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La politica come problema

Written by Mario Tronti Tuesday, 12 February 2013 17:25 Print

Da tempo governo e opposizioni sono alla ricerca di possibili soluzioni per arginare e superare la crisi economica; tuttavia, non sembrano cogliere l’occasione di cambiamento che essa porta con sé. È una crisi anzitutto strutturale, che impone di guardare oltre l’emergenza e tornare a fare politica.

 


Una questione si fa problema quando cerca una soluzione e non la trova. È questa la condizione attuale della politica. C’è una questione politica, sovrastante tutto il resto. È in campo da decenni. Ma il passaggio di crisi economico-finanziaria l’ha messa a nudo. Adesso la possiamo vedere senza occhiali ideologici. Non c’è chi comanda. E la politica è comando sui processi. Quando i processi si autogovernano è come quando si autogovernano i cittadini: ogni cosa va per suo conto. E quando ogni cosa va per suo conto, tutto va allo sbaraglio. Nessuno controlla più niente. A un certo punto i meccanismi si inceppano. E tutti a chiedersi: «Ma come è potuto succedere?». E ognuno a rimandare all’altro l’accusa di non avere previsto. E – questa è poi la cosa più impressionante – nessuno sa come uscirne. Se vogliamo smitizzare il momento, e renderci autonomi dalla narrazione corrente, è necessario fare emergere il punto di verità: all’origine della crisi strutturale dei meccanismi di sistema c’è, irrisolta, la questione politica.

Parliamo tutti in prosa senza saperlo. È la prosa delle leggi economiche. Altro che politichese! Si può introdurre il neologismo “economichese”? Siamo tutti lì, appesi, ricchi borghesi benestanti e precariato intellettuale sottoproletario, all’altalena quotidiana delle borse, al divario crescente dello spread, alle cifre di entrate e uscite, di costi e ricavi, di uscita dal debito ed entrata nella crescita. A pensare ereticamente si esce dal coro, ma forse si indovina la musica giusta. Comincio a pensare che sia stato un errore strategico quello del movimento operaio di intrappolarsi, con il Vulgärmarxismus, dentro la “critica dell’economia politica”. Non se ne esce. Non se ne è usciti. Né per mettere efficacemente sotto critica l’ordine del mondo. Né, tanto meno, per costruire un ordine nuovo. Ci si è messi piuttosto, in un modo risultato alla fine subalterno, dentro l’immane processo storico di economicizzazione dei mondi vitali e di spoliticizzazione dell’esistenza umana. Questo non è il “moderno”, come molte pulsioni antimoderne hanno voluto sottolineare. Questo è il capitalismo moderno. È l’occupazione, militare, della modernità da parte dell’economia capitalistica. Alla fine della storia, il Leviatano è venuto avanti non come Stato politico, ma come meccanismo sistemico di produzione, circolazione, scambio, consumo e in conclusione come dittatura del denaro, democraticamente accettata. Si dice che le crisi sono occasioni per far ripartire la macchina. Giusto. E se fossero anche occasioni per far ripartire un discorso, di fondo, sulla macchina?

Per almeno tre decenni abbiamo vissuto sotto l’egemonia di questo schema di ragionamento: da un lato, un modello economico trionfante, perché finalmente libero dai lacci e lacciuoli della politica, in grado di provvedere da solo ai suoi bisogni di sviluppo indeterminato; dall’altro lato, di conseguenza, l’inutilità e l’impraticabilità di qualsiasi altro modello: quello esterno, socialista, essendo fallito; quello interno, di sinistra, essendosi estinto. Per quanti anni abbiamo guardato al di là dell’Atlantico come all’economia che senza politica prosperava, a differenza dell’Europa che con la politica decadeva? Le guerre di Bush venivano lette come un incidente di percorso, estraneo alla logica di sistema, mentre erano la dimostrazione più realistica di quella logica, dove la politica, come guerra, è la continuazione dell’economia. Tanto è vero che non vengono affatto dismesse dalla presidenza democratica, semmai solo umanitariamente offerte alle primavere dei popoli. Si dice di poteri assoluti che non sono sottoposti al consenso e al controllo popolari. L’economia, e oggi l’economia a centralità finanziaria, è il potere dei poteri. Le sue istituzioni, sovranazionali, svolgono le funzioni di monarchie pre- e postcostituzionali. Le borse decidono se i governi devono cadere o rimanere in carica. Potentati particolari, agenzie di rating, private, danno i voti all’agire pubblico degli Stati-nazione. E tutto questo viene percepito come “normale”. L’eccezionalismo è nella politica. È causa di tutti i mali perché costa troppo. Ma non sarà che è causa di tutti i mali perché non conta niente? Insomma, bisognerebbe dire che se non si passa a risanare la voragine del deficit di politica, le cose non si aggiusteranno, per quel poco che si possono aggiustare in un siffatto mondo squilibrato. L’Europa: un esempio di prova a posteriori della sua non-esistenza. Anche qui la crisi viene da lontano. E il buco di bilancio politico risulta ormai di dimensioni allarmanti. Si è voluto partire dalla messa in comune dei beni, anzi del controllo sui beni comuni. Si è partiti dal carbone e dall’acciaio. Poi è venuto il mercato comune – l’Unione economica, con tanto di moneta unica – nell’illusione che tutto questo avrebbe automaticamente trascinato l’unità politica. Un progetto da cattivo materialismo storico. Prima la struttura, quindi la sovrastruttura, come l’intendenza, seguirà. Non è affatto vero. Non funzionano così i grandi processi storici. Forse così funzionano i piccoli aggiustamenti. Le nazioni, per sorgere, si sono fatte Stato. Certo che hanno unificato il mercato interno, hanno battuto moneta, con tanto di Banca centrale, ma con un’operazione politica. I popoli moderni non esistono prima degli Stati moderni. Le popolazioni antiche, tra miti, tradizioni, etnie, appartenenze religiose, non hanno nulla a che fare con il concetto politico di popolo, che la modernità ci ha consegnato. Esisteva un popolo italiano prima dell’Unità d’Italia? Politicamente, no. Rischia di non sopravvivere se non si conserva gelosamente la forma dello Stato unitario. Con le riforme dovute: ma il federalismo, se vuole essere una cosa seria, deve essere, come è nelle grandi nazioni, una organizzazione più efficace e più efficiente della macchina statale.

Bisognava fondare un popolo europeo. Processo storico, anche questo. Preso da lontano, condotto con forza, abilità e perseveranza. Dopo la carneficina delle guerre civili europee, i grandi politici europeisti l’avevano capito. Non hanno avuto eredi. È vero che il livello della storia si è subito abbassato dagli anni Cinquanta in poi e la guerra fredda ha spezzato le ali al volo europeo. È vero soprattutto che la costruzione dell’Europa è stata stravolta poi dalla coincidenza con gli ultimi “trent’anni ingloriosi” di privatizzazione neoliberista e di globalizzazione selvaggia. Ma si sarebbe potuto fare di più, se solo l’Europa avesse continuato a produrre le sue tradizionali élite politiche. Questo non è stato. E siamo ancora lì a chiederci perché. Sono mancate classi dirigenti all’altezza del compito. È incredibile questa produzione recente di personale puramente amministrativo, gestori della moneta, funzionari dei mercati, personalità “flessibili”, riciclabili con facilità dal government alle corporations. Non solo non si va lontano; come stiamo vedendo non ci si muove affatto. Senza élite politiche i processi storici non camminano. Spettava alla sinistra europea, erede del movimento operaio, darsi la missione di raccogliere le bandiere, lasciate cadere, dell’Europa politica. Di missione si tratta, o se volete di mito politico, perché Stato e popolo europei sono una blochiana utopia concreta. Ben conosciamo le oscure corpose opacità che una storia di lunga durata ha depositato sul terreno dei singoli Stati e dei singoli popoli. Rimuoverle è un lavoro da giganti. Ma impegnarsi in quell’opera farebbe finalmente emergere un “soggetto”, quel grande individuo collettivo, libero e autonomo, di cui si sente un lancinante bisogno nelle sempre più mediocri contingenze quotidiane.

Sulla vicenda italiana, viene la tentazione di rovesciare il motto di Spinoza: non c’è da comprendere, c’è solo o da ridere o da piangere. C’è un mutamento in atto, di quadro politico e di prospettive operative, anche di governo. Ma il problema rimane. Come si sia arrivati a questo degrado è abbastanza chiaro. Quasi tutto è stato detto, su questa malattia, apparentemente inguaribile e con conseguente epidemia antipolitica, che è stata ed è la cosiddetta seconda Repubblica. Le colpe, con gradi molto diversi di responsabilità, sono comunque da distribuire. Con quale forma, e quale riforma, anche di sistema, mettere fine a questa stagione è il tema all’ordine del giorno, su cui occorrerebbe chiamare a raccolta, non per chiacchierare ma per decidere, le migliori energie del paese. Il problema non è che manca la coesione sociale. Il problema è che manca l’alternativa politica. Se è vero, come è vero, che c’è stato un crollo di credibilità internazionale del paese-Italia, più o meno recuperato, allora va unificato il discorso sul passaggio di crisi economico-finanziaria e sull’intera transizione politica, che lo ha provocato. Si farebbe un decisivo passo avanti se comparissero, netti ed evidenti, in un corretto schema bipolare, due complessive letture della fase e due possibili vie di uscita. Se si rimane dentro l’immediata emergenza dei conti pubblici che non tornano, le ricette tendono necessariamente a somigliarsi. E non si fa chiarezza. Perché non si fa politica. Il governo e la coalizione di centrodestra hanno fatto malissimo sulla manovra, anzi sulle manovre. Dubito che un governo e una coalizione di centrosinistra avrebbero fatto, in queste condizioni, benissimo. E i governi tecnici è vero che, essendo politicamente irresponsabili, possono diventare socialmente punitivi. L’hanno dimostrato nell’approntare e nel realizzare i dettati della loro Agenda. È l’intera filosofi a di gestione della cosa pubblica, è il complessivo funzionamento degli assetti istituzionali, è l’attuale forma di raccolta del consenso, è la presente selezione, inquinata, delle classi dirigenti, insomma è un progetto di riabilitazione della politica, che va affrontato, accanto al risanamento di bilancio. Solo così si può provocare e non semplicemente evocare, una mobilitazione attiva, dal basso, a favore di un comune sforzo per uscire dalla stessa immediata emergenza.

Ecco: a che punto sono la protesta, la contestazione, la rivolta, qualcuno dice, il tumulto? Il disagio c’è, forte, diffuso, è un disagio in prima istanza sociale. Si inscrive sull’intero campo di quello che si chiama il mondo del lavoro, da quello dipendente a quello autonomo, dagli operai ai ceti medi, dai manovali agli intellettuali. C’è una generazione (anzi ormai più di una generazione, dai ventenni ai quarantenni) espulsa dal contesto produttivo: uno spreco di risorse umane che impoverisce il paese. C’è una forma nuova di emarginazione, non caratterizzata, come un tempo, dalla miseria solo perché vive sulle spalle delle generazioni precedenti, che si erano conquistate con le lotte redditi e diritti, ma definita piuttosto da una frustrazione mentale, vicina alla nevrosi. Perché non ci si può sentire inutili a trent’anni senza pagare un costo anche psicologico. C’è una figura nuova di sottoproletario che è il lavoratore precario. Non si erano mai visti in giro per il mondo emarginati sociali con tanto di dottorato di ricerca. E la causa di questo non è la crisi di sistema, la causa è la logica di sistema. Oggi siamo accecati dai bagliori della crisi, ma non è che le cose, almeno in questo campo, andassero molto meglio quando si decantava lo sviluppo infinito. La crisi aggrava condizioni già compromesse. E magari fa aprire gli occhi a chi fin qui ha visto poco. Il punto però è questo: che cosa si aspetta, che cos’altro deve accadere, per mettere in campo un processo di unificazione di questo mondo del lavoro sottoposto a questo disagio di civiltà, crescente e galoppante, dallo sviluppo alla crisi? La materia c’è, manca la forma. Manca l’atto di presentazione di un progetto che si proponga di dare figura politica non a un universo che sta insieme da solo, bensì a un “multi verso” che deve essere messo e tenuto insieme e totalmente mobilitato, in una parola, la più eloquente di tutte, “organizzato”. O dobbiamo metterci in coda ai movimenti, scendere in piazza con gli indignati, salire sulle navi dei pirati, e quant’altro ci offrirà la creatività generosa, bisogna dire, delle persone che, colpite, sentono la necessità di rispondere ai colpi. E, lasciate sole, a volte, purtroppo, sbagliano bersaglio.

Coalizione sociale del lavoro/coalizione politica della sinistra: il campo delle alleanze a questo punto si apre, perché emerge una forza e si fa concreta una prospettiva. Abbiamo detto: riabilitazione della politica, come capacità di direzione dei processi e di orientamento delle opinioni. La via passa di qui, soprattutto forse da qui. Far vedere che c’è un’idea e c’è una soggettività che la porta. La contingenza è sempre anche un’occasione. Saperla cogliere identifica appunto quel soggetto, cioè quella forza in campo, al di là della contingenza stessa, per il tempo che viene dopo, radicando la sua presenza, dalla politica, nella storia.


 

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