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Una pagina nuova nella vita della città

Written by Walter Veltroni Tuesday, 19 March 2013 09:36 Print

Una città ben amministrata, piena di energia e consapevolezza di sé, efficiente, vasta, complessa e composita, ma allo stesso tempo animata da spirito di partecipazione e senso civico, inclusiva, solidale con i più deboli, unita perché in grado di essere davvero una comunità. È questa la Roma che le amministrazioni di centrosinistra hanno lasciato nel 2008 a chi gli è succeduto: patrimonio che la destra ha in gran parte dilapidato. Se è vero che per amministrare la città nel prossimo futuro occorrerà dotarsi di idee nuove, è altrettanto vero che non si riparte da zero. Su quanto di buono è stato fatto negli anni passati si potrà contare per archiviare il malgoverno della destra e per aprire una nuova pagina nella vita della città.

Mi accingo a scrivere queste pagine mentre sono ancora lontane le primarie del PD, del centrosinistra, che dovranno indicare chi sarà lo sfidante di Gianni Alemanno per il Campidoglio. Di più: a essere ancora non definite sono anche le candidature a queste primarie, nonostante di nomi se ne siano fatti e se ne facciano diversi. Questo, però, non è un problema, per le cose che voglio provare a dire. Intanto perché quando questo numero di “Italianieuropei” sarà uscito molte cose saranno in tal senso ormai chiarite. E poi perché non spetta a me fornire ricette, offrire soluzioni, ipotizzare gli assetti che verranno.

Quel che posso fare, però, è raccontare, seppur brevemente, ciò che Roma è stata a partire dai primi anni Novanta e soprattutto nei sette anni, dal 2001 al 2008, in cui ho avuto lo straordinario privilegio di esserne sindaco. Non mi soffermerò, invece, sull’ultimo quinquennio. Un po’ perché è quel che mi sono imposto dal momento in cui ho “cambiato mestiere”. Poi perché questo, insieme alla definizione di un programma per il prossimo futuro, sarà il “cuore” della campagna elettorale, per cui il compito spetterà ai nuovi e diretti protagonisti. Infine, per il semplice fatto – apro e chiudo la questione – che il fallimento e i disastri della giunta Alemanno sono sotto gli occhi di tutti, per cui solo farne un elenco non mi permetterebbe di eseguire il mio “compito”, che è quello di ripercorrere il senso dei cambiamenti conosciuti da Roma nell’arco, sostanzialmente, di un quindicennio, a partire dall’avvio della cosiddetta “stagione dei sindaci”.

Nel momento in cui arrivai in Campidoglio, nell’ufficio che per me, c’è poco da fare, restava quello in cui da giovanissimo consigliere comunale passavo ore a discutere con Luigi Petroselli, trovai una città ben amministrata, una città con più energie e più consapevolezza di sé. Gli anni delle amministrazioni di centrosinistra guidate da Francesco Rutelli erano stati, per Roma, gli anni del riscatto, del buongoverno, del potenziamento delle reti cittadine di base, del lavoro di preparazione del Giubileo del 2000: non solo una intensa esperienza di partecipazione per milioni di persone, ma anche un successo dal punto di vista dell’organizzazione e dell’accoglienza.

Insomma, dopo troppo tempo in cui non era stato così, quella era una città in cui si vedeva la mano del governo di prossimità, la sua presenza. Per il resto, fu proprio Petroselli a dire che sono le risposte date a far crescere la fiducia e quindi a far nascere, giustamente, altre domande, per cui già nei frenetici mesi di quella prima campagna elettorale, in una vera e propria immersione nella città, nei suoi problemi e nelle sue aspettative, mi ero trovato di fronte a tante situazioni, a tante questioni aperte, alle esigenze quotidiane dei cittadini, che mi avevano aiutato a mettere a fuoco i primi interventi da effettuare, i nodi più importanti da sciogliere.

In modo quasi inevitabile, la prima preoccupazione fu quella della qualità della vita delle persone, e in primo luogo dei più deboli, degli anziani, dei bambini, dei disabili, così come la qualità della vita di chi risiedeva nei quartieri periferici, lì dove le tante potenzialità che si vedevano dovevano essere ancor più accompagnate da strutture, da qualità urbana e ambientale, da più ampie occasioni di socializzazione. Per questo decidemmo, innanzitutto, di investire con forza nelle politiche sociali, così come di diffondere e moltiplicare le opportunità di avere e fare cultura, proprio in una chiave inclusiva, di coesione sociale. E poi, vedendo quante energie erano in circolo a Roma, all’interno del suo tessuto economico, l’altro piano su cui scegliemmo di intervenire con decisione fu quello volto a rendere la città ancora più moderna, a farne una vera capitale produttiva del paese, puntando sulle infrastrutture, valorizzando e mettendo in rete le sue imprese, il suo capitale di ricerca, di tecnologia, di risorse umane.

A unire tutto, da subito, c’era il pensiero che una collettività, e un ciclo politico, hanno bisogno di mete, di obiettivi simbolici ma anche materiali attorno ai quali mobilitare energie e risorse. E quindi ecco l’importanza di costruire, soprattutto in una metropoli tanto vasta, complessa e composita come Roma, un senso di appartenenza alla propria comunità, che poi significa – uso il presente perché per me questo resta sempre valido – partecipazione, condivisione, senso civico, attivazione di un circolo virtuoso che porta ad avere fiducia nell’amministrazione e responsabilità verso i propri concittadini.

Voglio dire, con ciò, che è fondamentale lavorare sulla coesione di tutti i molti elementi che compongono il tessuto sociale, economico e culturale della città, lavorare per smussare i contrasti, per governare le tensioni, per creare la consapevolezza di essere tutti coinvolti, nessuno escluso, nello stesso progetto. Roma è città di grandi tradizioni, di storia, di civiltà, da sempre aperta al mondo, all’accoglienza, alle differenti culture. Questo suo carattere, che un grande artista come Fellini definiva appropriatamente “materno”, ha avuto il merito di non creare nette separazioni tra i suoi abitanti. A differenza della maggior parte delle metropoli moderne, per fare un esempio, Roma non ha veri e propri ghetti etnici. L’integrazione delle varie comunità straniere è sempre avvenuta senza contrasti così laceranti come in altre realtà urbane.

Almeno questa è la città che abbiamo lasciato, perché oggi devo purtroppo osservare – come ho avuto modo di scrivere in una recente e rara occasione in cui mi sono occupato di Roma, non dei suoi scenari politici ma di alcuni suoi fenomeni sociali – il moltiplicarsi, specie tra i giovani, di fenomeni di intolleranza, di violenza che addirittura diventa un fine. Nemmeno un mezzo, per quanto perverso. È il caso dello scorso ottobre, quando per diverse sere a Piazza Cavour centinaia di ragazzi armati di bastoni, caschi e catene si sono dati appuntamento per picchiarsi. Semplicemente per il piacere di farlo, di dimostrarsi più forti e più “duri” degli altri. L’ho già detto: ci vorrebbe un Pier Paolo Pasolini, a raccontare e a spiegare questo male, questo vuoto. Alla radice c’è il problema del lavoro, c’è un’incertezza del domani che si fa sempre più grande e pesante. Ma c’è anche un tempo che è fatto di solo presente, un presente infinito e privo di passato e futuro. C’è la diffusione, tipica di questi anni, di una cultura fatta di individualismo esasperato, in cui si è deriso ogni principio solidale e proprio quell’idea di comunità che invece è indispensabile per tenere insieme le maglie di un tessuto sociale.

Ecco: io credo che ci sia, in questo, anche una responsabilità di chi ha responsabilità. Soprattutto istituzionali, di governo. Spero che ora si capisca quanto la scelta di investire sulla vita culturale della città non fosse, come qualcuno ha detto con ironia male indirizzata e mal riuscita, un omaggio ai “circenses”. No: far apprezzare a tutti e in particolare ai ragazzi, come succedeva con i grandi concerti al Colosseo e a Piazza del Popolo o con le “Notti Bianche”, la bellezza degli spazi urbani vissuti in modo collettivo significava e significa costruire reti di conoscenza e di socialità. Significava e significa creare un efficace antidoto proprio al virus della chiusura in se stessi, dell’intolleranza e dell’esclusione, anticamera della disgregazione sociale.

È nelle città, per molti versi, che si gioca la partita decisiva. Almeno per quanto riguarda il mondo occidentale. Non si può non vedere la verità contenuta nelle parole di un osservatore acuto e profondo come Zygmunt Bauman, secondo il quale le città, le metropoli odierne, sono il vero «terreno di discarica di problemi prodotti a livello globale. Sono diventate campi di battaglia dove oggi si scontrano i valori della sicurezza e quelli della libertà, l’amore per il rinnovamento e la paura dei cambiamenti, l’amore per il melting pot e la paura delle mescolanze, i processi di disgregazione e quelli di integrazione. Tutto ciò ne fa dei veri laboratori locali, dove vengono sperimentate le capacità di convivere, su un pianeta globalizzato, con le differenze e con gli stranieri».

Ecco, se dovessi dire, se c’è un motivo di orgoglio per tutti, come classe dirigente complessiva di Roma del quindicennio compreso tra il 1993 e il 2008, è proprio questo: aver attrezzato la città in modo da poter non solo affrontare, ma vincere, quest’insieme di sfide decisive. Che poi, negli anni che mi riguardano più da vicino, si parlasse di un “modello romano” e che giornali autorevoli come “Le Monde” e il “Financial Times” usassero l’espressione “nuovo Rinascimento di Roma”, è motivo di soddisfazione, certo. Ma a contare di più è proprio il fatto che Roma è cambiata, è cresciuta, senza derogare mai da un principio posto, fin dall’inizio, alla base della nostra azione: il principio che non esiste vero sviluppo se a esso non si accompagna, sempre, qualità sociale, equilibrio tra le diverse parti della città, e in particolare attenzione ai più deboli, a chi ha bisogno, a chi rischia di restare ai margini o di essere escluso.

Nessun intervento singolo avrebbe mai potuto avere l’effetto voluto se non fosse stato inserito in un contesto in cui al primo posto c’era la condivisione di un’idea della città, di un’idea forte di comunità, di un percorso di sviluppo che si realizzava perché aumentava il grado di coesione sociale e perché “univa” la città. Non c’è sviluppo, la vita delle persone non migliora, se non disegnando una città che non abbia un solo centro ma più centri, diffondendo sviluppo e qualità su tutto il territorio metropolitano. Una città, dunque, riequilibrata nel rapporto centro-periferia, perché più accessibile e vivibile grazie all’intreccio delle scelte urbanistiche e di quelle legate alla mobilità, perché il sistema produttivo, le infrastrutture e la qualità ambientale sono tenute insieme. Una città che non sia una metropoli anonima, che non abbia periferie ridotte a “non luoghi” o a quartieri “dormitorio”. Una città unita, con strutture e servizi diffusi, viva in ogni sua parte e con ogni parte dotata di una identità propria.

Sono questi, non a caso, i principi che hanno ispirato il Piano regolatore di Roma. Sono i principi che hanno animato la nostra attenzione per le periferie, lì dove abbiamo portato l’illuminazione delle strade, fatto nascere nuove librerie, creato incubatori d’impresa e posti di lavoro, posto le basi di un intervento complessivo comprendente i Programmi di recupero e di riqualificazione urbana, i Contratti di quartiere o ancora gli articoli 11, veri modelli innovativi in fatto di progettazione del territorio cittadino, la più grande manovra di recupero delle periferie mai programmata da un Comune italiano.

Una città più “unita”: era – e dovrebbe essere per chiunque abbia il compito di amministrare Roma – uno dei nostri assilli. Unita fisicamente e anche in un modo che a ben vedere va più in profondità, ed è più di lungo periodo, perché ha a che fare proprio con la capacità di essere davvero una “comunità”. Di qui anche la costruzione di un nuovo welfare, assai lontano dall’assistenzialismo fine a se stesso. A muoverci è stata l’idea, riscontrabile in tutto il nostro Piano regolatore sociale, di una vera welfare community, dove le risorse della società civile, di tanti volontari e associazioni, delle stesse famiglie, erano investite del compito di creare una rete in cui la cura dei bisogni degli anziani non autosufficienti e dei disabili andasse di pari passo con nuove tutele a favore dell’ingresso nel mondo del lavoro.

Insomma, tutto questo per dire che cosa? Non che ci sono ricette scritte ieri e già pronte per il domani. Non che è sufficiente, oggi, richiamarsi a quanto di buono fatto negli anni scorsi, nonostante questo “buono” sia messo ulteriormente in risalto dall’abbandono e dal malgoverno in cui Roma è sprofondata in tempi recenti. Non basta, non può bastare. Perché resta vera quell’affermazione di Petroselli sulle risposte che fanno continuamente nascere altre domande. Perché tante domande sono rimaste in questi ultimi cinque anni inascoltate. E perché una città, specie una città come Roma, cambia sempre velocemente e in modo profondo: le disuguaglianze sociali crescono, il livello dei servizi diminuisce, la quantità e la qualità delle domande stesse, sia individuali che collettive, è enormemente più elevata del passato, anche di quello prossimo. Si dovrà avviare, dunque, una nuova stagione. Nuove idee dovranno entrare in circolo nel corpo del riformismo cittadino. Civismo e partecipazione dovranno contare più di ieri. Non si parte però da zero, questo no. Su quanto di buono è stato fatto negli anni passati si potrà contare per archiviare il malgoverno della destra e per aprire una nuova pagina nella vita della città. Anzi, della “metropoli Roma”. Perché è questo che la capitale del nostro paese deve tornare a essere.

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