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Per non morire di mito

Written by Marcello Verga Tuesday, 05 November 2013 15:25 Print

Gran parte della retorica cittadina di Firenze, ossia il modo in cui essa rappresenta se stessa e viene rappresentata e narrata dai ceti dirigenti e dall’opinione colta della città, rimanda a un’immagine – quella di culla del Rinascimento, luogo dei musei e del pittoresco – non più in grado di trasmettere messaggi culturali forti e di mobilitare energie. La città appare come paralizzata dal successo della sua immagine tradizionale, timorosa di fare i conti con il suo essere luogo vivo e complesso e di intaccare così in qualche modo il miracolo che ne fa una meta di un largo consumo culturale.

 

Sul sito del Comune di Firenze si poteva leggere, in data 30 luglio 2013, che il Comune lanciava «un contest internazionale online per trovare un logo innovativo che caratterizzi per il futuro la città». Entro il 14 ottobre dello stesso anno «chiunque, designer, creativi, artisti, singoli o società – continuava il comunicato del Comune in un italiano che forse avrebbe potuto essere più elegante – potranno farsi avanti e provare a inventare la loro idea di Firenze».

L’iniziativa dell’amministrazione comunale, affidata a Zooppa, «start up dell’incubatore veneto di H-Farm, che si ispira – cito sempre dal comunicato del Comune – ai principi del crowdsourcing e alle dinamiche dei social network», è stata presentata dal giornale “La Nazione” nella sua cronaca cittadina con il titolo – forse un po’ troppo logoro nell’estate del 2013 – “Il Comune ‘rottama’ il Giglio”. In realtà, come ben risulta dagli atti dell’amministrazione e dalle dichiarazione del sindaco Renzi, la posta in gioco non è la “rottamazione” del Giglio, simbolo della città (si veda la mostra “Dal Giglio al David. Arte civica a Firenze fra Medioevo e Rinascimento” alla Galleria dell’Accademia), ma l’invenzione di un brand che dovrebbe caratterizzare e promuovere la città «a livello nazionale e internazionale, (…) per la comunicazione culturale e turistica, ma anche in ottica commerciale, mediante attività di merchandising e licensing, e come contrassegno di qualità di eventi, luoghi, prodotti e servizi dell’amministrazione comunale e del territorio. Il brand – si legge ancora nel comunicato del Comune del 30 luglio – non dovrà essere semplicemente una rivisitazione dei classici simboli cittadini, dal Giglio al David alla Cupola del Brunelleschi, ma dovrà anche richiamare la vocazione contemporanea della città con riferimenti all’innovazione, alla bellezza, al dinamismo, alla produttività e all’internazionalità». Per intendere meglio il senso dell’ambiziosa operazione occorre, però, leggere il contest pubblicato sul sito di Zooppa. Il brand – si specifica, ed è questo il solo “paletto” messo alla creatività dei partecipanti al concorso – «dovrà contenere la parola “Firenze”» e «dovrà evocare la sintesi di grazia e unicità che caratterizza Firenze e l’armonia con il territorio nel quale è immersa». E poi un solo consiglio ai creativi che volessero cimentarsi nel concorso: «Lasciatevi ispirare dall’armoniosa bellezza di Firenze e del suo territorio e dal passato che l’ha resa unica, ma senza tralasciare i valori che continuano a farla crescere». Non resta ora che attendere l’esito del concorso, i commenti che animeranno per qualche giorno la stampa locale e nazionale e le discussioni (anzitutto le recriminazioni) dei fiorentini, come sempre assai vigili sui simboli della loro città e sull’“uso” dei suoi monumenti. Ma, intanto, non c’è che da augurarsi che l’iniziativa promossa dal Comune trovi risposte pari all’ambizione del contest e ribadire, anche in questa occasione, il valore positivo, sul piano culturale anzitutto, della iniziativa del Comune di inventare un brand della città e di porsi in termini nuovi il tema della rappresentazione e autorappresentazione simbolica della città.

Già qualche anno fa, in un saggio pubblicato su una rivista accademica e al quale seguirono, nel numero successivo, gli interventi di Matteo Renzi, allora presidente della Provincia, e di Simone Siliani, allora assessore alla Cultura del Comune, avevo rilevato il pericolo che Firenze, come molte altre città della nostra penisola, potesse correre il rischio di “morire di mito”, di chiudersi cioè nella stanca ripetizione di discorsi, di retoriche che – e questo era il senso del mio saggio – hanno avuto origine in uno specifico contesto storico e culturale e che potrebbero non intercettare più gli universi valoriali che avevano promosso e sostenuto quel mito.1 E ciò vale specialmente nel caso di Firenze, il cui mito e le cui retoriche – “Firenze culla del Rinascimento”: la frase ricorre anche nel contest di Zooppa – non hanno la loro origine a Firenze e nel suo contesto culturale, ma in una costellazione discorsiva che trovò nel paradigma della Western civilization, consolidatosi nelle università e nei centri culturali degli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento, una definitiva consacrazione. È in questo contesto, della costruzione di un paradigma culturale forte ma al tempo stesso capace di diventare senso comune di una larga parte di coloro che si pensarono, già dalla fine del XVIII secolo, quali appartenenti alla civiltà europea/occidentale, che Firenze e la sua storia divennero protagonisti di una fase significativa della storia e della costruzione di una civiltà che aveva avuto avvio nell’Atene di Pericle e che attraverso la Roma di Augusto, la Firenze di Leone X e dei Medici, la Parigi di Luigi XIV, la Amsterdam centro dei commerci mondiali del XVII secolo, l’Inghilterra del sistema parlamentare e della rivoluzione industriale, trovava nella costa orientale degli Stati Uniti il suo punto di arrivo.

Una vicenda complessa, questa, un capitolo straordinario di storia della cultura e della civiltà occidentale, un oggetto di ricerca e di studio per antropologi, storici, sociologici, un laboratorio nel quale osservare la formazione di un codice culturale identitario, tanto più interessante e rilevante nella misura in cui la cittadinanza fiorentina e il suo ceto dirigente sembrano aver avuto sempre poca consapevolezza di questi processi e delle trasformazioni che essi hanno determinato nella loro città, nelle sue strutture urbanistiche, nei suoi equilibri sociali, nella loro stessa percezione della città e della sua memoria, nei loro stessi destini individuali. Nel mio saggio del 2006 avevo messo in relazione l’analisi delle retoriche cittadine e una rilettura delle storie di Firenze che più hanno contribuito, tra Ottocento e Novecento, alla costruzione dei miti e delle rappresentazioni della città. Per “retoriche cittadine” ho inteso quella trama di discorsi con i quali una città rappresenta se stessa, il suo passato, i suoi caratteri peculiari, il suo stesso “paesaggio”: una trama di discorsi nella quale si compongono diverse visioni della società e della politica, in un confronto che ha appunto nella costruzione del discorso pubblico il luogo in cui si affermano valori condivisi. Dunque, avevo studiato le forme e i contenuti di un discorso bene organizzato nei suoi temi e nelle sue forme retoriche con il quale la città di Firenze viene raccontata e percepita dai suoi stessi membri: uno strumento importante di riconoscimento della comunità, elemento rilevante e indispensabile del processo di costruzione identitaria di ogni comunità, ricca di argomenti, di immagini simboliche, di valori, di parole, di retoriche che funzionano da canale di formazione e di comunicazione di una memoria e di una immagine e identità collettiva.

Quel che ho sottolineato nel mio saggio, e che torno ora a ripetere, è che molte delle retoriche cittadine – e si pensi alle argomentazioni correntemente utilizzate dal ceto dirigente fiorentino negli ultimi decenni, l’enfasi sulla Firenze delle arti e del Rinascimento – sono sempre meno capaci di trasmettere messaggi culturali forti, di mobilitare energie, anche perché, e la considerazione è ovvia, la realtà cittadina e il contesto in cui la rappresentazione della città si gioca sono profondamente mutati in questi anni. È facile osservare, infatti, che le retoriche utilizzate, ad esempio, dalla giunta Primicerio nella presentazione del progetto fiorentino per il Giubileo del 2000, o i richiami alla storia e alla civiltà di Firenze che hanno fatto da moneta corrente a molti documenti e prese di posizione delle forze politiche cittadine e delle due giunte guidate dal sindaco Domenici nel primo decennio del nuovo millennio, nonché a molti articoli dei giornali locali, o ancora l’enfasi sulla Firenze delle arti e del Rinascimento che straripa da molti notiziari radiofonici e televisivi locali, in misura e in modi tra loro certamente differenti, o ancora e in ultimo l’uso disinvolto – e a tratti davvero divertente – che Matteo Renzi fa di alcuni momenti della storia della città per legittimare in qualche modo le sue proposte politiche2 testimoniano come, proprio in questi ultimi anni, al venir meno di un impegno serio di riflessione sulla storia e sulla identità della città di Firenze si sia sopperito con il ricorso, appunto sempre più enfatico, a una retorica cittadina che sempre meno sembra suscitare l’attenzione dei fiorentini. Un giudizio, questo ora espresso, che deve però misurarsi con alcune importanti novità emerse nelle due passate amministrazioni: penso, ad esempio, al progetto “Firenze 2010”, che fu occasione, negli anni della giunta Domenici, di una riflessione a tutto campo sulla realtà della città e sui piani di governo del territorio, e al più recente e importante cantiere di discussione avviato in città dal sindaco Renzi: le 100 assemblee, i “100 luoghi”, nei quali la cittadinanza può far sentire la propria voce sulle iniziative dell’amministrazione.3

Forse è venuto finalmente il momento di prestare la giusta attenzione all’amara invettiva e all’insofferente denuncia del grande archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, che, nei primi mesi del 1945, all’indomani della liberazione, in un confronto sulla ricostruzione del centro della città distrutta dalle bombe naziste, ammoniva sul tragico e banale ruolo che si voleva lasciare agli italiani – e qui italiani sta anzitutto per indicare i fiorentini – «di non essere altro che custodi di un museo, i guardiani di una mummia », rivendicando invece «il diritto di vivere entro città vive, entro città che seguono l’evolversi della nostra vita, le vicende della nostra storia (…): perché vogliamo essere finalmente un popolo tra gli altri popoli che dalla presente miseria, dalla presente infelicità e umiliazione, riprende liberamente la strada della propria sorte europea». 4 Una risposta, questa, agli appelli retorici alla ricostruzione della Firenze nel rispetto della sua immagine tradizionale di città d’arte e di città “pittoresca” – la città dei molti visitatori stranieri che vi risiedevano –, uno sfogo comprensibile nel furore della polemica politica e culturale nella Firenze del dopoguerra, ma ancor oggi degno di essere tenuto presente, nella misura in cui vale a ricordarci che la cittadinanza fiorentina e il suo ceto dirigente, che hanno fatto della città dei visitatori e dei residenti stranieri – della città dei musei e del pittoresco – un fattore essenziale della realtà cittadina e della loro stessa memoria e percezione della città, non possono perdere, però, la consapevolezza di vivere dentro processi culturali che non gli appartengono completamente. È l’esito, come si è detto, di costruzioni culturali che hanno avuto origine al di fuori di Firenze e che continuano a ricevere da aree culturali molto lontane da questa regione nuovi motivi di vitalità. Che poi questa costruzione dell’idea di Firenze abbia avuto, com’è ovvio, una storia molto complessa, nient’affatto lineare e impossibile da riassumere in poche righe, non è questione che sembra interessi più di tanto il cittadino fiorentino e, purtroppo, neppure il ceto dirigente della città, che appare in qualche modo “paralizzato” dal successo di questa immagine di Firenze e, quindi, timoroso di infrangere in qualche modo il “miracolo” di una città che è divenuta meta di un largo consumo culturale da parte di popolazioni che appartengono, per così dire, di diritto alla civiltà europea e occidentale o di popolazioni che in qualche modo hanno subito e hanno dovuto far propria quella civiltà e i suoi valori e simboli culturali.

Se questo è il contesto nel quale vanno poste le questioni che attengono alla qualità e al significato politico e culturale delle retoriche cittadine messe in campo dai ceti dirigenti della città, non può non sorprendere la rinuncia di questi stessi ceti dirigenti e, in larga parte, dell’opinione colta fiorentina a comprendere e a riflettere sulla storia della costruzione e della fortuna di questa “immagine” di Firenze, immagine che è parte costituente – è utile ripeterlo – della stessa identità cittadina. La scarsa attenzione prestata dalle ultime amministrazioni a una seria riflessione sulla storia della città – che si manifesta anche nella episodicità con cui hanno affrontato i temi della ricerca intorno alla storia e alla identità cittadina, o ancora nella rinuncia ad affrontare la questione di un vero museo della città e della sua storia – può spiegare la scarsa comprensione che la città nel suo complesso sembra avere dei processi culturali che hanno fatto di Firenze e della sua storia uno dei luoghi di costruzione dei valori e dei simboli della modernità politica e della identità culturale europea.

Per queste ragioni ben venga il concorso per il nuovo logo della città promosso dalla amministrazione comunale, nella speranza che esso possa essere occasione per riprendere una seria riflessione sulla costruzione di un nuovo discorso identitario, capace di parlare a quelle migliaia di “nuovi fiorentini” che alle spalle hanno famiglie le cui origini non sono nella città o nel suo contado ma sempre più in regioni che per una nostra cattiva abitudine continuiamo a definire non europee.

 


[1] Si vedano M. Verga, Firenze: retoriche cittadine e storie della città, in “Annali di Storia di Firenze”, 1/2006, pp. 209-24, disponibile su www.storiadifirenze.org/pdf_ex_ eprints/08_SdF_1_2006_Verga_discussioni.pdf, e gli interventi di S. Siliani e M.
Renzi in risposta al mio saggio, in “Annali di Storia di Firenze”, 2/2007, pp. 247-59 disponibili su www.storiadifirenze.org/pdf_ex_eprints/10.discussioni.pdf

[2] M. Renzi, Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, Rizzoli, Milano 2013.

[3] Si veda www.comune.fi .it/opencms/opencms/citta_fi renze/100luoghi.html

[4] R. Bianchi Bandinelli, Come non ricostruire la Firenze demolita, in “Il Ponte”, 2/1945, pp. 114-18.

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