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La questione settentrionale, un'occasione mancata per la sinistra italiana

Written by Luciano Pizzetti Thursday, 27 March 2008 14:52 Print

Le recenti elezioni amministrative, dal nettissimo significato politico, hanno ridato vigore alla mai sopita questione settentrionale. Questo è avvenuto sia dal lato strutturale – l’insufficiente accompagnamento del dinamismo della società da parte delle istituzioni pubbliche – sia come fattore politico – nel senso di un ispessimento del diaframma che da diversi decenni separa i partiti del centrosinistra dai ceti sociali che si riorganizzano al di sopra del Po. Le elezioni hanno quindi girato la clessidra politica riposizionandola alla fine degli anni Ottanta.

È forte il rischio che nel Nord si passi dall’antistatalismo al ripudio del riformismo. La crisi del rapporto tra politica e cittadini, tra partiti e cittadini e tra istituzioni e cittadini in cui siamo oggi immersi è più grave di quella degli anni Novanta. Allora, nell’ambito di uno stravolgimento geopolitico planetario, era esplosa da noi la questione morale. Il tutto come grande domanda di cambiamento della politica. C’era il rifiuto e c’era la speranza. Oggi c’è una sfiducia verso la politica che non è accompagnata da una nuova domanda di massa. Allora al politico si rimproverava la disonestà, oggi la politica viene vissuta semplicemente come un peso, e per di più eccessivamente oneroso.

È in un simile contesto, sedimentatosi nel tempo, che la questione settentrionale si riaffaccia, aggravata rispetto a ieri dall’insieme di questioni irrisolte e di domande inevase. Il mix colpisce il centro nevralgico del centrosinistra: la democrazia della partecipazione, della decisione, dell’innovazione. Evapora la capacità di rappresentare e di conseguenza si perdono le elezioni.

A generare la «questione settentrionale» è stata proprio l’inadeguatezza della politica, non all’altezza di rispondere nel merito a fenomeni sociali di grande portata che hanno interessato, a partire dagli anni Settanta, le aree più sviluppate del nostro paese, e quindi del Nord Italia. Fenomeni che avrebbero richiesto una politica «nuova», in grado di accompagnare il mutamento genetico che la società stava realizzando, come il passaggio dal fordismo al postfordismo e quello da un’economia di prossimità (l’economia delle nazioni) ad un’economia della simultaneità nelle sfide della globalizzazione. Un cambio di paradigma così grande da riuscire a trasformare ogni cosa, ogni ambito del nostro vivere.

Una rivoluzione che ha progressivamente mutato senso e significato non solo a tutte le parole chiave, come lavoro, impresa, sindacato, Stato sociale, politica, società, diritti, doveri, responsabilità, ma che ha anche stravolto il tradizionale modo di combinarle tra loro.

La politica italiana non si è dimostrata preparata a padroneggiare questa nuova grammatica e, per molti versi, non lo è tutt’ora. È il campo delle nuove idee, delle culture politiche del nuovo secolo, che non possono essere solo sintesi dei grandi filoni del Novecento. Su questi pensieri lunghi, seppur recenti, dovrebbe fondarsi il Manifesto del costituendo Partito Democratico.

Il termine «politica» ha assunto contenuti e significati diversi nella grammatica postfordista e a essa oggi sono richiesti requisiti un tempo meno costitutivi.

Il primo requisito è l’efficienza, cioè il rapporto tra le risorse impiegate e i risultati ottenuti. Il secondo è l’efficacia, intesa come la capacità di produrre i risultati attesi. Il terzo è la trasparenza, ovvero il dovere etico di dare una restituzione chiara e tempestiva delle scelte e degli atti compiuti. Il quarto è il tempo, vale a dire la necessità di far sì che la partecipazione e l’iter, questo male oscuro e odioso, non impediscano la decisione. Il quinto è la responsabilità, come dovere di fronte alle comunità.

La politica oggi sa fare tutto questo? Da tutto ciò si è generata la distanza tra società civile e società politica o meglio, come scrive Carlo Carboni, si è creato un pericoloso «vuoto d’aria» che separa i cittadini dalla politica.1 Oggi l’Italia è, tra i paesi sviluppati, quello in cui si registra il più alto tasso di sfiducia verso le istituzioni: solo un italiano su dieci ha fiducia nel governo e uno su trenta ha fiducia nella pubblica amministrazione. Un vuoto che deve essere colmato, perché se non lo farà una «nuova» politica il rischio è che lo faccia l’antipolitica, cioè quella deriva populista e, si badi, non di destra, che Berlusconi ha così bene interpretato in questi anni. Il populismo è il rifugio incosciente delle democrazie malate, la risposta semplificata ai rivolgimenti strutturali che la politica non sa riempire di senso offrendo opportunità. Destra e sinistra sono visioni del mondo. Il populismo è assenza di visione, in cui l’interesse generale è una variabile dipendente da altri interessi, più forti perché in grado di condizionare la società carpendone il consenso a fronte di una politica a debole legittimazione. Una deriva al termine della quale non vi è la nascita di una politica nuova ma, al contrario, la pericolosa chiusura di spazi di democrazia e di libertà.

Il Partito Democratico nasce per tentare di colmare questo divario, oggi sempre più pericolosamente vasto? Ci auguriamo di sì. Il Partito Democratico dovrà essere innanzitutto la chiave di volta per la riforma del sistema politico, anche perché vi è una parte consistente della classe dirigente politica del nostro paese che, al posto di comprendere i segni evidenti della crisi, preferisce la via dell’arroccamento. Da qui la troppa facilità con la quale dati inoppugnabili sul malfunzionamento dello Stato, sugli sprechi evidenti o su privilegi anacronistici vengono bollati come qualunquismo o come attacchi alla politica tout court. E invece, molto più banalmente, sono appelli ad una politica che deve essere profondamente riformata, affinché possa prendere per mano la società e accompagnarla nella modernità, ponendo fine ad una transizione infinita che mina la democrazia alle sue fondamenta. Siamo quindi giunti al cuore della «questione settentrionale». Essa rappresenta una grande occasione mancata per la sinistra italiana. Se, a partire da quegli anni, si fosse colto il fenomeno per ciò che era in realtà, le cose sarebbero andate diversamente. Non è stato così. Eppure i segnali erano forti e chiari, come hanno evidenziato le lucide analisi di Aldo Bonomi e Ilvo Diamanti o la loro efficace traduzione giornalistica nella trasmissione «Profondo Nord».

Del leghismo si è troppo spesso voluto cogliere gli aspetti folcloristico- evocativi: quelli delle camicie verdi, delle ronde padane e della secessione, che pure esistono. Senza voler capire, fino in fondo, il disagio profondo che migliaia di elettori, anche di sinistra, cercavano di manifestare rispetto a temi e questioni molto spesso reali: uno Stato e una politica non all’altezza dei tempi e delle sfide che allora già si combattevano nelle regioni del Nord. Non è un caso che il sì alla devolution sia prevalso nel lombardo-veneto. La sinistra non era ancora attrezzata per tentare di comprendere anche le ragioni di migliaia di piccoli, a volte piccolissimi imprenditori, lasciati spesso soli a combattere in prima linea dentro una sempre più accentuata competizione internazionale. Spesso operai diventati imprenditori di se stessi, in forza del venir meno della grande fabbrica. Con il mutare del mercato del lavoro, delle relazioni e delle condizioni sociali cambiano i bisogni materiali e immateriali. Cambia la natura dei diritti. Si ridefinisce la coscienza nazionale, diviene conflittuale la relazione tra Stato e società, si stempera il vecchio conflitto capitalelavoro. Allo stesso tempo, si reimmaginano i rapporti di lavoro, comprese le forme contrattuali sempre più territorializzate, quando non addirittura personalizzate, le persone si organizzano sempre meno verticalmente (appartenenza sociale) e sempre più orizzontalmente (percezione di opportunità e paure). Non più blocchi sociali coesi, ma il cittadino nei suoi doveri e la persona nei suoi bisogni. Doveri e bisogni plasmano i diritti. Una sintesi valoriale e virtuosa tra opportunità e responsabilità. La libertà responsabile come fulcro della modernità.

La sinistra non era pronta, ma la destra sì. Ed è stato così che, lentamente, si è lasciata a essa la possibilità di consolidare un rapporto quasi esclusivo con il nuovo blocco sociale prevalente al Nord: i nuovi ceti produttivi hanno preferito chi prometteva vantaggi spiccioli e a breve termine, piuttosto che una sinistra che non prometteva niente. La destra li ha illusi nella rappresentanza, il centrosinistra semplicemente si è rifiutato di rappresentarli, senza neppure accompagnare le migrazioni sociali. I lavori e non il lavoro, l’impresa diffusa e non il «padroncino», il consumatore e non una pubblica amministrazione autoreferenziale, la domanda di sicurezza che genera la flessibilità, la paura che non è di destra e colpisce assai più il «povero» del «ricco», l’ambiente come bene a rischio, i talenti che chiedono di essere riconosciuti e valorizzati, i meriti da promuovere e non solo i bisogni da tutelare anche attraverso le politiche fiscali, le energie che devono essere liberate, i giovani e le donne le cui ali non possono continuare a essere tarpate. La società multietnica e multiculturale genera paure che non si superano né con il richiamo etico, né con il cuore del filantropo, né con il pugno di ferro, ma con una democrazia funzionante e, dunque, con regole da rispettare e da far rispettare.

La sussidiarietà come idea di ricomposizione della società passando davvero dal welfare State alla welfare community. Perché il centrosinistra non deve muovere dalla società? Perché considera pubblico solo ciò che è istituzionale e non l’esercizio di una funzione che è pubblica, nel senso che concorre alla fruizione di diritti di cittadinanza?

Questa è la realtà la cui negazione ha una sua aritmetica trasposizione nei risultati elettorali di questi ultimi anni nelle regioni del Nord. Un dato che mette in evidenza non semplicemente una crisi della «rappresentanza politica» da parte del centrosinistra, ma l’incapacità di interpretare assetti produttivi, organizzazioni territoriali, relazioni sociali, fino ai modi di pensare e di pensarsi delle popolazioni residenti. Da tempo il tema non è più «l’alleanza sociale» ma la «rappresentanza sociale».

In politica è necessario ammettere le sconfitte, perché capire dove si è sbagliato è la condizione necessaria per ripartire nel modo giusto. In questo modo deve essere letto il documento «Un partito aperto in una società aperta» che i DS della Lombardia hanno portato al Congresso nazionale di Firenze. Un atto di responsabilità che indica dove si è mancato, ma anche da dove ripartire.

Il documento dice, tra l’altro: «La cosiddetta questione settentrionale rintraccia le proprie radici nell’incapacità di un ceto politico e di governo di offrire una rappresentanza adeguata alla vasta gamma di bisogni, interessi e aspettative che negli ultimi venti anni sono venuti emergendo in questi territori. Ciò vale per il centrosinistra, la cui debolezza in queste aree rischia di trasformarsi in una condizione strutturale di svantaggio, così come per il centrodestra, che in molte di queste realtà non ha saputo tradurre l’ampio consenso elettorale ottenuto in un’efficace azione amministrativa e di governo.

Rispondere alla questione settentrionale vuol dire individuare le soluzioni più appropriate per innescare nelle regioni del Nord quei processi economici e sociali che possono sollecitare e guidare il profondo rinnovamento di cui ha bisogno il paese, senza i quali il centrosinistra continuerà a essere minoranza culturale prima ancora che politica». Ecco perchè oggi il fenomeno non sta più dentro alle logiche «Nord contro Sud». In realtà la questione settentrionale è mal posta, perché non si tratta di una differenziazione geografica, e quindi culturale, del paese. Come ha scritto con efficacia Enzo Rullani, «al centro c’è un altro problema, molto diverso, che è quello della mancata modernizzazione della sinistra e la sua conseguente ridotta capacità di attrazione. È chiaramente una questione dalla valenza nazionale, che esiste anche a Roma, in Emilia Romagna, dove però viene compensata da altre cose, da un bagaglio storico di appartenenza che in qualche modo resiste a tutto, da una buona amministrazione, ecc. E quindi lì il problema non appare, non emerge. Negli altri posti, invece, come nel Veneto, nella Lombardia, anche nel Piemonte della crisi del fordismo FIAT, la sua capacità di attrazione, appunto, è stata nulla». Il problema sta ora emergendo anche lì, a ulteriore conferma che la questione settentrionale è questione nazionale.

Ecco perché affrontare la «questione del Nord» vuol dire anticipare un fenomeno destinato ad allargarsi, a divenire, appunto, naziona- le. Le ragioni le spiega bene sempre Rullani: «La sinistra non ha ancora cominciato a definire se stessa in un mondo postfordista», e ancora: «Alla fine la sinistra ha perso la sua capacità di sognare il futuro, è questo il punto. E per un movimento politico che, per definizione, è volto al cambiamento del sistema, al disegno del futuro, ai sogni da realizzare, perdere il segno del futuro per diventare solo segno della saggezza o dell’ordinaria amministrazione (di quelli che non rubano e però comunque non fanno niente di straordinario, aggiusteranno il marciapiede) è la fine. Se non è capace di ricentrare la sua proposta sul futuro, quindi su un sogno, e il suo desiderio è il mero ritorno verso il passato – che tutti capiscono essere un’opzione impossibile – la sinistra è finita. Quindi questa immagine di conservatorismo, questa proposta, in fondo, di puro ‘buon governo’ che la sinistra dà, è proprio quella che passa e che la fa perdere».

 

Se questa analisi è corretta, viene spontaneo chiedersi se c’è una ricetta possibile. La risposta è sì, e la condizione l’ha indicata Michele Salvati: «C’è un tipo di sinistra che potrebbe tornare ad attrarre voti. Quella che dimostra che libertà ed efficienza si possono legare a principi di solidarietà e uguaglianza». Esiste, cioè, lo spazio per dare vita ad un programma del centrosinistra concreto e nello stesso tempo capace di far sognare un futuro migliore. Occorre però fare presto, perché mentre si cerca disperatamente una nuova politica a cui valga la pena di partecipare, perché è una politica che «rischia» e che «merita », sui grandi temi come il fisco, la scuola, la sanità, la previdenza, l’impresa, il lavoro, i trasporti, l’energia, le telecomunicazioni, le istituzioni, la competizione politica si limita a conservare, non a modernizzare. Il nostro paese ha invece bisogno di una straordinaria stagione di riforme.

 

Qual è il lavoro che ci attende? Quello di imparare le parole e la grammatica del postfordismo e costruire con esse un progetto di futuro nel quale gran parte del paese possa rispecchiarsi. Questo è il compito del Partito Democratico, alla costruzione del quale deve lavorare un moderno centrosinistra europeo. Un centrosinistra che torni ad avere una grande capacità di elaborazione culturale. Un centrosinistra che sintonizzi il suo impianto valoriale sulle questioni cruciali dell’oggi e del domani, che non giudichi il postfordismo, cioè il tempo nel quale viviamo, come una minaccia ma come un’opportunità. Perché è effettivamente tale. La società molecolare non è la fine della sinistra, semplicemente impone nuovi paradigmi e disloca diversamente l’agire politico. Un centrosinistra che eviti la tentazione di rin- serrarsi in una logica di forza lavorista, ma che punti, al contrario, a divenire uno strumento di sintesi e di rappresentanza di ampi strati della società italiana.

 

Per riuscire in questa impresa dobbiamo fare i conti anche con parole che per il centrosinistra sono ancora tabù, come federalismo, sussidiarietà, rischio, merito, sicurezza. Parole che non dobbiamo temere, perché se nel Partito Democratico saranno declinate nel modo giusto diventeranno parte di un grande progetto di rilancio sociale ed economico del paese. Un tassello fondamentale di quella rivoluzione liberale e sociale che si basa sulla consapevolezza che il modello di sviluppo italiano, basato sul dualismo tra flessibilità (che si è trasformata in precarietà) per alcuni e protezione (che si è trasformata in privilegio) per altri, è il freno principale alle potenzialità della società e dell’economia italiana.

 

Una ricetta fatta di liberalizzazioni, promozione della concorrenza, risanamento finanziario, Stato regolatore efficiente che in parte ha già avuto nel decreto Bersani una prima espressione concreta e positiva. Ma anche federalismo fiscale e riforma radicale della pubblica amministrazione, ridefinizione delle logiche che governano sia la tutela che la promozione sociale.

 

Una rivoluzione liberale e sociale il cui effetto di lungo periodo non sarà nel campo dell’economia, ma, e soprattutto, nella garanzia effettiva e non formale dell’eguaglianza dei cittadini e delle opportunità, della mobilità sociale. Una rivoluzione che dovrà essere promossa e sorretta da una nuova organizzazione politica, un partito che ancora non c’è: il Partito Democratico. Un partito plurale nelle culture, unitario nei valori, federale nella strutturazione.

 

Il federalismo, proprio perché è previsto nella Costituzione, perché porta ad una più efficace organizzazione statuale, e perché sarà fiscale, non potrà che plasmare la governance del partito nuovo. Un partito nuovo non ha grandi prospettive se muove, perpetuandolo, dal modello di organizzazione politica che ha sin qui caratterizzato il sistema democratico repubblicano. Occorre un salto culturale, agire dai luoghi della politica diffusa, non più solo dal centro che genera autoreferenzialità e resistenze al rinnovamento delle classi dirigenti. Un partito nazionale a struttura federale su basi regionali. L’alternativa è che, anziché un partito nuovo, prenda corpo un ennesimo nuovo partito. Sinceramente non avrebbe alcun senso e sarebbe di scarsa utilità.

 

1 C. Carboni, Elite e classi dirigenti in Italia, Laterza, Roma-Bari 2007.

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