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Titanic Europa?

Written by Stefano Fassina Friday, 17 January 2014 17:45 Print

La ricetta del mercantilismo liberista imposta dai conservatori nordeuropei, raccomandata dalle istituzioni dell’UE e fatta propria da ampie fette della sinistra politica e sindacale, non sta producendo alcun miglioramento della situazione economica complessiva. Austerità cieca e inseguimento disperato del pareggio di bilancio stanno generando invece recessione, disoccupazione, aumento del debito pubblico e aggravamento degli squilibri macroeconomici tra le aree della moneta unica. Così non solo si minaccia la tenuta del progetto europeo, ma si compromettono la civiltà del lavoro e la democrazia delle classi medie che sono il più grande successo dell’Europa del dopoguerra. È necessario correggere subito la rotta, per non andare a sbattere.

L’eurozona è sulla rotta del Titanic. L’iceberg è sempre più vicino. La rotta mercantilista della politica economica dettata dai conservatori teutonici e nordeuropei e “raccomandata” dalla Commissione di Bruxelles è insostenibile. I dati sono inequivocabili: austerità cieca e svalutazione del lavoro deprimono l’economia reale, distruggono PIL potenziale e gonfi ano il debito pubblico. Nell’eurozona, la crisi è, per durata e profondità, peggiore di quella del Ventinove. Il debito pubblico medio della nostra area monetaria balza dal 65% del 2008 al 95% di oggi. La disoccupazione si impenna e continuerà a salire anche il prossimo anno. La piaga della povertà si allarga e l’impoverimento assedia le classi medie. L’inflazione sparisce e i rischi di deflazione diventano sempre più concreti. Le bilance dei pagamenti dei PIIGs migliorano, arrivano all’attivo, a causa di una brutale caduta delle importazioni conseguente al crollo della domanda interna e di export tenuto a galla da una competitività di costo. Le previsioni di ripresa sono sempre smentite dai dati effettivi. I famigerati spread sono tenuti a bada dagli “strappi” di Mario Draghi alla soffocante ortodossia imposta dalla Bundesbank. La sofferenza economica e sociale e la paura del futuro gonfi ano i populismi regressivi spesso guidati dalle destre fascistoidi e reazionarie.

Gli europeisti devoti al mainstream, braccati, si ostinano a ignorare i dati di realtà. Insistono nel riproporre la ricetta del mercantilismo neoliberista: inseguimento disperato del pareggio di bilancio e delle mitiche riforme strutturali, formula retorica per indicare l’ulteriore precarizzazione del lavoro finalizzata alla definitiva marginalizzazione dei sindacati e alla riduzione delle retribuzioni. È di moda l’invocazione del taglio di una indefinita “spesa pubblica improduttiva” come via salvifica per la riduzione delle tasse e del costo del lavoro per recuperare competitività ed esportazioni. In Italia, anche larga parte della sinistra politica e sindacale è accecata dal paradigma dominante, sebbene non più egemone. Non si rendono conto che puntare su un consistente taglio della spesa vuol dire ridimensionare, fino allo snaturamento, il welfare europeo. Sopratutto, non si rendono conto, ancora ipnotizzati dal canto delle sirene neoliberiste, che sarebbe un sacrificio inutile, anzi dannoso, poiché un taglio della spesa accompagnato da una corrispondente riduzione di tasse ha documentatissimi effetti recessivi.

Si aggrava così, inutilmente, l’involuzione della civiltà del lavoro e della democrazia delle classi medie faticosamente costruita nel corso del Novecento e, in particolare, dopo la seconda guerra mondiale. La spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, in termini pro capite, è tra le più basse dell’eurozona. Va liberata da inefficienze e sprechi, ma le risorse così recuperate dovrebbero integrare capitoli decimati dai tagli orizzontali, in particolare la scuola pubblica e le politiche sociali, incluso un reddito minimo di inserimento per attutire gli effetti del raddoppio della povertà.

Larga parte delle classi dirigenti del continente si comporta come se fosse alla guida di una piccola economia aperta, mentre agisce in realtà in una grande economia semichiusa. Nonostante le innegabili contraddizioni, la miopia politica, il corporativismo cieco degli interessi forti e la rigidità ideologica di larga parte delle tecnocrazie convergono a generalizzare all’eurozona la via mercantilista della Germania. È un mercantilismo drammaticamente sbilanciato verso la svalutazione del lavoro, date le debolezze istituzionali ed economiche dei paesi interessati. A differenza di quello tedesco, come confermato dall’accordo per le larghe intese appena varate a Berlino, non è giocato in un equilibrio (patto) tra capitale e lavoro, ossia in una relazione virtuosa tra investimenti innovativi e moderazione salariale. Al di là della brutale attuazione, la via mercantilistica alla correzione degli squilibri macroeconomici è una strada impossibile. Per una ragione semplice e intuitiva: il mercantilismo, per definizione, non è generalizzabile. Affinché qualcuno abbia un surplus commerciale qualcun altro, di almeno pari stazza, deve avere un deficit. Per la Germania, nel primo decennio dell’euro, ha funzionato in quanto le economie periferiche si indebitavano grazie al finanziamento facile delle banche tedesche e francesi. Invece, la speranza di esportazioni nette positive dall’eurozona verso il resto del mondo è illusoria, poiché: a) l’area euro è tra le aree economiche più rilevanti del pianeta; b) i BRICS non vogliono e comunque non possono rovesciare il loro sentiero di sviluppo in pochi mesi o pochi anni; c) gli Stati Uniti, per venti anni consumatore globale di ultima istanza, sono impegnati a ridurre il loro enorme debito estero. In sintesi, la rotta mercantilista seguita nell’eurozona porta a sbattere. Genera, inevitabilmente, recessione, disoccupazione, aumento del debito pubblico, aggravamento degli squilibri macroeconomici tra le aree della moneta unica. I risultati conseguiti sono inequivocabili. Le previsioni ufficiali, nonostante i passaggi ai dati sempre rivisti in peggio, pure. La spirale regressiva è tanto più soffocante quanto più intensamente sono applicati i memorandum della Troika. Attenzione: il problema non è dato “soltanto” dall’iniquità, dalla sofferenza sociale e dalle derive populiste e nazionaliste. Il problema è che i debiti pubblici continuano ad aumentare ovunque.

Il segno più evidente dell’insostenibilità della rotta mercantilista è che nel 2013 si è praticamente fermata anche la crescita tedesca (+0,5%) e la Finlandia ha segnato il secondo anno di recessione consecutiva (–0,6%), insieme a praticamente tutto il resto dell’eurozona (–0,4%). L’Olanda, maestrina di rigore per i “terroni” del continente, perde la tripla AAA per il suo debito sovrano. Le storie “di successo” della deflazione europea sarebbero rappresentate da paesi come l’Irlanda o la Spagna, che tagliando in maniera decisa salari e spesa pubblica hanno riequilibrato le loro bilance dei pagamenti grazie al crollo della domanda interna. Secondo questa lettura dei fatti, addirittura la Grecia darebbe i primi segnali di ripresa. Ma, anche in questo caso, mancano alcuni “dettagli”. In questi paesi, la distruzione dell’economia reale ha l’ordine di grandezza registrato nella seconda guerra mondiale. La disoccupazione sfiora il 27% e le stime del Fondo monetario internazionale (finalmente autocritico) indicano livelli simili su un orizzonte di cinque anni. Il debito pubblico continua ad aumentare. Di fronte a una tragedia sociale di queste proporzioni la Commissione europea sbandiera il successo della “sua” ricetta. È urgente una radicale inversione di rotta. Che vuol dire? Per ridurre gli squilibri macroeconomici e i debiti pubblici, va data priorità a politiche asimmetriche demand side, sia di domanda privata sia di domanda pubblica per investimenti innovativi. Affidarsi a politiche supply side di svalutazione del lavoro o tagli di tasse e welfare (in ossequio alla falsificata teoria classista dell’expansionary fiscal adjustment di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina) incancrenisce la recessione, trasformandola in depressione.

Nell’eurozona va archiviata la via mercantilista e va allargata la prospettiva dello sviluppo sostenibile. È invocata dalle forze politiche e sociali progressiste europee, dai liberali consapevoli (i principali columnists del “Financial Times” lo fanno da ormai tre anni), oltre che da una valanga di economisti mainstream ed eterodossi (si leggano le fi rme al “A Manifesto for Economic Sense” del 2012 e il recente “The Economists’ Warning”, promosso da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, firmato da centinaia di economisti delle principali università del mondo). Ma viene bollata, in omaggio strumentale o conformistico al «retoricume neoliberista» (definizione di Federico Caffè), come «socialdemocratica, massimalista, di sinistra, indietro di trent’anni».

Per salvare l’euro e la civiltà del lavoro, ossia la democrazia delle classi medie, le priorità sono le seguenti. Innanzitutto, nel breve periodo, è necessaria una politica monetaria ancora più aggressiva: l’inflazione nell’area euro allo 0,8% (ottobre 2013) è un dramma per la riduzione dei debiti pubblici. Siamo oltre un punto al di sotto del target del 2%. Target che, come suggerisce Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale, andrebbe rivisto al rialzo per rimettere in funzione i meccanismi di trasmissione. In particolare, i paesi del Nord dovrebbero attivare una reflazione significativa: far crescere le retribuzioni almeno in linea con la produttività (positiva a tal fine la “vittoria” della SPD sul salario orario minimo a 8,50 euro) e innalzare la loro domanda interna per contribuire al recupero di competitività dei paesi della periferia europea e costruire mercati di sbocco. I surplus eccessivi di bilancia dei pagamenti sono in contraddizione esiziale con la moneta unica. La recente analisi del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti è ineccepibile. È scritto nel Six-Pack. Anche la Commissione europea ha dovuto richiamare Berlino. In sintesi, è nell’interesse nazionale tedesco allentare il suo feroce mercantilismo. Lo status quo è ottimale per i tedeschi: la moneta unica blocca le svalutazioni competitive storicamente praticate dai PIIGs; i rischi sovrani alimentati dalla recessione spostano in Germania valanghe di capitali e consentono credito a tassi reali negativi per le aziende tedesche; la deflazione impone alla BCE politiche monetarie espansive che raffreddano l’euro a un livello irraggiungibile per il marco e aiutano le esportazioni tedesche extra UE. Per conservare lo status quo, la Germania della Merkel ha lasciato a Mario Draghi, nonostante gli ululati della Bundesbank, lo spazio di manovra monetaria necessario a tenere a galla i PIIGs. Con l’acqua alla gola, ma in condizione di respirare. Mentre i capitali a buon mercato disponibili a Berlino fanno shopping delle aziende di qualità in Italia e Spagna. Lo status quo è il migliore dei mondi possibili per la Germania. Ma è insostenibile. L’alternativa è tra una radicale correzione di rotta e il collasso politico dell’euro e, quasi inevitabilmente, dell’Unione europea. La correzione di rotta appare un’ingenua speranza: l’opinione pubblica e una parte rilevante della classe dirigente tedesca non vedono o non vogliono vedere la dimensione sistemica dei problemi dei PIIGs e degli altri paesi via via “contaminati” (Francia e Olanda).

In tale contesto, la politica di bilancio, controllata ex ante da Commissione ed Ecofin grazie al Two- Pack, deve cambiare segno: rilassarsi nella periferia e diventare decisamente espansiva nei paesi del centro, che hanno spazi significativi a disposizione. A tal fine, è urgente introdurre una golden rule nei bilanci nazionali per consentire di finanziare investimenti produttivi validati dalla Commissione europea. Inoltre, vanno avviati investimenti europei, definiti in una strategia green di politica industriale, finanziati mediante euro-project bonds e imposta europea sulle transazioni finanziare speculative. Insieme, va definito un piano per la redistribuzione del tempo di lavoro, unica strada per riassorbire la drammatica disoccupazione, soprattutto giovanile, e per migliorare la qualità della vita delle persone e delle famiglie.

La priorità è estendere la portata e completare rapidamente l’unione bancaria (ostacolata dalla Germania del precedente governo Merkel). È condizione necessaria per riportare le banche a erogare credito alle piccole e medie imprese. Un canale di finanziamento alla produzione rilevante ovunque nell’eurozona, ma decisivo in Italia. Va ripreso il coordinamento delle politiche di tassazione e rafforzata l’offensiva contro i paradisi fiscali intra ed extra UE. Va introdotto un meccanismo condiviso di ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili (ad esempio, quello greco) come elaborato dall’Institute for New Economic Thinking. Infine, vanno introdotti standard sociali e ambientali per l’accesso di merci e servizi nello spazio comune dell’Unione, una regolazione anti-speculativa dei movimenti dei capitali e una profonda revisione della autolesionistica politica antitrust della Commissione, fonte di indebolimento delle imprese europee a vantaggio dei colossi radicati fuori dall’Unione.

Per il medio periodo, sono necessari aggiustamenti istituzionali di grande portata: l’unione bancaria dovrebbe essere solo un primo passo verso l’unico assetto unitario in grado di sopportare shock asimmetrici di portata rilevante, ovvero la forma federale. Con una BCE prestatore di ultima istanza che affianchi un’Unione dotata di un bilancio “vero” (destinato a finanziare gli squilibri strutturali esistenti, come necessariamente avviene in qualsiasi paese eterogeneo), in cui è il Parlamento a dettare la linea e a rappresentare democraticamente gli interessi dei cittadini europei, che oggi mostrano – più che giustificatamente – una profonda disaffezione per il progetto europeo, senza avere la possibilità di esprimere in maniera forte il loro dissenso e di affermare la loro idea di Europa unita. Invocare una radicale correzione di rotta nell’eurozona non vuol dire evitare di affrontare i nostri deficit di riforme, necessarie ma costose in termini di consenso. La lista è nota: ricostruzione di partiti capaci di autonomia culturale e di formazione e selezione di classe dirigente adeguata; riforma delle istituzioni e della legge elettorale; affermazione del primato della legalità in ogni territorio del paese; e poi giustizia, pubbliche amministrazioni, fisco, regolazione dei mercati. L’obiettivo delle riforme dovrebbe essere, in Italia e nell’Unione europea, la redistribuzione del reddito, sia sul terreno primario che secondario, oltre che per ragioni di equità, per rianimare i consumi interni. Le riforme, da noi, sono urgenti. Vanno realizzate con determinazione e autonomia culturale. Il punto è che, benché necessarie, non sono sufficienti a imprimere una svolta progressiva. Anzi, nello scenario di recessione e stagnazione, in presenza di larghe fasce di classi medie in impoverimento, in un clima di paura del futuro, le riforme necessarie sono drammaticamente più difficili.

I tempi per una radicale correzione di rotta del “Titanic Europa” (titolo di un interessante libro di Vladimiro Giacché) sono strettissimi. L’ultima occasione utile è la presidenza italiana dell’Unione europea, nel secondo semestre del 2014, dopo l’ondata populista che travolgerà il Parlamento di Strasburgo eletto nella prossima primavera. La presidenza italiana deve provare a mettere ciascun governo e classe dirigente nazionale di fronte alla realtà e prospettare l’alternativa, non come patetico ricatto, ma come inevitabile conseguenza della deprimente continuità politica dei vertici di Bruxelles, coperta da scelte positive ma marginali (come la Youth Guarantee o il potenziamento del programma Erasmus). L’alternativa alla svolta nella rotta di politica economica è, per noi, la rinegoziazione, fino ad arrivare alla revisione unilaterale, degli impegni sottoscritti. È, infatti, impossibile, irrealistico, raggiungere gli obiettivi di riduzione, finanche di stabilizzazione, del debito pubblico in un quadro di stagnazione di medio-lungo periodo. La agognata crescita sufficiente a rianimare l’occupazione è irraggiungibile lungo la rotta mercantilista. La retorica professione di ottimismo sulla ripresa in arrivo e sull’apparizione della luce in fondo al tunnel si infrange sugli scogli di una economia sempre boccheggiante, in perdita di base produttiva e in continua emorragia di lavoro. Una ripresa in grado di riassorbire disoccupazione non è in vista. È frutto di subalternità culturale e inconsapevolezza l’insistente richiesta al governo Letta, da parte degli interessi economici e sociali organizzati, di uno shock positivo per la nostra economia. La rotta mercantilista dell’eurozona inibisce a qualunque governo nazionale la realizzazione di politiche in grado di determinare la agognata ripresa. È un dato di realtà, non una valutazione politica. Insistere, in ossequio al dominante e suicida europeismo conservatore, nel perseguire obiettivi dettati da una ideologia malata vorrebbe dire comunque fallire. Meno peggio, nell’irreversibilità del quadro dato, tentare di governare da sinistra la regressione politica ed economica che rassegnarsi a una regressione caotica a nutrimento dei populismi antidemocratici.

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