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Tre dualismi di un'Italia forte e debole. Identità per internazionalizzarsi

Written by Alberto Quadrio Curzio Tuesday, 13 May 2008 17:55 Print
L’Italia è dotata di molti punti di forza, tra i quali primeggia l’industria manifatturiera, che è una parte della nostra economia che riesce a generare surplus commerciali consistenti e quella più esposta alla concorrenza internazionale. Ma il modello di sviluppo dell’economia reale italiana, pur vitale e dinamico, è frenato a livello di sistema paese dai vincoli posti dall’amministrazione pubblica, dalle infrastrutture e da molti dualismi. Per assumere un netto profilo internazionale bisogna avere invece una nitida identità nazionale, che per l’Italia può essere solo quella di un liberalismo sociale in cui si combinino sussidiarietà, solidarietà e sviluppo.

Le graduatorie degli “ottimati” sul declino italiano

Da anni, l’idea di un’Italia ad alto rischio di declino o con un declino già in corso o addirittura allo sfascio – dove è bene non investire – sembra prevalere, anche per il fattivo contributo di quegli italiani che criticano costantemente il loro paese, magari mutuando giudizi sommari da giornali stranieri. È il circolo degli “ottimati internazionalizzati”. Il 2007 sembra confermare i giudizi negativi, alla luce anche della notizia del sorpasso spagnolo sull’Italia in termini di PIL pro capite, al quale si sono unite le stroncature del nostro paese da parte, soprattutto, della stampa anglosassone. Ci sono almeno due fattori che spiegano, ma che giustificano solo parzialmente, questi giudizi.1

Il primo è l’obiettiva debolezza infrastrutturale – dal punto di vista sia fisico che istituzionale – del nostro sistema paese. Essa è generata dalla litigiosa instabilità della politica, dalla burocrazia che non funziona, dal perdurante divario tra il Nord e un Sud dove lo Stato non riesce ad imporsi, dalla faticosa finanza pubblica, dalla carenza di infrastrutture fisiche. Solo per fare un esempio, per avviare un’impresa in Italia ci vogliono quarantacin- que giorni, mentre in Gran Bretagna ne bastano nove. Tutto ciò scoraggia gli investimenti esteri verso l’Italia.

Il secondo è la superficialità delle inchieste e delle opinioni, specie della stampa internazionale, che non distingue le impressioni sul nostro paese dalla realtà del sistema economico. Questa visione negativa del nostro paese, condivisa da ampi settori dell’opinione pubblica internazionale, scoraggia molto gli investimenti verso l’Italia. Poco importa, per esempio, che nella recente crisi dei mutui irresponsabili, che ha costretto i governi americano e inglese a intervenire per salvare alcune banche, l’Italia abbia dimostrato di avere un sistema bancario solido. La posizione nelle graduatorie di competitività che vanno per la maggiore, come quelle del World Economic Forum, continuano a collocare l’Italia anche dietro paesi notoriamente ben poco sviluppati.

Il fatto è che per capire l’Italia bisogna essere “strabici”, perché i nostri molti dualismi impediscono una visione normale. Tre sono i dualismi cui vogliamo accennare in questa sede allo scopo di spiegare perché in Italia gli investimenti diretti esteri (IDE) siano comparativamente più bassi che in altri paesi europei: quello tra Nord e Sud; quello tra investimenti diretti esteri e commercio estero; quello tra sindacal-dirigismo e liberalismo sociale.

Il dualismo Nord-Sud

La vicenda dei rifiuti a Napoli ha avuto una visibilità sulla stampa estera che forse non potrà essere eguagliata dalla vittoria di Milano per l’Expo del 2015. Allo stesso modo, ben pochi rilevano che le regioni industriali italiane godono di un livello di sviluppo molto alto, che declina nella media nazionale a causa delle aree dove non c’è attività manifatturiera, dove c’è criminalità e dove la formidabile risorsa del turismo continua ad essere poco utilizzata. Bastano a dimostrarlo alcuni dati.

Se prendiamo in considerazione il PIL pro capite a parità di potere di acquisto del nostro paese a fronte di quello di Regno Unito e Spagna (per limitarci a due paesi che avrebbero superato l’Italia, il primo in anche in termini di PIL totale e il secondo solo in quello pro capite) e lo disaggreghiamo a livello regionale, riscontriamo che il Nord-Ovest e il Nord-Est dell’Italia hanno un livello nettamente superiore a quello della Gran Bretagna, che eguaglia invece il Centro Italia. Più precisamente, il Nord Italia presenta un PIL per abitante di circa 1.000 euro superiore a quello dell’Inghilterra più “ricca” (cioè il Regno Unito senza il Galles, la Scozia e l’Irlanda del Nord) ed è di 6.350 euro più alto di quello della Spagna e di 2.100 euro più alto di quello della Catalogna. Il Centro Italia ha un PIL pro capite di 4.440 euro più elevato di quello della Spagna. La media nazionale italiana si abbassa poi a causa del Mezzogiorno, che purtroppo ha un prodotto interno per abitante addirittura inferiore (di 860 euro) a quello del Portogallo.

L’economia del Sud Italia non decolla perché, malgrado un capitale umano assai qualificato (ma che ha ricominciato ad emigrare), il disordine istituzionale e socio-civile scoraggia gli investimenti delle imprese sia italiane che estere. Eppure il Sud Italia potrebbe registrare una forte crescita se il turismo decollasse, ma ciò non accadrà fino a quando, ridimensionate le organizzazioni malavitose, non si sarà contratta l’economia pubblico-assistenziale. Nel Mezzogiorno d’Italia servirebbero perciò a un tempo più Stato e più mercato. Quest’ultimo soprattutto dovrebbe essere avvantaggiato da un costo del lavoro che dovrebbe essere competitivo rispetto ad altre aree più sviluppate e da una tassazione meno onerosa necessaria per far emergere il sommerso. Ma chi avrà la forza di compiere queste scelte?

Il dualismo tra investimenti esteri ed esportazioni

Il secondo dualismo si manifesta tra due diverse forme di competitività: quella attrattiva per le imprese e quella commerciale per le esportazioni. Sotto il primo profilo l’Italia è comparativamente debole. Nel 2006 ha registrato un totale di stock in entrata pari a 224 miliardi. Si tratta di una cifra inferiore a quella della Spagna (334,4 miliardi) e del Regno Unito (858,6 miliardi), ma anche a quella della Francia (637,2 miliardi) e della Germania (526,5 miliardi). La ragione di questa scarsa attrattività sta nella carente dotazione di infrastrutture fisiche e civili del nostro paese, la cui burocrazia è sufficiente a scoraggiare quelle imprese che, mentre in altri contesti sono accolte dai facilitatori, da noi sono accolte dai sabotatori.

Anche per quanto riguarda gli investimenti in uscita l’Italia risulta essere il fanalino di coda del gruppo dei grandi paesi europei. Sempre considerando i dati per il 2006, l’Italia registra un totale di quasi 287,7 miliardi di stock in uscita, ed è superata da Spagna (387 miliardi), Germania (671 miliardi), Francia (886,7 miliardi) e Gran Bretagna (1.094 miliardi).

Anche le multinazionali italiane sono comparativamente poche: delle prime 100 multinazionali al mondo in base al patrimonio estero, solo 3 sono italiane, contro le 15 francesi, le 14 tedesche e le 12 del Regno Unito.

Questi dati vanno però corretti alla luce delle esportazioni, dove l’Italia è invece molto forte grazie soprattutto ai risultati dell’attività manifatturiera del Nord. Basti segnalare che nei primi nove mesi del 2007 la bilancia commerciale italiana ha registrato un calo di 7,7 miliardi di euro, a fronte dei -91 miliardi del Regno Unito e dei -67,2 miliardi della Spagna. Se consideriamo il commercio estero al netto dei minerali energetici, nel periodo gennaio-settembre 2007 l’Italia ha presentato uno straordinario surplus di 28,8 miliardi, mentre la Gran Bretagna senza petrolio è risultata essere “in rosso” per più di 60 miliardi di sterline (circa 85 miliardi di euro). Ma c’è di più: nei primi nove mesi del 2007 il Centro-Nord ha esportato grosso modo quanto l’intero Regno Unito (230 miliardi di euro contro 232 miliardi), mentre il Nord da solo ha esportato 59 miliardi di euro più della Spagna (189 miliardi contro 130).

Vi è dunque un’Italia internazionalizzata, dove primeggia l’industria manifatturiera2 che è la sola parte della nostra economia davvero esposta alla concorrenza internazionale e che riesce tuttavia a generare surplus commerciali consistenti. Affermazione, questa, che risulta giustificata se si analizzano bene i dati sotto due profili: quello della tipologia delle imprese; quello della rivoluzione avvenuta nel commercio estero mondiale negli ultimi dieci anni.

Circa la tipologia delle imprese, d’obbligo è il riferimento ai distretti industriali (DI) e a quelle 3.000 medie imprese (MI) – non poche delle quali sono leader di distretti o di meta-distretti – che hanno rappresentato e rappresentano una grande realtà di successo del nostro paese. I distretti industriali italiani sono caratterizzati da un forte radicamento nel territorio e dalla presenza predominante di imprese specializzate, fortemente interconnesse da relazioni di collaborazione-competitività. I 156 distretti industriali di piccola e media impresa individuati dall’ISTAT sulla base dei dati del censimento 2001 contribuiscono per ben il 40% all’occupazione manifatturiera italiana e per il 25% a quella totale nazionale. Se poi si considera che l’ISTAT esclude dall’elenco dei distretti i “sistemi locali del lavoro” che, pur presentando sul proprio territorio importanti specializzazioni di natura distrettuale, hanno in aggregato una prevalenza sia di attività di servizi rispetto a quelle manifatturiere sia aziende di dimensioni superiori ai 250 addetti, si capisce come questi dati sulla rilevanza economica dei distretti nell’economia italiana possano considerarsi sottostimati.

Come messo in evidenza dalla Fondazione Edison, il contributo dei distretti industriali e delle medie imprese risulta ancor più significativo qualora si consideri il loro apporto specifico ai settori di eccellenza del made in Italy ovvero le cosiddette “4 A”:3 abbigliamento-moda; arredo-casa; automazione- meccanica; alimentari-bevande. Le “4 A” del made in Italy hanno fornito un contributo attivo alla bilancia commerciale italiana, permettendo così di compensare parzialmente, anche se purtroppo non completamente, il passivo della bolletta energetica nonché il deficit strutturale di tre importanti macrocomparti quali il chimico-farmaceutico, l’elettronica-TLC e i mezzi di trasporto.

I distretti industriali e le medie imprese presentano degli importanti elementi di forza che hanno determinato il successo del nostro paese negli ultimi trenta anni. Tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, dopo una lunga fase di crescita tumultuosa e ininterrotta, essi si sono trovati a dover affrontare una serie di sfide impegnative e di nuovi problemi. La situazione dell’export mondiale, infatti, è sensibilmente mutata. Nel 1996, i primi quattro paesi del mondo per saldo commerciale attivo erano la Germania, il Giappone, l’Italia e la Russia, ognuno con una posizione di leadership nella divisione internazionale del lavoro: la Germania negli autoveicoli di lusso e nella meccanica; il Giappone negli autoveicoli di fascia media e nell’elettronica di consumo; l’Italia nelle “4 A” del made in Italy come sopra definite; la Russia nell’energia. A distanza di dieci anni, la Germania, la Russia e il Giappone sono ancora presenti tra i primi quattro paesi per attivo commerciale con l’estero e addirittura hanno rafforzato la loro posizione, mentre l’Italia non fa più parte del quartetto e registra perfino un passivo commerciale, ancorché, come già detto, dovuto essenzialmente al dato del settore energetico. Il posto dell’Italia tra i primi quattro paesi per saldo commerciale attivo con l’estero è stato preso dalla Cina che, anche attraverso un forte dumping sociale, valutario e ambientale e a politiche di commercio internazionale spesso oltre i limiti della legalità (contraffazione dei marchi e dei prodotti), è diventata il principale concorrente dell’Italia nei suoi tradizionali settori di specializzazione, in particolar modo per quanto riguarda i beni per la persona e la casa, sia pure di fascia bassa e medio-bassa.4 Anche il passaggio all’euro, pur indispensabile, e la forza di questa valuta hanno creato non pochi problemi alle imprese esportatrici. Tuttavia i distretti industriali e le medie imprese hanno reagito bene, continuando a dare un positivo apporto al PIL complessivo italiano e un contributo decisivo alla nostra bilancia commerciale e all’occupazione. Questo è accaduto anche perché i territori distrettuali rappresentano un importante serbatoio sia di competenze manifatturiere e tecnologiche sia di risorse imprenditoriali. Ed è proprio da questo fertile tessuto di aziende sane, abituate a misurarsi con la concorrenza dei mercati internazionali, che stanno emergendo le medie imprese dinamiche e innovative che dovrebbero aumentare la nostra capacità di competere sui mercati globali.

A queste imprese la politica economica nazionale dovrebbe guardare con favore, sia per la loro capacità di internazionalizzazione, sia per la capacità di attrarre imprese non italiane in cerca di competenze comunitarie territorializzate. Ma chi avrà la forza di ridurre il vincolo energetico (anche con un rapido ritorno al nucleare) e quello (con un forte impulso anche al ferroviario) nei sistemi di trasporto?

Il dualismo istituzionale

Ma c’è un ultimo dualismo-vincolo di cui discutere: è quello istituzionale, per cui, anche in economia, lo statal-dirigismo prevale sul sociale e sul privato. Sicché ad imprese forti nella “dinamica” è contrapposta una burocrazia altrettanto forte nella “statica”. Inoltre, mentre le imprese non trovano una sponda costruttiva costante nella politica, il sindacato ne condiziona invece continuamente l’attività. Infine, ad un’Italia che è stata fra i più convinti promotori del processo di integrazione europea si contrappone un’Italia che non riesce ad avere nell’Unione europea una posizione di rilievo pari al suo peso economico.

Forse molti di questi “strabismi” trovano radici nella nostra Costituzione. Da più di dieci anni in molti riconoscono che essa, sebbene ancora valida in tante sue parti, ha anche una marcata impronta statal-burocratica. Basti ricordare gli articoli 41, 42 e 43: dopo avere affermato che «l’iniziativa economica privata è libera» e che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge», questi articoli comprimono di fatto l’iniziativa economica dentro programmi, controlli, espropri e socializzazione di beni e imprese. L’economia è subordinata qui allo statal-dirigismo, che comprime la libertà d’impresa e le libertà dei cittadini a favore di un presunto interesse generale. Così l’articolo 43 enuncia: «A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». La combinazione di questo articolo con il primo comma dell’articolo 1 («L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro») che regge poi gli articoli successivi sul lavoro e sul sindacato, configurano una Italia statallavorista. Ma, all’opposto, vi è una parte della Costituzione, radicata sull’articolo 2, che enuncia: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; articolo splendido, che avrebbe dovuto essere il primo della nostra Costituzione, così come avviene per quella della Repubblica Federale di Germania. È quella impostazione personalista che porta al liberalismo sociale.

Quell’insieme di principi che non si affidano fideisticamente al mercato o con sudditanza allo Stato, che stanno alla base delle formidabili PMI italiane, che riconoscono il ruolo cruciale di imprese (che vanno dalla Ferrari all’ENI) piccole, medie, grandi. Ma che apprezzano anche la straordinaria diffusione, soprattutto nel Nord Italia, del privato sociale, delle forme associative e cooperative. Se dunque da un lato bisogna sottrarre le imprese, e quindi i mercati, a vincoli politico-burocratici che hanno radici molto profonde – e tanto che pare non ci sia governo capace di sradicarle – e dall’altro lato bisogna rafforzare e rendere efficienti le infrastrutture fisiche e civili, bisogna anche affermare un principio generale di base: non è possibile promuovere un interesse nazionale che sia rispettato in Europa e che al tempo stesso ne rispetti le compatibilità senza una chiara identità e dignità nazionale, che nel caso italiano deve basarsi sul liberalismo sociale nella combinazione di sussidiarietà e solidarietà anche per generare sviluppo.5 In assenza di ciò, si potrà fare al massimo un po’ di protezionismo nazionale o un po’ di maquillage finanziario o un po’ di liberismo casuale. Per la semplice ragione che identità e dignità nazionale non si acquisiscono importando acriticamente da altri paesi modelli ben difficili da trapiantare, ma costruendole nel modo in cui hanno fatto le élite nelle migliori stagioni del nostro paese. Ecco perché da qualche lustro proponiamo una Convenzione costituente che riunisca e faccia collaborare le forze politiche italiane intorno ad una nuova dignità italiana in Europa.6

[1] Cfr. A. Quadrio Curzio, Una costituente per l’interesse nazionale in economia, in “Aspenia”, 34/2006, pp. 92-99; A. Quadrio Curzio, M. Fortis, L’Italia in eterno declino nei pregiudizi stranieri, in “Il Sole 24 Ore”, 2 gennaio 2008.

[2] Sullo sviluppo del made in Italy e del manifatturiero italiano si rinvia ai volumi della Collana istituzionale della Fondazione Edison pubblicati da Il Mulino. Per un saggio di sintesi si rinvia anche a Quadrio Curzio, Fortis, L’economia italiana tra sviluppo, declino, innovazione, in Fondazione per la Sussidiarietà (a cura di), Un “io” per lo sviluppo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 75-142.

[3] La definizione è di Marco Fortis. Tra i suoi recenti scritti, si vedano Fortis, I distretti produttivi e la loro rilevanza nell’economia italiana: alcuni profili di analisi, in Quadrio Curzio, Fortis (a cura di), Industria e Distretti. Un Paradigma di perdurante competitività italiana, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 109-361; Fortis, Le due sfide del made in Italy: globalizzazione e innovazione. Profili di analisi della Seconda Conferenza Nazionale sul Commercio con l’Estero, Il Mulino, Bologna 2005.

[4] Cfr. Fortis, Quadrio Curzio, Alle prese con la concorrenza asiatica, in “Il Mulino”, 6/2003, pp. 1103-13.

[5] Tra i molti scritti di Alberto Quadrio Curzio si vedano, Sussidiarietà e sviluppo. Paradigmi per l’Europa e per l’Italia, Vita e Pensiero, Milano 2002; Sussidiarietà e competitività di un sistema Paese, in G. Vittadini (a cura di), Che cosa è la sussidiarietà, Fondazione per la Sussidiarietà, Guerini e Associati, Milano 2007, pp. 163-82; Id., Riflessioni sul liberalismo comunitario per lo sviluppo italiano, in Quadrio Curzio, Fortis (a cura di), Valorizzare un’economia forte. L’Italia e il ruolo della sussidiarietà, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 361-87.

[6] Cfr. Quadrio Curzio, Perché rifare la Costituzione economica italiana?, in “Il Mulino”, 4/1996, pp. 690- 705; Id., Tre costituzioni economiche: italiana, europea, bicamerale, in L. Ornaghi (a cura di), La nuova età delle costituzioni, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 69-119; Id., Sussidiarietà e sviluppo. Paradigmi per l’Europa e per l’Italia, cit.; Id., Una costituente per l’interesse nazionale in economia, cit.

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