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L'uguaglianza di genere deve essere al centro di ogni modello sociale europeo

Written by Jane Jenson Friday, 21 March 2008 13:25 Print

Negli anni Settanta il movimento delle donne rivendicava una maggiore autonomia e pari accesso alla sicurezza di reddito. Quelle richieste furono ascoltate: l’Unione europea ha promosso le pari opportunità e i governi hanno offerto sostegni per conciliare lavoro e vita familiare, a partire dall’assistenza ai bambini. Questi adeguamenti, pure importanti – e, in diversi Stati membri, molto generosi – non hanno però prodotto né uguaglianza di genere né condizioni stabili per le famiglie.

Molte donne hanno ottenuto successi nel mercato del lavoro, ma ancora oggi i tre quarti dei lavoratori poveri sono donne. Tante famiglie hanno accesso all’assistenza per i bambini, ma il tasso di fertilità è in netto declino in tutta Europa. Molti uomini collaborano alla cura dei figli e ai lavori domestici, ma la divisione di genere del lavoro continua ad assegnare maggiormente alle donne i lavori di cura. Eppure le economie europee sono fortemente dipendenti dagli alti tassi di occupazione, pertanto anche dal lavoro femminile. L’impegno verso un maggior tasso di attività, come fondamento per la modernizzazione dei modelli sociali europei, porta a elaborare una nuova definizione di «piena occupazione ». Invece dell’accezione keynesiana, che contemplava solo metà della popolazione, essa ora implica in pratica la partecipazione al mondo del lavoro di tutta la popolazione adulta. Questa ridefinizione rende inservibili quei vecchi capisaldi sulla migliore commistione tra pubblico e privato nella responsabilità dell’assistenza, sia per i bambini sia per gli anziani più vulnerabili. Le politiche stanno cambiando in direzione della promozione delle pari opportunità. Recentemente in Germania, per esempio, alcune decisioni si sono discostate dalla tradizionale impostazione tedesca e, fin dal 2005, la Grande Coalizione ha introdotto cambiamenti significativi nel modello basato sul capofamiglia maschio, fornendo sgravi fiscali per la cura dei figli, crediti per genitori con figli, e il cosiddetto «mese del papà» all’interno del programma di congedo parentale, continuando inoltre a incrementare le infrastrutture per la cura dei bambini.

L’Unione europea ha istituito nel 2006 un’ambiziosa road map per promuovere l’uguaglianza tra donne e uomini, la «Roadmap for Equality between Women and Men 2006-2010», e continua a mettere l’accento sulla questione di genere. Ciò nonostante l’ineguaglianza permane.

Tre principi di giustizia sociale: inclusione, sicurezza e autonomia Alcuni principi di fondo per le pari opportunità forniscono un metro di misura valido a stabilire la direzione verso cui muoversi. Ogni modello fondato sulla giustizia sociale dovrà garantire «inclusione sociale» alle donne tanto quanto agli uomini, di tutte le età. L’inclusione sociale implica senso di appartenenza e capacità di formulare rivendicazioni. Avere tale capacità significa avere risorse di tempo, energia e denaro per metterla in pratica.

Una road map per la giustizia sociale dovrà assicurare che l’accesso alla «sicurezza» sia garantito in egual misura a uomini e donne e che sarà equo nel corso della vita. La sicurezza economica è importante, ma lo sono anche la salute, l’abitazione e un’alimentazione adeguata. Mentre garantire la sicurezza fisica spesso non è visto come parte del modello sociale (essendo considerato una funzione sovrana dello Stato), l’accesso a comunità, strade e parchi gioco sicuri è cruciale per il benessere delle donne, delle loro famiglie e dei figli.

Troppo spesso l’obiettivo dell’«autonomia» viene dato per scontato nel nostro modello sociale. In un’epoca di lavori a basso salario, invece, la questione diviene pressante. Quando i giovani pensano di creare una nuova famiglia, devono ponderare bene la propria capacità di mantenerla in maniera autonoma. I più anziani cercano di vivere autonomamente il più a lungo possibile, spesso nella propria abitazione, senza dipendere dai figli, dallo Stato o dalla comunità. L’autonomia delle donne, infine, è ridotta anche dalla carenza di accesso al reddito e ai benefici sociali, in quanto individuo e non partner di qualcuno.

Assicurare autonomia, sicurezza e inclusione in maniera equa a uomini e donne dovrebbe essere parte di qualsiasi percorso di giustizia sociale. Quali sono le sfide politiche da affrontare per mettere in atto questi principi? Qui ci si concentrerà su due aspetti che sono particolarmente rilevanti nell’attuale dibattito sul modello sociale europeo: la demografia e l’occupazione.

L’uguaglianza di genere in una società che invecchia Vale la pena iniziare con l’aspetto demografico, che è, in un certo senso, quello più problematico per i modelli sociali esistenti. Nel 1950, solo l’8,9% della popolazione dei venticinque paesi oggi nell’Unione europea superava i 65 anni, mentre il 25% era sotto i 14 anni. Oggi, uomini e donne vivono di più e si allunga la vita dopo il pensionamento. La longevità e i suoi rischi sono assolutamente legati a un fattore di genere, anche se vi è convergenza tra l’aspettativa di vita degli uomini e quella delle donne. Due elementi illustrano la situazione: la responsabilità per l’assistenza non professionale nelle società che invecchiano e il mercato del lavoro legato all’assistenza.

L’assistenza non professionale: un tema di uguaglianza Quasi un europeo su tre fornisce assistenza non professionale a un altro individuo adulto.1 In passato, la maggior parte dell’assistenza ai parenti anziani era garantita dalle famiglie, specialmente dalle figlie e dalle nuore. Tre fattori hanno messo in discussione questo schema. In primo luogo, le persone anziane non vogliono dipendere dai loro parenti e aspirano ad alti livelli di inclusione sociale. Ci si deve abituare a pensare agli anziani come individui bisognosi di un pari accesso all’inclusione sociale e all’autonomia, e meritevoli di ogni genere di sicurezza, non solo di quella economica derivante da una pensione adeguata (che ovviamente è importante).

In secondo luogo, «assistenza familiare» significa ora che gli anziani, e in maniera crescente i più anziani (dagli ottant’anni in su), negli anni del loro pensionamento, si stanno cimentando in nuovi mestieri, per i quali non hanno ricevuto alcuna formazione.2 Essi forniscono una mole importante di lavoro di cura ai parenti più deboli e hanno spesso la responsabilità di supervisionare complicati regimi di cure mediche. A causa dell’età dei più anziani e della tradizionale abitudine delle donne a sposare uomini con più anni di loro, sono soprattutto le donne più anziane a impegnarsi in queste nuove «carriere».

Infine, poiché crescono i livelli di occupazione, le donne hanno responsabilità di lavoro che non lasciano tempo libero da dedicare ai parenti più anziani. Nei casi in cui vi sono costrette o scelgono autonomamente di farlo, si crea una condizione simile a una bomba a orologeria per il futuro, in quanto è minacciata la loro possibilità di garantirsi un proprio reddito da pensione. Molti paesi includono nel sistema di sicurezza sociale anche chi fa lavori di cura a tempo pieno, anche se in maniera informale. Tuttavia, questa inclusione avviene di solito al livello più basso e a questi lavoratori vengono fornite solo le garanzie minime di sicurezza per la terza età.

I problemi dell’eguaglianza di genere connessi all’assistenza non professionale alle persone bisognose di cure, in una società che invecchia, arrivano difficilmente sugli schermi radar della politica. Essi devono invece essere affrontati direttamente, in modo da non permettere che il lavoro di sostegno agli anziani più deboli diventi uno strumento in grado di rafforzare l’ineguaglianza di genere nelle professioni, a partire proprio da quelle persone che si prendono cura di altri individui.

Le disuguaglianze nel mercato dei servizi alla famiglia Il mercato dei servizi alle famiglie sta vivendo un vero boom.3 Tali servizi permettono a molte persone di rimanere nella propria comunità, essere attive nella comunità stessa e sentirsi sicure nella propria abitazione anche quando vivono da sole. Essi contribuiscono ad assicurare autonomia, sicurezza e inclusione sociale alle persone più anziane. Il mercato del lavoro legato a questi servizi fornisce di rado, tuttavia, opportunità professionali di qualità alla preponderante manodopera femminile. L’assistenza agli anziani e le pulizie domestiche (o la cura dei bambini) sono appannag- gio delle donne nel 90% dei casi, in ognuno degli Stati membri dell’UE a quindici. I salari sono nettamente al di sotto degli standard. Pertanto – a meno che il disegno politico non sia quello di promuovere un incremento dei lavori di bassa qualità tra le donne – per assicurare autonomia, sicurezza e inclusione agli anziani, questo mercato del lavoro ha bisogno di essere seriamente analizzato, per individuare i meccanismi che lo facciano funzionare in modo meno squilibrato.

Il declino del tasso di natalità e l’uguaglianza di genere Il crollo dei tassi di natalità è un fenomeno di scala mondiale.4 Il tasso di fertilità in Europa è stato per trent’anni al di sotto del livello di sostituzione, fissato al 2,1. A prescindere dai sistemi di welfare, dai servizi o dal reddito disponibili e dai tassi di occupazione femminile, la diminuzione della fertilità è un fatto sistematico in tutta l’Europa a ventisette membri. Questo declino rappresenta una forte riduzione di quello che era precedentemente visto come uno dei maggiori rischi sociali, ossia le gravidanze indesiderate e l’impossibilità di provvedere al sostentamento di tutti i figli. Ciò determina un profondo miglioramento per la vita delle donne e un significativo incremento della loro possibilità di autonomia. Rimane, però, un dilemma. Alcuni sono giustamente preoccupati che il futuro dell’Unione europea, come forza economica e politica, e la qualità della vita nei paesi che la compongono siano compromessi. I bassi tassi di natalità possono indebolire la crescita economica e indurre i governi a incrementare i bilanci di spesa per provvedere alle pensioni e ai servizi sanitari; potrebbero infine esserci troppo pochi adulti in età lavorativa in grado di fornire sostegno alla popolazione anziana. Dall’altro lato, il diritto e la capacità di ogni donna e di ogni coppia di controllare la propria fertilità non è solo un valore largamente condiviso, ma è considerato un fatto privato su cui il governo non deve intervenire, un prerequisito dell’emancipazione femminile e una caratteristica precipua della moderna civiltà europea.

Per poter superare questo macro/micro-dilemma, alcuni esperti hanno formulato la nozione di fertility gap. Confrontando le risposte a un’indagine conoscitiva con i tassi di fertilità, hanno rilevato l’esistenza di un divario tra il numero ideale di figli desiderato dalle donne e i tassi reali di fertilità. Dati come questi sono stati ampiamente citati a riprova del fatto che le donne fanno meno figli di quelli che sceglierebbero di fare in circostanze differenti. L’obiettivo politico deve essere colmare questo dislivello. La situazione non è così semplice, tuttavia, come i demografi hanno esposto nel 2004.

Il fertility gap in dettaglio Nonostante la riduzione del numero ideale di componenti di una famiglia, c’è un divario fra questa dimensione ideale e quella attuale: l’ideale delle persone è generalmente maggiore di quello che riescono a realizzare. Inoltre, i dati presentati indicano che tale dislivello è aumentato nei decenni recenti, in particolare nell’Europa a quindici e, in una certa misura, anche nei dieci paesi che hanno aderito all’UE nel 2004.

Da ciò si potrebbe cadere nella tentazione di concludere che sono in aumento le pressioni che impediscono alle donne di realizzare la propria maternità ideale e che, pertanto, la fertilità in calo può essere almeno parzialmente interpretata come un indicatore delle sempre più scarse opportunità che una donna ha di fronte a sé quando decide di formare una famiglia.

Tuttavia, uno sguardo più ravvicinato ai dati ci suggerisce maggiore prudenza nell’accettare troppo in fretta questa interpretazione. Il crescente dislivello tra la fertilità ideale e quella reale si rivela essere più una conseguenza della minore incidenza della fertilità in eccesso, che dell’aumentata incidenza di quella in difetto. Il divario riflette pertanto un’accresciuta capacità di evitare le gravidanze in eccesso da parte delle donne, piuttosto che una diminuzione della loro capacità di raggiungere la misura ideale di famiglia.

Questo gap è di per sé una questione complessa, un valore medio risultante dall’amalgama di componenti tra loro diverse. Esso è composto da una maggioranza (circa la metà tra coloro che raggiungono una fertilità completa) che arriva a ottenere il proprio numero ideale di bambini, una minoranza (di solito intorno a un terzo) che rimane al di sotto e una minoranza ancor più piccola (tra il 10 e il 15% circa) che va al di sopra del numero ideale: hanno cioè più figli di quelli che avrebbero voluto. Questo terzo gruppo è importante perché ci ricorda che la differenza tra ideale e reale non riguarda solo il versante in difetto, ma può presentarsi anche per eccesso. Da una prospettiva di qualità della vita, per la quale la libertà di scegliere lo stile di vita che meglio soddisfa ciascuno è una questione centrale, il problema di raggiungere una fertilità ideale ha due aspetti, e non uno soltanto. È un problema di «troppo» e «troppo poco», e non solo di «troppo poco».5

Che fare allora? Come può agire una road map della giustizia sociale che tenti di promuovere l’uguaglianza di genere e voglia contemporaneamente assicurare il benessere dell’Europa?

Un primo passo: ascoltare gli europei Gli europei individuano alcune cause per questo fertility gap. Sono in grado di spiegare la differenza tra i propri comportamenti e le loro aspirazioni e avere un’idea sul da farsi.

 

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Nel 2001 gli intervistati misero al primo posto la salute come la ragione principale per il divario tra speranze e risultati:6 quasi una su cinque delle persone interpellate indicò questa risposta. Le preoccupazioni economiche, però, arrivano in cima alla lista se si sommano quelle generiche (18%) con quelle rappresentate dal costo dei figli (un 9% in più). Trovare un’abitazione adeguata è menzionato quasi il doppio delle volte (12%) rispetto alla possibilità di conciliare famiglia e lavoro, includendo in questa categoria l’accesso ai servizi di assistenza per i bambini (7%).

Nel 2001, quando agli europei venne chiesto di individuare quali sarebbero dovute essere le priorità dei governi nell’elaborazione di politiche a sostegno della famiglia, al primo posto venne messa quasi sempre «la lotta alla disoccupazione». In sei paesi dell’Unione europea a quindici, essa era al primo posto, mentre in dodici dei quindici essa figurava tra i primi tre fattori menzionati. Tempi di lavoro più flessibili e migliori servizi di assistenza all’infanzia erano in cima alla lista solo in tre paesi.

Secondo passo: capire che non esiste la bacchetta magica Cosa significa tutto ciò? Una prima conclusione importante è che in politica non esistono strumenti magici. È necessario raggiungere gli obiettivi di Barcellona sugli spazi di assistenza all’infanzia, perché sarebbero una cosa ottima per i bambini e una necessità per i loro genitori. Sono uno strumento legittimo, utile a promuovere una pari inclusione sociale delle donne nel mondo del lavoro e aiutare a garantire una maggior sicurezza. Ci sono quindi forti motivazioni, legate al mercato del lavoro come pure al tema dell’uguaglianza, per promuovere un’assistenza e un’istruzione per l’infanzia di buona qualità. Tuttavia è improbabile che questo fattore, da solo, riesca a indurre un grande cambiamento nelle pratiche di fertilità.

Una maggiore accessibilità ad abitazioni dignitose è indicata spesso dagli europei, nei sondaggi di opinione, come uno dei fattori che più influenzano la decisione di avere dei figli (spesso viene posta al di sopra della conciliazione tra lavoro e famiglia). Pertanto, assicurare l’accesso a un’abitazione di qualità deve necessariamente far parte del mix di politiche da adottare. Ma se l’obiettivo principale è quello di generare un circolo virtuoso in cui le persone scelgano di avere più figli, occorre sviluppare una prospettiva più ampia, che risponda alla evidente insicurezza economica che molti europei, e soprattutto molte europee, si trovano a fronteggiare. Senza una tale sicurezza, essi agiranno con responsabilità e limiteranno le nascite.

Il mercato del lavoro: quali garanzie in termini di sicurezza di reddito, autonomia e inclusione sociale? I tassi di partecipazione femminile al mercato del lavoro sono in crescita, mentre quelli maschili restano stagnanti. Le donne hanno incrementato l’accesso al mondo del lavoro per garantirsi maggiori entrate economiche, autonomia e inclusione sociale. Eppure, tra uomini e donne permangono alcune tenaci disuguaglianze nel rapporto con il mercato del lavoro. È assolutamente evidente che politiche ben pianificate possono garantire alle donne una maggiore certezza di reddito e una maggiore autonomia, mentre politiche meno allettanti possono effettivamente mettere in discussione entrambe. Un disegno politico inadeguato, compresi quelli che dovrebbero aiutare a conciliare lavoro e vita familiare, può essere persino di ostacolo al raggiungimento degli obiettivi.

Un progetto inadeguato è prima di tutto costoso. Per esempio, gli obiettivi posti da Barcellona per l’assistenza all’infanzia sono spesso perseguiti con la creazione di asili nido. Per definizione solo part time, essi comportano per i genitori la ricerca di una seconda fonte di assistenza per il tempo restante e il problema del trasferimento del bambino da un posto all’altro. Questo strumento accresce le difficoltà di chi lavora a tempo pieno, coppia o single che sia. Pur permettendo quindi alle madri di passare dalla non occupazione all’occupazione, è probabile che questa sia giocoforza part time e dunque fonte di uno scarso reddito.

Anche il tema dei congedi parentali è molto importante. Una buona pianificazione in tal senso mette in grado le donne di accettare e mantenere lavori di qualità. Congedi brevi ma ben retribuiti (fino a dodici mesi) permettono ai genitori di tornare al lavoro perdendo poco in termini di conoscenze e competenze. Invece, congedi più lunghi (di tre anni, ad esempio) contrastano il pieno inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Esse avranno probabilmente bisogno di una nuova formazione prima di tornare a lavorare e questo aumenta la diffidenza dei datori di lavoro quando devono assumere donne.

L’Unione europea e molti Stati membri hanno già da lungo tempo riconosciuto che la segregazione nel mercato del lavoro e la totale discriminazione bloccano la piena integrazione delle donne nella forza lavoro e hanno preso alcune misure per superare questa situazione; ciò nonostante, non è facile vederne i miglioramenti.

Il rapporto «Social Inclusion» del 2007 ha mostrato che le donne hanno più probabilità degli uomini di rimanere disoccupate, e di esserlo per un tempo più lungo. Hanno anche più probabilità di vivere in un ambiente familiare in cui manca il lavoro e sono significativamente più a rischio di povertà, persino dopo tutti gli avanzamenti sociali intercorsi. Questi gap di genere negativi esistono nonostante le donne abbiano più probabilità di lasciare la scuola dopo gli uomini. Altri indicatori sottolineano una simile resistenza al cambiamento: a) la differenza salariale non si è ridotta nell’ultimo decennio; b) meno di un terzo dei dirigenti è donna; c) la segregazione di genere nelle professioni rimane alta; d) i lavori a basso reddito sono sempre più spesso appannaggio delle donne.

Nell’Unione europea a 15 le donne rappresentano un buon 77% di coloro che vengono classificati come lavoratori poveri.7 In molti Stati membri (Germania, Paesi Bassi, Austria e Regno Unito) il dato aumenta fino a coprire quattro lavoratori mal pagati su cinque. Le differenze retributive possono derivare da varie condizioni: salari più bassi, orari di lavoro più corti, o entrambi. Il fatto che spesso le donne lavorino part time non dà una spiegazione esauriente all’alta percentuale di presenza femminile nelle categorie economicamente meno valorizzate. Anche le donne che lavorano a tempo pieno hanno più probabilità degli uomini di trovare un lavoro peggio pagato. Pur non essendo l’unica causa della minor retribuzione delle donne, l’esplosione degli impieghi a part time non può essere ignorata. L’incremento è attribuibile in gran parte all’espansione del terziario, il cui mercato del lavoro non rispetta gli standard nel regime degli orari e nelle condizioni di lavoro. Inoltre, alcuni gruppi politici promuovono il lavoro part time per le donne come strumento per conciliare lavoro e vita familiare.

Una delle ragioni del perché le donne guadagnano meno: il part-time La percentuale di donne impiegata part time è salita dal 29% del 1992 al 33%, come riportato nella «Roadmap for Equality between Women and Men 2006-2010» del 2006. Gli uomini che lavorano part time sono in massima parte o giovani o sopra i 65 anni. La bassa percentuale globale (6,6%) è dovuta al comportamento dei lavoratori al primo impiego: solo il 4% degli uomini nella fascia d’età 25-49 e il 7% di quelli vicini alla pensione lavorano part time. Molte donne che lavorano part time sono al loro primo impiego. Il 32% delle donne nella fascia 25-49 e il 37% in quella 49-64 lavora part time.

Non è solo la retribuzione ad essere inferiore a quella dei lavoratori full time, ma anche i benefici basati sulla contribuzione, come il sistema pensionistico. Inoltre, non tutti gli impieghi offrono tali benefici.8

Il part time è un tema affrontato con sensibilità nelle scelte politiche. Eppure, la disuguaglianza del sistema resiste tenacemente. In Danimarca, dopo decenni di incoraggiamenti agli uomini affinché condividessero le responsabilità familiari, la percentuale di uomini che lavora part time (11%) è solo un terzo di quella femminile (31%), e lo stesso accade in Svezia.

Composizione delle famiglie e lavoratori poveri Il numero di lavoratori poveri è in crescita in tutta Europa e tra essi le donne rappresentano più di tre quarti. Molti dei fattori già menzionati contribuiscono ai loro scarsi guadagni: la discriminazione e la segregazione nel mercato del lavoro, bassi salari in settori quasi del tutto «femminilizzati» e orari di lavoro inferiori. Un fattore aggiuntivo che contribuisce a renderli tali è il numero di adulti disponibili al lavoro in ogni nucleo familiare. I nuclei con un solo adulto che lavora hanno un tasso di povertà più alto di quelli in cui due o più adulti lavorano. Tra questi nuclei monoreddito, uno su cinque appartiene alla categoria dei lavoratori poveri. Nei nuclei familiari con un solo genitore, il 22% rientra nei lavoratori poveri, così come il 20% delle famiglie con più di un adulto e uno o più bambini. In altre parole, la percentuale di lavoratori poveri è molto simile nelle famiglie monoreddito e con bambini. Di fronte a questi dati, i governi hanno sviluppato alcuni strumenti di politica sociale per combattere i redditi bassi, compresi i sussidi. Alcuni di questi strumenti possono accrescere le risorse delle famiglie, ma di per sé fanno poco per rispondere alla questione delle pari opportunità e di un modello sociale che garantisca autonomia, sicurezza e inclusione alle donne come agli uomini. Perché? Quando gli Stati si assumono alcune responsabilità per sostenere i redditi, fornendo sussidi ai lavoratori con i salari più bassi, essi rinunciano a fare qualcosa per modellare il mercato del lavoro. I sussidi non possono migliorare le condizioni di lavoro e specialmente i livelli salariali, e lasciano in povertà molte delle donne che lavorano. Inoltre i sussidi non rispondono alla richiesta fondamentale posta da molte donne, ossia l’accesso a orari di lavoro sufficienti per vivere.

Che fare? L’Unione europea e la maggior parte dei suoi Stati membri sono da molto tempo impegnati per favorire le pari opportunità. Sono stati fatti molti sforzi per raggiungere l’uguaglianza di uomini e donne in merito alla sicurezza, all’autonomia e all’inclusione sociale. Il progresso è impressionante. Tuttavia, c’è ancora molto da fare e per diverse ragioni. In primo luogo, pur esistendo una vasta consapevolezza dell’importanza dell’assistenza ai bambini e dei congedi parentali per qualsiasi progetto politico che intenda rendere possibili uguali opportunità di ingresso nel mondo del lavoro alle donne, non tutti i progetti sono egualmente efficaci. Gli spazi destinati alla cura dei bambini non forniscono tutti lo stesso livello di istruzione elementare e di assistenza, e dunque un pari sostegno all’effettiva partecipazione alla forza lavoro. Nessuna forma di congedo (anche retribuito) offre il medesimo supporto all’attività lavorativa dei genitori e rende fattibile l’accesso a impieghi di qualità. Nei processi di programmazione c’è dunque bisogno di una maggiore attenzione ai progetti e alle loro conseguenze, a livello nazionale come a livello europeo.

In secondo luogo, le azioni poste in essere per assicurare una sicurezza retributiva devono fare i conti con un mercato del lavoro in rapida mutazione. Il lavoro part time, ad esempio, per le donne rappresenta al tempo stesso un’opportunità e una minaccia per la sicurezza. È un’opportunità quando permette una flessibilità in grado di bilanciare le responsabilità del lavoro e quelle familiari, specialmente quando queste ultime sono più pressanti. Diventa invece una minaccia al benessere attuale e futuro delle donne quando si trasforma in un ghetto al femminile, fatto di bassi salari, senza possibilità di avanzamenti di carriera e senza speranze di poter accedere a un lavoro a tempo pieno. Pertanto, una road map della giustizia sociale dovrebbe evitare la troppo semplicistica invocazione di «tempi di lavoro più flessibili» come unico strumento in grado di facilitare le pari opportunità o raggiungere altri obiettivi.

Il part time non è comunque l’unica causa del dislivello retributivo tra uomini e donne. Esistono ancora settori occupazionali segregati e comportamenti discriminatori, nonostante siano stati bersaglio di numerose direttive della Commissione europea fin dagli anni Settanta e della gran parte delle legislazioni nazionali. Pertanto i governi non devono risparmiare le energie per modellare il mercato del lavoro e renderlo più responsabile nell’offrire pari opportunità. C’è bisogno di «stare al passo».

Questa è una sfida da cogliere, per bilanciare la speranza coltivata dai governi di più alti tassi di natalità con le garanzie di autonomia nelle scelte riproduttive. Le famiglie hanno modificato in maniera sensibile i propri comportamenti e le proprie aspirazioni in tema di figli. Per il grosso della popolazione europea sono necessari due stipendi per rimanere al di sopra della soglia di povertà, perciò persino una breve interruzione per accudire un figlio deve essere valutata con molta cautela. C’è chiaramente bisogno di un sistema educativo e di assistenza alla prima infanzia di qualità, come di congedi parentali ben concepiti, oltre che di risolvere il problema abitativo. Tuttavia, i genitori sanno che la responsabilità di un figlio è un impegno per il futuro e pertanto, prima di prendere una decisione, ricercano maggiori certezze in merito alla sicurezza economica a lungo termine. Molte delle discussioni sulla fertility agenda devono ancora dare una risposta a questi interrogativi.

L’invecchiamento della società ha posto sul tavolo una serie di questioni che riguardano l’uguaglianza. Le sfide alla sicurezza, all’autonomia e all’inclusione rimangono presenti ben oltre il pensionamento. Ogni modello sociale moderno riconosce che le «famiglie» che si occupano dei lavori di cura sono molto spesso composte da anziani coniugi che si assistono l’un altro. Essi hanno bisogno di servizi nel campo dell’aiuto domestico, degli alloggi, dell’assistenza e così via, se non si vuole che questo lavoro di cura diventi un pesante fardello e minacci la loro salute. Inoltre, le scelte e le programmazioni politiche devono essere fatte tenendo pieno conto delle possibili tensioni che possono sorgere tra gli interessi delle donne in età lavorativa e quelli degli anziani. La scelta di restare a casa e occuparsi di qualcuno, fatta da una persona in età di lavoro, non deve mettere a rischio il suo benessere futuro. Infine, le politiche destinate a offrire servizi agli anziani e ad assicurare la loro sicurezza, autonomia e inclusione sociale non devono ignorare il diritto a un impiego di qualità e, in modo particolare, a un salario ragionevole, dei lavoratori impegnati in queste occupazioni.

[1] Circa il 15% degli adulti nei paesi dell’UE a quindici fornisce un lavoro di cura a domicilio a un anziano in difficoltà o a un disabile, e la stessa percentuale si occupa di una persona che vive presso il proprio nucleo familiare. J. Alber et al., Quality of Life in Europe, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublino 2004, p. 37.

[2] C’è solo una sottile differenza tra il tasso di lavoro di cura degli over 65 (6% del campione esaminato) e quella della cosiddetta «generazione sandwich» tra i 35 e i 64 anni (7%). Alber et al., op. cit., p. 37.

[3] I servizi alle famiglie sostituiscono con un lavoro retribuito le attività in precedenza svolte gratuitamente all’interno della famiglia. I cinque servizi principali sono: l’assistenza agli anziani, le pulizie domestiche, la fornitura di pasti, la manutenzione della casa e il giardinaggio. A. Cancedda, Employment in Household Services, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublino 2001.

[4] I demografi attribuiscono il calo mondiale del tasso di natalità a tendenze secolari come la riduzione del tasso di mortalità infantile, i maggiori livelli di istruzione delle donne, l’accesso a efficaci mezzi di contraccezione.

[5] Le conclusioni, basate su dati del 2001, sono tratte da T. Fahey e Z. Spéder, Fertility and family issues in an enlarged Europe, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublino 2004, pp. 56-57.

[6] Fahey e Spéder, op. cit., p. 40.

[7] I dati sul lavoro a basso reddito sono tratti da R. Peña-Casas e M. Latta, Working Poor in the European Union, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublino 2004.

[8]Part-Time Work in Europe, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublino 2005.

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