenato intorno al rapporto con Monti e la teorizzazione di un partito “infrastruttura della società civile” furono il simbolo, non solo ha sbiadi­to la nostra proposta, ma ha finito per rinchiuderci nel circuito ristretto di una oligarchia sempre meno legittimata. Non abbiamo saputo coglie­re la richiesta di cambiamento radicale che saliva dalla pancia del paese; anzi, a chi ci chiedeva di rovesciare il tavolo abbiamo risposto che bastava infilarci una zeppa sotto per farlo smettere di traballare. Siamo apparsi i garanti di un equilibrio di potere che invece meritava di essere travolto.

E così, alla prova del nove, il partito solido di Pier Luigi Bersani si è di­mostrato evanescente quanto quello liquido di Walter Veltroni. Perché di quell’impianto ha ereditato per inerzia la matrice culturale, ovvero l’idea secondo cui compito di un partito è parlare alla società come a un tutto indistinto. Come se vi fossero solo modi diversi di raggiungere lo stesso comune obiettivo. Mentre un partito deve saper individuare con onestà intellettuale e politica l’esistenza di interessi contrapposti, di contraddizioni, di conflitti sociali e ideali. E poi scegliere. Un partito è “pesante” non solo perché ci sono tessere, circoli e federazioni. Ma prima di tutto perché ha autonomia di pensiero, è in grado di elaborare una visione dei problemi del paese, di proporre un’idea di cambiamento non subalterna. E intorno a quella organizzare una forza nella società che accompagni una radicale azione riformatrice. La forza del Partito Demo­cratico guidato da Renzi sta nell’aver rotto quel meccanismo, nell’aver avuto la capacità di ricollocarci dalla parte giusta della linea, dalla parte degli esclusi. Certo, lo ha fatto spesso con maniere sgradevoli. A volte in modo prepolitico. Lo ha fatto con una battaglia interna di cui non va sottovalutato l’effetto disgregativo. Se oggi ci troviamo a misurare la perdita di senso di comunità e di solidarietà nel nostro partito, la re­sponsabilità è anche di chi ha introdotto toni e argomenti non conven­zionali nel nostro dibattito. Ciò nonostante, non possiamo non vedere l’opportunità enorme che ci offrono la nuova collocazione del Partito Democratico e una scelta di campo chiara. È questa infatti – assai più delle questioni organizzative – la precondizione per l’esistenza stessa di un partito: la collocazione “da una parte”.

Per riuscire nella sfida enorme che abbiamo di fronte – salvare il paese portandolo fuori dalla crisi e rinvigorire la nostra malconcia democrazia – abbiamo dunque bisogno non solo di un governo forte e coraggioso, ma soprattutto di un partito che abbia queste caratteristiche; e che sappia organizzare nella società il campo di forze – oggi diviso, disgregato, diso­mogeneo – che chiede un cambiamento radicale.

Solo facendo questo saremo in grado di evitare gli errori del passato e di non ricadere in un riformismo dall’alto che indebolirebbe l’esecutivo e svuoterebbe di funzione il partito. Da questo punto di vista, la coin­cidenza del ruolo di segretario con quello di presidente del Consiglio è tutt’altro che un problema: anzi, superando finalmente una originalità che tanti danni ha prodotto alla sinistra italiana, sarà più semplice tenere insieme azione di governo e riforma del partito.

Ma per riuscire a organizzare quel campo di forze abbiamo bisogno di cambiare davvero il nostro partito, di rivoluzionarlo. Non è una irrever­sibile crisi dei corpi intermedi che impedisce ai nostri elettori di parteci­pare. E nemmeno una deriva leaderistica e populista, che secondo alcuni è un inevitabile tratto della modernità. Se oggi facciamo una gran fatica a trasformare il consenso elettorale straordinario che abbiamo raggiunto alle elezioni europee in partecipazione attiva, è perché la dissonanza tra il messaggio con cui abbiamo riconquistato centralità e la nostra quoti­dianità politica è evidente. Oggi il nostro partito è quasi esclusivamente strumento di organizzazio­ne della dialettica interna e di selezione delle classi dirigenti. Funzioni nobili, ma nelle quali non si può esaurire il nostro ruolo. Siamo un partito in­troverso, che affida la costruzione di un rapporto con la società esclusivamente alle primarie, uno strumento che peraltro inizia a mostrare evidenti segni di logoramento a causa dell’abuso che ne è stato fatto in questi anni. Ma così la nostra capacità di cogliere quello che di buono si muove nella so­cietà, di intercettare forze e idee nuove è sempre più limitata. Chiusi nel nostro microcosmo politico, finiamo per inaridire la nostra capacità di produrre innovazione e per apparire respingenti verso chi non è già parte della nostra comunità.

Il problema è il modo in cui il Partito Democratico concepisce se stes­so. E allora, forse, è proprio questa la prima riforma “organizzativa” che dobbiamo compiere: non pensare solo a chi in questo partito c’è già, ma anche a chi non c’è ancora. Perché il nostro compito è cambiare l’Italia non per conto degli italiani, ma insieme a loro.

 


Foto: Derek Bruff

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