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Dopo le elezioni presidenziali francesi: che cosa c'è in serbo per l'Europa?

Written by Pierre Moscovici Thursday, 27 March 2008 14:19 Print

L’elezione di Nicolas Sarkozy, lo scorso 6 maggio, è stata accolta con sentimenti contrastanti nelle capitali e nelle istituzioni europee. C’è ovviamente una buona dose di sollievo per l’uscita di scena – finalmente – di Jacques Chirac dopo dodici anni di permanenza all’Eliseo. Chirac lascia in eredità una Francia isolata e chiusa in se stessa, la cui influenza politica in Europa e a livello globale si è terribilmente logorata. Mentre già comincia a depositarsi la polvere sulla vittoria di Sarkozy, nelle capitali europee i politici stanno valutando che cosa potrà significare la sua presidenza per la Francia e per l’UE.

Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha dichiarato trionfante che «questa elezione ha visto la vittoria del sì all’Europa e questo fatto mi rende semplicemente felice». La cancelliera Angela Merkel, commentando la vittoria del suo collega conservatore, ha affermato: «Questa è una grande vittoria e siamo già d’accordo a continuare ad approfondire la collaborazione franco-tedesca». La signora Merkel, José Manuel Barroso e persino Gordon Brown, il probabile prossimo primo ministro britannico, possono vedere in Sarkozy un potenziale alleato del loro approccio filoatlantico e improntato alla deregulation. Altre personalità politiche di primo piano in Europa, invece, hanno avuto reazioni molto preoccupate. Michael D. Higgins, portavoce laburista agli affari esteri, si è dichiarato «molto pessimista» sulle ripercussioni della vittoria di Sarkozy in Europa. Nel resto del continente, la maggioranza delle reazioni è passa ta, in modo brusco, da una posizione di attesa al garbato riconoscimento della vittoria del candidato di destra.

Per tutta la durata della campagna elettorale il tema dell’Europa ha pesato come un’ombra scura sulla corsa presidenziale. Entrambi i candidati, in ogni caso, sono apparsi decisi a ignorarlo, in una campagna in cui «l’identità nazionale» è diventata uno strumento popolare di mobilitazione degli elettori. Questo potrebbe rivelarsi un grande errore. In Francia la politica estera è proprio una delle principali prerogative del presidente e una componente centrale della sua eredità – Jacques Chirac sarà ricordato più per la sua (giusta) opposizione alla guerra in Iraq che per gli inconsistenti tagli alle tasse da lui introdotti. La Francia, inoltre, dovrà assumere la presidenza europea nel 2008; per quella data, l’Unione europea con tutta probabilità non avrà superato del tutto l’impasse istituzionale in cui si è impantanata e la Francia dovrà svolgere il ruolo predisposto a tale scopo dalla presidenza tedesca. Il fallimento del referendum del maggio 2005 ha dimostrato quanto l’integrazione europea sia diventata un tema polarizzante e, per i due contendenti, l’aver semplicemente eluso la questione non è forse stata la scelta più intelligente. È anche vero che l’integrazione europea non divide la classe politica francese lungo linee di partito ed evitare il tema può essere stato considerato da entrambi i contendenti come un mezzo sicuro per preservare l’unità del proprio schieramento.

Il risultato è inquietante: possiamo solo intuire, attraverso qualche indizio, che cosa Sarkozy abbia in serbo per l’Europa. Un fatto può essere dato al momento per certo, e cioè che, se avesse vinto Ségolène Royal, la sua politica europea sarebbe stata notevolmente diversa da quella di Sarkozy. Pur in presenza di alcune analogie nei loro programmi – per esempio rispetto alla Banca centrale europea o a una integrazione differenziata – i due candidati hanno espresso visioni largamente divergenti su materie quali l’ambiente, l’energia e le politiche sull’immigrazione. Il programma di Nicolas Sarkozy, in particolare sui quattro temi principali che vengono affrontati in questo articolo – il centro di gravità dell’Europa, il governo dell’economia, l’allargamento e le riforme istituzionali – farà probabilmente irritare un gran numero dei partner.

Il centro di gravità dell’Europa Sebbene si tratti di un tema cruciale, questo aspetto viene di rado affrontato dai commentatori. La cancelliera Merkel, che ha dichiarato di essere «certa che con il nuovo pre- sidente l’amicizia franco-tedesca, già provata e sperimentata, continuerà a essere fondamento della pace, della democrazia e del benessere in Europa», potrebbe essere presto smentita. La Merkel non è mai stata una convinta assertrice della «relazione speciale» tra Francia e Germania; per giunta, con Sarkozy in carica, potrebbero presentarsi presto segnali di un cambio di velocità del motore franco-tedesco che ha guidato l’Europa per decenni. Ingo Friedrich, membro della CSU al Parlamento europeo, ha malinconicamente previsto che «l’esclusività del motore franco-tedesco sarà gradualmente smantellata». Il primo viaggio di Sarkozy in qualità di presidente francese ha avuto come destinazione la Germania, ma ciò è dovuto probabilmente più al rispetto per la tradizione che a una forte volontà di restituire vigore alle relazioni con il vicino.

Sarkozy ha considerato la possibilità di garantire ai «sei grandi» della UE (oltre alla tradizionale coppia franco-tedesca, anche all’Italia, alla Spagna, alla Polonia e al Regno Unito) un ruolo di guida nel governo dell’Unione. Un’idea che si è rivelata quanto meno imbarazzante: ha allontanato gli altri Stati membri – senza dubbio molto contenti di sentirsi definire «piccoli paesi»– senza, nel contempo, stimolare una dinamica reale e autonoma. Rimane da vedere se Sarkozy si dimostrerà in grado di favorire una qualche forma di cooperazione tra paesi che presentano profonde differenze nella loro storia, nei modelli di crescita, nelle priorità e soprattutto nelle coalizioni di governo. Sarkozy sembra non dare importanza al fatto che Polonia e Germania si siano scontrate sulla questione energetica, che Francia e Italia siano divise sul Patto europeo di stabilità e crescita, o che Spagna e Regno Unito formulino ipotesi diverse su come debbano essere impiegati i fondi di coesione. Guidare l’Europa non significa pensare enormi ed eterogenee coalizioni capaci di sgombrare il tavolo da ogni parvenza di disaccordo con gli altri paesi, ma elaborare compromessi e far convergere gli altri su un’unica visione, dote in cui Sarkozy non sembra eccellere.

I partner europei dovranno inoltre disputarsi le attenzioni degli Stati Uniti. Sarkozy è senza dubbio filostatunitense e si è persino recato in pellegrinaggio alla Casa Bianca quando era ancora candidato. Nel suo discorso del 6 maggio, dopo la vittoria alle presidenziali, gli USA hanno ricevuto una menzione speciale: «Voglio rivolgermi ai nostri amici americani, per dire loro che possono contare sulla nostra amicizia, che si è forgiata nelle tragedie della storia che abbiamo affrontato insieme». Ha anche aggiunto che la Francia sarà al fianco degli USA «ogni qualvolta ne avranno bisogno». Fortemente critico verso il duro atteggiamento assunto da Chirac nei confronti degli Stati Uniti, Sarkozy ha definito un erro- re l’opposizione del suo predecessore alla guerra in Iraq.

L’agenda europea, in conclusione, potrebbe non figurare tra le principali priorità di Nicolas Sarkozy.

Governo dell’economia In materia economica la dottrina Sarkozy è difficile da classificare, poiché somiglia a un ibrido. Il suo programma per la politica economica europea è un curioso mix tra ortodossia capitalista e dirigismo e interventismo statale alla De Gaulle. Da ministro dell’economia Sarkozy è stato un deciso protezionista, teso a salvaguardare i «campioni nazionali» dalla competizione aperta con gli altri paesi europei. In particolare, con grande sgomento della Merkel, si è duramente battuto per bloccare la già pianificata acquisizione di Alstom da parte della tedesca Siemens.

Sarkozy ha insistito più volte, nel corso della sua campagna, sulla necessità di evitare un apprezzamento dell’euro, poiché nella sua ottica la moneta dovrebbe fungere sia da scudo protettivo sia da strumento da utilizzare a sostegno dell’industria europea. Ha invocato una politica monetaria più accomodante, giocando con l’idea di fare pressione sulla BCE e di riscrivere il suo statuto per concentrarsi sulla crescita e non solo sull’inflazione. Inoltre, non sembra avere intenzione di ridurre i propri attacchi alle politiche europee sulla concorrenza e sugli scambi. Nel discorso seguito alla sua vittoria ha ammonito i leader europei «ad ascoltare la voce della gente, che vuole sentirsi protetta» pregandoli di «non essere sordi alla rabbia dei tanti che percepiscono l’Unione europea non come una forma di protezione, ma come un cavallo di Troia che racchiude al suo interno tutte le minacce e tutte le trasformazioni del mondo».

L’ex commissario europeo alla concorrenza Mario Monti lo ha definito un «liberale colbertiano» – un uomo che crede nel libero mercato quasi quanto nel potere di modellarlo da parte delle autorità pubbliche. Ha proposto di bloccare i sussidi ai nuovi paesi membri che praticano una concorrenza fiscale con i paesi della «vecchia Europa», e ha affermato che i negoziati del WTO dovrebbero essere condotti dai ministri, invece che dal commissario UE al commercio, Peter Mandelson. Per molti, molti aspetti la sua filosofia di protezione economica è in conflitto con l’ortodossia dell’Unione. Queste posizioni saranno difficili da accettare per la Merkel – il cui impegno per la disciplina di bilancio è molto forte – e per la Commissione europea, che ha più volte confermato la propria fiducia nelle politiche di apertura dei mercati. Il commissario europeo agli affari economici e monetari, Joaquìn Almunia, a fronte delle ripetute critiche di Sarkozy nei confronti della BCE, ha replicato con modi per lui inusuali. Ha riaffermato che i dati dimostrano che le esportazioni europee non hanno sofferto a causa dell’euro forte e ha messo in guardia contro le «argomentazioni demagogiche» sulla moneta unica, aggiungendo che «non bisogna cadere nella tentazione di un modello protezionista». Il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbrueck, si è unito alle raccomandazioni di Almunia, affermando che non si dovrebbe porre alla BCE nessuna limitazione. Sarkozy, infine, si è guadagnato anche un rifiuto della Commissione sui negoziati commerciali.

Allo stesso tempo, in Sarkozy vi sono elementi di thatcherismo: la sua insistenza sulla meritocrazia, sulla responsabilità individuale e sul rischio sembrano difficilmente conciliabili con la sua posizione sulla politica industriale e la sua difesa degli «interessi francesi».

Come sempre con Sarkozy, è davvero arduo stabilire se si tratti di semplice tattica e retorica oppure di un’indicazione da prendere sul serio. Il nuovo presidente francese ha, per giunta, una conoscenza abbastanza approssimativa delle istituzioni e delle politiche economiche europee. Ha dichiarato che intende mantenere la promessa fatta da Chirac nel 2002 di ridurre l’IVA nella ristorazione al 5,5%, argomentando il suo piano con una dimostrazione di sorprendente ignoranza delle procedure europee – «Quando gli sloveni hanno deciso di azzerare le tasse sui profitti, non hanno chiesto la nostra opinione. Non vedo allora perchè dovremmo aspettare l’unanimità per ridurre l’IVA ai ristoratori» – apparentemente tralasciando che le decisioni sulle imposte sul valore aggiunto sono di competenza dell’UE, mentre le tasse sulle imprese non lo sono. Il quadro che ne scaturisce è molto fosco e intuire quali saranno le sue priorità economiche per l’Europa sembra davvero più un esercizio di chiaroveggenza che il risultato di un’analisi politica razionale. Il programma economico di Sarkozy non gli ha fatto conquistare molti amici in Europa e dentro le istituzioni europee. Tuttavia, pur non potendo prevedere se sarà più influenzato dalla sua vena populista e interventista o più da quella deregolatrice e fieramente capitalista che a volte prevale in lui, possiamo però essere sicuri che i suoi partner europei vigileranno attentamente su ogni sua mossa in questo campo, e che Sarkozy potrebbe presto scoprire di avere margini di manovra limitati.

L’allargamento Le probabili contraddizioni che si apriranno nelle politiche economiche impallidiscono a confronto del duro scontro che potrebbe scatenarsi con alcuni paesi membri in merito alle posizioni di Sarkozy sul tema dell’allargamento dell’Unione e, in particolare, sulla sua più volte ribadita opposizione all’ingresso della Turchia. Sarkozy ha sempre detto chiaramente che non c’è posto per la Turchia in Europa: «La Turchia non è un paese europeo, pertanto il suo posto non è nell’Unione europea», ha dichiarato in maniera netta e senza lasciare spazio a compromessi. «Se l’Europa vuole avere un’identità – ha aggiunto – deve avere confini e, pertanto, deve darsi dei limiti». In effetti, il nuovo presidente francese è, in linea di principio, un vero oppositore dell’ulteriore allargamento dell’Unione europea e, persino prima dell’ingresso di Romania e Bulgaria, ha chiesto di porre fine al processo di associazione di altri paesi. Egli ritiene che le ambizioni europee della Turchia possano essere soddisfatte dando vita a una partnership, piuttosto che con la concessione di una piena membership.

È inutile sottolineare come su questo tema la Francia sia isolata. José Manuel Barroso, raffreddando il proprio entusiasmo per l’elezione di Sarkozy, ha affermato che «i negoziati di associazione con la Turchia sono condotti sulla base di un mandato adottato all’unanimità dagli Stati membri. Nell’eventualità che vogliano ridiscutere o modificare questo mandato, uno o più paesi membri dovranno ovviamente assumersi la responsabilità di una tale iniziativa e delle sue ripercussioni». Il commissario all’allargamento Olli Rehn, intervenendo presso la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo, ha affermato che il dibattito sull’associazione della Turchia proseguirà senza tenere conto dei commenti di Sarkozy. Il leader dei socialdemocratici del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha recentemente richiesto che Sarkozy chiarisca la propria posizione e dica se intende o meno appoggiare i negoziati attualmente in corso. Infine, anche se la visione di Sarkozy sull’allargamento potrebbe essere vista con favore dalla Merkel – anche lei ha espresso un appoggio tiepido, per usare un eufemismo, verso un futuro allargamento – quest’ultima ha le mani legate in patria dall’accordo di coalizione con i socialdemocratici, che stabilisce che i negoziati devono avere come obiettivo l’ingresso della Turchia nella UE.

Di ritorno dagli incontri con il capo negoziatore turco Ali Babacan, Rehn ha annunciato che l’Unione spera di poter riprendere i negoziati con la Turchia entro la fine di giugno, su almeno tre dei trentacinque capitoli politici che devono essere affrontati e risolti prima della concessione della membership. Finora Sarkozy non ha chiarito se farà pressio- ni per un blocco immediato dei negoziati con la Turchia. Alcuni osservatori avanzano l’ipotesi che Sarkozy possa ammorbidire la propria posizione e seguire l’esempio della Merkel, che aveva pragmaticamente dichiarato di volersi attenere agli accordi esistenti tra Turchia e UE, una volta insediata. Personalmente non sono molto ottimista a riguardo. Con il 53% dei voti, Sarkozy ha ricevuto un chiaro mandato dai francesi e si trova in una posizione molto più solida di quella in cui si trovava Angela Merkel nell’ottobre 2005. Cedere sulla Turchia, inoltre, significherebbe per Sarkozy un indebolimento della propria posizione in patria, dal momento che il successo del 6 maggio è stato ottenuto unicamente corteggiando gli elettori dell’estrema destra, con offerte come quella di creare un «ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale ». Quest’area politica ha garantito gran parte dell’appoggio raccolto durante la campagna elettorale e non c’è dubbio che si risentirebbe parecchio qualora Sarkozy assumesse una linea più morbida su una questione tanto controversa eppure tanto determinante. A mio avviso, Sarkozy tenterà di rallentare, piuttosto che di bloccare, il processo di associazione nel Consiglio. Ogni apertura e chiusura di un capitolo negoziale, in cui è suddiviso l’intero processo di associazione, richiede l’accordo unanime di tutti gli Stati membri. Sarkozy, dunque, ha spazio per rallentare il ritmo delle discussioni, estromettendo questo punto dall’ordine del giorno degli affari correnti e rimandandolo a un futuro che i partner europei della Francia, con loro grande disappunto, scopriranno essere probabilmente molto lontano.

Il futuro del Trattato costituzionale europeo Non c’è, però, questione capace di evidenziare meglio il dissenso di Sarkozy più del futuro del Trattato costituzionale europeo, rimasto in un limbo dopo che gli elettori francesi e olandesi lo hanno bocciato nei referendum del 2005.

La sua posizione è ben nota ed è stata ampiamente criticata. Nicolas Sarkozy ha suggerito di adottare, al posto di un ambizioso Trattato costituzionale europeo, un «trattato semplificato» (ha abbandonato, però, rapidamente, ogni riferimento al termine, da lui coniato, di «mini-trattato »), con una portata e una lunghezza limitate. Il «trattato semplificato » dovrebbe abbracciare le principali riforme istituzionali previste nel Trattato costituzionale (specialmente nella sua prima parte: presidenza permanente del Consiglio d’Europa, doppia maggioranza, estensione del voto alle maggioranze qualificate ecc.), abbandonando i riferimenti simbolici. In Francia potrebbe così essere ratificato in fretta dai parlamentari, evitando la consultazione popolare, essendo quello parlamentare un percorso molto meno rischioso e imprevedibile.

Sarkozy non si opporrebbe al mantenimento della seconda parte del Trattato costituzionale (la Carta dei diritti fondamentali), mentre si dovrebbe lasciare fuori – tranne che per poche questioni che non presentano controversie – la terza parte, che riguarda le politiche europee. Il dibattito su una Costituzione europea più completa verrebbe in tal modo rimandato a una data futura non meglio specificata.

Il progetto del nuovo presidente francese di avanzare nelle riforme istituzionali della UE con una versione ridotta del Trattato ha sollevato commenti allarmati nelle istituzioni e nelle capitali europee e Sarkozy dovrà probabilmente scontrarsi con quasi tutti i leader politici del continente in merito al suo «trattato semplificato».

Il presidente della commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, Jo Leinen, ha già espresso la sua più profonda preoccupazione: «Un mini-trattato, non importa in che forma, non è una soluzione accettabile per la crisi della Costituzione europea», e ha aggiunto: «Ci auguriamo solo una cosa dal prossimo presidente, e cioè che non rigetti il compromesso sulla forma e i contenuti della Costituzione che il cancelliere tedesco sta elaborando per dare nuovo slancio al meccanismo europeo». È infatti emerso un certo consenso all’interno del Parlamento europeo sull’ipotesi di un testo basato sul Trattato costituzionale, con l’aggiunta, invece che con la cancellazione, di nuovi temi nella terza parte, e sul opportunità di limitare il più possibile i cambiamenti, in modo da evitare una completa revisione di una bozza di testo accuratamente negoziata. La cancelliera Angela Merkel, in qualità di presidente di turno dell’Unione, ha già elaborato una road map che punti a salvare «la sostanza del Trattato costituzionale», un approccio di gran lunga più ambizioso di quello di Sarkozy. Londra vuole un nuovo Trattato che non comporti maggiori poteri per Bruxelles e ha già annunciato che si opporrà a qualunque modifica che faccia del Trattato qualcosa di diverso da una revisione di mero aggiornamento dei testi precedenti.

Il primo ministro italiano Romano Prodi ha avvertito: «Voglio esprimere con chiarezza che il mio paese non ha intenzione di accettare o sottoscrivere nessun compromesso». Il presidente della Commissione europea, Barroso, ha spiegato: «La mia preferenza va, chiaramente, al mantenimento del maggior numero di articoli della Costituzione, per quanto possibile, come sono attualmente », ribadendo di essere «a favore di un approccio cauto al riesame delle norme del Tratto costituzionale».

Sarebbe stato più saggio per Sarkozy fare un ampio giro di consultazioni prima di esporre la propria visione sul futuro del Trattato costituzionale europeo; in questo modo, si sarebbe risparmiato l’imbarazzo di dover essere severamente richiamato dai maggiori leader e funzionari europei. Nel suo primo discorso dopo l’elezione, Nicolas Sarkozy ha rivolto un appello «ai nostri partner europei, a coloro cui il nostro destino è legato, per dire che in tutta la mia vita mi sono sentito europeo, che credo nella costruzione dell’Europa e che questa sera la Francia è tornata in Europa». Ma sarà un compito arduo per Sarkozy guadagnarsi la reputazione di buon europeo, specialmente dopo aver giocato la carta del nazionalismo durante la campagna elettorale.

Non bisogna, però, perdere ogni speranza: dopo tutto non mancano gli esempi di politici trasformati dal potere e dalle responsabilità, e possiamo certamente dare credito a Sarkozy di essere un uomo che sorprende per le sue risorse, la sua determinazione e il suo vigore. Più realisticamente, Sarkozy è un pragmatico e un politico attratto dal potere, con pochi principi e ancor meno visioni ambiziose. Essere in grado di distin- guere nel suo programma ciò che appartiene alle sue convinzioni più profonde e che cosa invece sia dettato da opportunismo pre-elettorale è più che una sfida, ma questa caratteristica potrebbe indurlo a piegarsi di fronte alle diverse richieste dei nostri partner europei, se la necessità lo dovesse imporre.

Ciò che le elezioni francesi lasciano presagire per l’Europa non è del tutto chiaro al momento. Di una cosa, però, si può essere certi: Sarkozy è stato un personaggio controverso e polarizzante a livello nazionale. E tale rimarrà a livello europeo.

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