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Un'Italia difficile tanto per i giovani quanto per i vecchi

Written by Carla Collicelli Tuesday, 28 May 2013 16:19 Print

La crisi dello sviluppo che stiamo attraversando dipende, oltre che da evidenti dinamiche economiche e finanziarie, anche dagli squilibri che investono i rapporti tra generazioni, che ormai si contendono sempre di più gli spazi sociali e lavorativi. Come conseguenza, la mobilità professionale, specie nei settori di maggiore responsabilità, è bloccata e i giovani rimangono ai margini della vita attiva. Il paradosso di questo fenomeno, definito in maniera impropria “gerontocrazia”, è che gli anziani tendono a rifiutare la loro condizione e a rincorrere, in una sorta di mimetismo giovanile, un’immagine innaturale e falsificata che penalizza quanti di essi sono soli, non autosufficienti o poveri. Simili contraddizioni richiedono delle politiche di segmento, cioè personalizzate a seconda delle specifiche circostanze, in grado di promuovere una longevità attiva intesa come possibilità di vivere piacevolmente la terza età.

Che il nostro sia un paese che, collettivamente inteso, è poco amichevole sia nei confronti dei giovani che degli anziani è cosa nota. Meno scontata è la considerazione del rapporto che intercorre tra questione generazionale e tematiche dello sviluppo. Due dimensioni problematiche ciascuna per sé, ma la cui interazione provoca un ulteriore cortocircuito negativo, riassumibile come segue: sembra sfuggire alla riflessione, e soprattutto alla programmazione e ai processi di governance, quanto sia importante per lo sviluppo e il benessere del paese – obiettivi che costituiscono, o dovrebbero quanto meno costituire, alcune delle principali priorità per una società moderna – la considerazione delle interrelazioni, quella della compatibilità virtuosa da perseguire e quella della necessaria presa in carico dei problemi economici e sociali, che riguardano due fasi fondamentali di passaggio nella vita delle persone quali la giovinezza e l’età anziana. Ne conseguono due effetti perversi: una perdita secca in termini di risorse e di capitale sociale per lo sviluppo e il deterioramento della qualità della vita e della convivenza collettiva di giovani e anziani, ma anche dell’intera comunità nazionale.

L’immagine di una società “a pile scariche”, utilizzata dal Censis nella “Introduzione” al Rapporto annuale sulla situazione sociale del paese del 2006, ha segnato un passaggio importante nell’analisi dei problemi dell’Italia dopo l’ingresso in Europa e a seguito dell’accentuarsi dei processi di globalizzazione, come espressione plastica della debolezza del paese di fronte a una incombente crisi di senso e di prospettiva, prima ancora che di produttività.

La depressione psicologica, le paure e le insicurezze, che si ritrovano al centro di molte delle analisi sociologiche degli ultimi venti anni, sono – come in un circolo vizioso – al tempo stesso effetto e causa di una simile situazione e, secondo alcuni osservatori, la crisi in cui siamo immersi è principalmente una crisi entropica, cioè di significato e di indirizzo, più che finanziaria. Anche la evidente dimensione dialettica del passaggio che stiamo vivendo, e che si concretizza nella contrapposizione, e a volte nello scontro, tra soggetti o modelli, sembra da questo punto di vista più una conseguenza del disorientamento che una sua causa. Certo, gli effetti più evidenti, e anche dolorosi, della crisi sono stati e sono di tipo economico, dall’occupazione ai consumi, al credito, alla deindustrializzazione. Essi minacciano gravemente la vita e la sopravvivenza di tanti individui, famiglie e imprese e in questo senso è normale che richiamino maggiori attenzioni. Spesso si dimentica, però, quanto grande sia, attorno a ciò, il peso delle dimensioni culturali e psicologiche sulle dinamiche che influenzano l’economia e i mercati, nonché sulla stessa percezione della crisi; quanto contino, anche per la produttività e la competizione economica, le aspirazioni, in particolare quelle dei giovani, a contribuire alla vita collettiva, la loro fiducia nella società e nelle istituzioni, il loro impegno e quanto il rispetto dell’età anziana, la valorizzazione dell’esperienza acquisita, l’intreccio tra vissuti generazionali diversi.

Anche il ritardo o l’inadeguatezza di alcune politiche economiche, i rischi di una parcellizzazione ed eterodirezione nel settore manifatturiero, la debolezza del processo riformatorio della pubblica amministrazione, come pure i mali della speculazione finanziaria e immobiliare e quelli della “economia di carta” – di cui si parla insistentemente oggi e che ci sembra di scoprire adesso per la prima volta, mentre significativi osservatori ne parlavano già da tempo –, sono in realtà fenomeni di lunga data, che hanno molto a che fare con le attitudini collettive nei confronti dello sviluppo sociale e della riproduzione intergenerazionale, nel privato come nel lavoro e nelle istituzioni, sui quali sarebbe stato necessario intervenire per tempo.

A ben vedere, lo sviluppo è in crisi anche e principalmente per una armonizzazione disattesa tra dinamiche sociali e culturali da un lato, nelle quali un ruolo importante rivestono quelle relative ai rapporti tra generazioni, e dinamiche economiche e finanziarie dall’altro lato. La crisi esplosa tra 2008 e 2009, e nella quale siamo tuttora immersi, appare fortemente correlata a questo tipo di disfunzioni e legata a processi involutivi del passato, amplificatisi nel tempo e sfociati a mano a mano nel ristagno dello sviluppo, nella mancata innovazione e nella incapacità riformatoria; tutti elementi che si trovano alla base dei trend negativi di produttività, potere di acquisto, consumi, divario tra Sud e Nord, come numerosi studi e svariate analisi hanno indicato.

Verrebbe da dire, riprendendo le parole di Zygmunt Bauman, che «la crisi che viviamo è l’interregno tra il vecchio che sta morendo e il nuovo che non è ancora nato», il che dovrebbe consigliarci una riflessione più attenta sui trend di lungo periodo. In un libretto pubblicato da alcuni ricercatori del Censis qualche anno fa1 si parlava, ad esempio, di “transizioni sommerse”, cioè di cambiamenti poco osservati, ma molto importanti, della nostra realtà sociale. E di una crisi alle porte, punta di un iceberg che sta sotto la superficie da molti anni. O, per usare un’altra immagine, il grande terreno paludoso di una situazione stagnante che è la vera causa del piccolo ma pericolosissimo crepaccio che si è improvvisamente aperto.

Negli ultimi decenni si è riflettuto poco o per nulla sui risvolti indotti da fenomeni quali la crescita accelerata del benessere, della scolarizzazione e delle potenzialità della scienza e della medicina. E anche sul portato a lungo termine delle tendenze all’individualismo e alla autoreferenzialità psicologica e culturale dei soggetti singolarmente presi, ma anche delle diverse fasce generazionali nei loro rapporti reciproci. La questione generazionale, dunque, entra a pieno titolo nell’ambito delle considerazioni sulla natura del periodo storico che stiamo attraversando, sia per il per- verso approccio che caratterizza i rapporti tra le diverse fasce di età sia per la disattenzione nei confronti dei loro bisogni specifici.

Per quanto riguarda la dimensione dei rapporti tra generazioni, assistiamo ad esempio, e le analisi sociologiche lo confermano costantemente, a una contrapposizione – ideale e pratica – tra diversi cicli della vita, che sembrano contendersi polemicamente gli spazi di socialità e lavoro, con conseguenze negative su vari fronti. Due fenomenologie sono emblematiche da questo punto di vista: da un lato, quella che spesso, anche se impropriamente, viene chiamata la “gerontocrazia”, il fenomeno cioè legato al progressivo prolungamento della vita e all’accrescersi della schiera di coloro che, ormai in età più che matura, detengono le posizioni lavorative, e anche quelle di potere, maggiormente consolidate e, dall’altro, il cosiddetto “giovanilismo”, la tendenza cioè a procrastinare nel tempo comportamenti e stili di vita tipici dell’età giovanile, attraverso meccanismi imitativi o addirittura interventi biomedici (dai farmaci alla chirurgia estetica).

È un dato di fatto che l’allungamento progressivo della durata della vita contribuisce, insieme alla riduzione del lavoro in agricoltura e in fabbrica a favore di quello nei servizi, a rendere sempre più plausibile, appetibile e per vari aspetti economicamente auspicabile il prolungamento dell’attività lavorativa oltre i limiti anagrafi ci definiti in un vicino passato. La recente riforma delle pensioni nasce proprio dall’esigenza di rendere produttivi gli anni dell’età anziana dal punto di vista dei contributi previdenziali versati, e dunque del sostentamento di una parte consistente del welfare e dei suoi costi, e anche nella prospettiva del contributo strettamente lavorativo di chi ha accumulato grande esperienza e competenza. Anche dal punto di vista della funzionalità e produttività, infatti, l’impegno dei lavoratori maturi è spesso necessario, in particolare nel terziario, per non disperdere le competenze lungamente e faticosamente acquisite. Non possiamo, d’altra parte, nasconderci che tutto ciò, assieme alle attuali difficoltà dell’economia e del mercato del lavoro, determina per quanto riguarda i processi di mobilità socio-professionale una situazione anomala di ricambio rallentato o addirittura bloccato, in particolare per le posizioni lavorative di maggiore responsabilità e stabilità, che a volte si intreccia in maniera problematica con interessi consolidati e attacca- mento alle posizioni di potere. In molti casi si assiste a una vera e propria saturazione negli strati superiori della gerarchia professionale, fino all’immobilità.

Al contempo i modelli di vita e di consumo tipici delle giovani generazioni fanno scuola nell’ambito dell’immaginario collettivo latamente esteso. Una sorta di “mimetismo giovanile” diffuso invade i vissuti di tutte le fasce di età, soprattutto femminili, ma recentemente e sempre più spesso anche maschili. L’invecchiamento tende a essere intimamente e psicologicamente rifiutato, in qualche caso rimosso, a volte temuto. Fino ad arrivare al paradosso della fuga dalle responsabilità generazionali interpersonali e familiari dell’età matura e della vecchiaia – in particolare dalla responsabilità genitoriale –, ai timori nei confronti della procreazione, al suo allontanamento nel tempo, ai comportamenti genitoriali del cosiddetto “genitore-amico”. Ne consegue che la situazione in cui viviamo è caratterizzata dalla compresenza di potere e posizioni lavorative concentrati nelle fasce di età più avanzate e modelli di vita e di consumo di stampo giovanile; giovani dinamici dal punto di vista dei comportamenti di tempo libero e di cultura, ma impossibilitati a mettere a frutto le loro potenzialità nei luoghi di lavoro e di potere, e anziani arroccati nelle posizioni di privilegio e al contempo alla rincorsa di un’immagine giovanile innaturale e falsificata.

Per ciò che attiene ai bisogni specifici delle diverse fasce di età, in particolare delle due principali (giovani e anziani), manca da molti anni a questa parte la disposizione a decifrare i nodi delle dinamiche, modificatesi nel tempo, nei vissuti delle diverse generazioni, ma anche e soprattutto la volontà di intervenire a risanamento delle tante nuove criticità che vanno via via emergendo.

Molte sono le analisi che negli ultimi tempi sono state dedicate, a livello sociologico, economico e di politica sociale, alla crisi della età evolutiva, in particolare a quella dell’adolescenza e della giovinezza. Genitori iperoccupati e stressati, figli prevalentemente unici e spesso soli, relazioni familiari indebolite e squilibrate, spostate prevalentemente sulla dimensione “femminile” della relazionalità e della convivialità, contribuiscono ad acuire una condizione di disagio nei soggetti che stanno vivendo la fase della loro maturazione prima dell’età adulta.

Tutto ciò è aggravato da una situazione caratterizzata da una preoccupante tenuta dei giovani ai margini dalla vita attiva. È noto il dato secondo il quale più di due milioni di giovani italiani di 15-34 anni non studiano e non lavorano. Meno diffusa è la consapevolezza del fatto che questi giovani si trovano quasi tutti nel Sud del paese e ancor meno si sa che, come ci ha confermato un’indagine del Censis del 2012, più del 20% dei ragazzi del Sud dichiara di trovarsi in questa situazione per sfiducia e un’ulteriore analoga quota perché assorbito da impegni di carattere assistenziale e sociale nell’ambito della famiglia allargata. Rimane però il fatto che, tra i giovani che lavorano o tentano di lavorare, solo una minoranza molto ristretta riesce ad avere una vita professionalmente soddisfacente, almeno fino ai 35 anni di età.

Debole è anche la possibilità, e quindi di conseguenza la propensione, all’impegno imprenditoriale, documentata dal bassissimo numero di imprenditori e soci d’impresa con meno di 30 anni. Un valore che sta decrescendo progressivamente all’interno della coorte dei giovani italiani a vantaggio dei giovani di origine straniera, i quali invece sempre più frequentemente si impegnano nella creazione e conduzione di impresa, specie nel terziario sociale. Anche se non dobbiamo dimenticare, accanto a ciò, che esistono al tempo stesso molti giovani italiani che si impegnano spontaneamente e autonomamente in attività socialmente utili e non retribuite: sono circa due milioni i giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che fanno volontariato, per ragioni ideali e altruistiche, anche se molto spesso in maniera destrutturata e isolata. Per quanto riguarda il ruolo della formazione, così importante per le generazioni giovanili, si può dire che siamo di fronte a una vera e propria emergenza educativa, caratterizzata dalla crisi della fiducia nei processi di formazione, che tanto ruolo hanno avuto nel passato nella costruzione dell’identità individuale, della coscienza collettiva e anche delle competenze e della professionalità.

Per ciò che attiene gli anziani e il loro ruolo nella società, uno dei tratti più problematici della questione è dato dalla contrapposizione schizofrenica tra l’esaltazione della vita che si allunga, da un lato, e la preoccupazione per le fragilità e i bisogni assistenziali degli anziani soli e malati, dall’altro. In effetti, la realtà ci rimanda un quadro scomposto, tra anziani che lavorano, consumano, viaggiano, investono, si occupano dei nipoti, da un lato, e anziani soli, non autosufficienti, a volte poveri, a volte isolati nella calura estiva delle metropoli, in coda agli uffici postali o addirittura alle mense dei poveri, dall’altro.

Il ruolo della comunicazione di massa nello sviluppo e nelle reazioni rispetto a simili problemi è in questo senso molto importante, e anch’esso animato da tendenze contrastanti tra loro. Da un lato, si esalta la drammatizzazione della fuoriuscita dal mercato del lavoro o le morti per abbandono di tanti vecchi e, dall’altro, si enfatizzano il consumismo, la commercializzazione dei vissuti e dei consumi anche culturali, il lusso e il potere.

Di fronte a simili contraddizioni, occorrerebbe adottare un’ottica di analisi più attenta e non strumentalizzata dei fenomeni sociali. È necessario, ad esempio, distinguere tra “giovani vecchi” e “grandi vecchi” e tra anziani che possono e desiderano continuare a contribuire alla vita attiva e anziani che hanno bisogno di essere aiutati, dopo aver contribuito per tutta la vita con il loro lavoro e la loro solidarietà comunitaria alla vita comune. E una simile situazione richiama la necessità di attente politiche di segmento: di sviluppo della partecipazione e di promozione per una parte degli anziani, di sostegno e di assistenza per l’altra. Va, inoltre, ricordato che il grado di autonomia di una persona, in particolare nell’anzianità, non ha necessariamente la forma di un bivio, un in-out secco, ma rimanda piuttosto a un percorso che va dall’autonomia completa alla non autosufficienza totale, dove gli stadi intermedi sono molti (sovente reversibili ed eliminabili, specie se provenienti da situazioni temporanee di difficoltà) e, soprattutto, tali da richiedere modalità di intervento e supporto personalizzate e tagliate su misura.

Il bisogno assistenziale si associa e si affianca, nella maggior parte dei casi, a un altro importante aspetto, che è quello dello sviluppo di una longevità attiva, come modo di vivere piacevolmente la terza età da parte di chi è perfettamente in salute, ma anche come opzione per chi aspira a una modulazione dell’esistenza per diversi stadi di autonomia. E ciò è realizzabile nella misura in cui si effettuino investimenti finalizzati a individuare e valorizzare le potenzialità residue della persona che non è più completamente autonoma o che detiene possibilità limitate rispetto al passato. “La strage degli innocenti” titola un recente testo2 di matrice sindacale, proprio a proposito del mancato supporto dei tanti anziani che potrebbero continuare a contribuire alla vita collettiva, nelle forme e nei modi loro possibili.

È davvero singolare che si immagini di poter ricostruire e rilanciare un tessuto sociale ed economico più avanzato e capace di reagire alla crisi senza porre mano alla questione dei rapporti intergenerazionali e a quella della dignità e del supporto alle due fasi della vita che si presentano come maggiormente critiche per la convivenza collettiva: quella nella quale si progetta e si attua il proprio ingresso nelle dinamiche attive, lavorative e riproduttive e quella nella quale si raggiunge la maturità anagrafica e si entra nel periodo più significativo dal punto di vista dell’eredità sociale da trasmettere.


[1] C. Collicelli (a cura di), Le transizioni sommerse degli anni ’90, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.

[2] R. Gramiccia, La strage degli innocenti. Terza età: anatomia di un omicidio sociale, Ediesse, Roma 2013.

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