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Come Narendra Modi ha conquistato l'India

Written by Antonio Menniti Ippolito Monday, 14 July 2014 16:29 Print

Una maggioranza parlamentare così schiacciante come quella ottenuta dal BJP e dalla sua coalizione alle ultime elezioni indiane non si vedeva da decenni ed è merito soprattutto del carisma del suo leader, Narendra Modi, che è riuscito a imporsi come l’uomo nuovo e dalle posizioni molto definite, soprattutto in campo economico, e in grado di attirare su di sé il voto dei giovani. Resta però da vedere se il primo ministro riuscirà a contenere le pericolose pulsioni fondamentaliste dell’induismo politico.

Il primo elemento che va notato, quanto alle elezioni indiane, è l’evento in sé. Già la prima tornata elettorale, quella voluta fortemente da Nehru nel 1952, venne considerata, ex post, un miracolo. Nessuno, tranne il primo ministro, pensava che sarebbe stato possibile evitare una farsa. Non lo fu e anche per questo il Congress fu a lungo premiato dall’elettorato.

Vediamo qualche numero di questo straordinario evento, invitando a visitare il sito dell’Election Commission of India che spiega come sia stato possibile organizzare il voto elettronico che ha portato quasi il 67% degli aventi diritto (contro il 57% del 2009), ossia 551 milioni su un totale di poco superiore agli 815 milioni di elettori potenziali, a partecipare alla tornata elettorale. In poco più di un mese, con un calendario serrato, la Commissione – che dispone anche di eccezionali poteri nel controllare e, spesso, regolare energicamente i toni della campagna elettorale – grazie a un milione di dispositivi elettronici a prova di imbroglio ha garantito il risultato finale che tutti ora conosciamo.

Chi ha votato? Anzitutto l’India rurale. Solo 25 (il 4,6%) dei 543 collegi elettorali hanno una popolazione urbana superiore all’80% (e solo 10 un corpo elettorale del tutto urbanizzato), mentre 230 circoscrizioni (il 42,3%) hanno una popolazione urbana inferiore al 20% del totale.1 Perché lo si sottolinea? Perché le città, e in specie la loro classe media, soprattutto negli ultimissimi anni, hanno conquistato del tutto la scena e l’attenzione dei media con le grandi mobilitazioni contro la corruzione, a favore della dignità femminile, in condanna delle discriminazioni di genere ecc., ma al momento del voto queste componenti sono meno pronte alla mobilitazione rispetto alle campagne: per fare un solo esempio, a Mumbai l’affluenza è stata ora del 53,1%, assai bassa per quanto di gran lunga superiore a quel 41,4% di mumbaiti che votò nel 2009. Questo rende particolarmente difficile prevedere gli esiti delle consultazioni e nel 2004 e nel 2009 portò a una smentita degli exit polls, che sono stati invece questa volta assai precisi. Nel 2004 la coalizione incentrata sul BJP, partito oggi vincitore, favorita da ogni sondaggio, fu clamorosamente bocciata dalle “periferie”, che rifiutarono una propaganda fondata sullo slogan “India shining”: splendeva, in parte, solo l’India delle città e questo portò a un risultato del tutto imprevisto. Il risultato del voto del 2014 è netto. Può essere variamente interpretato, ma l’esito è indiscutibile: una maggioranza parlamentare schiacciante quale non si vedeva da decenni a beneficio di un solo partito, il BJP, e della sua coalizione. Ciò è però frutto, va sottolineato, anche del sistema elettorale, il maggioritario a turno unico, che disperde voti e che premia/boccia strategie ben/mal congegnate. In termini di voti e percentuali il trionfo dell’alleanza di destra (NDA) appare infatti meno netto, premiato dal 38% dei voti: il BJP da solo ne ha raccolti il 31% (172 milioni di suffragi). Tale 38% dei voti ha garantito la conquista del 62% dei seggi parlamentari. L’alleanza centrata sul Congress (UPA) ha invece avuto il 23% dei consensi (il Congress da solo il 19,3%), ma un numero di seggi mediocrissimo (l’11%); i quattro maggiori partiti regionali hanno avuto il 14% (ma due di loro, grazie alla concentrazione dei voti hanno avuto assieme un numero di membri del Parlamento, 70, di molto superiore a quelli, 59, vinti dall’alleanza UPA: 34 il partito bengalese Trinamool e 36 l’AIADMK del Tamil Nadu). Andando più nel dettaglio, il Left Front, che nel West Bengal ha avuto il 30% dei voti, ha visto eleggere solo due parlamentari; il DMK, partito dravidico del Tamil Nadu, con il 27% dei voti non ne ha eletto nessuno. In uno Stato decisivo come l’Uttar Pradesh, la frammentazione del cospicuo voto musulmano (che in alcuni collegi contava un corpo elettorale che arrivava al 40% degli aventi diritto), chiamato a esprimersi su più candidature, ha garantito al BJP una clamorosa affermazione con 71 degli 80 seggi parlamentari disponibili: quasi il doppio di quanti il Congress ne abbia avuti nell’India intera. Strategie vincenti, e perdenti, hanno portato il BJP a ottenere 147 dei 168 seggi disponibili in Bihar, Uttar Pradesh, appunto, e Maharashtra. E si potrebbe continuare a lungo. Vanno ancora considerati due elementi: nel sistema elettorale indiano chi vota considera inevitabilmente, oltre l’ideologia, anche l’operato del candidato uscente. Quanti nuovi chilometri di strade sono stati realizzati, di quanto si è estesa la rete elettrica, quante case sono state raggiunte dall’acqua o dotate di servizi igienici (problema questo gravissimo in India) ecc. Pure per questo la percentuale media di riconferme di parlamentari è in India bassissima, e arriva solo al 26%.2 Anche quando non cambia il colore dello schieramento che guida il governo, ogni elezione indiana segna una discontinuità forte.

Elemento da sottolineare è che sommando le percentuali dei voti reali raccolti dai due partiti nazionali, che comunque occuperanno quasi i quattro quinti del Parlamento, si supera dunque di poco il 50% dei voti, il che peraltro rientrava nelle previsioni e nella tradizione, tanto è che molti politologi consideravano le elezioni indiane non come elezioni nazionali, ma come la somma di elezioni regionali. Ma questa è stata sicuramente una tornata elettorale in cui tale notazione non vale, e si può anzi affermare che mai come questa volta i temi nazionali panindiani, anzitutto le istanze economiche, abbiano di gran lunga prevalso sulle istanze locali.

Tornando al risultato del solo BJP, il partito ha ottenuto l’elezione della maggioranza dei parlamentari nella Camera bassa, Lok Sabha, raccogliendo il 31% dei voti. Cosa è accaduto? Narendra Modi è riuscito a polarizzare sul suo fronte l’attenzione per la sua candidatura, mentre il voto delle opposizioni si è frammentato. Basti un solo esempio, che testimonia peraltro efficacemente il suicidio del Congress e delle opposizioni: nel 2009, elezioni catastrofiche per il BJP, il partito, con il 18,5% dei voti, conquistò 116 seggi, mentre oggi il Congress, con, si ripete, il 19,3% dei consensi, ne ha ottenuti 44. Per richiamare un precedente storico significativo, solo nelle elezioni del 1967 una percentuale bassa come quella ora ottenuta dal BJP consentì comunque a un ben più accorto Congress di conquistare, con il 40,8% dei voti, la maggioranza dei seggi parlamentari.

Questo per porre le cose nella giusta prospettiva. In sintesi, Narendra Modi ha conquistato il Parlamento e ha raccolto, con la sua coalizione, quasi 200 milioni di voti. Il corpo elettorale contava 815 milioni di potenziali votanti e gli abitanti dell’India sono ancora 400 milioni in più. Ma la legge elettorale, che è peraltro sempre la stessa, relativizza solo parzialmente il risultato. È parte del gioco politico, ma questo alcuni attori delle elezioni hanno mal considerato. La campagna di Modi ha poi numeri eccezionali (probabilmente anche come costi, ma su questo non si dispone di dati): 300.000 km percorsi, più di 5000 eventi – alcuni organizzati con l’avanzata tecnologia dell’ologramma 3D che ha visto proiettata in più luoghi l’immagine animata del comiziante Modi –, 234 milioni di indiani direttamente approcciati, secondo alcune stime, 130 milioni di indiani contattati per sms e altre applicazioni di messaggistica. Tutto questo è stato esaltato da slogan centrati sul nome del vincitore, quali TsuNaMo o India MODIfied.

Ma al di là di quanto si è finora detto, come si può leggere la vittoria del primo capo di governo dell’India nato dopo la proclamazione dell’Indipendenza (1947)? Del primo esponente di una casta sfavorita che si sia affermato anche sottolineando tale sua caratteristica che avrebbe dovuto invece limitarlo all’interno di una cultura politico-religiosa di riferimento legata a una concezione forte, con punte razziste, della piramide castale? Cominciamo col dire che in un paese dove il 60% della popolazione ha meno di 35 anni, Narendra Modi ha conquistato il voto dei giovani e, soprattutto, di quanti sono stati chiamati a votare per la prima volta. Nei dieci Stati in cui il loro numero era percentualmente più elevato, con la sola eccezione del West Bengal, il BJP ha stravinto. Le divisioni nel mondo musulmano, ma anche la capacità di attrarre quel voto (il BJP ha vinto anche nel collegio che include Chandni Chowk, la roccaforte islamica di Old Delhi), hanno aiutato il successo di Modi e determinato il crollo della rappresentanza musulmana nel Parlamento.

Modi è stato insomma interpretato come il nuovo e come un nuovo forte, anche nel senso fisico: in un comizio ha dichiarato una estensione toracica di 56 pollici, poco più di 140 cm, per dire che tali misure sono necessarie per esercitare una leadership impavida e autorevole. Ma ben più di queste battute e di tali atteggiamenti da macho ha contato la sua esperienza passata che l’ha portato dal nulla – e senza mai passare per Delhi, il che è rilevante – alla guida per più mandati dello Stato del Gujarat; la sua fama di uomo decisionista ed energico, circondato da tecnocrati, ha creato poi una straordinaria aspettativa nei confronti del sessantatreenne divenuto leader di un partito che alle posizioni più modernizzanti, nel campo economico ad esempio, associa residui mitologici se non preistorici su altri piani, anzitutto quello dell’identità religiosa. I successi economici raggiunti dal suo Gujarat (peraltro non i più significativi conseguiti da uno Stato indiano negli ultimi anni) e l’appoggio entusiasta dei maggiori potentati economici indiani che hanno goduto nel corso del suo mandato di enormi opportunità (Ambani con la sua Reliance, il gruppo Tata ecc.) hanno creato un “mito Modi” che neppure le recenti osservazioni critiche di Amartya Sen3 sono riuscite a intaccare. Modi è risultato poi anche avvantaggiato dalle opposizioni che la sua candidatura a leader ha incontrato nel suo stesso fronte da parte della vecchia classe dirigente, restata al suo posto anche dopo i disastri delle precedenti due tornate elettorali. Suo più strenuo nemico interno, ma tanti altri ne aveva (e ha) nell’area di riferimento, è stato Lal Krishna Advani, classe 1927, che a lungo ha cercato di essere lui stesso il candidato alla guida dello schieramento oggi vittorioso.

Lo sforzo, riuscito, di proporlo come l’unica alternativa possibile è stato colpevolmente favorito dai rivali. L’alleanza vittoriosa, NDA, si è infatti trovata di fronte un partito, il Congress, da tutti condannato come dinastico e accusato di aver sprecato l’ultima esperienza di governo che è stata tra l’altro ostacolata da una continua serie di scandali che hanno colpito anche le alte sfere del partito: le ruberie per allestire i Giochi del Commonwealth, i traffici legati alle concessioni per la banda larga e per le miniere di carbone ecc., nonché le denunce sul veloce arricchimento del marito di Priyanka Gandhi, l’altra figlia di Sonia, hanno avuto un effetto catastrofico sull’immagine del partito tradizionale, che ha poi scelto come frontman Rahul Gandhi. Quest’ultimo si è mostrato debolissimo, tant’è che nell’ultima fase della campagna l’alleanza UPA ha cercato di recuperare esibendo piuttosto la ben più vitale sorella Priyanka. Accanto a ciò si è rivelato del tutto sovrastimato il ruolo che molti attribuivano all’AAP, Partito dell’uomo comune, fondato dall’astro (definitivamente crollato?) Arvind Kejwiral, che si era giocato tutto sull’arma della lotta alla corruzione e del rinnovamento totale della dirigenza politica. Il suo movimentismo moralistico gli ha portato solo quattro seggi. Nulla.

A nulla anche è servito rievocare il ruolo almeno ambiguo di Modi in occasione dei riots in Gujarat nel 2002, che provocarono inaudite violenze degli hindu contro i musulmani. Le inchieste, che hanno portato a dure condanne anche di suoi stretti collaboratori, l’hanno solo sfiorato. Durante la campagna elettorale i suoi sostenitori hanno poi rievocato altri analoghi pogrom – ad esempio quello sanguinosissimo contro i Sikh nel 1984 seguito all’uccisione di Indira Gandhi – in cui si trovò invece implicato il Congress. La storia dell’India è ritmata dalla violenza politica (anche se, come dice Naipaul, il paese, malgrado il milione di rivolte che lo scuotono, resta stabile) e l’argomento del BJP si è imposto. Più delicato è dire del bagaglio ideologico di Modi e dei suoi. Questo viene identificato soprattutto con l’induismo politico, che costituisce un rischio reale per gli equilibri dell’India, paese, come si è già scritto in questa sede, composto di minoranze anche molto significative ma non di una vera maggioranza (religiosa o linguistica ad esempio). La dottrina sintetizzata nella formula dello Hindutva (più o meno “hinduità”), se affermata, rischia di provocare scontri catastrofici non solo tra comunità confessionali distinte, ma anche entro lo stesso mondo hindu, assai più variegato di quanto le frange Hindutva gradiscano. È questa la grande incognita legata al successo di Modi, che si mosse agli inizi proprio negli ambienti più estremi dell’induismo politico. In chiusura della sua campagna elettorale, nel corso di un’intervista televisiva, il capo del BJP, rifacendosi a una non troppo antica sentenza della Corte suprema indiana, ha definito quella hindu non come una religione, ma uno stile di vita, affermazione che può essere interpretata in più modi e in cui qualcuno ha letto una inedita aspirazione laica e altri l’esatto opposto: è “uno stile di vita” o “lo stile di vita”? Si vedrà quel che accadrà, nessuno in India oggi si sbilancia in previsioni. Certo, resta aperta la speranza che il primo ministro agisca rendendosi conto che è stato appoggiato da un elettorato composto da “solo” un sesto della popolazione, che è stato votato anche da elettori non hindu, che sembra essere stato soprattutto appoggiato per il suo programma economico (e non sono pochi ad auspicare una evoluzione di tipo cinese) e per la ventata di novità che rappresenta e non per il suo bagaglio culturale e religioso che è del resto sempre meno attuale soprattutto nell’India delle città. L’India più che lo Hindutva vuole una Moditva, che si imponga insomma il modello di governo che è servito per far progredire il Gujarat. L’India, e non solo i grandi industriali che lo sostengono, vuole da lui soprattutto l’estensione all’intero paese della Modinomics.

Moditva più che Hindutva, dunque, su cui comunque molti della sua alleanza e dei suoi elettori continuano a insistere (durante la campagna elettorale si è arrivati a dire che chi si opponeva a Modi, che invece insisteva a parlare soprattutto di economia, avrebbe fatto bene a trasferirsi in Pakistan dopo le elezioni). È qualcosa di molto diverso, a ben vedere non necessariamente più rasserenante. Molte democrazie sembrano del resto rivolgersi in questi tempi all’uomo forte. Ma che l’India, con la sua complessità, possa rinnegare il sistema democratico appare poco credibile. Questa notazione però riguarda certamente l’India come è, non un paese disintegrato dalle tensioni tra gruppi che lo spirito dello Hindutva potrebbe determinare. Di questo Narendra Modi, anche nei suoi primi atti da primo ministro, è sembrato consapevole, diversamente da alcuni suoi affiliati, individui e forze organizzate, che si sono lanciati in dichiarazioni pericolose e avventate tipiche dell’arsenale Hindutva.4 Il pragmatico leader riuscirà a controllare le pulsioni di tanti suoi sostenitori? Questa è forse la sfida dall’esito più incerto.


[1] Il censimento del 2011 ha fissato in 1.210.193.000 gli abitanti dell’India (+17,64% rispetto al censimento del 2001 che ne contava poco più di un miliardo). I maschi sono 624 milioni circa e 586 milioni le femmine. La popolazione rurale è di circa 833 milioni di individui (68,84% del totale), e nelle città vivono in 377 milioni (il 31,16%). La crescita demografica è stata, rispetto al censimento del 2001, del 12,18% nelle campagne e del 31,16% nelle città, un dato questo molto significativo. E a conquistarsi la definizione di città, appunto, sono ora 7935 agglomerati (mentre erano 5161 nel 2001): 468 sono i centri urbani con più di 100.000 abitanti (394 nel 2001), 53 sopra il milione (18 in più rispetto al 2001), 3 sopra i 10 milioni di abitanti (Mumbai 18,4 milioni; Delhi 16,3 milioni; Kolkata 14,1 milioni). I ritmi di crescita delle megalopoli sono più lenti rispetto ai centri urbani minori, segno di uno sviluppo economico distribuito nell’immenso territorio della federazione indiana e non più polarizzato come in precedenza. Censiti come villaggi sono 640.867 agglomerati. La densità della popolazione è di 382 abitanti per km2 (in Italia è di 200).

[2] Si tratta di una media. Nelle elezioni del 2014, le sedicesime nella storia dell’India unita, i “nuovi” eletti sono stati 315, il 58% del totale.

[3] J. Drèze, A. Sen, An Uncertain Glory. India and Its Contradictions, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2013.

[4] Già poco dopo il giuramento del governo, un esponente minore della compagine si è ad esempio espresso per la cancellazione dello statuto di autonomia del Kashmir indiano così come previsto nell’articolo 370 della Costituzione dell’India.

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