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La sinistra, il partito aperto e i suoi nemici

Written by Salvatore Vassallo Tuesday, 03 September 2013 11:37 Print

I tratti distintivi dei partiti di massa novecenteschi non sono più applicabili alla società attuale. I partiti non hanno più una dottrina assoluta e onnicomprensiva da offrire per la soluzione dei complessi problemi del mondo di oggi, mentre, dal canto loro, gli elettori, sempre più padroni di autonomi strumenti di informazione e critica, sono poco disponibili a identificarsi con i partiti. Per rispondere all’esigenza di una partecipazione più ampia imposta dalla politica contemporanea si è scelto, al momento della sua fondazione, di dare al Partito Democratico i tratti di una struttura aperta, con efficaci regole di democrazia interna e con una leadership pienamente legittimata attraverso la scelta degli elettori e per ciò stesso contendibile.


La ricorrente nostalgia che pervade una parte della sinistra per i tratti tipici dei partiti di massa novecenteschi è comprensibile. Per chi ha militato nel PCI ancora di più. Quei partiti erano “comunità” in un senso compiuto. Erano espressione di una Chiesa o di una classe, composti da milioni di persone identificate con una missione collettiva. Offrivano agli aderenti una visione del mondo, in certi casi li educavano, davano forza a categorie deboli e si presumeva fossero in grado di fronteggiare le pressioni degli interessi forti. Erano intermediari, non solo in termini elettorali ma giorno per giorno, tra la società e le istituzioni: attraverso le sezioni, in certi casi; attraverso le segreterie particolari dei politici di peso, in altri. Erano capaci di promuovere a ruoli pubblici di primo piano persone che mai avrebbero potuto aspirarvi se avessero dovuto far conto solo sulle proprie risorse private. Per una serie di congiunture straordinarie e irripetibili, riconducevano nella sfera politica una molteplicità di dimensioni della vita sociale. Erano reti di solidarietà e socializzazione primaria. Quasi una continuazione delle parrocchie o un loro sostituto laico. Un canale di ascesa sociale per alcuni e per molti un ufficio di collocamento.

Erano nati in Europa con l’allargamento del suffragio, sopravvissuti in clandestinità sotto i regimi nazifascisti e poi rinati dopo la seconda guerra mondiale nel solco delle profonde fratture prodotte dalla costruzione degli Stati nazionali e dalla rivoluzione industriale. Erano frutto di conflitti bicentenari tra Stato e Chiesa, capitale e lavoro, interessi cittadini e contadini, che creavano subculture parallele, ne facevano crogiolo di movimenti collettivi imponenti, ciascuno dotato di una sua narrazione, una ideologia più o meno strutturata, intellettuali di riferimento, un lessico, simboli e propri sistemi di comunicazione verso gli appartenenti. In Italia erano tornati nell’arena della politica democratica con alle spalle le glorie, il sangue e il mito della Resistenza. Grazie alla guerra fredda erano stati generosamente sostenuti da potenze straniere. Il loro sviluppo organizzativo e il radicamento territoriale era poi coinciso con il miracolo economico e l’estensione degli apparati pubblici, che portarono legittimità, consensi elettorali, opportunità per gratificare la base e acquisire ulteriori finanziamenti.

La rievocazione del partito comunità, intellettuale collettivo, organizzativamente robusto, ramificato, capace di far emergere al suo interno dal basso classe dirigente, di prendere posizioni dopo uno spassionato confronto e poi agire come un sol uomo continua a suscitare, per le stesse ragioni, sentimenti positivi tra molti militanti, soprattutto quelli più anziani, provenienti dal PCI, anche se quei tratti non sono replicabili, quando non sono addirittura anacronistici. Rischiano così d’essere usati come mezzo di propaganda. È capitato durante il congresso del PD del 2009, quando il mantra del “partito strutturato e radicato nel territorio” rappresentò il più forte tra i richiami per la base mobilitata a sostegno di Pier Luigi Bersani. Una promessa mai mantenuta, per la banale ragione che non poteva esserlo. Di Bersani si ricorderanno semmai costose campagne pubblicitarie, di non grande successo, centrate sulla sua faccia e il suo lessico peculiare.

Nel frattempo, infatti, troppe cose sono cambiate. I partiti non hanno molto da insegnare: non dispongono di dottrine assolute, non le possono prendere in prestito e, comunque, non fanno molti proseliti. Non hanno posti di lavoro da offrire, se non a un gruppo relativamente piccolo di politici di professione. La comunicazione ipertrofica dei vecchi e dei nuovi media li attraversa, a volte li colonizza, li rende fin troppo trasparenti e permeabili. Mentre l’analisi empirica dell’opinione pubblica non fa che rilevare dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso le stesse tendenze: le “classi di riferimento” svaniscono, gli elettorati sono sempre più volatili, le scelte di voto dipendono sempre di più dalle caratteristiche dei candidati e dai messaggi della campagna elettorale (e, quando si sbagliano candidati e messaggi, militanti e quadri servono a poco).

Gli elettori sono sempre meno disponibili a identificarsi con i partiti per effetto di un fenomeno che Russell J. Dalton ha definito “mobilitazione cognitiva”. Con questo termine ci si riferisce a un processo di arricchimento e modernizzazione della cultura politica prodotto, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, dalla diffusione del benessere, delle informazioni, delle conoscenze e dalla crescita delle aspettative, oltre che dalla moltiplicazione delle fonti attraverso cui le conoscenze sono diffuse e le opinioni si formano. Tutti fenomeni che rendono gli individui più indipendenti, ben disposti a informarsi, discutere di politica, in alcuni casi a partecipare, ma meno identificati con uno specifico partito. Anzi, più inclini a muoversi da un partito all’altro.

Una cosa inoltre è certa: le persone disposte a iscriversi a un partito sono sempre di meno, al punto che in tanti casi alle tessere non corrispondono iscritti e ai militanti non corrispondono tessere. Non è un problema solo italiano. In tutti i paesi democratici il numero degli iscritti ai partiti è in costante calo, così come è in calo la quota di iscritti che effettivamente partecipano alle attività di base. Quasi ovunque l’assottigliamento della base associativa, con la conseguente riduzione del lavoro volontario e dell’autofinanziamento, è stato compensato, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, da una progressiva crescita dei finanziamenti pubblici e dall’espansione di strutture tecniche di staff a disposizione dei dirigenti. Secondo una tesi molto nota tra i politologi, i partiti si sono così generalmente trasformati da “associazioni di cittadini” in “società di professionisti”. Con l’assottigliarsi della base tradizionale, i partiti tendono cioè a ridursi ad aggregati di “classe dirigente” auto-selezionata o aspirante tale, di oligarchie che non hanno un vero interesse ad allargare la partecipazione quanto ad amministrare il consenso dello zoccolo duro per auto-tutelarsi.

Ci siamo posti questo problema al momento della fondazione del PD. E la soluzione allora adottata continua a essere convincente. Comunque preferibile rispetto alle alternative. Il PD è stato concepito come un nuovo tipo di partito, per alcuni tratti del tutto originale rispetto alle tradizioni sia europea che americana.

Innanzitutto, come un partito aperto, che non pensa di doversi difendere da una società considerata peggiore rispetto alla comunità dei fedeli e che prevede, pertanto, livelli differenziati di adesione. Alla base più ristretta degli iscritti è affiancata quella più ampia che comprende tutti gli elettori, i quali aderiscono partecipando. Si tratta senza dubbio dell’innovazione più difficile da digerire per chi ha conservato un’idea del partito come comunità depositaria di una superiore coscienza di classe, di una specifica diversità morale, o si è adattato alla pratica di un partito come società di professionisti. Per il modello espresso nello statuto del PD gli “elettori” non sono i destinatari di una saltuaria concessione da parte degli iscritti o dei dirigenti. Sono aderenti a tutti gli effetti, sebbene sia loro riconosciuto solo l’elettorato attivo e solo con riferimento a un sottoinsieme delle cariche interne e delle candidature. Non sono “ospiti”. Sono membri del PD che dichiarano la loro adesione nel momento stesso in cui partecipano. Del resto, sono spesso ben più identificati con il partito di quanti ricevono a casa la tessera e la comprano per abitudine o per interposta persona.

Al momento della fondazione si è deciso di dare al PD leader pienamente legittimati, messi dunque in condizione di esercitare appieno il loro ruolo, ma facendo in modo che la linea e la leadership del partito siano rese realmente contendibili, attribuendo appunto a tutta la platea degli “elettori-che-aderiscono-mentre-partecipano” la prerogativa di sceglierle. Che i partiti abbiano bisogno di leader abilitati a comunicare e, talvolta, a decidere per conto di tutti è troppo evidente perché debba essere dimostrato. Anche su questo le interpretazioni dei politologi sono pressoché univoche. Non è nemmeno una trovata postmoderna dei “partiti leggeri” o dei “partiti personali” al tempo della “democrazia del pubblico”. Se si guarda ai grandi partiti delle democrazie avanzate del dopoguerra, ci sono solo pochi casi nei quali il leader è stato soltanto un primo tra pari o un delegato di capicorrente. Si è trattato dei partiti condannati a governare, per la presenza di opposizioni considerate antisistema, come la DC italiana o il Partito Liberal Democratico giapponese. Entrambi per più di mezzo secolo insostituibili, divisi in correnti, con segretari di partito e primi ministri di mediazione. Nella DC, per non correre rischi, in base a una regola non scritta, il segretario non poteva essere anche primo ministro (Fanfani e De Mita che ci provarono rimasero fulminati). Appunto perché, dopo De Gasperi, i capicorrente DC non sono mai più stati disponibili a riconoscere e a tollerare l’esistenza stessa di un leader. Non ne avevano nemmeno bisogno per comunicare con l’elettorato, in quanto per vincere le elezioni e tornare al governo non era necessario evocare cambiamenti, riforme e nuove vie. Il messaggio di fondo era sempre lo stesso: noi siamo la forza tranquilla, inclusiva, pluralista, moderata, disponibile a guardare a sinistra che, nel bene o nel male, governa e governerà il paese, accontentando un po’ tutti, compresa una parte dell’opposizione. Nel PCI, al contrario, il segretario era addirittura circondato da un’aura sacrale.

Anche in questo caso le resistenze culturali ad accettare l’impostazione scelta con la fondazione del PD sono spiegabili. La storia dei grandi partiti italiani della prima Repubblica è fatta di leadership fortissime ma non contendibili, nel caso del PCI e, nel caso della DC, di leadership contendibili ma rese progressivamente più deboli, cioè sempre meno espressive di un chiaro indirizzo politico, dalla disgregazione in correnti. Entrambi avevano inoltre teorizzato, con giustificazioni diverse, la distinzione tra le massime cariche di partito e le massime cariche istituzionali. La DC in nome di una autonomia delle istituzioni dal partito. Il PCI per affermare la supremazia del partito rispetto ai ruoli istituzionali. La seconda tesi appare oggi culturalmente improponibile e la prima, come è noto, non ha, in realtà, mai difeso le istituzioni pubbliche da una penetrante colonizzazione da parte della politica. La distinzione serviva piuttosto a tenere separate le sorti dei complicati equilibri interni al partito dagli altrettanto complicati e precari equilibri di coalizione. Consentiva al partito di stare al governo senza assumersene appieno la responsabilità. Ma, nei grandi partiti delle democrazie dell’alternanza, l’identificazione tra chi esprime l’indirizzo politico del principale partito (che si chiami presidente, segretario o altro) e chi governa è la norma.

Fondando il PD si è scelto, in terzo luogo, di dare valore alle regole della democrazia interna. Se nel PD si continua a parlarne così spesso è proprio perché, al contrario di quanto è sempre capitato nei partiti fondatori e di quanto capita negli altri partiti italiani, le regole contano. Sono un patrimonio condiviso a cui una buona parte della stessa base degli iscritti non intende rinunciare. Sono un vincolo di cui i dirigenti pro tempore non possono disfarsi a piacimento, benché siano state pensate proprio per rendere la linea e la leadership del partito contendibili. Per quanto possa apparire banale, anche questa è una novità assoluta, quasi rivoluzionaria che, non a caso, continua a provocare conflitti, irritazioni e sotterfugi. Negli altri partiti le regole statutarie sono sempre state manipolate con estrema duttilità dai dirigenti pro tempore, a loro uso e consumo. Una delle ragioni per cui l’articolo 49 della Costituzione non è stato mai attuato.

Sarebbe, dunque, davvero deprecabile se, dopo aver invocato norme di legge per rendere la democrazia interna dei partiti più certa (in attuazione dell’articolo 49) e dopo aver criticato per anni il colpo di mano con cui il centrodestra cambiò il sistema elettorale nel 2005, una segreteria di transizione e una Assemblea nazionale che ha completato il suo mandato, eletta in un’altra era geologica, si proponessero di modificare lo statuto, un attimo prima di convocare, già in largo ritardo, il Congresso.

Tutti nel centrosinistra continuano ancora oggi a criticare il blitz con cui una maggioranza parlamentare che non era più tale tra i cittadini, quando il suo mandato stava per concludersi, decise di approvare la riforma del sistema elettorale e introdurre il Porcellum al solo scopo di limitare i danni di una sconfitta elettorale imminente e al costo di rendere ingovernabile il paese. Se l’attuale dirigenza pro tempore facesse la stessa cosa all’interno del PD, ogni futuro dibattito sull’evoluzione della forma partito suonerebbe fasullo. Se una parte del gruppo dirigente pro tempore vuole cambiare, per tornare indietro o per sperimentare nuove strade, ne faccia l’oggetto di una piattaforma congressuale, secondo le regole con cui fu eletto nel 2009. 1

 


 

[1] Le considerazioni presentate in questo articolo riprendono parti di un volume sulla riforma delle istituzioni e dei partiti di prossima pubblicazione per i tipi de il Mulino.

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