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Obiettivi di welfare e compatibilità economica

Written by Claudio De Vincenti Tuesday, 13 May 2008 18:09 Print
Nei rapporti tra sistemi di welfare e vincoli di finanza pubblica c’è qualche speranza di costruire un nuovo equilibrio tra compatibilità economiche e obiettivi di welfare? Per provare a rispondere si deve considerare innanzitutto il depotenziamento che sta subendo la Strategia di Lisbona. Va valutata inoltre la necessità di accelerare al massimo il passaggio da uno Stato sociale prevalentemente risarcitorio ad uno più orientato in chiave promozionale. Infine, la costruzione di economie esterne estese e pervasive che rispondano a obiettivi di sviluppo civile e, proprio per questo, forniscano il supporto di capitale umano e di relazioni sociali necessario alla stessa competitività esterna.

La tensione irrisolta che nell’ultimo trentennio ha segnato in tutti i paesi industrializzati i rapporti tra sistemi di welfare e vincoli di finanza pubblica getta un’ombra inquietante sulle possibilità per la politica di perseguire, come dovrebbe esserle proprio, obiettivi di “pubblica felicità”. Il tema è anche una sfida importante per gli economisti, la cui disciplina, che è stata criticamente definita «scienza triste » ma che ci piace considerare più in positivo come la scienza del “principio di realtà”, è nata più di due secoli fa proprio per fornire strumenti di conoscenza utili per un governo concreto dei processi di riproduzione della ricchezza volto ad accrescere il benessere sociale.1

C’è qualche speranza di costruire un nuovo equilibrio tra compatibilità economiche e obiettivi di welfare? Per provare a rispondere a questo interrogativo si può prendere spunto dai segnali di diverso orientamento che vengono dalla discussione di questi ultimi tre anni in ambito europeo. Un primo segnale preoccupante è costituito dal depotenziamento che sta subendo la Strategia di Lisbona. Rispetto agli obiettivi originari del vertice del 2000 – un rilancio della crescita basato su ricerca e innovazione insieme con un rilancio su nuove basi del Modello sociale europeo2 – la Comunicazione della Commissione Barroso al Consiglio di primavera del 2005, condizionata peraltro dalla modesta performance economica dell’area euro e dai risultati deludenti della Strategia nel corso del primo quinquennio, ha avviato una fase di ripiegamento. La Comunicazione proponeva un «nuovo inizio» di Lisbona, basato su un più limitato focus su «crescita e occupazione», spostando il pendolo verso i temi della flessibilità e della adattabilità piuttosto che del rilancio del welfare State di tipo europeo.3 Il ripiegamento, che investe anche le modalità di coordinamento delle politiche sociali in ambito europeo, rischia di lasciare ogni paese da solo a interrogarsi sui modi per difendere il proprio welfare, con il rischio che la domanda cruciale alla fine venga a ridursi all’interrogativo se il welfare possiamo permettercelo.4

Il depotenziamento di Lisbona apre di nuovo le porte alla “saggezza convenzionale”, che pone l’accento sulle rigidità che le attuali dimensioni dei welfare State europei imporrebbero ai sistemi economici, con conseguente freno alla loro crescita; per la saggezza convenzionale affermazioni quali quelle alla base della originaria Strategia di Lisbona sulla correlazione positiva tra crescita e coesione sociale sarebbero destinate a rimanere solo buone intenzioni. Ma qui veniamo al secondo segnale, per fortuna più confortante: già all’indomani della Comunicazione della Commissione, il paper preparato da Gordon Brown per il vertice UE di Hampton Court dell’ottobre 2005 proponeva una prima correzione di rotta. Benché il vertice si sia concluso in modo deludente, l’impostazione proposta da Brown, che riprendeva una linea di ragionamento argomentata in vari contributi analitici,5 è andata poi acquisendo un più ampio consenso. L’idea è che occorra puntare a una riforma dello Stato sociale centrata sul miglioramento qualitativo e sul rafforzamento quantitativo dell’intervento pubblico sia nel sistema educativo, sia nella lotta alla povertà nell’infanzia e nell’adolescenza, sia nella formazione permanente dei lavoratori adulti. L’innovazione rimanda, in estrema sintesi, alla necessità di accelerare al massimo il passaggio da uno Stato sociale prevalentemente risarcitorio ad uno più orientato in chiave promozionale.

Questa impostazione ha il merito di reagire alla “saggezza convenzionale”, affrontando positivamente, in chiave welfarista, il tema della flessibilità e della adattabilità dell’offerta di lavoro ai pro- blemi di competitività resi incalzanti dal nuovo contesto internazionale e dall’affermarsi sulla scena del commercio mondiale di paesi dalle enormi potenzialità come la Cina e l’India. Peraltro, un intervento che punti solo sul lato dell’offerta di lavoro, per quanto importante, non appare sufficiente, non esaurendo l’arco di problemi con cui si misurano le società europee. Il fatto è che, al di là della pur necessaria componente risarcitoria, il welfare State del secolo scorso ha realizzato un insieme di prestazioni e di servizi che configurano una più elevata qualità e complessità dell’organizzazione sociale. È questo il risultato di sistemi di welfare che, in tutti i paesi industrializzati pur con differenti forme di organizzazione e finanziamento,6 hanno affrontato un insieme di “fallimenti del mercato” che non riguardano solo il mercato del lavoro ma anche la produzione di servizi qualificanti le società avanzate: presenza di esternalità positive, rilevanti componenti di “bene pubblico”, miopia individuale nelle scelte di consumo intertemporali, informazione asimmetrica.7 Nell’affrontare quest’insieme di problemi i sistemi di welfare hanno dato vita, in forme diverse nei diversi paesi, a un complesso di prestazioni e servizi che, con maggiore o minore capacità di interagire positivamente con le relazioni di mercato, hanno comunque configurato una più elevata qualità del vivere civile.

È per questo che la riforma del welfare non si riduce alla pur importante questione di costruire, sul versante della sola “adattabilità nella sicurezza” dell’offerta di lavoro, le condizioni per sostenere la capacità delle società europee di confrontarsi con una dinamica economica dettata dalla legge coercitiva esterna della concorrenza internazionale. La questione all’ordine del giorno delle società avanzate è, più in generale, quella della costruzione di economie esterne estese e pervasive, che rispondano a obiettivi di sviluppo civile e, proprio per questo, forniscano il supporto di capitale umano e di relazioni sociali necessario alla stessa competitività esterna.8 In questa direzione, ed è questo il terzo segnale che si vuole richiamare, si muove almeno in parte il recente Rapporto della Commissione Attali, che pone istruzione e sanità tra i fattori centrali per la «liberazione della crescita».

In sintesi, è diventato nei fatti maturo il tema, chiarito nei suoi termini teorici da Amartya Sen, della costruzione di un welfare dello sviluppo uma- no,9 dove la stessa questione delle capabilities, come Sen non manca di sottolineare, fa riferimento all’insieme delle prestazioni e dei servizi che il welfare è chiamato a realizzare. È questo il passaggio che i «punti alti» dello sviluppo capitalistico sono chiamati ad affrontare se vogliono rimanere un punto di riferimento nel nuovo contesto dei rapporti internazionali.

Si è accennato in precedenza ad alcuni tratti comuni ai diversi sistemi di welfare costruiti dai paesi avanzati. Peraltro, come testimoniano anche solo le differenze nella composizione della spesa sociale e nel ruolo della spesa privata nei diversi paesi, i sistemi di welfare presentano rilevanti diversità per quanto riguarda il design istituzionale delle prestazioni.10 Si tratta allora di ragionare, cogliendone le radici nelle tradizioni specifiche di ogni paese, intorno alla maggiore o minore efficacia ed efficienza delle varie soluzioni nel soddisfare gli obiettivi e nell’amplificare o mortificare le ricadute positive sull’economia. Le riflessioni che seguono, pur nel loro carattere generale, muovono dai problemi che condizionano in particolare il sistema di welfare costruito nel nostro paese.

In omaggio alla “scienza triste”, cominciamo dai vincoli che segnano la situazione italiana. In estrema sintesi, è possibile ricordare pochi indicatori macroeconomici che riassumano bene questo aspetto del problema. Innanzitutto, alla spesa sociale che nel nostro paese è di 2 punti di PIL inferiore alla media europea fa da pendant la spesa per interessi sul debito pubblico che è di 2 punti di PIL superiore alla media europea; risanamento della finanza pubblica e riduzione del debito sono condizioni essenziali per ridare fiato alle politiche di welfare. Inoltre, la composizione della spesa sociale nel nostro paese vede sottodimensionate le risorse destinate a disoccupazione, esclusione sociale, politiche per la famiglia, invalidità e non autosufficienza (oltre 3 punti di PIL sotto la media europea) e sovradimensionate le risorse dedicate ai trattamenti pensionistici (quasi 3 punti di PIL oltre la media europea). Peraltro questi ultimi svolgono, in modo distorto e opaco, anche una funzione di supplenza rispetto al sottodimensionamento delle altre politiche di welfare;11 è con questa funzione impropria, ma ben viva, che dovrà fare i conti la necessaria ricomposizione della spesa sociale. Nel contesto di questi vincoli, una riforma del welfare passa per un salto di qualità nelle modalità con cui si svolge l’intermediazione pubblica delle risorse: in termini di trasparenza e controllabilità degli effetti redistributivi, in termini di efficienza nell’uso delle risorse, in termini di efficacia nel rispondere alle istanze della società. Due i “vizi” di carattere generale che attraversano come un filo rosso i principali istituti di welfare del nostro paese condizionandone i risultati: la “categorialità” degli attuali istituti e la “autoreferenzialità” delle strutture di erogazione dei servizi.

Con assetto categoriale del sistema intendiamo il fatto che molti istituti sono ancorati a particolari status, per lo più legati alla specifica posizione presente o passata del soggetto nel mondo del lavoro, cosicché essi producono trattamenti differenziati anche a parità di condizione economica e di bisogno. Ne discendono alcuni dei difetti più rilevanti del sistema italiano: le falle nella rete di protezione dal rischio di disoccupazione, oggi concentrata, tramite la cassa integrazione e l’indennità di mobilità, soprattutto sui lavoratori delle imprese medio-grandi; l’assenza di misure di sostegno dei redditi bassi e precari; il sostegno non generalizzato, oltre che quantitativamente limitato, alle famiglie con figli; l’assenza di un istituto di base per il contrasto della povertà. Nella complessa fase di trasformazione economica che stiamo vivendo, larghi strati della popolazione, specialmente tra i giovani e le classi di età centrali, soffrono così di una insufficiente copertura da parte del sistema di sicurezza sociale a fronte di una crescente insicurezza nel mercato del lavoro.

Con autoreferenzialità delle strutture di erogazione dei servizi ci si riferisce alle modalità di organizzazione che ne minano l’efficienza e l’efficacia, determinando costi elevati a fronte della effettiva qualità delle prestazioni rese. Il fatto è che tali forme organizzative, ricalcate su quelle tipiche di una PA attenta alla correttezza procedurale e non orientata al risultato, sono esposte a opachi compromessi tra direzione politica e personale in esse impegnato, con il risultato che appaiono spesso sorde alle esigenze dei cittadini che utilizzano i servizi. La conseguenza è duplice: per un verso costi elevati che compromettono la possibilità di estendere la rete di servizi compatibilmente con i vincoli di bilancio pubblico; per altro verso, una imper- meabilità alle ragioni dei cittadini-utenti che alimenta il consenso verso proposte demagogiche di riduzione del prelievo offuscandone le implicazioni in termini di riduzione quantitativa e di scadimento qualitativo dei servizi.

Amplificato da questi due “vizi” del nostro sistema di welfare vi è un terzo tema, presente in tutti i paesi avanzati ma di particolare rilievo nel caso italiano: quello dello stato di “sofferenza” in cui versa la famiglia. Le carenze del nostro welfare nei servizi e nel sostegno alle famiglie ostacolano il lavoro femminile, compromettendo le prospettive di reddito del nucleo familiare; la mancanza di forme di sostegno all’autonomia dei giovani ne prolunga la permanenza nel nucleo originario; l’assenza di servizi alla non autosufficienza riversa costi pesantissimi sulla famiglia e in particolare sulle donne. In sintesi, siamo di fronte ormai a una sorta di redde rationem per il tradizionale familismo italiano: il ruolo prevalente attribuito alla famiglia nel garantire i servizi di cura e nell’ammortizzare le discontinuità di reddito, che in passato ha fatto da alibi al sottodimensionamento delle componenti non pensionistiche del welfare italiano, risulta ormai spiazzato dall’evoluzione del mercato del lavoro e dalle dinamiche demografiche, con la conseguenza di una situazione per così dire di stress crescente per il nucleo familiare. Una riforma del welfare che, superando il familismo, collochi la famiglia nel contesto di una rete adeguata di servizi e prestazioni è condizione indispensabile per ridare fiato alle famiglie italiane.

Possiamo così riassumere i due criteri generali cui dovrebbero ispirarsi gli interventi da attuare sulle diverse componenti del nostro sistema di welfare. In primo luogo, il superamento della categorialità degli istituti preposti alla sicurezza sociale attraverso un insieme di strumenti che configuri un assetto universalistico del sistema, in cui cioè i cittadini abbiano diritto a ricevere prestazioni non in funzione dell’appartenenza a specifiche categorie, ma in funzione delle condizioni di bisogno, e siano chiamati a sostenerne il finanziamento in relazione alla loro capacità contributiva. In secondo luogo, la costruzione di forme di organizzazione dei servizi basate su una struttura di incentivi interni e di verifica esterna, di mercato, della loro effettiva aderenza ai bisogni, che ne superi l’autoreferenzialità e ne orienti al risultato la gestione; si tratta di rinnovare l’intervento pubblico in modo da collocare l’utente, con le sue esigenze, ma anche con le sue capacità, al centro del sistema, dando corpo a quello che, con un efficace termine inglese, possiamo chiamare l’empowerment dei cittadini.

I due criteri possono a loro volta riassumersi nel mettere al centro del sistema il cittadino in quanto tale, come soggetto di bisogni ma anche come titolare di capacità e di risorse. A questo punto, è doveroso provare a fare qualche esempio che dia concretezza a quanto appena detto. Il lettore conceda il beneficio della “parzialità”: ciascuno degli esempi riportati qui di seguito risulterà inevitabilmente circoscritto e quindi non andrà inteso come esaustivo delle politiche da mettere in campo in ognuno dei settori cui si farà riferimento.

Il primo esempio riguarda il sostegno monetario alle famiglie con figli. Attualmente, esso passa per due strumenti principali: le detrazioni IRPEF per figli a carico e gli assegni per il nucleo familiare (ANF). Le prime hanno il pregio dell’universalità, riguardando tutti i contribuenti indipendentemente dall’origine del reddito, ma hanno il difetto di essere commisurate al reddito individuale che costituisce la base di calcolo dell’imposta, mentre è il reddito familiare (o un indicatore della situazione economica equivalente, come l’ISEE) che costituisce un misuratore più adeguato delle opportunità che la famiglia è in grado di offrire al figlio. Gli ANF fanno riferimento al reddito familiare, ma hanno la caratteristica della categorialità, nel senso che riguardano solo i lavoratori iscritti al fondo lavoratori dipendenti dell’INPS e a quelli dei parasubordinati.

L’origine di questa settorialità sta nella spinta redistributiva proveniente dal movimento sindacale e nell’esigenza di non premiare categorie considerate ad elevato rischio di evasione fiscale. Ma la categorialità è decisamente in contrasto con la ratio stessa che non può non avere un simile istituto, quella del sostegno delle famiglie con figli. La soluzione che è oggi al centro del dibattito, e che viene sviluppata nel recente Libro bianco pubblicato dal ministero dell’Economia e delle Finanze,12 è quella della riunificazione di detrazioni e assegni in un unico istituto di sostegno alle famiglie con figli che, nel dibattito corrente, ha preso il nome di “dote fiscale”: lo Stato dovrebbe dotare ogni figlio, indipendentemente dal tipo di occupa zione dei genitori (dipendente o autonomo), di un ammontare di reddito annuo che fornisca un consistente sostegno alla famiglia per le spese di mantenimento ed educazione, puntando a una maggiore eguaglianza delle opportunità. La dote, che dovrebbe essere garantita appieno anche agli incapienti (coloro che hanno un reddito inferiore al minimo imponibile), va erogata a dipendenti e parasubordinati direttamente come assegno in busta paga, mese per mese; gli autonomi ne usufruirebbero in sede di dichiarazione dei redditi. La dote, proporzionata al numero dei figli, viene calcolata su un indicatore di reddito familiare (in prospettiva l’ISEE) e decresce, ma senza scomparire, nemmeno nel caso dei redditi più elevati.

Universalismo e omogeneità di criteri di riferimento (reddito familiare o ISEE), e quindi trasparenza dell’istituto, sono le caratteristiche innovative della dote che qui interessa mettere in evidenza. Inoltre, venendo corrisposta agli incapienti, essa configura anche un nuovo assetto del fisco: sopra il minimo imponibile il contribuente versa una imposta netta (ridotta dalla presenza della dote), sotto il minimo riceve un trasferimento (pari alla dote non usufruita come riduzione dell’imposta) secondo un approccio noto in letteratura come “imposta negativa”. Si tratta di un passo avanti verso un sistema trasparente di rapporti tra fisco e cittadini, potenzialmente estendibile ad altre forme di sostegno dei redditi anche a beneficio dei contribuenti single o delle coppie senza figli.

Il secondo esempio riguarda ancora una volta i figli, ma stavolta essi ne sarebbero i diretti beneficiari senza la mediazione della famiglia. Si pensi alla proposta avanzata originariamente da Massimo Livi Bacci di una «dotazione di capitale per i giovani » che può essere riformulata, con qualche semplificazione, nei termini seguenti: al momento della nascita, lo Stato apre un conto individuale vincolato a favore del neonato e lo alimenta con un contributo annuo in conto capitale (che può essere ulteriormente alimentato anche da donativi di parenti e amici) fino al compimento del diciottesimo anno di età; i contributi si capitalizzano a un saggio di interesse pari al saggio di crescita del PIL pro capite; al compimento del diciottesimo anno di età, il giovane può utilizzare la dotazione accumulata per finanziare periodi di studio o di formazione professionale, periodi di ricerca del lavoro, avvia- mento di attività imprenditoriali, acquisto della prima casa; la parte utilizzata verrà successivamente restituita a tasso agevolato in un arco di tempo sufficientemente lungo. In questo caso, oltre all’universalità, preme sottolineare un altro aspetto qualificante dell’istituto: la dotazione di capitale finanzia la scelta del giovane circa il proprio percorso di formazione e inserimento lavorativo, secondo un approccio di empowerment che contribuisce a una maggiore uguaglianza delle opportunità rendendo autonomo il giovane dalla famiglia di origine. Il terzo esempio ha a che fare con il finanziamento e l’organizzazione dei servizi per la non autosufficienza. Al riguardo, a parte la fornitura di prestazioni da parte del Servizio sanitario nazionale, l’intervento pubblico sul versante dell’assistenza è centrato principalmente sull’indennità di accompagnamento, una forma di trasferimento monetario non condizionata all’acquisto di servizi. A livello locale si hanno singole iniziative interessanti di organizzazione dei servizi, ma distribuite “a pelle di leopardo” e circoscritte essenzialmente ad alcune Regioni dell’Italia centrale e settentrionale. D’altra parte, si è sviluppato negli ultimi anni un mercato dei servizi di assistenza non regolato, caratterizzato spesso da lavori in nero, che non assicurano né tutela ai lavoratori coinvolti né qualità e continuità adeguata di servizi per i cittadini non autosufficienti; inoltre, restano ai margini del mercato molti anziani che non hanno potere d’acquisto sufficiente. Ecco allora la proposta: affiancare all’indennità di accompagnamento monetaria per i cittadini non autosufficienti la possibilità per loro di optare per una dotazione mensile, di valore maggiore dell’indennità e finanziata anch’essa dallo Stato, di buoni-servizio per l’acquisto di servizi di assistenza domiciliare integrata organizzati dai Comuni; i buoni devono essere nominativi e non trasferibili e possono essere spesi dal cittadino solo per l’acquisto di servizi offerti da erogatori (cooperative, organizzazioni non profit ecc.) accreditati e regolati dai Comuni. Questi ultimi hanno la funzione fondamentale di organizzare il mercato, sia in termini di requisiti di accreditamento sia in termini di regolazione del prezzo e di monitoraggio della qualità dei servizi, sia infine in relazione alla possibile differenziazione di prezzo in funzione delle condizioni economiche delle famiglie, nel senso di una integrazione totale o in varia misura parziale da parte del Co- mune della differenza tra valore del buono-servizio e prezzo del pacchetto di prestazioni usufruito dal cittadino non autosufficiente.

Guardando di nuovo ai nostri criteri di riferimento, una linea di questo genere avrebbe diversi pregi: è il cittadino a scegliere tra i servizi quelli di cui ha più bisogno e tra gli erogatori quelli che operano meglio (empowerment del cittadino); ai Comuni affluiscono nuove risorse attraverso i buoni nella misura in cui effettivamente organizzano i servizi (non autoreferenzialità dell’organizzazione dei servizi). Si creano inoltre le condizioni affinché il mercato dell’assistenza domiciliare divenga un mercato regolato, trasparente, integrato ai servizi sanitari, con guadagni di qualità per i cittadini e regolarizzazione dei rapporti di lavoro.

L’ultimo esempio è di certo meno appealing, ma non meno importante, in particolare con riferimento alla questione dell’autoreferenzialità. Il sistema di relazioni contrattuali tra Regioni e aziende ospedaliere appare oggi in una situazione di stallo: il modello lombardo – originariamente caratterizzato da un meccanismo automatico di “concorrenza e conguaglio” che estendeva al massimo il pagamento a tariffa per prestazione – ha dovuto ripiegare, per evitare la dilatazione della spesa, su un più stretto controllo dell’attività delle singole strutture ospedaliere; a sua volta, il cosiddetto “modello della concertazione” – che caratterizza in particolare Emilia-Romagna e Toscana ed è basato sulla definizione di “contratti-programma” con gli ospedali – tiene sotto controllo la spesa al prezzo di deresponsabilizzare sul piano economico gli erogatori con la definizione in anticipo delle loro quote di produzione.13 C’è un modo per far interagire positivamente queste esperienze, che sono comunque le più avanzate del nostro paese?

Una strada possibile può essere la seguente. In primo luogo, combinare in modo nuovo i due strumenti di regolazione a disposizione della Regione: a) la remunerazione a tariffa per prestazione (DRG) in corso d’anno, dove la tariffa va stabilita ex ante nella misura necessaria a coprire il costo della prestazione corrispondente alle migliori pratiche riscontrabili a livello nazionale; b) il contratto, da allungare al medio termine (tre/cinque anni), che dovrà assicurare ex ante all’ospedale, oltre che la copertura delle funzioni non remunerate a tariffa (pronto soccorso ecc.), il pagamento di una quota rilevante ma non esaustiva del valore delle prestazioni a tariffa corrispondenti all’utilizzo “normale” della struttura (in termini di qualità e quantità delle prestazioni richieste) previsto dalla programmazione regionale. In questo modo, ex post, una struttura che operi a un livello di utilizzo “normale” risulterà in equilibrio economico-finanziario, mentre farà registrare un avanzo se risulta più attrattiva per i pazienti e un disavanzo nel caso opposto. L’allungamento del contratto serve a dare autonomia e tempi ragionevoli al management per programmare azioni di efficientamento adeguate. In secondo luogo, l’andamento del fatturato a tariffa segnalerebbe alla Regione in modo trasparente le aziende ospedaliere meno capaci di esercitare attrattiva sui pazienti, senza peraltro comprometterne in modo irreparabile l’equilibrio economico- finanziario. Al termine del contratto pluriennale, la gestione della struttura che abbia mostrato performance insoddisfacenti nel fatturato a tariffa andrebbe messa a gara per il successivo periodo contrattuale. Si tratta di una gara che avrebbe per oggetto il management: l’ospedale deve invece rimanere di proprietà pubblica, e questo non solo a fini di programmazione sanitaria, ma anche affinché in futuro il management possa essere rimesso a gara nel caso anche la nuova gestione si riveli inefficiente e scarsamente attrattiva.

Nel chiudere questa nota, fa piacere ripensare a un saggio di qualche anno fa di Fernando Vianello:14 ripercorrendo un dibattito di qualche decennio addietro, egli richiama la posizione di Dennis Robertson il quale teorizzava che l’amore è una risorsa scarsa e che gli economisti, proprio per l’importanza di questa risorsa, insegnano a farne “economia”, a mettere cioè a punto meccanismi che consentano alla società di usare quella risorsa con parsimonia; l’obiezione, ricorda però Vianello, è che l’amore è una virtù che, se poco esercitata, rischia di atrofizzarsi e d’altronde, come insegnava Smith, il funzionamento stesso dell’economia presuppone una dose non trascurabile di etica diffusa. Le sorti del welfare State dipendono da come sapremo combinare le due accezioni di “economia d’amore”: economizzare l’amore perseguendo l’efficienza, ma far leva sull’amore per costruire un welfare dello sviluppo umano.

[1] La definizione di «scienza triste» è di Thomas Carlyle; invece, l’obiettivo di fornire strumenti a un governo dell’economia finalizzato al benessere sociale percorre la “Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith, opera considerata usualmente fondativa dell’economia politica come scienza autonoma.

[2] Cfr. Consiglio europeo di Lisbona, Conclusioni della Presidenza, Lisbona, 23-24 marzo 2000; si veda in particolare il punto 5.

[3] Commissione europea, Working Together for Growth and Jobs. A New Start for the Lisbon Strategy, Bruxelles 2005.

[4] Per un’analisi delle implicazioni del ripensamento di Lisbona, cfr. C. De Vincenti, R. Tangorra, Lisbona addio? Coesione sociale e crescita economica nella crisi europea: un’ipotesi di rilancio, in G. Vacca, J. L. Rhi-Sausi (a cura di), I dilemmi dell’integrazione. Il futuro del modello sociale europeo, Il Mulino, Bologna 2006.

[5] Si veda per tutti A. Sapir, P. Aghion, G. Bertola, M. Hellwig, J. Pisani- Ferry, D. Rosati, J. Vinals e H. Wallace, An Agenda for a Growing Europe: The Sapir Report, Oxford University Press, New York 2004.

[6] Come mostrano recenti studi, se si considera l’ammontare complessivo di risorse che un paese dedica a prestazioni di welfare, comprendendovi anche le cosiddette tax expenditures (detrazioni e deduzioni) e le spese sostenute privatamente per prestazioni di welfare (sanitarie e pensionistiche), si osserva una sostanziale omogeneità circa la quota di PIL tra i principali paesi avanzati, Stati Uniti compresi. Si vedano, ad esempio, W. Adema, Net Social Expenditure. 2nd Edition, OECD, Labour Market and Social Policy Occasional Papers, 52/2001, e R. Artoni, Stato sociale, mimeo, Università Bocconi, Milano 2005.

[7] Si vedano ad esempio i saggi raccolti in R. P. Inman (a cura di), Managing the Service Economy, Cambridge University Press, Cambridge 1985, e in P. Sacco, S. Zamagni (a cura di), Complessità relazionale e comportamento economico, Il Mulino, Bologna 2002.

[8] Cfr. De Vincenti, A. Montebugnoli (a cura di), L’economia delle relazioni. Ricchezza e occupazione nella società postindustriale, Laterza, Roma-Bari 1997. Per una rassegna della letteratura sulla relazione tra politiche di welfare e crescita economica, si veda L. Grazzini, A. Petretto, Spesa pubblica per il welfare e crescita economica: una rassegna, SIEP Working Papers, 413/2005.

[9] Si veda A. Sen, Development as Freedom, Oxford University Press, New York 1999, e M. Nussbaum, Women and Human Development. The Capabilities Approach, Cambridge University Press, Cambridge 2000.

[10] Con riferimento ai welfare europei, si veda la tassonomia proposta da G. Esping-Andersen, The Three Worlds of Welfare Capitalism, Princeton University Press, Princeton 1990 e la modellizzazione proposta da M. Ferrera, The Four Social Europes: between Universalism and Selectivity, in M. Rhodes e Y. Meny (a cura di), The Future of European Welfare: a New Social Contract, MacMillan, Oxford 1998.

[11] Come testimonia anche il rilievo particolare che hanno nel nostro paese i trasferimenti intrafamiliari, che prendono spesso la forma di trasferimenti dagli anziani, che hanno una qualche forma di pensione, verso i giovani, che incontrano ostacoli crescenti nella stabilizzazione dei propri rapporti di lavoro. Cfr. De Vincenti, G. Rodano (a cura di), Venti anni di transizione dell’economia italiana, XII Rapporto CER-SPI, Ediesse, Roma 2001.

[12] Si veda De Vincenti, R. Paladini (a cura di), Libro Bianco della Commissione di studio sull’imposta sui redditi delle persone fisiche e sul sostegno alle famiglie, Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze “Ezio Vanoni”, Roma 2008.

[13] Sulla configurazione di partenza dei modelli regionali emergenti, cfr. V. Mapelli, La sanità cambia marcia o rotta?, in L. Bernardi, A. Zanardi, La finanza pubblica italiana. Rapporto 2001, Il Mulino, Bologna 2001.

[14] F. Vianello, Umanesimo del welfare: qualche riflessione, in G. Rey, G. C. Romagnoli, In difesa del welfare State, Franco Angeli, Milano 1993.

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