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Da iscritti a contribuenti, ovvero l'ideologia e la pratica dell'antipartito

Written by Nadia Urbinati Wednesday, 14 May 2014 16:35 Print

La politica dell’antipartito è diventata nel corso degli ultimi due decenni l’ideologia e la pratica dei partiti e dei movimenti vincenti, il passaporto per entrare di prepotenza nell’opinione mediatica e conquistare il gradimento elettorale. È questa la cornice che occorre tener presente quando si voglia cercare di capire la resistenza radicata nel Parlamento e fuori contro il finanziamento pubblico dei partiti, poiché la forma partito e la sua sussistenza economica sono intimamente connesse. È quindi dall’identità del partito (e dagli effetti della forma antipartito sul partito) che si deve procedere per inquadrare la questione del finanziamento dei partiti.

Nel 1994 Silvio Berlusconi “scese in campo” sull’onda della rottamazione giudiziaria di gran parte dell’allora inamovibile classe politica, responsabile principale della malapolitica che ha trascinato con sé non solo i partiti corrotti, ma l’onorabilità della forma partito come associazione politica legittima e utile al funzionamento della democrazia. L’antipartito fu la carta d’ingresso di Berlusconi nella politica e il tema conduttore della sua ciclica promessa agli italiani di salvare il paese dai comunisti – di fatto, di spazzar via l’ultimo partito ancora esistente che, dietro i mutamenti di nomi e bandiere, continuava a preservare la struttura organizzativa e la funzione del partito politico. Una decina d’anni dopo, l’ideologia antipartito si coagulava in pratica politica. Beppe Grillo divenne il leader di un movimento d’opinione generalista con il quale mobilitò le piazze fisiche e le bacheche di internet e, infine, conquistò consensi elettorali con un programma esplicito: liberare il Parlamento e l’Italia da tutti i partiti; azzerare la politica istituzionale conquistando il “cento per cento” dei seggi parlamentari, così da sostituire l’Italia dei par titi con l’Italia dei cittadini (lo slogan del Movimento 5 Stelle nella campagna elettorale del 2013 fu appunto “rivolteremo il Parlamento come un guanto”). L’impresa di Grillo rappresenta la più matura e compiuta espressione dell’antipartito non solo come propaganda, ma anche come fatto: un partito senza partito; e soprattutto un movimento che è formalmente un’associazione di diritto commerciale, privata a tutti gli affetti.

Quella di Grillo non è stata l’ultima espressione di antipartito. La fortuna politica fulminea di Matteo Renzi è forse ancora più sintomatica di questo fenomeno del nostro tempo, perché è il primo frutto maturo della lunga marcia dell’antipartito nel nostro paese, un integrale prodotto interno di questi vent’anni, se così si può dire. L’attuale segretario del PD ha, infatti, conquistato l’opinione pubblica e il governo del paese prima ancora di conquistare la maggioranza elettorale (o di essere eletto): un’incoronazione che è avvenuta fuori del partito a tutti gli effetti. Ovvero, nei media e sotto i gazebo, luoghi dove tutti potevano con pochi spiccioli andare a votare per le primarie del PD che lo hanno non solo promosso segretario del partito, ma incoronato anche primo ministro in pectore. L’informalità di quella elezione (non fatta secondo le procedure elettorali autorizzanti) e il piccolo sacrificio monetario che dava accesso ai gazebo e sanciva la volontarietà del suffragio ebbero l’effetto di esaltare e ingigantire l’eco dell’audience a favore del leader del PD, il quale risultò legittimato per plebiscito dai singoli elettori e per volontario contributo. Quell’investitura fu in perfetta sintonia con la legge sul finanziamento ai partiti (che stava allora seguendo il suo iter parlamentare), anch’essa fondata, come vedremo, sulla scelta privata e volontaria del contribuente. La disputa che precedette le primarie dell’8 dicembre 2013 su chi doveva votare per il futuro segretario del partito – se solo gli iscritti o tutti coloro che lo volevano – segnalò l’esistenza della trasformazione plebiscitaria, ma non valse a rallentare la corsa del treno dell’antipartito, che ormai non incontrava più ostacoli. L’allora segretario Guglielmo Epifani disse nel novembre del 2013 che «non ci dev’essere un partito di esterni contrapposto a un partito di iscritti» – ma il “non ci dev’essere” stava a significare che c’era in effetti il partito degli esterni o dei contribuenti, il quale fu il vero artefice e vincitore delle primarie. Il partito degli esterni contrapposto al partito degli iscritti non era altro che l’esito materiale di vent’anni di cammino dell’ideologia antipartito: tutti gli italiani potevano scegliere per contributo volontario il segretario di un partito, che partito a quel punto non era più. Con l’elezione del segretario del PD si è chiuso il cerchio aperto nel 1994, perché le primarie del dicembre 2013 hanno sancito che l’unica grande ideologia che unifica l’Italia politica è quella dell’antipartito. Essa marca di sé tutti i movimenti politici, da destra a sinistra. In vent’anni, l’antipartito è diventato il linguaggio e la pratica unificante della cittadinanza politica. Tre casi, quello di Berlusconi, di Grillo e di Renzi, molto diversi tra loro, ma con in comune quel che li ha resi così dirompenti e inarrestabili: la rivolta contro il partito politico. È questa la cornice che occorre tener presente quando si voglia cercare di capire la resistenza radicata nel Parlamento e fuori contro il finanziamento pubblico dei partiti, poiché la forma partito e la sua sussistenza economica sono intimamente connesse. Di conseguenza, è dall’identità del partito (e quindi dagli effetti della forma antipartito sul partito) che procederò per inquadrare la questione del finanziamento dei partiti.

 

Nata con il governo rappresentativo L’ideologia dell’antipartito è storicamente nata insieme ai partiti e al governo rappresentativo che sui partiti si regge. Tale coincidenza ha una ragione al fondo democratica, perché questa ideologia chiede e proclama un rapporto diretto o meno indiretto tra cittadini e istituzioni – a prescindere dalle intenzioni vere e non confessate di chi la coltiva (intenzioni che non si possono comunque provare se non quando sono diventate fattualità). Essa ha una natura fondamentalmente moralizzatrice e legalizzatrice della politica praticata, conseguente nella maggior parte dei casi a una gestione della cosa pubblica da parte dei partiti che è, anche quando non impropria o corrotta, immancabilmente soggetta al dubbio della non trasparenza, perché si avvale di un potere che non è di tutti: quello di distribuire le risorse (denaro pubblico e potere di decisione) tra quanti (grazie ai partiti) partecipano alla gestione dello Stato e al funzionamento delle istituzioni. È noto come Roberto Michels avesse combattuto l’idealità democratica mostrando come il partito politico (quello socialdemocratico non meno degli altri, benché fosse il più vicino, a parole, alla volontà popolare) avesse una fatale vocazione oligarchica (subendo la legge ferrea dell’oligarchia come ogni altra organizzazione), la tendenza a formare un’élite di potere proprio per il rapporto diretto che intratteneva con le risorse materiali del potere. Non c’è alternativa a questo destino, spiegava Michels, perché (e questa visione circola massiccia ancora oggi, quasi per inerzia, e tesse la trama dell’antipartito), nel momento in cui alcune persone si associano per prendere insieme delle decisioni o fare qualcosa collettivamente, la piramide del potere si forma e chi sta al vertice cercherà immancabilmente di rimanervici, circondandosi, a questo scopo, di una classa di gregari che in cambio di privilegi e di prebende danno il loro sostegno al leader, tenendo sotto controllo chi sta in basso. Del resto, continuava il teorico delle élite, le masse non hanno forza autonoma e senza organizzazione sono impotenti. Quindi, a meno che la crisi delle istituzioni e dei partiti non sia davvero grave e scateni ribellioni e rivolte di massa, non sarà difficile per chi gestisce l’organizzazione del partito riprodurre la legittimazione dello status quo.

In momenti di crisi o di fronte a conclamati e gravi casi di corruzione, l’opinione pubblica sa, quindi, chi accusare: il partito è naturalmente il capro espiatorio per le disfunzioni dello Stato, le quali sono troppo complesse e lontane dai cittadini per poter essere facilmente indicate come parte in causa della crisi di legalità e legittimità. Dunque, il partito fa da parafulmine. E se da un lato rende possibile il governo per mezzo del consenso, dall’altro è il soggetto più esposto all’occhio indagatore dell’opinione e, quindi, il più facile bersaglio critico. La forma partito subisce fatalmente i contraccolpi di questa sua doppia natura. Pertanto, il sentimento antipartito sorge insieme allo stato dei partiti, ne è anzi connaturato, e questo vale sia quando i partiti erano dei notabilati che gestivano le elezioni con ristrettissimo suffragio, sia quando sono diventati costruttori di consenso nella società democratica. Se si leggono i saggi politici di Francesco De Sanctis o le lettere meridionali di Pasquale Villari, tanto per portare esempi di parte riformatrice e di parte conservatrice nell’Italia del notabilato, si incontrano sentimenti simili a quelli che oggi la stampa e l’opinione ordinaria chiamano “antipolitici” e “antipartitici”. Una voce esemplare che mise sotto i riflettori le «camorre che si chiamano partiti» fu quella di Antonio Labriola, il quale in una lettera a Pasquale Villari del 13 novembre 1900 lanciava anatemi contro il sistema di corruttela dei partiti, senza risparmiare nessuno, nemmeno il suo Partito Socialista. È interessante sapere che quella lettera venne citata (ancora inedita) da Palmiro Togliatti nel rapporto all’ottavo Congresso nazionale del Partito Comunista Italiano del dicembre 1956. Ecco le frasi della lettera di Labriola che Togliatti citò: «Non mi sono mai sognato che il socialismo italiano fosse leva per rovesciare il mondo capitalistico. A ciò non crede nessuno nel mondo civile, e soprattutto non ci credono i socialisti di altri paesi. Io ho inteso sempre il socialismo italiano come un mezzo: 1. per sviluppare il senso politico nelle moltitudini; 2. per educare quella parte di operai che è educabile alla organizzazione di classe; 3. per opporre alle varie camorre che si chiamano partiti una forte compagine popolare; 4. per costringere i rappresentanti del governo alle riforme economiche utili a tutti».1 Vale la pena di continuare la citazione della lettera di Labriola oltre i passi letti da Togliatti; ciò aiuta a specificare appieno la differenza tra le forme di partito, e in particolare tra un partito di notabili (le “varie camorre”) e un partito delle “moltitudini” o, come nel secondo dopoguerra divenne consueto dire, di “massa” e popolare. Ecco ancora le parole di Labriola: «occorre che i capi, direttori, propagandisti e scrittori del Partito Socialista siano persone di grande abnegazione, che non mirino al successo immediato, e che, senza confondere l’opera loro coi moti inconsulti delle moltitudini inconscie, si tengano estranei ai pasticci parlamentari, e non subiscano la corruzione dei fugaci accordi e delle inoneste condiscendenze».

Quando Labriola scriveva questa lettera al conservatore Villari, l’Italia era nel vortice del primo grande scandalo (quello che travolse il Banco di Roma), esito del trasformismo, quella pratica delle larghe intese o alleanze in cui «l’iniziativa di sicure e utili riforme» veniva confusa con la mescolanza degli interessi. Secondo Labriola, “confondersi” gli uni con gli altri, smarrendo le differenze delle idee fino a diventare «una cricca parlamentare che rimescola tutto per imbrogliare e corrompere», era non solo l’opposto del lavoro parlamentare di collaborazione per utili riforme, ma in effetti la sua negazione (qualche anno dopo Max Weber avrebbe argomentato idee non diverse). Collaborare senza trasformarsi, senza diluire le distinzioni ideali e senza confondere l’accordo e il compromesso con la “rimescolanza”, senza cioè diventare partiti incistati in Parlamento e distanti ormai dai cittadini (come ci hanno in questi ultimi anni spie gato Mauro Calise e Piero Ignazi): questa è ancora oggi la condizione per salvare l’onore del partito senza farne un movimento intransigente e di testimonianza che, per mantenere la propria purezza ideale, non può collaborare o fare compromessi. Il partito politico vive di idee ma senza diventare una setta, poiché il suo compito è di guadagnare larghi consensi elettorali e far partecipare i cittadini alla edificazione di idee e progetti che sono diversi da quelli di altri partiti e, soprattutto, capaci di produrre esiti concreti. Ecco il carattere del partito politico nel governo rappresentativo.

 

Il partito politico democratico

Il partito politico di una società democratica è molto simile a quello prefigurato da Labriola come alternativo alle “varie camorre” e che l’Italia avrebbe avuto dopo la Resistenza e con la costituzione della Repubblica democratica. I quattro punti elencati nella lettera di Labriola sintetizzano assai lucidamente le funzioni del partito politico democratico. La prima funzione è di “formazione del senso politico” ovvero l’essere “scuola di cittadinanza”; quindi, un partito non solo di eletti e potenziali candidati, ma associazione per chi voglia sentirsi partecipe di un progetto di governo del paese, a partire dal luogo dove vive e lavora; un partito che attiri chi condivide alcune idee guida o principi in base ai quali interpreta il patto costituzionale. Qui, senso politico significa consapevolezza del fatto che la cittadinanza è un’identità doppia: composta sia di diritti individuali o della persona come soggetto morale e privato, sia di diritti politici o propri dell’attore pubblico che si forma opinioni su come votare e su come valutare chi ha votato, un’operazione mentale che richiede di andare al di là della dimensione degli interessi privati senza doverli negare; un giudicare politico che, proprio perché non identificato immediatamente con gli interessi materiali soggettivi, è difficile da formare in isolamento o senza un’associazione di cittadini. L’idea del partito discende, quindi, dall’idea di artificialità della cittadinanza politica, la quale è due cose: uno status legale e una forma di partecipare, pensare e giudicare che ha come punto di riferimento il patto costituzionale e l’autonomia di cittadinanza (il voto). Senza il partito politico la società democratica è un sinolo di interessi privati (singoli o associati), un mercato di preferenze nel quale le cordate forti e monotematiche (associazioni legate a un interesse o a un obiettivo specifico, come le fazioni) vincono e i cittadini ordinari, spesso con piccoli o deboli interessi ma anche prevediblmente senza ambizioni di potere, sono depauperati della voce.

La seconda funzione di cui parlava Labriola è conseguente alla prima e riguarda l’“educazione dell’interesse collettivo”: il partito come scuola di cittadinanza attiva che non è, però, genericamente di tutti ma sa essere attento ad alcune condizioni o alcuni interessi collettivi e, partendo da questi, si propone come interprete della cittadinanza; esso si adatta alla democrazia rappresentativa sia perché svolge un’azione indiretta (opera sulle opinioni), sia perché la svolge con metodi di libera e rispettosa discussione collettiva (educare al rispetto degli altri) senza uso della forza, sia infine perché esso stesso è parte di un sistema di mediazione che dal cittadino porta allo Stato. Il partito è una palestra in cui il nostro giudizio espanso viene allenato, una visione allargata del nostro mondo, mediazione di interessi privati e di parte e di interessi collettivi e generali. Esso contribuisce a questa educazione perché allena a pensarci parte e tutto allo stesso tempo, in quanto è un associazione partigiana, attore di conflitto politico pacifico che contribuisce in questo modo antagonistico all’utile della società grande.

La terza funzione è quella di “anti-fazione”; il partito limita gli interessi dei gruppi organizzati, sociali e privati che siano, stemperandone le richieste e mediandole con quelle di altri gruppi e, infine, con l’interesse generale o mediano; il partito è l’opposto della fazione, il guardiano che tiene fuori le fazioni dai luoghi pubblici di decisione, che impedisce che le “varie camorre” si insedino al posto dei partiti e che derubino i cittadini della loro eguale possibilità di voce. Il partito deve, quindi, avere “una forte compagine popolare”, non essere solo di eletti e di notabili, nazionali e locali che siano.

Infine, a coronamento di queste tre funzioni, il partito deve avere una funzione di incalzo, ovvero essere un attore che ha la capacità di costringere la maggioranza o chi governa a prendere decisioni “utili a tutti”. Il partito è di parte, quindi, ma nella sua funzione di critica e di incalzo al governo si sforza di rappresentare gli interessi larghi. Esso non è mai identificato con il governo, nemmeno quando il governo è espressione della sua parte, proprio perché la sua funzione è, come quella del Parlamento, doppia: negativa (o di controllo e incalzo) e positiva (o di legislazione o proposta).

 

Il partito politico e i suoi rivali: partito plebiscitario e partito di notabili

Ho scelto Labriola per parlare del partito politico democratico al fine di mostrare come, ancora prima che nascesse e morisse il partito di massa, chi aveva chiara la natura della democrazia rappresentativa aveva chiare anche le funzioni e l’identità del partito politico. Labriola aveva compreso la natura del sistema parlamentare e tratto le conseguenze: non solo il partito politico era indispensabile, ed era anzi un bene pubblico, ma esso non era e non doveva essere una camarilla di interessi oligarchici; senza il partito come forza associativa di cittadini, la porta alla corruzione e ai “pasticci parlamentari” era non solo aperta, ma spalancata. La democrazia rappresentativa ha bisogno di partiti, non solo per il suo funzionamento ma anche per scongiurare due suoi possibili esiti: diventare una democrazia di tipo plebiscitario o un sistema di oligarchie elette. Si può sostenere che la differenza tra i possibili modi d’essere della democrazia moderna – pluralista o dei partiti; plebiscitario-consensuale o del leader; burocratico-oligarchica o dei notabili – rifletta e sia espressione delle differenze nel modo d’essere del partito. Un partito strutturato sul territorio e popolare, che risponda alle esigenze di una democrazia pluralista nelle idee e negli interessi e che voglia essere non solo strumento elettoralistico ma anche un mezzo per tenere in collegamento rappresentativo e cognitivo le opinioni dei cittadini e le istituzioni, esplica le quattro funzioni elencate da Labriola. Facendo questo, esso svolge due ruoli cruciali: limita e contiene il potere della leadership democratico-plebiscitaria ed è diga al partito di notabili.

Delle tre forme di democrazia, quella del plebiscito consensuale è quella che meglio si accorda con l’ideologia antipartito. E, se prestiamo attenzione ai tre leader con i quali ho aperto questo articolo (Berlusconi, Grillo e Renzi), non abbiamo difficoltà a riconoscere una coerenza sorprendente tra il declino del partito politico e l’avvento di esordi plebiscitari. L’antipartito è, da questo punto il vista, l’ideologia del tipo di partito che meglio si adatta all’emergere del leader personale nella democrazia elettorale. Si tratta di un partito leggero e fluido, poco identificato ideologicamente e con un canovaccio ideale di senso comune che lo rende predisposto a intercettare consensi in qualunque campo e da qualunque gruppo essi provengono, con scarsa identità ideale e di programma e molta attenzione all’audience. Un partito incentrato su esperti dell’audience e con la funzione di cercare il favore del pubblico più che un partito di parte che cerca di convincere ma non ha problemi a confliggere quando la persuasione fallisce. Un partito che sta oltre la destra e la sinistra, perché, per ripetere le parole di Labriola, rifiuta la dimensione partigiana e cerca la “rimescolanza” con tutto quel che c’è nella società. Un partito, infine, che vuole essere libero di trovare consensi e risorse senza troppi lacci e che ha per questo poca attrazione verso il finanziamento pubblico, anzi una comprensibile ostilità. Partito antipartito e partito politico sono due modelli diversi, dunque, anzi antagonistici, sia in relazione alla funzione e alla struttura loro propria, sia al modo di reperimento delle risorse e, quindi, al rapporto con la società civile e gli interessi. In questa cornice propongo di interpretare l’attuale ostilità verso il finanziamento pubblico ai partiti che serpeggia trasversalmente tra tutti i movimenti politici, da destra a sinistra.

 

Finanziamento pubblico e forme della corruzione

Ha detto Matteo Renzi in uno dei suoi recenti comizi che «tutti i partiti politici e tutti i sindacati che accedono ai contributi pubblici devono avere gli stessi standard di comunicazione dei dati». Proposta ottima e di buon senso ma incompleta, perché non menziona la desiderabilità di misure che rendano pubblici e limitino anche i contributi privati. Poiché i partiti sono associazioni che contribuiscono alla vita delle istituzioni dello Stato, nessun contributo dovrebbe restare non rivelato e non regolamentato, anche perché la sorgente di corruzione non è nei soldi pubblici, ma nei soldi. Se si vuole davvero riformare la politica, non si può ignorare il rischio che la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti porta con sé.

L’intensità e la recidività del malaffare ha prodotto in Italia un’opinione ostile al finanziamento pubblico, nella convinzione che lasciare ai privati il mercato dell’opinione politica sia meno esoso e più onesto. Questa ostilità, che fa coppia con l’antipartito, si incontra con la trasformazione dei partiti in macchine plebiscitarie con una minima organizzazione associativa e nessun controllo da parte degli iscritti. L’antipartito è pessima premessa, poiché vede solo una parte del problema, mentre è disattento ai donatori privati, miope verso quel fenomeno che solo raramente viene allo scoperto, ovvero il fatto che i soldi privati determinano e seguono le fortune elettorali dei partiti facendo sorgere il sospetto che leader e governi non siano indifferenti ai desideri dei donatori, dai quali non ci si deve attendere che diano soldi per scopi assistenziali.

È ovvio che la politica nelle democrazie ha bisogno di soldi perché è inclusiva di tutti, anche di chi soldi non ne ha. Ha per questo bisogno di regole che ci tutelino dagli effetti che la necessità del denaro può produrre: la corruzione. Benché le leggi non riescano a cambiare la natura umana, possono essere dispositivi di deterrenza capaci di neutralizzare o disincentivare i piani di corruzione. Sono due le forme di corruzione delle quali preoccuparsi: l’uso improprio di risorse pubbliche e la violazione dell’eguaglianza politica di cittadinanza, ovvero l’uso di risorse private per favorire o impedire decisioni pubbliche condizionando gravemente gli esiti della dialettica politica istituzionale. La prima forma di corruzione è quella che ha scatenato l’antipartito e che ha ispirato la legge approvata nel febbraio 2014 per la quale i cittadini stessi scelgono di destinare il due per mille del reddito pro capite soggetto a IRPEF ai partiti di loro gradimento. L’idea guida di questa brutta legge è che privatizzando la scelta politica alla sorgente – l’elettore si fa direttamente finanziatore – si possa controllare meglio l’operato dei partiti. Sennonché, affidare l’esistenza dei partiti alla volontà dei privati (oltretutto non di tutti egualmente, ma solo di coloro che pagano l’IRPEF, con una evidente discriminazione verso coloro che sono meno abbienti) può facilmente legare il potere dell’influenza politica alla diseguaglianza delle possibilità economiche dei singoli cittadini, generando una corruzione ancora più radicale.

Per scongiurare questo scenario, le legislazioni dei paesi europei si sono dotate di misure di controllo. La Germania, che contrariamente all’Italia tratta i partiti come organi di diritto pubblico, prevede l’intervento del legislatore per controllare sia l’aspetto economico sia l’ordinamento interno, così da renderlo «conforme ai principi fondamentali della democrazia ». Ciò ha consentito, come sappiamo, di escludere i comunisti e i nazisti dalla vita parlamentare, ma ha anche permesso di controllare il finanziamento e di distribuire i soldi pubblici secondo criteri democratici. Infatti, la Germania ha statuito un contributo pubblico ai partiti proporzionale ai voti ricevuti e in rapporto ai voti validi, e stabilito un tetto minimo di voti necessari per accedere ai finanziamenti. La Commissione Bozzi (1983-1985) si era ispirata a questo modello quando ave va proposto un’aggiunta all’articolo 49 della Costituzione che si riferiva esplicitamente al finanziamento pubblico. La proposta non ebbe esito. Legare il destino dei partiti al mercato delle scelte individuali non è una strada saggia, benché si attagli bene alla trasformazione plebiscitaria che vive del sostegno dell’audience e, quindi, del diretto rapporto con l’elettore (e idealmente senza bisogno di partiti) e che direttamente contribuisce con la stessa mentalità privata con la quale dà il proprio consenso nei vari sondaggi d’opinione. Una diretta relazione soldi-voti-candidato è una strategia che destruttura il partito politico. L’esempio degli Stati Uniti (esatto opposto di quello tedesco) dovrebbe farci riflettere. I partiti americani sono associazioni libere e personalistiche; sono finanziati solo con i soldi privati e sono legati ai destini dei leader che di volta in volta cercano il rapporto diretto con il pubblico e con i donatori (la loro possibilità di vincere una competizione elettorale è ipotizzata in base ai soldi che sono riusciti a raccogliere per finanziare la loro campagna). Inoltre, il sistema politico americano (incardinato sulle primarie) rende le campagne elettorali un pozzo di San Patrizio e la politica un affare per chi ha tutto da guadagnare dal “libero mercato delle idee”. Qui il denaro è un’indicazione di libertà di parola, secondo una nota interpretazione del primo emendamento alla Costituzione statunitense. Proprio partendo dall’impossibilità di provare l’esistenza di una relazione diretta tra potere economico e influenza politica, il giudice della Corte suprema Anthony Kennedy si è espresso contro la limitazione dei finanziamenti privati nella contestatissima sentenza Citizens United (2012). Ma, quando egli afferma che i cospicui finanziamenti volontari di aziende e multinazionali «non indurranno l’elettorato a perdere fiducia nella nostra democrazia», esprime un giudizio che è ideologico e privo di fondamento, come molti critici hanno sostenuto. Il «rischio di corruzione creato dalla dipendenza da contributi privati è che tale dipendenza comprometta il buon funzionamento di quell’importante funzione [che è la deliberazione legislativa]. Perciò, il fatto (ammesso che sia un fatto) che i contributi influenzino solo marginalmente il voto legislativo non può essere motivo di soddisfazione».2 Dennis Thompson ha chiamato “corruzione mediata” questo sistema di finanziamenti privati mascherati come donazioni, perché si tratta di strategie per corrompere i rappresentanti senza dar luogo a evidenti prove di corruzione. Il meccanismo su cui si regge questa “corruzione pulita” sta nel fatto che i politici che ricevono donazioni non devono ottenere guadagni personali. Essi, tuttavia, favoriscono attivamente finalità private, e lo fanno come rappresentanti della nazione: diventano cioè attori di una corruzione politica che non è meno devastante per il processo democratico e che opera sia nella fase della competizione elettorale, sia in quella della decisione parlamentare. L’eguaglianza delle opportunità di partecipare alla sovranità è, dunque, una questione cruciale nel tema complessivo della funzione del partito politico e del suo finanziamento, anche se non si può dimostrare che l’influenza dell’opinione si traduce in decisioni. Il finanziamento privato (anche quando soggetto a controlli e limitazioni) è una spina nel fianco della democrazia moderna, un passaporto all’ingiustizia politica, oltre che a spese sconsiderate, e, infine, per nulla al riparo dalla corruzione, che è anzi resa lecita. L’ideologia antipartito che alimenta la convinzione per cui togliendo i soldi pubblici si libera la politica dai partiti e dalla corruzione rischia, quindi, di generare un mostro, proprio come è avvenuto negli Stati Uniti, dove le campagne elettorali sono diventate un mercato di affari senza alcun limite per i “pesci grossi” e con una parvenza di potere per i normali cittadini.

La nuova legislazione italiana, che ridefinisce il finanziamento pubblico come sostegno privato volontario da parte dei contribuenti, si iscrive all’interno dell’ideologia dell’antipartito che si è alimentata nel corso di questi ultimi vent’anni e che tratta il partito come un’associazione privata con un rapporto conflittuale rispetto allo Stato democratico. Un vero paradosso, perché sappiamo che il sistema rappresentativo necessita di partiti, eppure ci rifiutiamo di accettare che il partito sia un’associazione in parte pubblica e, quindi, un bene da preservare dal tentativo di metterlo al servizio dei privati, siano essi donatori singoli o aziende. Ma, ovviamente, partiti che sono o sistemi di oligarchie di notabili o congegni per la creazione del consenso al leader non hanno molti argomenti a loro favore per reclamare il finanziamento pubblico. Ecco perché la forma di partito e la forma di finanziamento stanno tra loro insieme.

L’argomento usato per giustificare la nuova legge sul finanziamento dei partiti via IRPEF è che essa metterebbe fine all’antipolitica o alla repulsione dei cittadini per i partiti e i politici. Ma è vero il contrario, se riflettiamo sulle quattro funzioni del partito politico che abbiamo elucidato sopra attraverso le parole di Labriola. La nuova legge, in effetti, è una celebrazione dell’antipolitica, un radicale smantellamento del partito politico come associazione che ha un rapporto indiretto con gli interessi personali e che ha il compito di formare un senso pubblico e collettivo. Al contrario, con la nuova normativa viene statuita la sua dipendenza dal volere arbitrario dei singoli contribuenti; e dall’opinione estetica per questo o quel leader o dall’opinione privata per quei candidati che esprimono meglio i propri interessi dipenderà la decisione di dare il proprio contributo. La politica dell’antipartito non poteva avere migliore celebrazione.

 


 

[1] P. Togliatti, Opere, vol. VI, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 218. Il testo integrale della lettera alla quale in seguito si fa riferimento è ora in A. Labriola, Epistolario 1896-1904, a cura di V. Gerratana e A. A. Santucci, Editori Riuniti, Roma
1983, pp. 959-60.

[2] C. R. Beitz, Political Equality. An Essay in Democratic Theory, Princeton University Press, Princeton 1989, p. 205; D. F. Thompson, Restoring Responsibility. Ethics in Government, Business, and Healthcare, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 162.

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