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Le scelte difficili di lavoro e fertilità in Italia

Written by Daniela Del Boca Friday, 21 March 2008 13:30 Print

L’Italia continua ad essere uno dei paesi occidentali nei quali si fanno meno figli e dove la partecipazione femminile al mercato del lavoro è ancora ai livelli più bassi. Sebbene in Italia negli ultimi anni l’occupazione femminile sia aumentata poco, la fertilità ha continuato a diminuire, con una lieve ripresa solo tra il 2000 e il 2005. I tassi di fertilità sono diminuiti in tutti i paesi europei, anche in quelli in cui erano tradizionalmente elevati. Mentre nei paesi del Nord Europa (Norvegia, Svezia, Finlandia) il declino del tasso di fertilità si è fermato dopo il 1980, tale calo è proseguito per tutti gli anni Novanta nei paesi del Sud Europa (Italia, Spagna e Portogallo). Perche le donne in Italia fanno meno figli e lavorano di meno? Tra le ragioni ci sono la tarda età in cui le donne costituiscono una propria famiglia e lemaggiori difficoltà a conciliare lavoro e famiglia.

Rispetto al resto dei paesi occidentali, infatti, in Italia si rimane più a lungo a vivere nella casa dei genitori e ci si sposa o si va a convivere più tardi. A parità di altri fattori ciò deprime il numero di figli che le coppie riescono complessivamente ad avere. La minore conciliabilità tra lavoro e famiglia, invece, è la conseguenza del particolare sistema di welfare. A differenza di quanto avviene in altri paesi, in Italia (e più in generale nei paesi dell’Europa mediterranea) gli aiuti e la protezione sociale verso i singoli viene tradizionalmente fornita molto meno dallo Stato e molto più invece dalla solidarietà familiare e parentale. La spesa pubblica per la protezione sociale viene assorbita soprattutto dalle pensioni, mentre esiguo è ciò che viene destinato ad altre voci, ovvero al sostegno delle famiglie con figli piccoli e dei giovani.

I due equilibri del Sud e del Nord Europa Mentre in Italia le donne si trovano a dover scegliere tra il lavoro e diventare madri, spesso limitando il numero di figli a uno solo, nei paesi nordeuropei e in Francia i vari interventi a favore delle famiglie hanno messo le donne in grado di continuare a lavorare anche nel periodo successivo alla nascita dei figli, consentendo loro di mantenere un rapporto continuativo con il mercato del lavoro pur dedicandosi alla cura dei figli. L’analisi dei dati europei sembra infatti smentire la tesi secondo cui, laddove le donne lavorano di più, le famiglie hanno in media meno figli: a partire dagli anni Novanta, infatti, la correlazione tra occupazione femminile e fertilità è diventata positiva. In realtà, quindi, sembrano coesistere due diversi equilibri: da un lato quello dei paesi nordeuropei, dove molte donne lavorano e hanno figli, e dall’altro l’equilibrio dei paesi del Sud Europa, nei quali le donne lavorano poco e hanno anche pochi figli (Grafico 1).

 

3_2007.DelBoca.Grafico1

 

Com’è la situazione italiana rispetto a quella di altri paesi europei? In Italia gli interventi a favore delle famiglie con figli e/o di supporto alla conciliazione lavoro-figli sono stati pochissimi e poco efficaci. I sussidi alle famiglie sono tra i più bassi d’Europa (1,1%, contro il 3,8% della Danimarca e il 2,8% della Francia). La modesta entità degli assegni familiari già a livelli di reddito medio-bassi e il basso impatto sui bilanci familiari delle detrazioni d’imposta non possono evidentemente produrre alcun benefico effetto né sui tassi di fertilità né sull’occupazione femminile. Si tratta perciò di modificare radicalmente le modalità di elargizione delle scarse risorse disponibili per queste politiche, anche alla luce dei successi raggiunti da quei paesi europei che hanno cambiato la legislazione del lavoro e le modalità di sostegno economico alle famiglie, offrendo servizi e benefici anche alle famiglie con redditi medi. L’offerta di servizi pubblici per i bambini della fascia di età 0-3 viene utilizzata solo dal 9% dei bambini, contro il 34% in Francia e il 48% in Danimarca (Grafico 2).

 

3_2007.DelBoca.Grafico2

 

Esiste un problema di razionamento dell’offerta: a seconda delle regioni, il numero delle domande negli asili pubblici è tra il 30 e il 50% superiore ai posti disponibili.1 Tuttavia questo non sembra essere l’unico vincolo. Infatti, sebbene le famiglie in cui la donna è occupata siano avvantaggiate nelle graduatorie per l’accesso agli asili pubblici, esse si trovano comunque in difficoltà a causa degli orari, spesso rigidi e non compatibili con quelli di lavoro, e del costo, spesso ancora molto elevato rispetto ad altri paesi.

La soluzione per molte famiglie restano quindi i nonni. Le ricerche condotte hanno dimostrato come la presenza di nonni che vivono all’interno del nucleo familiare determina un aumento della probabilità che le donne lavorino.2 Va tuttavia ricordato che l’attuale disponibilità di nonne per la cura di figli o nipoti non è destinata a durare e dipende in modo significativo dalle vicende demografiche e sociali che hanno caratterizzato la coorte delle attuali sessantenni, in larga misura beneficiate dai pensionamenti anticipati. È molto probabile, quindi, che in futuro le nonne lavoreranno più a lungo, riducendo il potenziale sostegno in termini di tempo per figli e nipoti. Inoltre, l’aumento dell’età media a cui si hanno i figli creerà una situazione in cui i nonni saranno sempre più anziani e non in grado di accudire i nipoti. Nei prossimi anni occorrerà pertanto aumentare notevolmente l’offerta pubblica di sevizi di cura per i bambini. L’aumento di offerta privata (nidi privati, micronidi, nidi aziendali) degli ultimi anni è stata infatti largamente insufficiente rispetto alla domanda e fortemente discriminante nei confronti delle famiglie con redditi medio-bassi.

Una politica diffusa in altri paesi è il part time. Le donne occupate part time sul totale sono solo il 16% in Italia, contro il 31% in Francia e il 34% in Danimarca. Tuttavia il part time non può da solo risolvere il complesso problema della conciliazione tra lavoro e famiglia, in particolare per quelle famiglie che hanno bisogno di due redditi pieni o per le madri sole che, avendo un solo reddito, devono necessariamente avere un reddito pieno. Inoltre in molti paesi (come ad esempio la Gran Bretagna) il part time corrisponde a peggiori condizioni di lavoro, salari orari minori e maggiore precariato. Le ricerche hanno dimostrato che la disponibilità di part time ha un effetto positivo sull’occupazione femminile e sulla fertilità solo nei paesi dove è meglio retribuito (in termini di salario orario) e maggiormente protetto e dove è presente in combinazione con altre politiche sociali.3

Una terza politica importante riguarda i congedi di maternità e i congedi parentali. Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia è abbastanza generosa nella durata del congedo di maternità obbligatorio e nella percentuale di salario percepita durante questo periodo (molti contratti collettivi prevedono perfino l’integrazione al 100% del salario). Il congedo parentale facoltativo, invece, se preso da un solo genitore è relativamente breve (sei mesi) e con una forte penalizzazione nel reddito percepito (solo il 30% del salario). La legge però offre l’opportunità di estenderne la durata fino a undici mesi nel caso in cui entrambi i genitori prendano parte del congedo, ma la percentuale di salario percepito resta al 30% e solo per i primi sei mesi. Ciò determina due effetti.

Da un lato, difficilmente sono gli uomini a usufruire del congedo parentale, in quanto hanno in media salari più elevati delle donne. Non solo, ma sulle opportunità per il congedo parentale per i padri sembra esserci pochissima informazione: alle imprese, per esempio, è data la possibilità di offrire congedi parentali part time, ma molti non sono a conoscenza di questa normativa. D’altro canto, appare alquanto problematico usufruire di tale congedo per le donne sole e/o le donne con bassi redditi a causa della forte penalizzazione sul reddito. Queste donne sono quindi costrette a rientrare al lavoro «presto », spesso in una situazione di scarsità di nidi. Di conseguenza le donne con più bassi livelli di istruzione (e quindi a più basso reddito) si vedono costrette a uscire dal mercato del lavoro per prendersi cura dei figli.

In Svezia, al fine di facilitare la condivisione del congedo facoltativo tra i genitori, esiste la possibilità di prenderlo contemporaneamente: sia la madre che il padre possono lavorare part time (orizzontale o verticale) rimanendo entrambi sul mercato del lavoro. Ciò consente, tra l’altro, di evitare il deprezzamento del loro capitale umano, che potrebbe avere effetti negativi sui salari futuri, e una maggior condivisione del lavoro e delle responsabilità di cura dei figli all’interno della coppia. Tale congedo è retribuito al 66% del salario, quindi, la penalizzazione è decisamente inferiore rispetto a quella che si ha in Italia.

Infine, negli ultimi anni l’incremento dei contratti a tempo determinato ha indotto a un ulteriore ritardo nella formazione della famiglia e nella fertilità. Questo incremento dei lavori a tempo determinato ha un effetto anche sull’uso dei congedi: anche chi ha accesso al congedo non sempre può permettersi di farne uso, sia perché la perdita di reddito è troppo elevata proprio nel momento in cui la famiglia aumenta, sia perché l’insicurezza del posto di lavoro non lo permette.4 Al Sud, infatti, non usufruisce del congedo facoltativo circa il 40% delle donne, contro il 19% al Nord.5

Proprio per queste giovani famiglie, un’offerta adeguata di asili nido avrebbe un ruolo molto importante. Il tasso di copertura dei servizi per la primissima infanzia è bassissimo proprio in queste regioni (1-2%) e gli orari sono scarsamente compatibili con orari di lavoro a tempo pieno. L’importanza di queste politiche è confermata dal fatto che la fecondità è in leggero aumento al Nord e al Centro, mentre continua a scendere nel Sud, dove la carenza di asili nido è più marcata, il part time è più diffuso e i congedi parentali sono usati con maggiore frequenza.

Conclusioni Il dibattito sulle politiche orientate ad incentivare l’occupazione femminile e la fertilità è diventato sempre più vivace negli ultimi anni, mentre ci avviciniamo al 2010 con tassi di partecipazione ancora di 15 punti inferiori al target di Lisbona. Individuare politiche che aumentino l’offerta di lavoro femminile senza ridurre ulteriormente i tassi di fertilità è dunque essenziale per evitare seri problemi di sostenibilità del sistema fiscale e pensionistico, sia nel breve che nel lungo periodo. Se le politiche della famiglia saranno in grado di sostenere le scelte di lavoro e di vita e ampliare le opportunità avranno un impatto sulla povertà e la distribuzione del reddito del paese. L’occupazione remunerata della madre emerge come un importante strumento di difesa dalla povertà per le famiglie e per i minori, sia quando vi è una coppia sia quando la coppia non c’è o è separata. I vincoli all’occupazione femminile, oltre che vincoli alle scelte di libertà e di pari opportunità, sono anche in contrasto con il benessere delle famiglie, specie in un contesto in cui cresce l’instabilità del lavoro e quella dei rapporti di coppia Il lavoro delle donne è una risorsa essenziale per la crescita economica.

In seguito all’invecchiamento della popolazione, nei prossimi decenni in Italia, il rapporto tra pensionati e occupati sarà tra i peggiori nel mondo occidentale. Mentre, infatti, la popolazione anziana è in progressiva crescita, la popolazione nelle classi lavoratrici, a causa della denatalità, sarà sempre più ridotta. L’Italia, per non perdere competitività, ha bisogno di aumentare la forza lavoro e, soprattutto, di manodopera qualificata come le donne, una risorsa finora poco utilizzata e valorizzata.

[1] D. Del Boca, M. Locatelli e D. Vuri, Childcare Choices by Italian Households, CHILD Working Paper, 30/2003.

[2] D. Del Boca, S. Pasqua, C. Pronzato, Fertility and Employment in Italy, France and the UK, in «Labour», 4/2005, pp. 51-77; Del Boca, Pasqua e Pronzato, The Impact of Institutions on Motherhood and Work, in ISER Working Paper, 55/2006.

[3] Del Boca, Pasqua e Pronzato, Fertility and Employment cit.

[4] In Italia l’unico tentativo di incentivare i padri a prendere il congedo facoltativo è stata l’offerta di un mese in più di congedo se il padre ne prende almeno tre. Purtroppo con una riduzione del salario del 70% l’incentivo previsto non sembra aver funzionato.

[5] ISTAT, Essere madri in Italia, Roma 2007.

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