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Una crisi lunga trent'anni: vecchi problemi e nuovi modelli di sviluppo

Written by Silvano Andriani Tuesday, 12 February 2013 17:46 Print

Da circa quindici anni prima della crisi l’economia italiana è in una situazione di semistagnazione. L’origine di buona parte dei suoi
problemi risale agli anni Ottanta: sistema politico in eterna transizione, debito pubblico doppio rispetto alla media europea, collasso del sistema delle grandi imprese. I governi della seconda Repubblica non hanno saputo garantire alcun rilancio: particolarmente negative sono state le strategie seguite per le privatizzazioni e la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Per assicurare la ripresa è necessario un diverso modello di sviluppo trainato dagli investimenti e fondato su un nuovo sistema di valori e di incentivi.

 


Se si considera la specificità negativa della situazione italiana, il dato più significativo è la dinamica della produttività totale dei fattori, che risulta sensibilmente inferiore rispetto a quella dei paesi europei più importanti. Un dato sintetico che misura la performance complessiva del sistema, la capacità di una società di guardare al suo futuro e di generare e utilizzare le risorse potenziali di cui dispone. In misura consistente questa situazione critica del sistema Italia proviene dagli anni Ottanta.

Gli anni Ottanta hanno innanzitutto portato il collasso del sistema politico e innescato la transizione infinita nella quale siamo ancora immersi. Sul piano economico hanno prodotto due situazioni che segnano in modo pesantemente negativo la struttura del sistema italiano. In primo luogo hanno generato un debito pubblico doppio rispetto alla media europea. Da circa vent’anni l’economia italiana cresce meno di quella degli altri paesi europei soprattutto in quanto, costretta a più pesanti politiche di rientro dal debito pubblico, essa presenta una minore crescita della domanda interna e quindi del prodotto lordo. Inoltre lo Stato italiano, a parità di pressione fiscale, dispone di molte meno risorse per il proprio funzionamento e questo è un handicap che si accumula anno dopo anno.

Negli anni Ottanta inoltre sono maturati la crisi e il successivo collasso di buona parte delle grandi imprese. Di fronte all’accelerazione del processo di globalizzazione, invece di concentrarsi sul business principale e internazionalizzarsi come facevano le concorrenti estere, in Italia esse si sono allargate in tutte le direzioni. Con questo non si intende sollevare dalle loro responsabilità i governi della seconda Repubblica. Anche se alcuni risultati importanti sono stati ottenuti – soprattutto per merito dei governi di centrosinistra – nel risanamento del bilancio pubblico, risultati che hanno consentito all’Italia di entrare nell’euro e di avere un sistema pensionistico sostanzialmente in equilibrio, a differenza di altri Stati europei, non si è riusciti a imprimere al paese una spinta propulsiva.

In particolare hanno pesato negativamente due strategie. Da un lato, il modo in cui sono state realizzate le privatizzazioni appare frutto più di un’adesione ai canoni dettati dai mercati finanziari che di una politica industriale che puntasse a governare la crisi delle grandi imprese favorendone il passaggio dal controllo pubblico o familiare ad assetti manageriali sostenuti da strutture finanziarie confacenti. Tutto ciò ha concorso al ridimensionamento delle grandi imprese. Dall’altro, il modo in cui è stato riorganizzato il mercato del lavoro, che ha favorito una formidabile espansione del precariato. Questa è la causa principale dello scarso aumento della produttività in quanto, consentendo una modalità “usa e getta” del lavoro, disincentiva la ricerca di tecnologie e assetti organizzativi più avanzati. La progressiva dicotomizzazione del mercato del lavoro, inoltre, comporta il rischio che i lavoratori a tempo indeterminato invecchino senza poter adeguatamente trasmettere gli skills che possiedono, il che ostacola la trasmissione delle conoscenze, punto di forza di un sistema economico avanzato. Infine, l’aumento delle disuguaglianze impedisce a una parte crescente di lavoratori di sviluppare le proprie capacità. È generale la convinzione che i principali punti di debolezza del sistema Italia siano nelle strutture che formano il tessuto connettivo del paese: il sistema delle infrastrutture, la logistica, servizi pubblici quali il sistema formativo o quello giudiziario, parti importanti della amministrazione pubblica, per non parlare del sistema politico. Il che significa che il tema della riforma del sistema politico e dell’amministrazione per restituire loro efficienza e capacità di orientare lo sviluppo del paese è l’inevitabile punto di partenza di un rilancio della crescita.

Punti di forza sono invece il livello di indebitamento delle famiglie, nettamente più basso della media, un sistema finanziario solido e sano e il settore manifatturiero. Basta dare un’occhiata all’evoluzione della bilancia dei pagamenti italiana per constatare che la sua componente attiva è l’industria manifatturiera. I dati, tuttavia, mostrano anche le ferite inferte dalle vicende degli anni Ottanta: la drastica riduzione delle quote nell’elettronica, nella chimica e anche nell’auto, attività dove registriamo un pesante passivo, in controtendenza rispetto all’Europa. In controtendenza è anche il forte passivo nei servizi, nonostante l’attivo del turismo.

L’idea, tuttavia, che ci sia semplicemente un deperimento dell’attività industriale è contraddetta da altri dati che mostrano come, soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’euro, la risposta alla crescente competizione, anche se non ha prodotto il fiorire di nuove attività, ha dato luogo a un sensibile miglioramento qualitativo di quelle esistenti: l’aumento dei prezzi all’esportazione, superiore alla media, segnala un miglioramento della qualità dei prodotti esportati; la tenuta delle quote di mercato delle produzioni più complesse, mentre diminuisce quella delle attività più semplici, segnala un miglioramento della composizione delle attività; la riduzione della quota di tute blu sul totale degli occupati segnala un innalzamento della qualità del lavoro. L’aspetto più positivo sta comunque nel fatto che, stando alle analisi basate sull’ipotesi che sia più facile per un paese avviare nuove attività che siano vicine a quelle già esistenti, la situazione dell’economia italiana appare decisamente positiva.

Il processo di riqualificazione potrebbe essere stato frenato dalla crisi economica: a partire dal 2007 si registra un netto peggioramento della bilancia dei pagamenti le cui cause rimandano a un paio di problemi strutturali. Una è l’aumento del prezzo del petrolio, che rende più pesante il deficit energetico e richiama la necessità di una politica diretta a ridurlo in tempi brevi puntando soprattutto sul risparmio. L’altra attiene al rapporto Nord-Sud. L’esito della bilancia dei pagamenti italiana è dato dal bilanciamento del forte attivo di quella del Centro-Nord con il pesante passivo di quella del Sud. Il Mezzogiorno realizza solo il 10% delle esportazioni italiane. Con la crisi probabilmente l’attivo del Centro-Nord si è fortemente ridotto, ma non è diminuito in proporzione il passivo del Sud. Del resto, se costruissimo la contabilità nazionale distinguendo le due parti dell’Italia ci accorgeremmo che il problema principale sta nella coesistenza al suo interno di Germania e Grecia.

Se si guarda al futuro appare necessario cambiare modello di sviluppo, sapendo che le politiche di risanamento finanziario non sono realistiche senza un’adeguata crescita. Questo lo affermano quasi tutti, ma le politiche di austerità imposte dalla destra in Europa comportano una depressione della domanda interna che ostacola la crescita. Si tratta invece di sostenere la domanda interna, ma cambiandone sostanzialmente la composizione in modo da ottenere un tasso di crescita adeguato a favorire il risanamento finanziario.

Lo sviluppo futuro dovrebbe essere trainato non dalla crescita dei consumi privati, ma da un formidabile flusso di investimenti diretto a far compiere un salto di qualità all’apparato produttivo e a potenziare e migliorare l’offerta di servizi pubblici e di beni comuni: messa in sicurezza e valorizzazione del territorio, infrastrutture, scuola, giustizia, ricerca, cultura, servizi alla persona. L’economia di ogni paese è composta da una parte direttamente inserita nel mercato mondiale e impegnata nella competizione e da un’altra “domestica”, perlopiù protetta. In quest’ultima parte, nello sviluppo qui ipotizzato, dovrebbe realizzarsi in larga misura l’aumento di occupazione, ma per evitare che la crescita della domanda interna generi uno squilibrio della bilancia dei pagamenti sarebbe di importanza decisiva aumentare la competitività dei settori esportatori. Come sarebbe di importanza decisiva aumentare l’efficienza dei settori protetti che influenza la competitività e le performance dell’intero sistema e le condizioni del vivere civile.

Tutto ciò comporterebbe per il paese l’abbandono di un’ottica di breve periodo. Guardare al futuro vuol dire, in termini economici, aumentare il tasso di risparmio del sistema e adottare politiche rivolte a far sì che il maggiore risparmio sia impiegato per gli investimenti desiderati. Vuol dire avere uno Stato attrezzato per realizzare una programmazione strategica dello sviluppo e determinare una confacente evoluzione dei rapporti internazionali che, nel caso dell’Italia, implica guardare con grande attenzione a realtà, come l’area del Mediterraneo e l’America Latina, in rapido e positivo mutamento e a noi vicine geograficamente o culturalmente.

Il problema della politica economica nei prossimi dieci anni è: come finanziare un tale sviluppo in presenza di un bilancio pubblico deteriorato? In questa prospettiva alcuni nodi appaiono evidenti. Innanzitutto il finanziamento dipende da come il reddito sarà distribuito tra capitale e lavoro e tra pubblico e privato. Per ottenere una distribuzione confacente occorre intervenire sui tre pilastri che determinano il modello distributivo: il sistema contrattuale, il sistema fiscale e il sistema previdenziale. Si tratterebbe di far sì che i redditi da lavoro aumentino in relazione al miglioramento delle performance per contribuire a fare in modo che la domanda delle famiglie cresca senza indebitamento e cresca anche la loro capacità di risparmio; di favorire le componenti di reddito provenienti da attività produttive e le imprese con strategie di lungo periodo; di incentivare le azioni che contribuiscono a rendere sostenibile lo sviluppo; di fissare un livello minimo alle pensioni che consenta una dignitosa sopravvivenza; di incentivare forme di risparmio finalizzato e fare in modo che esso venga utilizzato per sostenere una strategia di investimenti coerente con gli obiettivi di sviluppo; di concentrare le risorse dei bilanci pubblici sulle attività che non possono essere finanziate altrimenti e di allargare l’area dei servizi finanziati attraverso un prezzo e tramite il concorso di capitali privati.

Altro nodo è quello del mercato del lavoro. Il passaggio a un diverso modello di sviluppo implica una notevole mobilità del lavoro. Ma una mobilità, che, al contrario di quella creata in passato, metta il sistema in grado non solo di riprodurre gli skills esistenti, ma di generarne di nuovi. L’organizzazione dell’intero sistema formativo e le forme di sostegno dei redditi andrebbero orientate su questo obiettivo.

La politica industriale non potrà certo fondarsi su nuove attività imprenditoriali pubbliche sostitutive di quelle private: essa dovrebbe essere orientata invece ad allargare la base di formazione delle forze imprenditoriali e a migliorarne la qualità soprattutto nelle aree meno sviluppate. È di particolare interesse il fatto che proprio nei paesi che hanno promosso la visione neoliberista ora fiocchino le proposte di formazione di banche pubbliche, una perfino da parte del governo conservatore inglese, per finanziare gli investimenti in infrastrutture e la generazione di nuova imprenditorialità. In ogni caso sarà necessario definire un nuovo rapporto pubblico-privato allo scopo di generare risorse imprenditoriali e nuovi modelli di finanziamento degli investimenti e delle attività di welfare. In questo quadro sarebbe importante indurre la finanza ad assumere un nuovo ruolo in linea con le esigenze di sviluppo.

Ogni modello di sviluppo si basa su determinati valori. Quello ora in crisi è fondato sull’individualismo, che nel caso italiano si è sposato con la recrudescenza del familismo anche per le caratteristiche specifiche che la crescita economica ha assunto. Figure centrali erano i consumatori e i possessori di ricchezza finanziaria, come dimostrano l’andamento della distribuzione del reddito e l’aumento dell’indebitamento delle famiglie. Passare a un diverso modello di sviluppo significa cambiare il sistema di valori, puntare sulla volontà delle persone, delle imprese e della società di operare con ottica di lungo periodo, migliorando costantemente le proprie capacità e la qualità dell’ambiente circostante. Compito della politica sarebbe quello di stimolare questa rivoluzione culturale e adottare interventi che cambino sostanzialmente il sistema di incentivi.


 

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