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Il futuro di Kabul e le ambizioni dei paesi vicini

Written by Marina Calculli e Vittorio Emanuele Parsi Friday, 17 January 2014 18:03 Print

Nonostante i numerosi e profondi cambiamenti che hanno riguardato l’area negli ultimi decenni, l’Afghanistan resta il fulcro strategico dell’Asia centrale, crocevia dei flussi commerciali tra Medio ed Estremo Oriente e tassello fondamentale per lo sviluppo di ogni politica di potenza su scala regionale. Soprattutto Pakistan e Iran, dopo il crollo del regime talebano, hanno tessuto la loro rete di rapporti e accresciuto la loro influenza su Kabul. In questo scenario ricco di dilemmi e controsensi non è esagerato paventare che, dopo il ritiro di ISAF, il paese possa essere oggetto di pressioni contrapposte dall’esterno tali da farlo precipitare nuovamente nel caos e da renderlo un campo di battaglia diplomatico tra le potenze regionali emergenti o declinanti.

Secondo un nazionalistico mantra afgano, nessun conquistatore straniero è mai riuscito e mai riuscirà ad assoggettare l’Afghanistan. Talvolta declinato in chiave religiosa, per rivendicare una protezione inconsueta e straordinaria da parte di Allah, il mantra scientemente oblitera i più o meno lunghi periodi di occupazione da parte dei grandi imperi del passato, dagli Achemenidi ai Moghul ai Durrani. È, però, un dato di fatto che persino il glorioso Alessandro Magno e il temibile Gengis Khan dovettero ripiegare le loro armate di fronte alle impervie e aride montagne che cingono i confini afgani. La storia contemporanea, d’altro canto, non fa altro che confermare quanto effimeri siano stati i tentativi delle potenze mondiali di controllare l’Afghanistan: nel corso del XIX secolo per ben due volte l’impero britannico invase il paese nel tentativo di fer-mare l’avanzata dello zar in Asia centrale. La Russia sovietica ci riprovò per ben dieci anni, dal 1979 al 1989, anno in cui decise di ritirare l’Armata rossa, sfinita e inefficace di fronte alla resistenza dei mujaheddin. Infine, la cosiddetta “guerra asimmetrica” contro l’insorgenza talebana, che la NATO ha condotto in Afghanistan negli ultimi dodici anni, a partire dalla missione Enduring Freedom del 2001 e dalla soppressione del giogo oscurantista del regime talebano, si appresta a sancire, almeno simbolicamente, un termine (nell’anno 2014, infatti, sarà completato il ritiro delle forze militari internazionali) che assai difficilmente potrà essere celebrato in pompa magna. Per quanto la situazione nel paese sia migliorata rispetto al buio socioeconomico, politico e culturale degli anni Novanta, è fin troppo evidente che gli obiettivi della missione internazionale ISAF rimangono sostanzialmente non centrati: a partire proprio dalla forte permanenza della rete degli insorgenti, in grado di riformularsi con rapidità in funzione dei cambi di strategia degli avversari. L’ombra della minaccia terroristica, che ogni giorno continua a mietere vittime tra i suoi target privilegiati – l’esercito e le altre forze di sicurezza afgane – si allunga dunque sul fatidico post 2014 afgano.

Ma non sarà solo il completamento del processo di transizione dalle forze internazionali a quelle nazionali nel controllo del territorio e nelle operazioni di counterinsurgency che marcherà l’anno che viene; a far da corollario a questo passaggio di testimone, con tutti i rischi a esso connessi, ci saranno, infatti, altre due cruciali transizioni: la prima – quella politica – si consumerà con le elezioni presidenziali previste per il 5 aprile prossimo e con l’uscita di scena (quantomeno formale) del presidente Hamid Karzai; la seconda, per molti versi più incisiva, sarà quella economica: il deflusso dei capitali internazionali, al netto della debole struttura produttiva del paese, di istituzioni poco centralizzate e troppo spesso manipolate da signori della guerra e capitribù corrotti, rischia di tradursi in un tracollo complessivo della qualità di vita e dello spirito di impresa che assai timidamente hanno cominciato a veder la luce in alcune aree del paese e, dunque, in un proliferare dell’instabilità. Eppure, nonostante la presenza americana – sotto forma di cooperazione civile, ma anche militare – continuerà a far da spalla al governo di Kabul (proprio all’inizio di dicembre è stato abbozzato l’accordo bilaterale per la sicurezza che Hamid Karzai ha presentato alla Loya jirga), il ritiro di ISAF già affina le ambizioni dei vicini regionali. In barba ai mantra e agli ammonimenti della storia, l’Afghanistan resta, cioè, il fulcro strategico dell’Asia centrale, connettivo dei flussi commerciali tra Medio ed Estremo Oriente e base per il consolidamento della potenza su scala regionale. Per tradizione strategica e interessi contingenti, i vicini più desiderosi di estendere una longa manus sul paese sono Pakistan e Iran.

Per più di un aspetto, il Pakistan ha ereditato il ruolo esercitato storicamente dal Raj britannico nei confronti dell’Afghanistan e tutto lascia intendere che gli sforzi pachistani volti a perpetuare la sua influenza (e ingerenza) sulla vita politica afgana proseguiranno. Islamabad conta su due assets, che continueranno a essere impiegati con la consueta disinvoltura. Il primo è quello “ufficiale”, costituito dalla relazione con le autorità afgane, formalmente sostenute nell’ambito della missione ISAF (cui anche il Pakistan è associato), e dal rapporto bilaterale tra i due governi. Il secondo è quello “riservato”, rappresentato dal sostegno offerto alle bande pashtun, che costituiscono il nucleo dei cosiddetti “nuovi talebani”, e dalla protezione di fatto ancora accordata al mullah Omar, il leader dei vecchi talebani. L’influenza pachistana è stata fino a oggi complessivamente decisiva e deleteria nel contribuire a rallentare e rendere più costosa l’operazione di transizione dell’Afghanistan verso una stabilità sostenibile.

Certo, l’ambigua politica di Islamabad nei confronti del paese vicino non è stata esente da costi. Essa ha consentito all’ISI (i servizi di intelligence militare pachistani) di perseguire un’autonoma azione politica afgana, con la conseguenza di rafforzare la pericolosa indipendenza dal controllo delle autorità civili. Anche a causa di questo, la regione della Western Frontier ha finito per diventare una sorta di zona franca per i movimenti di insorgenti afgani e di ribelli pachistani, che nel corso degli anni passati hanno messo a segno sanguinosi e spettacolari attentati persino nella capitale del Pakistan. Insomma, l’aver contribuito alla destabilizzazione dell’Afghanistan si è rivelato un esercizio molto pericoloso anche per il Pakistan, che ha finito con l’importare dal vicino una parte di quella instabilità.

Nonostante la sua pericolosità, però, è difficile immaginare che il Pakistan possa mutare la sua politica. Non solo per ragioni, per dir così, storiche, ma soprattutto per i condizionamenti della situazione presente e attesa. Da un lato, come vedremo poi, occorre controbilanciare la crescente influenza iraniana su Kabul, ormai ben al di là della tradizionale attrazione esercitata sulla regione di Herat, che fino al Trattato di Parigi (che pose fine alla guerra anglopersiana del 1856-57) era considerata parte integrante della Persia. Dall’altro non va dimenticata la pressione che l’Arabia Saudita, con i suoi finanziamenti, è in grado di esercitare sul governo di Islamabad. Tanto più di fronte alla prospettiva di un raffreddamento della crisi nucleare iraniana, è molto probabile che i sauditi accentuino ogni possibile iniziativa volta a esercitare pressione sull’Iran. In tal senso – e visto l’incremento del peso saudita nella regione del cosiddetto “Medio Oriente allargato” a seguito dell’evoluzione degli eventi in Libia, Egitto e Siria, oltre che nella Penisola arabica – è ipotizzabile che Riyad non solo seguiti a chiedere a Islamabad di continuare a sostenere le diverse organizzazioni di insorgenti, ma scelga persino di attivarsi in prima persona, piuttosto che limitarsi a giocare la partita afgana attraverso l’alleato di sempre. In una simile prospettiva, l’Afghanistan potrebbe divenire un nuovo terreno di scontro tra sauditi e iraniani, che si aggiungerebbe così all’Iraq, alla Siria e al Libano. Lo scopo evidente di questa manovra a tenaglia da parte saudita sarebbe quello di impedire che la stabilizzazione dei due paesi confinanti con l’Iran (Afghanistan e Iraq, appunto) consenta a quest’ultimo di esercitare liberamente la propria influenza regionale.

Ed è proprio in virtù dell’ambigua strategia pachistana e saudita che l’Iran sta giocando tutte le carte possibili per massimizzare la sua influenza sull’Afghanistan – storico oggetto del disio imperiale sin dai tempi della Persia antica – perseguendo politiche che sotto la coltre si rivelano persino non così disallineate rispetto a quelle occidentali. Per quanto Teheran non abbia mai perso occasione di criticare l’ingerenza straniera in Afghanistan (il neopresidente Rohani ha recentemente affermato che la presenza occidentale non solo «è dannosa al paese, ma perfino ostacolo alla pace e alla sicurezza regionale»), non vi è dubbio che la rimozione imminente della tutela securitaria esterna su Kabul preoccupi l’Iran.

È, infatti, quasi impossibile che un eventuale collasso dello status quo non generi uno spillover anche nella Repubblica degli ayatollah. Dalla protezione dei crescenti traffici commerciali afgano-iraniani al controllo del narcotraffico (per cui Teheran ha dichiarato di spendere oltre un miliardo di dollari l’anno e di aver già perso 3700 soldati di frontiera impegnati nell’intercettare e bloccare i mercanti di droga), alla delicata questione dei rifugiati afgani in Iran (la cui presenza è cresciuta drasticamente negli ultimi anni, raggiungendo livelli insostenibili) la sicurezza del vicino è senza dubbio una priorità anche per gli iraniani. Proprio il problema dei rifugiati rende urgente la questione securitaria: dei 3 milioni di afgani che vivono in Iran solo 800.000 possiedono, infatti, lo statuto di rifugiato di guerra (secondo Human Rights Watch); il processo di registrazione è stato interrotto nell’estate del 2012. I lavoratori afgani che sono integrati nell’economia della Repubblica sciita mandano rimesse in patria per un ammontare complessivo di 500 milioni di dollari annui (circa il 6% del PIL afgano, stando ai dati del 2008). Ma le difficoltà economiche in cui l’Iran si è venuto a trovare a seguito delle sanzioni internazionali hanno imposto l’urgenza di rimandare, spesso forzatamente, i rifugiati nel loro paese di origine, generando malcontenti sia al livello sociale che intergovernativo.

C’è poi un obiettivo squisitamente politico che lega a stretto filo le preoccupazioni iraniane e americane: ostacolare a tutti i costi il ritorno dei talebani al potere e qualsiasi potenziale espansione di al Qaeda e del terrorismo sunnita in Afghanistan. Mentre nel resto del Medio Oriente monta il conflitto tra sciiti e sunniti (questi ultimi, come già detto, sponsorizzati dall’Arabia Saudita proprio in funzione anti-iraniana), la questione confessionale è un tasto delicatissimo per la Repubblica sciita dell’Iran. L’azione di Teheran in Afghanistan, d’altra parte, privilegia palesemente la minoranza hazara (sciita, seppur non etnicamente persiana), che popola l’Ovest afgano, nella provincia di Herat, proprio lì dove si concentra il massimo degli scambi commerciali tra i due paesi. È difficile non leggere dietro le righe della classica retorica antiamericana di Teheran come quest’ultima, proprio per contrastare la rimonta del terrorismo sunnita, abbia non solo beneficiato dell’azione internazionale, ma si sia persino mossa – strategicamente e diplomaticamente – in modo da poter massimizzare i vantaggi della fine dell’era talebana.

L’Iran, d’altra parte, sostenne apertamente la coalizione internazionale che portò alla caduta del vecchio regime e all’ascesa di Hamid Karzai e ha contribuito per il 12% all’ammontare degli aiuti internazionali a suo favore dopo il 2001. Nel gestire le relazioni con Karzai, poi, l’Iran hadato prova eccelsa del suo fiuto strategico, non soltanto appoggiando il governo di Kabul, ma facendo un deciso pressing sulla minoranza tajika nel paese perché condividesse il potere con Karzai (pashtun), così da stabilizzare il potere del suo governo. Il ritorno immediato per Teheran è stato, nel corso dell’ultimo decennio, lo svettare delle relazioni con Kabul. Queste ultime non solo erano state marcate da scetticismo e diffidenza fin dal 1979 (anno della rivoluzione iraniana e dell’ascesa degli ayatollah al potere), ma avevano toccato i minimi storici proprio sotto il regime talebano, nel 1998, quando i due paesi entrarono addirittura in guerra, a seguito dell’assassinio di nove diplomatici iraniani a Mazar al-Sharif.

Il quadro dopo il 2001 è evidentemente assai mutato per Teheran: gli scambi commerciali ammontano a 2 miliardi di dollari annui e sono destinati a crescere, soprattutto dopo l’apertura, nel luglio scorso, del porto di Chabahar in Iran, che darà nuovo respiro anche al commercio con l’India. Già oltre 500 aziende iraniane sono operative in Afghanistan nella ricostruzione di strade e infrastrutture. Certo, la Repubblica iraniana vorrebbe giocare un ruolo più diretto nel controllo della sicurezza, trampolino per accrescere il suo leverage politico sul potere di Kabul. Proprio per questo l’Iran continua a criticare l’accordo bilaterale per la sicurezza tra Stati Uniti e Afghanistan, che assicura la permanenza della presenza (seppur minima: da 5000 a 15.000 soldati) americana nel paese dopo il 2014.

In questo quadro dilemmatico e ricco di controsensi, non è per nulla esagerato paventare che dopo il ritiro di ISAF il paese possa essere oggetto di pressioni contrapposte dall’esterno tali da riprecipitarlo nel caos, rendendolo un campo di battaglia diplomatico tra le potenze regionali emergenti o declinanti. È vero che ben diffi cilmente gli Stati Uniti accetterebbero di veder vanificato il lavoro e gli investimenti di anni (oltre al sacrificio di tanti soldati) senza muovere un dito. Occorre, però, sottolineare che il fatto che l’azione destabilizzante possa provenire soprattutto da paesi “alleati” (Arabia Saudita e Pakistan) e quella stabilizzatrice da un paese con cui Washington non ha relazioni ufficiali da un quarto di secolo renderebbe molto più difficile ogni azione interdittiva.

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