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Immigrazione e welfare State in Italia

Written by Luca Einaudi Friday, 21 March 2008 14:05 Print

La crescita dell’immigrazione in Italia è stata alternativamente demonizzata o, al contrario, invocata come la salvezza del paese dalla catastrofe demografica e dalle sue implicazioni lavorative, fiscali e pensionistiche. In realtà l’immigrazione è un fenomeno complesso che modifica tutte le variabili economiche e sociali sia dei paesi di destinazione che di quelli di origine, e si presta male ad analisi semplicistiche o ideologiche.

Lo scopo di questo articolo è di discutere gli effetti dell’immigrazione sullo Stato sociale, sostenendo che mentre i benefici dell’immigrazione sul mercato del lavoro sono chiari e consistenti, quelli sul finanziamento del sistema sociale italiano e del sistema pensionistico sono molto più dubbi, fintanto che una parte così elevata degli stranieri lavorerà in nero, a prescindere dal fatto che dispongano di un permesso di soggiorno in regola o meno.

Immigrazione ed effetti dell’invecchiamento sul mercato del lavoro L’Italia è uno dei paesi che affronta il più forte invecchiamento nel mondo. Trent’anni di natalità inferiore alla soglia necessari a mantenere stabile la popolazione hanno modificato radicalmente la composizione per età della popolazione italiana, predeterminando gran parte degli andamenti futuri. Nel 2005 il 19,5% della popolazione in Italia aveva almeno 65 anni, percentuale che dovrebbe salire al 23-24% nel 2020 e al 38,5% nel 2050 in assenza di immigrazione secondo Eurostat, oppure al 33,6% con un flusso netto annuo di 150 mila immigrati secondo l’ISTAT. In assenza di immigrazione la popolazione italiana si sarebbe ridotta già a partire dal 1993.

 

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Attualmente il numero di italiani in età lavorativa (15-64 anni) si riduce sensibilmente e in maniera continua (-153 mila all’anno nel 2006-10 in assenza di immigrazione, -223 mila nel 2011-20). Ciò avviene pur senza un calo sensibile della popolazione complessiva, proprio grazie all’immigrazione (gli stranieri residenti sono aumentati da 1,33 milioni a 2,67 milioni tra il 2001 e il 2005 secondo l’ISTAT) e in minima parte grazie a un limitato aumento della fecondità, cresciuta da 1,19 figli per donna in età riproduttiva nel 1995 a 1,32 nel 2005, aumento dovuto quasi interamente all’incremento delle nascite di bambini stranieri, dato che la fecondità delle donne italiane risultava essere di 1,25 e quella delle donne straniere del 2,40 secondo l’ISTAT.

I figli di entrambi i genitori stranieri erano il 9,4% dei nuovi nati nel 2005 e quelli da almeno un genitore straniero erano il 13%. All’invecchiamento della popolazione contribuisce anche l’allungamento della speranza di vita di circa 2,5 anni ogni decennio (anche se i demografi insistono che tale crescita non continuerà all’infinito). L’immigrazione costituisce, dunque, una risposta al brutale ridimensionamento del numero di giovani che entrano sul mercato del lavoro. Oggi vi sono 560 mila nati all’anno in Italia contro 850 mila in Francia, a parità di popolazione. L’effetto dell’immigrazione sul mercato del lavoro è indubbiamente e marcatamente positivo, poiché l’arrivo di giovani (gli stranieri in Italia hanno un’età media di 31 anni, gli italiani di 43 anni) previene un calo della popolazione occupata e un ridimensionamento del PIL complessivo, in base al quale si finanzia il sistema di welfare State nel suo insieme.

Nel mercato del lavoro gli stranieri rappresentano il 6% degli occupati (ISTAT) e il 17,2% dei nuovi assunti (INAIL). Hanno un tasso di occupazione medio molto più elevato rispetto agli italiani, soprattutto tra gli uomini (84,2% rispetto al 69,8% degli italiani, e il tasso di disoccupazione è uguale per entrambi al 5,4%). Tra le donne straniere invece l’elevato tasso di disoccupazione (13,4% contro l’8,5% delle italiane) annulla gli effetti positivi di un tasso di occupazione moderatamente più elevato (50,7% rispetto al 46,1% delle italiane). La segmentazione del mercato del lavoro e la scarsa appetibilità per gli italiani di alcune occupazioni manuali, poco considerate e mal pagate, crea ulteriori opportunità lavorative per gli stranieri, ma crea anche forme di segmentazione su base etnica del mercato del lavoro, contribuendo alla ghettizzazione lavorativa in settori come il lavoro domestico e di cura, l’agricoltura stagionale, le costruzioni, i lavori più precari del settore della ristorazione, turistico e alberghiero o dei servizi.

I dati di stock sulla collocazione lavorativa e quelli di flusso sulle domande di ingresso per lavoro dall’estero nel 2006 confermano il rischio dell’etnicizzazione, dato che gli stranieri hanno 6,9 volte più probabilità degli italiani di lavorare nei servizi alle famiglie e 2,2 volte nelle costruzioni, mentre hanno la metà delle possibilità di lavorare nei servizi diversi da alberghi, ristoranti e collaborazione familiare. Questo fenomeno è ancora più acuto se si considerano le domande di ingresso per lavoro dall’estero pervenute nel 2006 nell’ambito della procedura delle quote, dato che il 48,9% delle domande riguardava la collaborazione familiare e il 17,7% il settore delle costruzioni.1

 

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La domanda del settore domestico è destinata a rimanere sostenuta nel futuro, poiché l’invecchiamento si traduce anche in un aumento della non autosufficienza, a cui lo Stato non è in grado di dare una risposta adeguata per ragioni finanziarie e a cui le famiglie reagiscono con crescenti difficoltà, anche alla luce del calo del numero medio di componenti per nucleo familiare. Nel 2005 vi erano in Italia 2,2 milioni di percettori di pensioni di invalidità e 2,1 milioni di percettori di invalidità civile. L’assistenza domiciliare è molto costosa e nel 2004, secondo l’ISTAT, ne beneficiavano a livello nazionale solo il 4% degli anziani di oltre 65 anni (457 mila persone) e il 6,8% dei disabili (38 mila). Le badanti straniere costituiscono la risposta privata alle deficienze del welfare italiano, ma generano a loro volta distorsioni.

Il numero di collaboratrici familiari registrate dall’INPS a fine 2006 era di 745 mila (di cui 600 mila straniere), in rapida crescita rispetto alle 247 mila del 1999 e alle 485 mila del 2003. Le stime indipendenti del numero di collaboratrici familiari, che tengono conto dell’amplissima occupazione irregolare nel settore, oscillano dai 713 mila ai 2 milioni di occupati nel settore, 80% dei quali stranieri.2 Questo dato suggerisce che l’ISTAT sottostima fortemente l’occupazione irregolare nel settore e in generale tra gli stranieri.3

Anche negli altri principali settori nei quali si concentrano gli immigrati, il lavoro precario e in nero è presente più che proporzionalmente, anche quando lo straniero dispone di un permesso di soggiorno valido. In molti casi, tuttavia, il lavoro in nero pregiudica l’acquisizione o il mantenimento nel tempo dello status di soggiornante legale e, infatti, il disegno di legge delega preparato dai ministri Giuliano Amato e Paolo Ferrero cerca di affrontare tale aspetto con misure volte a favorire l’emersione lavorativa e a prolungare la durata dei permessi di soggiorno.

Si può immaginare che in prospettiva l’integrazione sociale e lavorativa aumenterà il reddito dei lavoratori stranieri e dunque i loro versamenti fiscali e contributivi, ma bisogna anche tener presente che tale effetto sarà compensato dalla diminuzione del tasso di occupazione degli immigrati, cui hanno assistito tutti i paesi di immigrazione matura, causata dall’aumento dei ricongiungimenti familiari e dal diverso comportamento lavorativo e sociale delle seconde generazioni rispetto a quelle dei genitori.

La crescita dell’immigrazione sostiene fortemente la capacità di crescita dell’economia nel suo complesso, compensando il calo della forza lavoro autoctona.

Contributo fiscale Bisogna distinguere gli indiscutibili benefici a livello macroeconomico dal contributo fiscale netto e dalla situazione previdenziale dei singoli immigrati. La collocazione lavorativa della maggioranza degli immigrati in occupazioni precarie e mal pagate, spesso in nero, comporta attualmente un reddito medio degli stranieri di 9.423 euro nel 2003, inferiore del 46,7% rispetto a quello degli italiani, secondo i dati Caritas/INPS.4 Tale differenza è enorme e inficia in larga parte il contributo positivo degli immigrati alla finanza pubblica. Una parte della differenza di reddito tra immigrati e italiani è imputabile alla discriminazione sul lavoro e all’etnicizzazione del tipo di impiego che rende effettivamente più bassi i redditi dei lavoratori stranieri. Tuttavia, questa spiegazione è molto parziale visto che le stime relative al periodo immediatamente precedente (1998-2002) elaborate da alcuni economisti della Banca d’Italia calcolavano le differenze di reddito reale a livelli molto più bassi, pari al 4-12%.5 Una parte consistente del differenziale di redditi dichiarati all’INPS è dovuta all’evasione fiscale e contributiva, a sua volta suddivisibile in due categorie principali. La prima è quella in qualche modo involontaria o subita, dovuta all’assenza di un permesso di soggiorno o alla volontà del datore di lavoro di utilizzare una manodopera a basso costo in condizioni di sfruttamento. La forte presenza in settori a elevata irregolarità fiscale e contributiva, come la collaborazione familiare, l’edilizia, la ristorazione e l’agricoltura, rende più frequenti tali situazioni per gli immigrati. L’altra categoria è quella dell’evasione deliberata, scelta dal lavoratore legale che desidera pagare quanti meno contributi pensionistici perché non pensa di rimanere abbastanza a lungo in Italia per maturare il diritto alla pensione, che evita di versare tasse preferendo un pagamento in contanti in nero da parte del datore di lavoro per poter risparmiare più in fretta e tornare a casa o per rinviare rimesse più cospicue nel proprio paese, o semplicemente perché il basso reddito rende impellente la necessità di avere tutto e subito, in un’ottica di brevissimo termine. Peraltro può anche esserci un’assenza di solidarietà fiscale nei confronti di un paese nel quale l’immigrato si sente in transito.

Tuttavia la sensazione di transitorietà della presenza non corrisponde necessariamente con la realtà, poiché numerosi progetti migratori temporanei diventano permanenti col tempo, quando l’immigrato si forma una famiglia in Italia, perde i contatti con il paese di origine, e valuta i servizi sanitari che può ottenere gratuitamente in Italia, come pure la pensione sociale a 65 anni.

Secondo calcoli de «Il Sole 24 Ore», nel 2006 il lavoro domestico ha generato un reddito complessivo di 11,1 miliardi di euro di cui 8 miliardi non sono stati dichiarati. L’effetto congiunto di un basso reddito reale e di un’elevata evasione si vedono chiaramente sul gettito dell’IRPEF. Nel 2005 gli stranieri hanno pagato solo 1,87 miliardi di euro di IRPEF su di un gettito IRPEF totale di 137 miliardi. In altre parole, gli stranieri pur rappresentando circa il 5,4% dei contribuenti, hanno fornito meno dell’1,5% del gettito. Il basso reddito colloca una larga parte dei contribuenti stranieri nella no tax area, riducendo l’aliquota IRPEF effettivamente pagata a meno della metà di quella media per l’insieme dei contribuenti (8,9% contro il 18,3%). Questo effetto è particolarmente acuto nel settore del lavoro domestico nel quale i redditi dichiarati sono bassissimi, pari a 4.871 euro all’anno per contribuente straniero. Questo valore è inferiore del 55,8% al reddito medio dichiarato dal lavoratore straniero dipendente da un’azienda ed è inferiore del 72,4% al reddito dichiarato dall’insieme dei contribuenti italiani o stranieri (17.675 euro), e comunque ben al di sotto della soglia minima per essere chiamati a pagare l’imposta sul reddito.

 

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Tale squilibrio è sicuramente minore per quel che riguarda le tasse indirette, che, non essendo progressive, vengono pagate interamente anche da chi percepisce redditi bassi. Questo significa a breve termine un limitato contributo al gettito delle imposte dirette sul reddito. Anche se la progressiva integrazione sociale ed economica permetterà nel tempo una promozione sociale, il miglioramento della collocazione lavorativa e dunque del reddito, rimarrà comunque un forte problema fiscale e pensionistico. Viene spesso argomentato che comunque gli immigrati beneficiano poco della spesa pubblica, facendo un ricorso limitato ai servizi pubblici. Tuttavia questo è sempre meno vero man mano che cresce la durata della presenza e l’integrazione.

È molto difficile stimare il grado di utilizzo del welfare State da parte degli immigrati, come pure quanta parte della spesa pubblica di cui sono oggetto gli stranieri è a loro favore e quanta è dedicata a reprimerne a vari titoli la presenza irregolare o la devianza. La Corte dei conti si è cimentata in un esercizio di questo tipo limitandosi però allo studio delle poste di bilancio esclusivamente dedicate agli immigrati. Tuttavia, tale approccio è quantitativamente fuorviante perché non tiene conto del grosso della spesa pubblica di tipo universale della quale beneficiano gli stranieri senza distinzioni alla pari come gli italiani, a cominciare dall’istruzione scolastica e dalla salute. I dati della Corte dei conti indicavano che nel 2004 i ministeri avevano speso specificamente 144,5 milioni di euro, di cui l’80% per attività di contrasto dell’immigrazione.6 Tale percentuale è poco convincente per varie ragioni.

 

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In primo luogo basta aggiungere i 127,3 milioni spesi nello stesso anno dai comuni per interventi e servizi sociali per immigrati e nomadi per alzare il totale della spesa a 271,8 milioni e ridurre al 42,5% la quota di spesa destinata al contrasto.7

In secondo luogo, e in misura ben più consistente ma di difficile calcolo, andrebbe tenuta presente anche la spesa pubblica di svariati miliardi per la salute (3,1% dei ricoveri nel 2004 riguardavano gli stranieri), per la scuola (il 4,2% degli alunni era straniero, e la loro istruzione equivaleva nel 2004 a circa 1,7 miliardi di euro, alla luce dei 41 miliardi spesi complessivamente dallo Stato per l’istruzione). Si potrebbe continuare valutando ministero per ministero la quota di spesa teoricamente attribuibile agli stranieri in funzione della loro presenza relativa tra gli utenti. Il risultato di tale calcolo sarebbe elevato, ma tutt’altro che affidabile poiché non terrebbe conto del costo marginale effettivo dei nuovi utilizzatori dei servizi pubblici.

Contributo al sistema pensionistico Dal punto di vista pensionistico un flusso netto positivo di immigrati contribuirà ad attenuare l’invecchiamento, ma non impedirà comunque l’aumento della quota di ultrasessancinquenni. Inoltre, avere una quota più elevata di lavoratori è utile dal punto di vista della sostenibilità del sistema pensionistico solo se questi percepiscono redditi paragonabili a quelli del resto della popolazione e soprattutto se dichiarano redditi tali da creare un flusso consistente di versamenti contributivi. Al momento questo sta accadendo in misura limitata, proprio a causa dei bassi redditi dichiarati già menzionati.

L’immigrazione sosterrà il mercato del lavoro, sostituendo parte dei lavoratori mancanti a causa del calo della popolazione in età lavorativa, ma non risolverà da sola il problema dell’invecchiamento.

Saranno necessarie politiche complementari rispetto all’aumento della presenza immigrata per assicurare la sostenibilità del welfare State italiano e, in particolare, l’equilibrio finanziario del sistema pensionistico senza ridurre le singole pensioni a livelli socialmente insostenibili. In particolare, saranno due le politiche assolutamente prioritarie. In primo luogo le politiche per l’aumento del tasso di occupazione e l’allungamento della vita lavorativa: nel 2006 solo il 58,4% dei 15-64enni era occupato, rispetto all’obiettivo del 70% fissato da Lisbona. È pertanto necessario ridurre il tasso di disoccupazione e promuovere in particolare l’aumento dell’occupazione femminile e degli ultracinquantenni, anche tramite la formazione continua e il rinvio dell’età effettiva di pensionamento. In secondo luogo le politiche per il rilancio della natalità: le previsioni demografiche incorporano già una aspettativa di aumento del tasso di fertilità (da 1,3 nel 2005 a 1,6 nel 2050 secondo l’ISTAT), ma ciò non avverrà senza interventi concreti in grado di modificare il bilancio delle convenienze, gli atteggiamenti, le possibilità di conciliare materialmente lavoro e famiglia, la possibilità di accedere ad alloggi adeguati per le giovani famiglie. Servono maggiori sostegni alle famiglie, quali più asili, con orari compatibili con l’attività lavorativa, misure per conciliare maternità, paternità e lavoro, un atteggiamento più favorevole alla presenza di bambini negli spazi pubblici e politiche abitative più incisive. Tra alcuni decenni gli immigrati si troveranno ad andare in pensione con pensioni che saranno talmente basse da dover essere generalmente integrate al minimo, o da generare un diritto all’assegno sociale e altre provvidenze sociali. Il surplus nei conti INPS determinato dall’immigrazione è un risultato di medio-breve termine che scomparirà e richiederà misure specifiche. Oggi solo il 2,1% degli stranieri in Italia ha più di 65 anni, contro il 19,5% degli italiani, ma con il tempo vi sarà una tendenza alla convergenza. Gli immigrati aiuteranno a pagare le pensioni degli italiani sostenendo il PIL tramite il mercato del lavoro, ma in un sistema contributivo riceveranno per la maggior parte delle pensioni da miseria.

Conclusioni Il saldo tra costi e benefici economici dell’immigrazione è stato calcolato ripetutamente in numerosi paesi senza ottenere risultati univoci, ma con la conclusione prevalente che l’immigrazione ha un effetto positivo, ma molto limitato in percentuale del PIL, e difficile da cogliere. Tale conclusione sembra valida anche per l’Italia, ma con condizioni ancora più polarizzate a causa della situazione anomala del paese. È eccezionale tra i grandi paesi occidentali la durata e l’intensità del declino della natalità e dell’invecchiamento che si ha in Italia e ciò accentua i benefici sul mercato del lavoro dell’immigrazione. È in qualche misura anche eccezionale la forza dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale presente in Italia, due fattori che indeboliscono i benefici dell’immigrazione dal punto di vista del gettito fiscale e del contributo pensionistico.

Per uscire da tale situazione di eccezionalità l’Italia dovrà lavorare più intensamente da un lato alla costruzione di efficaci politiche per l’aumento della natalità e per l’aumento del tasso di occupazione e dall’altro alla lotta al sommerso e all’evasione fiscale, ma anche per migliorare il collocamento e le opportunità professionali degli immigrati e dei loro figli.

[1] L. Einaudi, Le politiche dell’immigrazione in Italia dall’Unità ad oggi, Laterza, Roma-Bari 2007.

[2] C. Dell’Oste, La colf in famiglia vale 11 miliardi, in «Il Sole 24 Ore», 2 aprile 2007.

[3] L’ISTAT stimava che vi erano 275 mila stranieri non residenti occupati irregolarmente nel 2005, rispetto alla stima di Blangiardo di 541 mila nel 2005 e di 760 mila nel 2006. Inoltre l’ISTAT suggerisce che la quota di lavoro irregolare nel settore dei servizi domestici alle famiglie è inferiore alla media dell’intera economia, risultato che appare poco convincente alla luce delle considerazioni già esposte. G. C. Blangiardo, Valutazioni quantitative e riflessioni sulla presenza straniera in Italia, in Fondazione ISMU, Dodicesimo rapporto sulle migrazioni 2006, Franco Angeli, Milano 2007, p. 36.

[4] Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione 2006, Roma, ottobre 2006. Secondo l’Agenzia delle entrate anche i dati sul reddito dichiarato ai fini IRPEF nel 2005 indicano un reddito medio dichiarato dagli stranieri extracomunitari pari a 9.500 euro. I dati talvolta suggeriscono che, passate le regolarizzazioni e ottenuto il permesso di soggiorno, si abbassa il reddito medio dichiarato dagli stranieri.

[5] A. Brandolini, P. Cipollone e A. Rosolia, Le condizioni di lavoro degli immigrati in Italia, in M. Livi Bacci, L’incidenza economica dell’immigrazione, Giappichelli, Torino 2005, p. 253.

[6] Corte dei conti, Programma di controllo 2004. Gestione delle risorse previste in connessione con il fenomeno dell’immigrazione, deliberazione 10/2005/G, 11 marzo 2005.

[7] ISTAT, Rapporto annuale. La situazione del paese nel 2006, Roma 2007, p. 372.

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