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Una via italiana per l'Industrial Compact

Written by Giuseppe Surdi Tuesday, 02 September 2014 16:04 Print

La produzione industriale del nostro paese è ormai scesa a livelli precedenti al 1990, dimostrando così il carattere inequivocabilmente strutturale della crisi economica che l’Italia sta attraversando. È pertanto necessario spostare l’attenzione dalle riforme strutturali alle riforme della struttura, cercando nella capacità di trasformare le risorse a disposizione, nella ridefinizione del modello insediativo e nell’esportazione dello stile di vita italiano nuove strategie di politica industriale. L’opzione green e la costituzione di una rete di città di media dimensione come base per la generazione di competenze e capacità imprenditoriali da diffondere su tutto il territorio sono in questa ottica due ambiti molto promettenti per ridare finalmente lustro e visibilità al made in Italy.

Il paese che pareva perennemente vivere, e soprattutto reagire, nell’emergenza sembra, per paradosso, aver acquisito di recente il senso dell’urgenza. Quando per la prima volta si inforcano degli occhiali per correggere difetti visivi, si fa fatica ad abituarsi a una nuova visione del mondo e a metterne bene a fuoco gli elementi di dettaglio, ma le cose macroscopiche risultano subito più nitide: e i nuovi occhiali dell’urgenza mostrano anzitutto il problema del sistema produttivo italiano. La grande crisi che tuttora il paese sta affrontando ha giocato un ruolo drammatico: rispetto ai picchi del 2007, infatti, la produzione industriale nazionale è calata del 30% circa, portandosi su livelli precedenti al 1990.

Un arretramento di almeno venticinque anni e più di un quarto della produzione industriale evaporata lasciano pochi dubbi sul carattere strutturale, piuttosto che congiunturale, della fase economica che l’Italia sta attraversando, soprattutto dopo che si sono spente prima le speranze di recupero del biennio 2009-10 e più di recente i timidi segnali di una ripresa produttiva nel 2014, forse più auspicata dagli stessi imprenditori e osservatori che realmente possibile.1

Tra i grandi paesi europei peggio di noi ha fatto solo la Spagna, mentre la Germania, nostro principale partner, ma anche competitor, è pressoché ritornata sui livelli pre crisi, con la conseguenza di «un progressivo e continuo ampliamento del differenziale nella produzione industriale in senso sfavorevole al nostro paese», che però sembra seguire una tendenza che «si è manifestata a partire dal 1997-98 senza apparentemente risentire delle diverse fasi cicliche».2 Ovviamente, questo si è determinato in un quadro articolato e complesso, in cui in prima approssimazione, a fronte di una base industriale sempre più ristretta e concentrata nel Nord (in cui si colloca il grosso di quel 21% circa del totale delle imprese che è vocato all’esportazione e che genera approssimativamente l’80% del valore aggiunto complessivo della manifattura secondo recenti dati Eurostat), il Mezzogiorno sconta tutta «la durezza degli effetti della crisi sull’economia (…), che ha conosciuto nel 2013 il suo punto più basso»,3 crisi che pare avvitarsi nel 2014 con un saldo negativo tra imprese nuove e cessate di oltre 14.000 unità, dovute a una media di chiusure di 573 attività imprenditoriali meridionali al giorno da inizio anno.

Il dato della caduta degli investimenti pubblici e privati nel Sud, quasi 28 miliardi tra il 2007 e il 2013, con un calo di circa il 47% nell’industria in senso stretto, peraltro appare in linea con la considerazione che a livello nazionale il manifatturiero presenta dal 2009 un livello degli investimenti fissi non sufficiente a compensare gli ammortamenti e quindi a consentire «la semplice sostituzione dei beni capitali già utilizzati nel processo produttivo».4 Queste dinamiche sembrano però venire da lontano, da una progressiva erosione della nostra capacità produttiva, con la conseguente caduta di produttività, al centro delle analisi sui mali nazionali. L’apparente incapacità di reagire del nostro sistema produttivo non può trovare una spiegazione univoca nella pur durissima strozzatura della domanda interna determinata dalle politiche di austerità europee, che, al di là della propaganda, hanno effetti “espansivi” solo sulla disoccupazione, sul rapporto debito/PIL e proprio sul restringimento della base produttiva nazionale.

Nelle pieghe della globalizzazione dei mercati – con il corollario dell’avvento di nuovi massicci sistemi industriali come quello cinese – e della sfida dell’Unione monetaria europea, infatti, «il nostro apparato produttivo sembra essersi indebolito sul piano strutturale », come evidenziato da una sempre più «limitata presenza di imprese importanti nei settori che determinano la vitalità di un sistema economico» e dalle conseguenze che si manifestano in maniera evidente «dal punto di vista dell’accumulazione e dell’utilizzo del capitale umano».5 Inoltre, il posizionamento delle nostre imprese più inserite all’interno delle catene produttive globali dà l’idea di collocarsi al di fuori dell’ambito di esercizio del potere di mercato e di estrazione del valore e rischia di configurarsi principalmente in ruoli di subfornitura, seppur di alta qualità e complessità anche ingegnerisitico-tecnologica, in cui la capacità di fare il prezzo è nelle mani degli acquirenti piuttosto che dei produttori.

Al contempo, il confuso processo di privatizzazione-liberalizzazione nazionale che si è sviluppato, se da un lato dovrebbe aver almeno parzialmente favorito il cittadino-consumatore, dall’altro pare aver determinato una riduzione della capacità di investimento e del contributo alla crescita del paese, probabilmente anche a causa di sistemi di regolazione acerbi e non ben allineati con l’interesse pubblico di sviluppo duraturo, sostenibile e diffuso. Inoltre, la maggior apertura del nostro mercato interno, non sempre in condizione di reciprocità nemmeno con gli altri principali membri dell’Unione europea, ha determinato una presenza crescente di operatori esteri industriali e finanziari, spesso e volentieri supportati dal proprio sistema paese, che ha di fatto delimitato lo spazio per le imprese italiane.

Il dumping fiscale, ambientale e delle condizioni di lavoro a livello internazionale ha contemporaneamente favorito una progressiva rarefazione del tessuto produttivo, attraverso la delocalizzazione delle imprese e la connessa scomparsa di competenze e capacità imprenditoriali costruite nel tempo, non facilmente riproducibili su un territorio che si è ritrovato più povero e meno in grado di fare impresa. In questo contesto si sono innestate scelte infrastrutturali che hanno finito per favorire forme di agglomerazione economica intorno a pochi centri urbani nazionali,6 contribuendo ad allentare i legami territorio-impresa-lavoro-comunitàistituzioni che avevano caratterizzato il modello insediativo di ampie zone del paese.

Insieme a una molteplicità di altri fattori, quindi, il carico della crisi sembra aver messo alle corde una struttura produttiva nazionale già indebolita, la cui tenuta non può che essere motivo di forte preoccupazione e, di conseguenza, obiettivo di scelte coraggiose e tempestive, visto che il senso dell’urgenza ci segnala giustamente che non c’è più molto tempo per intervenire. In questo senso l’Italia è di fatto costretta a fare da subito la sua parte per contribuire a quel nuovo Rinascimento industriale europeo auspicato dal presidente del Consiglio e al centro del dibattito sull’Industrial Compact comunitario. È necessario, in questa ottica, spostare l’attenzione dalle riforme strutturali alle riforme della struttura, cercando di immaginare un cambiamento che consenta un definitivo superamento della crisi e risponda alle aspettative dei componenti della comunità, in modo da evitare che il cambiamento stesso sfoci nella generazione di un conflitto divisivo nel momento in cui le sfide globali richiedono una forte coesione nazionale e non solo.

Il paese può far leva sul principio europeo di sussidiarietà per disegnare, attraverso gli strumenti a disposizione della sovranità nazionale, un percorso autonomo, seppur inserito nel contesto europeo, che consenta di ricercare una nuova competitività italiana. La capacità di trasformare le risorse a disposizione, la ridefinizione del nostro modello insediativo in grado di attivare cicli virtuosi e lo stile di vita da esportare possono costituire alcune delle dimensioni del nostro capitalismo in cui ricercare le leve dell’azione per pensare una nuova strategia di politica industriale e contribuire allo sviluppo del sistema produttivo nazionale.

Lo storico disavanzo energetico della nostra bilancia dei pagamenti e la questione ambientale indicano il primo possibile ambito di intervento, ovvero un’opzione strategica green, giocata sulla spinta alla massima diffusione delle tecnologie per l’efficienza energetica, per la produzione di energia da fonti rinnovabili e a un’industria che vada nella direzione di cicli produttivi a sempre minor impatto ambientale. La sfida dell’efficienza “verde”, se radicale e giocata con politiche di supporto e forme di regolazione adeguate, può aprire spazi di mercato e possibilità di riorganizzazione di comparti fondamentali del settore manifatturiero italiano che già si stanno attrezzando in questo senso (si pensi solo alle filiere di produzione di materiali per la casa e gli edifici, elettrodomestici, impianti e motori ecc.).

Una nuova accelerazione alla diffusione della produzione di energia da fonti rinnovabili, invece, richiede un ripensamento della strategia per il rafforzamento delle filiere tecnologiche italiane, per evitare quell’estrazione di risorse a principale vantaggio di altri sistemi industriali in cui pare essersi configurata la prima fase del perseguimento dell’obiettivo sottoscritto in sede europea con il trittico energetico-ambientale del 20-20-20. Ingredienti possibili, tra gli altri, sono: tanta ricerca (pubblica e privata, in caso supportata) e sviluppo; chiare politiche di local content nella produzione di tecnologia destinata a essere applicata negli impianti di produzione di energia verde sul territorio nazionale; il sostegno alla formazione di una filiera produttiva, eventualmente anche attraverso la creazione di un capofila autonomo, una sorta di Enev, che, accanto a Eni ed Enel, spinga nella direzione di uno sviluppo industriale nazionale nell’energia verde.

La reingegnerizzazione dei processi produttivi in senso ambientale, come altro tassello della strategia verde, può andare nella direzione del pieno sfruttamento della “risorse” di cui il paese è ricco, ovvero gli scarti della produzione e i materiali dal recupero e dal riciclaggio dei rifiuti, riducendo al massimo quanto conferito in discarica, oltre che l’impatto inquinante di fumi e polveri, attraverso l’applicazione di tecnologie all’avanguardia, preservando il valore del nostro bellissimo territorio e la salute pubblica. Tale processo potrebbe essere favorito dallo spostamento di parte della tassazione sull’impronta carbonica dei beni e dei servizi, una sorta di “IVA verde” che sostituisca parte di quella attuale (e non si sommi) e incida maggiormente sulle produzioni più inquinanti, creando un incentivo per la rilocalizzazione sostenibile delle imprese sul territorio nazionale. In questa ottica sarebbe possibile puntare a una integrazione dei sistemi di produzione e di lavoro nel tessuto urbano nazionale, evitando i rischi di nuovi casi Ilva.

Questo ci porta al secondo ambito di azione, ovvero la costituzione di una rete di città di media dimensione, trasformate in chiave smart e sostenibile, che possa costituire l’infrastruttura urbana necessaria per riattivare quei legami essenziali che permettono la generazione di valore diffusa su tutto il territorio italiano. I principali Comuni italiani, il cui ruolo storico nello sviluppo del paese non deve essere sottovalutato, sono già avviati in percorsi che vanno in questa direzione. Perché possa, però, formarsi una infrastruttura a sostegno dello sviluppo produttivo, oltre a una regia unitaria, con il supporto anche delle istituzioni regionali, sono necessari alcuni altri ingredienti.

Anzitutto, sembra ormai ineludibile un grande investimento nelle reti dell’ICT a partire dalla banda larga, che per consentire di recuperare il gap accumulato nel tempo dovrebbe essere di livello confrontabile con i paesi leader in questo ambito come la Corea del Sud e il Giappone. Senza è difficile pensare di poter attivare, anche attraverso piattaforme tecnologiche adeguate, l’intelligenza diffusa, fatta di capitale umano, informazioni e istituzioni, che può rendere smart le città e il paese. In secondo luogo, è auspicabile un ripensamento delle politiche infrastrutturali – energetiche, logistiche, ambientali – orientato al miglior funzionamento delle città, che permetta il massimo sfruttamento del territorio ma al minor impatto possibile, la semplificazione delle abitudini di vita dei cittadini e la liberazione di tempo libero. Sulla base di questi presupposti di sistema si può immaginare una rete di città, ciascuna attrezzata, anche sotto il profilo della governance, per essere terreno fertile per la generazione di competenze e di capacità imprenditoriali, anche grazie alla presenza di istituzioni universitarie praticamente in ogni Comune di medio-grandi dimensioni, e in grado di dialogare con settori produttivi orientati al rapporto col proprio territorio.

All’interno di contesti urbani rivitalizzati si generano peraltro i bisogni e i mercati tipici delle realtà più avanzate e connessi all’uso del tempo libero, all’allungamento della vita media e allo sfruttamento del patrimonio culturale. Le città e i loro contesti territoriali rappresentano in questo senso la prima vetrina per vendere il made in Italy, inteso, in senso allargato, come stile di vita italiano, che deve “tirarsi” dietro i prodotti, i servizi e, di conseguenza, le filiere produttive nazionali. I margini sono enormi, se si pensa, ad esempio, che, a fronte di un patrimonio culturale tra i più importanti e più presenti nell’immaginario collettivo globale, non abbiamo né industrie della produzione culturale né piattaforme logistiche del turismo adeguate allo sfruttamento del potenziale. Un altro esempio è rappresentato dai sistemi di cura della persona, in particolare in contesti di invecchiamento della popolazione, che dovrebbero essere all’avanguardia, alla luce di un sistema sanitario tra i più importanti al mondo anche in termini di risorse impiegate, e pronti a essere esportati. Mentre allo stato il paese non sembra in grado di trasformare la domanda pubblica di salute in uno stimolo alla crescita economica, come avviene in altre realtà, anche a causa dell’assenza di imprese di dimensione internazionale nell’industria farmaceutica e nelle filiere chimiche e tecnologiche connesse. Il marchio Italia, nella produzione culturale, nei servizi alla persona, nella trasformazione agroalimentare, solo per citare alcuni dei diversi ambiti possibili, deve poggiarsi su un sistema produttivo in grado di sostenerlo e farlo evolvere nel tempo e deve essere supportato da politiche nazionali (e non regionali, comunali ecc.) di penetrazione dei mercati esteri, al pari di tutti i nostri competitors europei e non.

Gli ambiti di intervento qui delineati sono ovviamente solo alcuni di quelli possibili, ma sembrano fondamentali per dar luogo a un effettivo cambio di paradigma del sistema di produzione nazionale, aprendo mercati e possibilità nuove. Accanto ci sono interventi trasversali ormai da anni al centro del dibattito, ma non per questo meno urgenti: meccanismi di sostegno, pubblici e privati, alla crescita delle imprese, soprattutto di medie dimensioni; deburocratizzazione per start up e nuove imprese; riduzione della pressione fiscale, in particolare quella diretta sulle persone e sulle imprese, per riattivare, attraverso i consumi e gli investimenti produttivi, i circuiti virtuosi dell’economia nazionale. Su quest’ultimo punto c’è da discutere, parecchio, in Europa, ma ne vale la pena per l’Italia. Con un po’ di respiro, infatti, si possono individuare azioni e strumenti di politica industriale, sia sistemici sia specifici, che consentano di raggiungere gli obiettivi di un cambiamento tanto atteso, quanto urgente.7




 

[1] Banca d’Italia, Bollettino Economico, 3/2014, disponibile su www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2014/bolleco3/bollec3/boleco_3_2014.pdf

[2] Istat, Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Edizione 2014, Roma 2014, p. 19, disponibile su www.istat.it/it/files/2014/02/capitolo-1.pdf

[3] Confindustria-SRM, Check-up Mezzogiorno, luglio 2013.

[4] E. Martini, A rischio distruzione il capitale fisico del nostro sistema produttivo, in “nelmerito.com”, 28 aprile 2014, disponibile su www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=2004&Itemid=1

[5] R. Artoni, Le interpretazioni del declino economico italiano, in Econpubblica Working Papers, 2/2013, p. 18.

[6] E. Cassetta, C. Pozzi, Le politiche infrastrutturali in Italia: una lettura strategica, in “L’industria”, 2/2013.

[7] Si ringraziano i colleghi del GRIF per la costante generazione di idee e il confronto senza cui queste righe non avrebbero visto la luce; in ogni caso, le opinioni espresse, e in particolare i loro limiti, appartengono esclusivamente all’autore.

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