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La vittoria di Pirro di Angela Merkel

Written by Ulrike Guérot Tuesday, 05 November 2013 15:12 Print

La sensazionale vittoria di Angela Merkel, che ha mancato per un soffio la maggioranza al Bundestag, potrebbe tramutarsi in una drammatica situazione di stallo politico in Germania, qualora la SPD e i Verdi, i due principali candidati a formare una coalizione con la CDU, non riuscissero a giungere a un compromesso accettabile con i cristiano-democratici. Se però a prevalere sugli interessi di partito fosse la ragion di Stato, il risultato potrebbe essere lo spostamento un po’ più a sinistra di Berlino, anche sulle questioni europee, e la Germania potrebbe venire incontro ad alcune fondamentali richieste dei partner dell’Unione, come l’ammorbidimento delle politiche di austerità.

 

La vittoria trionfale della Merkel alle elezioni tedesche dello scorso settembre potrebbe trasformarsi in un disastro per la Germania o perlomeno in una fase di stallo duraturo e in un futuro piuttosto incerto per il sistema dei partiti tedesco, caratterizzato da nuove configurazioni partitiche e persistenti incertezze su chi effettivamente trae beneficio e chi è danneggiato dai risultati elettorali.

Per il momento una grande coalizione tra la CDU e la SPD rimane il risultato più probabile ma lungi dall’essere l’unico, e non dovrebbe essere dato per scontato. Un’alleanza nero-verde non può essere esclusa; né – almeno come “minaccia” – una coalizione rosso-rosso-verde, magari come governo di minoranza tra SPD e Verdi con il sostegno della Linke, il partito di sinistra, per condurre il paese verso nuove elezioni. Eppure, guardando soltanto i risultati del “primo voto” (il voto per il candidato nel collegio elettorale – il “secondo voto” va alla percentuale del partito a livello dei Länder, che costituiscono le unità elettorali), va notato che, anche se matematicamente possibile, un’eventuale maggioranza rosso-rosso- verde sarebbe il risultato solo della maggioranza dei seggi nel Bundestag, prodotto dalle percentuali ottenute dai partiti e dalla ripartizione dei secondi voti: in termini di mandati diretti, circa il 90 % va alla CDU. Con l’eccezione di alcune città del Nord Reno-Westfalia, tradizionale roccaforte dei socialdemocratici, e di due o tre circoscrizioni a Berlino Est, che sono andate alla Linke, la Germania è una bellezza nera con alcuni spruzzi di rosso. Dato che l’aritmetica dei seggi non corrisponderebbe ad alcuna sgradevole maggioranza politica, le possibilità che questo accada sono altamente improbabili.

In breve: le puntate sono ormai chiuse, l’interesse della Germania in termini di ragion di Stato – avere presto un governo stabile – non coincide necessariamente con gli interessi dei partiti, ad esempio con la preoccupazione della SPD (o dei Verdi) di non perdere l’identità in una coalizione con la CDU egemone di Angela Merkel. Tutto ciò che si può dire è che quest’ultima non sembra avere fretta di firmare un nuovo accordo di coalizione: il governo uscente espleta gli affari come sempre e la Germania sembra esserne soddisfatta. La storia dimostra che i negoziati per la formazione di una coalizione possono richiedere fino a settanta giorni o anche più. Forse la Germania non avrà un nuovo governo in carica prima di Natale. O forse la SPD se la vedrà con la CDU – nonostante la maggior parte dei suoi membri protestino a gran voce – e alla fine giungerà alla proposta di una Grande coalizione, che potrebbe però essere poi rifiutata dal voto dei membri del partito promesso dalla direzione della SPD.

Forse i Verdi subentreranno come partner di coalizione, ma a quale prezzo di negazione, perdita di identità e condizioni, e di prevedibile calo di elettori alle prossime elezioni? Il problema di una coalizione nero-verde – sempre più improbabile nel momento in cui scriviamo – riguarda il fatto che, al di là della mancanza di legami partitici, non ci sarebbe la maggioranza nella seconda Camera, il Bundesrat. Siccome una gran parte delle leggi tedesche richiede il voto in entrambe le camere (fino al 50% della legislazione), la Germania sarebbe destinata all’ingovernabilità. Forse nuove elezioni potrebbero essere la soluzione definitiva, ma nessuno le vuole. Alla Germania non piacciono le situazioni come questa. La maggior parte dei tedeschi (circa il 70 %) vorrebbe una Grande coalizione. Molti in questa fase avrebbero forse preferito che le elezioni non avessero avuto luogo e tutto fosse rimasto come prima. Ma così non è. Qualcosa dovrà pur succedere – ma sembra che nessuno sappia realmente che cosa e la confusione regna sovrana; per non parlare del fatto che le preferenze sembrano confuse su tutti i fronti. Per SPD e Verdi invischiarsi in una coalizione di governo con la Merkel o mantenere una propria “identità di partito” sembra essere una scelta tra la peste e il colera, tra l’altro ampiamente messa in discussione dalla maggior parte dei membri di partito: tanto la SPD quanto i Verdi hanno al loro interno sia membri pragmaticamente favorevoli sia ostili a una soluzione di governo. E la questione riguarda, in realtà, chi ha più bisogno di che cosa o di chi: un partner di coalizione per la Merkel; l’occasione di governare a ogni costo per i potenziali alleati; un costo che, per alcuni, si avvicina al suicidio del partito pur di mantenere la stabilità politica della Germania.

Inoltre si deve anche considerare che, nel caso di una Grande coalizione, i Verdi sarebbero in un certo senso l’unico serio partito di opposizione, schiacciati tra il populista e anti-euro AfD (Alternative für Deutschland) a destra, e la Linke sinistra. Se questa sia una situazione utile per un partito in fase di ristrutturazione come quello dei Verdi è una prima domanda da porsi. Se questo sia salutare per la democrazia tedesca nel lungo termine potrebbe essere la seconda. In questi giorni molti sostengono che la Germania stia sviluppando caratteristiche austriache, dove durevoli grandi coalizioni tra il Partito Socialdemocratico e il Partito Popolare sono l’unico modo per tenere i partiti più estremisti lontani dal governo, con la conseguenza che il sistema politico e quello partitico stanno ormai perdendo la loro capacità di cambiare linea politica.

 

UNA VITTORIA PERSONALE PER ANGELA MERKEL, MA LO È ANCHE PER L’EUROPA?

Quasi tutti contavano su una vittoria della CDU di Angela Merkel ed erano disposti a scommettere su una Grande coalizione in Germania. Eppure pochi pensavano che il risultato sarebbe stato così schiacciante a favore della Cancelliera e altrettanto pochi pensavano che i liberali (FDP) sarebbero usciti sconfitti dalle elezioni – dopo essere stati buttati fuori dal Landtag bavarese già una settimana prima. Per ben sei decenni i tedeschi hanno voluto avere “il loro partito liberale” – efficiente o meno – nel sistema dei partiti e il fatto che la FDP sia rimasta fuori per la prima volta, ottenendo solo il 4,8% dei voti (e quindi non abbastanza per superare la critica soglia del 5 %), dalla fondazione della Repubblica Federale nel 1949, rappresenta un evento storico. La FDP ha perso due terzi del suo elettorato, ma solo in confronto al risultato nelle ultime elezioni (2009), quando aveva ottenuto un insolito 18%. Il 4,9% per AfD, pescato dall’ambiente liberal-conservatore tedesco, è stato una grande sfida, e la FDP ha perso voti preziosi proprio a vantaggio del nuovo concorrente. Va sottolineato che, sommando i voti della FDP con quelli della AfD, la Germania ha ora un 10% circa di nucleo nazionaleconservatore che è tendenzialmente anti-euro, almeno nella sua forma attuale. Che effetti ciò avrà in futuro resta da vedere. Il prossimo test sarà quello delle elezioni europee di maggio 2014, dove non ci sarà nessuna barriera del 5% e i tedeschi potranno quindi essere più inclini a cedere a un voto di protesta, in quanto il Parlamento europeo è considerato meno importante.

Queste elezioni sono soprattutto un successo personale di Angela Merkel, la vittoria di una persona senza alcun programma rilevabile ma provvista di enormi dosi di sedativo per molti, soprattutto per quei tedeschi preoccupati che i soldi dei contribuenti finiscano incontrollati in imprese europee. Il culto personale di Merkel – “Der Spiegel”, il più importante settimanale tedesco, nell’ultimo numero prima delle elezioni, l’ha rappresentata nella posa di una regina con insegne reali – ha destato scalpore. Quindi, nonostante – o forse proprio grazie a – una campagna elettorale incolore e un atteggiamento che tende a evitare i confronti, l’elettorato della Merkel è consistente in tutti i segmenti della società tedesca, particolarmente tra le donne anziane. Alla luce di queste cifre il vezzeggiativo Mutti potrebbe ora essere sostituito da Oma (nonna).

La demografia ha cominciato ad avere un impatto sulle scelte elettorali e il paese si sta, a quanto pare, orientando verso un conservatorismo strutturale – nel quale il “risparmio” è diventato un elemento centrale. La Merkel ha guidato i tedeschi in modo sicuro attraverso la crisi – in confronto alla maggior parte dei paesi europei che ne sono stati colpiti molto più gravemente – e i risultati delle elezioni mostrano che i tedeschi chiedono più di questo: tranquillità, sicurezza e protezione. Noi stiamo bene, perché preoccuparsi dell’Europa e a quale scopo?

Molti europei hanno accolto bene il risultato; ma molti sono anche rimasti effettivamente perplessi dalla sorprendente performance di Angela Merkel. Di sicuro la Cancelliera – forse insieme a Wolfgang Schäuble – è l’unica persona in Germania ad avere una conoscenza istituzionale della crisi dell’euro. Ciò incoraggia la continuità rispetto alla gestione di crisi future – e può effettivamente essere un fattore importante anche per chi non ha apprezzato il modo in cui Angela Merkel ha reagito finora alla crisi del debito europeo. L’Europa è, per così dire, in mani stabili e non è disposta a fare esperimenti.

Ma questo è un bene per l’Europa? La risposta dipenderà in gran parte dall’accordo di coalizione; e, se ci sarà una Grande coalizione, dal potere contrattuale e dall’influenza politica dei socialdemocratici. Nonostante il buon risultato, la Merkel ha bisogno della SPD più che mai – ma i socialdemocratici non sono affatto desiderosi di finire in una Grande coalizione perché hanno quasi perso la loro identità di partito in quella precedente. Queste posizioni di potere determineranno il punto di equilibrio principale per il braccio di ferro, che comincerà ora. La SPD questa volta sembra decisa a tenere duro su alcune questioni sociali di base: salari minimi, questioni fi scali (tasse più alte ai ricchi per finanziare l’istruzione o programmi di infrastrutture), una diversa politica della famiglia (assistenza e non denaro per le madri). La CDU sembra disposta a compromessi sul salario minimo, ma rimane ferma sulle questioni fiscali, mentre l’ala conservatrice della CSU – rinvigorita dalla maggioranza assoluta conquistata in Baviera – rifiuta ogni modifica della politica familiare e di genere. I negoziati sulla coalizione di questi giorni somigliano a una quadratura del cerchio, una missione quasi impossibile.

La CDU ha ottenuto il 41,5% dei voti e ha mancato la maggioranza assoluta in Parlamento solo per pochi seggi. Un governo di minoranza potrebbe anche essere attuabile, ma è del tutto improbabile. In generale va considerato che sono necessari dieci voti di scarto per governare in modo “sicuro”. Oltre a questi voti mancanti la Merkel deve fare i conti con alcuni dissidenti – una quindicina nel suo stesso partito, che, negli ultimi mesi e anni, hanno votato contro tutte le scelte cruciali concernenti l’Europa e i provvedimenti di salvataggio della Grecia. Non sono quindi pochi ma circa venticinque, i voti mancanti per una maggioranza stabile; qualsiasi voto importante nel Bundestag potrebbe così trasformarsi in una questione di fiducia, vicina a una di crisi di governo. Una soluzione che non sembra praticabile.

SPD e Verdi hanno ottenuto risultati elettorali piuttosto deludenti rispetto alle elezioni precedenti. I Verdi hanno ottenuto il 10,7% nel 2009 e ora sono scesi all’8,4%, dato che appare tanto più sorprendente se si considera che poco prima delle elezioni i sondaggi li davano al 13-15%. La farsa a proposito di un veggie day, una giornata vegetariana, in tutte le mense ufficiali tedesche e nelle scuole (inventato dalla Chiesa cattolica circa duemila anni prima, ma argomento di scherno perché proposto dai Verdi), così come alcune tempestive storie sul passato pedofilo di alcuni importanti esponenti del partito hanno fatto perdere ai Verdi quasi cinque punti percentuali nelle ultime settimane prima del giorno delle elezioni. Anche la svolta a sinistra del partito, in particolare sulle questioni fiscali, è stata determinante per la sconfitta. I Verdi, che dopo anni, se non decenni, avevano abbandonato l’immagine di agitatori anticapitalisti “post Woodstock” per posizionarsi lentamente al centro, si sono giocati proprio questa immagine: Winfried Kretschmann, leader e governatore verde del Baden-Württemberg, lo ha dichiarato a voce alta nel suo intervento al congresso di partito accusando i suoi di portare avanti linee politiche antieconomiche – cosa che è sempre impossibile in Germania.

La SPD da parte sua ha ottenuto circa il 2% in più rispetto al 2009 (25,7%) dato che, valutato in una prospettiva storica, costituisce ancora una scarsa performance per un ex partito di massa, abituato a ottenere il 35-40% nei decenni precedenti e che nel maggio 2013 ha celebrato il suo centocinquantesimo anniversario. La SPD è uscita sconfitta oggi per la terza volta consecutiva, dopo la dolorosa riforma del mercato del lavoro “Harz IV” attuata una decina di anni fa, riforma che già da allora ha allontanato una grande parte dell’elettorato operaio dalla socialdemocrazia. In queste elezioni la SDP ha perso altri 1,2 milioni di voti a vantaggio della Linke, l’ex partito della Repubblica Democratica Tedesca, che è ancora un partito tabù in Germania e quindi, a dispetto della matematica, non è un potenziale partner di coalizione. È soprattutto a causa della divisione ideologica tra SDP e Linke che una leggera maggioranza di sinistra in teoria non può materializzarsi in una coalizione, figuriamoci nel cambiamento politico che alcuni europei vorrebbero vedere: aumento dei salari, crescita della domanda interna in Germania, un’economia meno fondata sull’esportazione, un’inflazione leggermente superiore, al fine di far fronte agli squilibri macroeconomici della zona euro e di prendere le distanze da una politica di adattamento asimmetrico alla Germania.

Eppure, dopo aver sostenuto che una Grande coalizione potrebbe essere difficile da realizzare, un’alleanza nero-verde sembra ancora più difficile da ottenere. Una coalizione con la CDU non è molto allettante nemmeno per i Verdi: ogni volta che si sono trovati in una coalizione con i cristiano- democratici a livello regionale, questa si è tradotta in una perdita sostanziale dei voti. La base del partito verde è spostata piuttosto a sinistra e non approverebbe una coalizione di governo con la conservatrice CDU. Uno dei due partiti dovrà comunque fare forza su se stesso e accettare la coalizione. Dato che sia SPD che Verdi hanno un orientamento più filoeuropeo e obiettivi politici più chiari sull’Europa rispetto alla CDU – ad esempio sull’unione bancaria, sulla crescita e sui programmi di spesa europei –, è probabile che la politica tedesca si sposti leggermente a sinistra qualunque coalizione si formi, andando quindi incontro alle richieste europee alla Germania – soprattutto quella di porre fi ne all’austerità, almeno un po’. Comunque l’Europa dovrà aspettare. La Germania si muove senza fretta in questi giorni post elettorali.

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