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Dal romanticismo alla strategia: idee per un partito rinnovato

Written by Fabrizio Barca Tuesday, 03 September 2013 11:37 Print

Da ormai vent’anni l’autorappresentazione della società civile si affianca, in Italia, all’affermazione dell’assunto neoliberista secondo il quale la conoscenza necessaria a governare si trova nelle mani di pochi. Questa conoscenza è invece, oggi più che mai, assai diffusa, e può offrire un contributo determinante nel restituire centralità al partito politico e al ruolo di mediazione che esso è ancora in grado di offrire. Perché ciò avvenga è però necessario un partito dai forti elementi identitari, con convincimenti robusti e condivisi, che sappia mettere in rete le sue esperienze migliori e ristabilire un rapporto solido con l’associazionismo locale, dimostrazione tangibile che c’è ancora tanta voglia di fare politica.


Si sente molto parlare di “crisi di mediazione”, di autorappresentazione della società civile all’insegna dell’immediatezza: in realtà – come ci racconta Salvatore Lupo nel suo libro “Antipartiti” 1 – non si tratta di antipolitica. Sono infatti vent’anni (sin dal 1993, con l’iniziativa referendaria guidata da Mario Segni) che nel nostro paese si continua a insistere sull’autorappresentazione della società civile, affiancandola alla proposta di accrescere i poteri dell’esecutivo. Se siamo arrivati a questo punto (e ci siamo arrivati in parte credendoci, in buona fede) c’è una ragione e per uscire da tale situazione, dunque, dobbiamo comprenderla fi no in fondo.

In primo luogo, ritengo che uno dei fattori principali sia di tipo culturale. In Italia infatti, rispetto ad altri paesi, ha pesato molto una situazione anomala, che non investe tanto i partiti, quanto lo Stato: uno Stato arcaico, che non è mai riuscito a emendarsi da alcuni tratti arcaici, anche da alcuni segni del fascismo, e che si è andato terribilmente indebolendo nel suo nucleo centrale. È uno Stato normocentrico, autoreferenziale, autoritario e non autorevole. Tutto ciò determina conseguenze particolari, come particolare fu la scelta compiuta da Amintore Fanfani quando si distaccò da Giuseppe Dossetti influenzando tutta la vita politica italiana: quella scelta comportò, infatti, la tendenza a “essere partito dentro lo Stato” invece che “partito fuori dallo Stato”, fino ad arrivare col tempo all’estrema degenerazione della “fratellanza siamese”.

Vi è poi, fra le tante anomalie italiane, quella che Norberto Bobbio definiva il “potere sommerso”: potere sommerso dentro la destra, che non riesce a farsi partito, o potere sommerso dentro la sinistra estrema, che diventa brigatismo. C’è uno slancio antipartitico molto forte in entrambe le componenti e Lupo ci invita a non considerarle il frutto di un complotto proprio perché sono effetto di un processo culturale.

Vi è infine una terza questione che pesa più di tutte e che ha a che fare con il governo. Un partito politico, infatti, si costruisce in relazione all’esercizio della sua funzione fondamentale, che è quella di governo. C’è una cultura egemone su come si governa e un’idea profonda, radicata in una parte dell’opinione pubblica, sull’incapacità di governare il paese. Idea che nasce anche dalla constatazione che, in fondo, sono vent’anni che il paese non è governato. Ci siamo convinti che questa incapacità derivi da una non chiara attribuzione e concentrazione di responsabilità nei vertici dei governi a livello nazionale, regionale o comunale. Tanto è vero che vi è una continua richiesta di attribuzione di poteri al presidente del Consiglio attraverso il sistema presidenziale, semipresidenziale ecc. Un aspetto che non riguarda soltanto il capo del governo, perché l’idea dell’attribuzione di poteri speciali, dei commissariamenti, della sempre invocata semplificazione, è figlia della stessa impostazione, come se una realtà complessa potesse tollerare una governance semplice. Prevale, infatti, l’idea che si debba semplificare, accelerare i processi, snellire i sistemi partecipativi: dietro questo modo di pensare regna la convinzione, figlia del liberismo e fatta propria anche da una parte della sinistra, che la conoscenza necessaria a governare sia concentrata nelle mani di poche persone.

A differenza dell’errato assunto del nostro liberismo, la conoscenza necessaria per fare gli interventi e per governare è, in realtà, diffusa: lo era in parte già negli anni Trenta, lo era ancor più negli anni Cinquanta e lo è oggi, in modo clamoroso, tra centinaia di migliaia di soggetti. Riformare la scuola, ad esempio, vuol dire avere un fortissimo indirizzo nazionale e poi coinvolgere e mobilitare un milione di dipendenti pubblici e saper estrarre conoscenza da questi e spingerli a innovare. Da questo punto di vista l’esempio dell’alta velocità è clamoroso: non è sbagliato che lo Stato centrale decida che sia giusto collegare Torino a Lione in modo più veloce. È, però, necessario sapere che l’80% del disegno e del successo dell’intervento dipende da conoscenze che non si sono ancora acquisite e che verranno acquisite nel processo attuativo. Se colui che è chiamato a decidere è impermeabile a qualsiasi obiezione, perché ritiene che la decisione contenga in sé tutto ciò che bisogna sapere, si va al disastro.

Se si crede al mito della conoscenza di pochi è chiaro che il partito, come attualmente organizzato e percepito, è inutile. A che serve, infatti, una macchina elettorale, un partito degli eletti? Se nomina un Cesare, la sua funzione è finita. È inutile sognare un’altra forma-partito o palestre di mobilitazione cognitiva, se abbiamo un’idea diversa di come si esercita la funzione di governo. Sarebbe un errore farlo, diventerebbe un atto romantico, rappresenterebbe un passo indietro: devo dire che in qualche momento, in questi ultimi anni, ho visto più romanticismo che riflessione strategica.

Diversa, radicalmente diversa, è la conclusione se riconosciamo che la conoscenza è diffusa. Il governo deve occuparsi allora dell’attuazione e deve usare – come ha sempre abilmente saputo fare la sinistra – gli strumenti prodotti dal liberismo: valutazione, controllo, indicatori, web, trasparenza. Insomma, bisogna servirsi delle modalità escogitate dal liberismo per monitorare le fasi di attuazione.

Se questo è il tipo di governo che vogliamo, bisogna sapere che si va contro interessi costituiti fortissimi, in tutti i campi. Conosciamo, infatti, le resistenze di una parte considerevole del paese, in particolare delle nostre classi dirigenti. Sarebbe una pura illusione pensare di poter imprimere una svolta soltanto promettendo il cambiamento, perché a frenare ci sono pezzi dell’amministrazione pubblica, dei media, delle forze sociali. Anche parte dell’associazionismo si è acconciata a questo sistema. Si è creato un blocco di interesse che vuole che l’Italia continui così, che non spinge per il rinnovamento.

Per tutto questo ritengo che occorra un partito. Innanzitutto, perché solo dai partiti può venire una scossa. Certo, la spinta potrebbe venire in alternativa da eventi traumatici, che però non auspichiamo. Penso a un’implosione sociale gravissima o a un intervento esterno. A mio parere, è il partito, come soggetto di mediazione, il luogo da cui può venire la rottura. Il partito ci serve poi non soltanto nel momento della rottura, ma nel momento del governo e della gestione. Perché, se governare significa tutto ciò che io penso, è necessario che la società abbia un’organizzazione flessibile che possa interagire con il governo essendo altro dal governo, sia a livello nazionale che a livello locale. C’è, quindi, bisogno di un partito che ricostruisca innanzitutto forti elementi identitari in relazione a nuove fratture, quelle che si formano intorno al lavoro e alla giustizia, che interessano la questione dell’uguaglianza di opportunità o della sovranità nazionale, lesa a causa dello stato di “sospensione a mezz’aria” del processo di integrazione europea. Sono convinto che dobbiamo ripartire dalla ricostruzione di convincimenti robusti, senza i quali rischia di venire meno ogni motivazione di giovani e meno giovani, di ceto medio e intellettuali a impegnarsi e la capacità di un linguaggio che ci consenta di passare dalle astrattezze alle cose concrete. Un’operazione che richiede l’assemblaggio di elementi di convincimento condiviso, grazie alla quale saremmo in grado di costruire una visione dell’Italia da qui a quindici anni. Una storia raccontabile, gradevole, bella e convincente.

Infine, abbiamo bisogno di un metodo per attuare tutto questo. È un processo che può avvenire all’interno di un partito che, a cominciare dal basso, dal livello locale, sfrutti la sua straordinaria storia. Immaginavo che fosse così e girando l’Italia ne ho avuto, per fortuna, conferma. C’è nel partito un potenziale elevato di intelligenze e di capacità, nonostante un’assenza straordinaria di classe operaia. Nel partito non ha rappresentanza e, per trovarla, bisogna organizzare riunioni con il sindacato o – detto con molta sincerità – con SEL. Nel mio “Viaggio in Italia” non sono riuscito a intercettare quei punti di vista e mi sono reso conto che gli interlocutori del PD sono solo una parte del ceto medio urbano: una parte che non comprende più neanche i piccoli professionisti, i piccoli commercianti, i marginali. Questo è un problema. Penso a un partito che dia nuovamente a queste persone la voglia di partecipare, che li convinca che valga la pena, alla fine di una giornata, spendere del tempo per la costruzione di un progetto collettivo.

Questi concreti cambiamenti nella sostanza delle cose avrebbero ripercussioni anche sulla forma e così, ad esempio, il partito sarebbe obbligato a usare la rete e a mettersi in rete, cosa che le unità territoriali del Partito Democratico ora non fanno: di fatto, se sperimentano e maturano esperienze, non sono in grado di comunicarlo ad altri.

È, inoltre, necessario che nel partito diventi nuovamente centrale la funzione formativa: non mi riferisco solo alla formazione storica o politologica, che pure è importante, ma a quella dei facilitatori del processo di mediazione. Una formazione che comprenda, quindi, l’antropologia, la psicologia, la sociologia, l’economia: i facilitatori della vita partecipativa democratica oggi vanno formati, come avviene in tutto il mondo; poiché si tratta di un mestiere che richiede specifiche capacità, non bastano l’empatia o la grande vocazione.

Infine, è necessario costruire, sul terreno soprattutto locale, un rapporto solido e costante con l’associazionismo monotematico, caparbiamente indipendente e che tale deve rimanere. L’associazionismo rappresenta, infatti, una novità importante per il paese ed è la dimostrazione tangibile che c’è un diffuso sentimento antipartitico, ma non antipolitico, perché le persone hanno una disperata voglia di fare politica e la fanno nell’associazionismo. Non dobbiamo assolutamente pensare di inglobare l’associazionismo, ma piuttosto di indurre chi partecipa alla vita dell’associazionismo a lavorare insieme al partito, sia a livello nazionale – attraverso i suoi gruppi dirigenti – sia a livello locale, dove hanno molto da raccontarci.

Se il partito tornerà a svolgere la sua funzione di mediatore, convincendo gli interlocutori della società civile a svolgere questo ruolo in maniera credibile, allora sì che potrà rappresentarla davvero. In modo partigiano, ma facendo l’interesse generale.

 


[1] S. Lupo, Antipartiti. Il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seconda e terza), Donzelli, Roma 2013.

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