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Pensare e costruire l'Italia

Written by Massimo Bray Tuesday, 12 February 2013 13:07 Print

L’imminente appuntamento elettorale apre una pagina nuova della storia d’Italia. Chi si troverà a governare nei prossimi cinque anni avrà di fronte a sé il compito immane di ricostruire dalle fondamenta la vita politica di questo paese e riannodare i fili del suo tessuto economico e sociale.


L’imminente appuntamento elettorale apre una pagina nuova della storia d’Italia. Chi si troverà a governare nei prossimi cinque anni avrà di fronte a sé il compito immane di ricostruire dalle fondamenta la vita politica di questo paese e riannodare i fili del suo tessuto economico e sociale. Venti anni di berlusconismo si lasciano alle spalle uno scenario di macerie: previsioni di crescita del PIL di segno negativo, disoccupazione elevatissima, soprattutto fra i più giovani e fra le donne, diseguaglianze economiche intollerabili e crescenti, povertà vecchie e nuove, conti pubblici insostenibili, discredito internazionale, crisi del welfare, compromissione della tenuta dei pilastri su cui ogni economia matura costruisce il suo futuro: scuola, università e ricerca. L’eredità più grande che la fase storica che si sta chiudendo ci lascia è proprio l’incertezza sul futuro, la mancanza di risposte credibili ai tanti problemi che questo paese già aveva e che la crisi ha acuito.

Sono risposte che solo la politica può dare. Dopo anni in cui il dominio dell’economia si è accompagnato all’antipolitica, al disprezzo verso le istituzioni nazionali e internazionali, in cui ha prevalso un arroccamento conservatore dettato dal prevalere dell’egoismo e della paura sulla speranza e sul coraggio, emerge ora un bisogno forte di politica, un bisogno di risposte credibili e allo stesso tempo ambiziose. Nel riuscire a dare una risposta alla crisi economica, ma anche sociale e culturale che abbiamo di fronte, sta la grande sfida che attende il Partito Democratico.

Da dove cominciare? Eguaglianza, lavoro e cultura possono essere i tre pilastri su cui costruire una grande prospettiva di cambiamento; i punti di partenza dai quali muovere per individuare l’orizzonte strategico del PD. La valorizzazione di questi tre elementi-cardine è la condizione per dare respiro al nostro progetto, per parlare alle nuove generazioni e costruire davvero un grande partito che vada oltre le ragioni contingenti della sfida con la destra.

Tema centrale in questo percorso è quello dell’eguaglianza: lo sviluppo diseguale e incontrollato degli ultimi anni ha generato infatti diseguaglianze crescenti e ormai intollerabili, che costituiscono non solo una condizione moralmente insopportabile e una minaccia alla coesione sociale, ma anche un ostacolo alla crescita economica, poiché, concentrando la ricchezza in poche mani, frenano i consumi. Su questo fronte è necessario mettere in campo azioni destinate da un lato a garantire l’eguaglianza delle opportunità, dall’altro a colmare le diseguaglianze nelle condizioni di partenza. Occorrono quindi nuove politiche di welfare, nuove strategie di lotta alla povertà e all’esclusione, che siano in grado di ispirarsi egualmente ai valori della giustizia sociale e della promozione delle qualità individuali.

Strettamente connessa al tema della lotta alle diseguaglianze è la sfida che riguarda il lavoro; una sfida che richiede tanto misure per la creazione di nuova occupazione quanto interventi mirati a restituire dignità a questa fondamentale attività umana. Nel caso dell’Italia, l’ampliamento della forbice dei redditi si è accompagnato infatti allo svilimento del lavoro, alla mortificazione delle competenze che in esso si incarnano, alla caduta delle retribuzioni reali, della produttività del lavoro e della competitività dell’economia. Anche perché, in una società che offre pochissime opportunità di promozione sociale e dove il lavoro viene svalorizzato e retribuito in modo inadeguato, vengono meno gli stimoli a competere, a valorizzare i talenti e le qualità di ciascuno.

Se il PD saprà mettere al centro del dibattito politico il lavoro in quanto momento principale del vivere democratico, potrà restituire a ogni cittadino la giusta speranza di essere realmente eguale agli altri di fronte alle sfide del domani. Perché il lavoro è la precondizione per progettare la propria vita, sognare e provare a rendere realizzabili i propri sogni. E chissà che questa scelta forte e convinta non dimostri tutto il buon senso di chi ha compreso che, solo così facendo, si potrà ricreare quel clima di fiducia tra cittadini e legislatori, fra cittadini e governanti, ma soprattutto fra cittadini e cittadini che è l’essenza della speranza nel futuro che ognuno di noi deve poter legittimamente avere. Si potrebbe così raccontare una storia differente da quella delle promesse mai mantenute, dell’interesse privato che prevale sulla tutela dei beni comuni, della furbizia che vince sulla lealtà, della voglia di cancellare il passato come forma di disattenzione prima culturale e poi civile verso un bene inestimabile come la memoria collettiva.

Se così fosse avremmo un obiettivo e una speranza in cui credere e sapremmo quali sacrifici bisogna affrontare e perché e fino a quando; per dire ai nostri figli che non tutto è perduto, e ai nostri padri che non sono colpevoli di aver creato soltanto la situazione disastrosa in cui viviamo.

Se così fosse, potremmo dire che non è questo il modo e il mondo in cui dovremo vivere per sempre, né quello che vogliamo lasciare. Se così fosse, potremmo rivendicare il diritto a non perseguire come unica opzione possibile quella di uno sviluppo fine a se stesso; perché non crediamo nelle false promesse di un neoliberismo senza regole che ha favorito ogni arricchimento, lecito e illecito, ma vogliamo finalmente riprenderci i luoghi della cittadinanza e le forme condivise della costruzione dei beni comuni.

La terza priorità a cui guardare è la cultura, la cultura di un paese che crede nella sua storia, nella valorizzazione del suo patrimonio storico e artistico e che investe per fare in modo che essa divenga un vero volano della crescita. La cultura deve avere la possibilità di riappropriarsi del suo ruolo centrale e della necessaria considerazione, riacquistando così la capacità di influenzare idee politiche, sociali ed economiche. Produrre cultura significa ricostruire un sistema di formazione – scolastico e universitario – che versa oggi in uno stato disastroso. La cultura deve essere allora il collante di un paese capace di sperimentare, di innovare sia i modi della convivenza civile che quelli del fare politica.

La possibilità di vincere le elezioni e avere la responsabilità di governare deve essere, dunque, l’occasione per un grande cambiamento. L’occasione per riforme coraggiose, tanto più necessarie in un paese come il nostro, da troppi anni bloccato, incapace di sprigionare pienamente le sue potenzialità e liberare le sue energie. C’è tanta vitalità in quella parte del mondo della ricerca, della cultura, del lavoro e dell’impresa che sfida senza timori e con successo le prove a cui è chiamato.

In questi anni non abbiamo mai smesso di interrogarci su come stava cambiando, sovente in peggio, il profilo interno e internazionale dell’Italia; di raccontare i suoi problemi e le tante facce della sua crisi. Abbiamo provato, attraverso le riflessioni dei nostri autori, ad analizzare nel dettaglio ogni questione, affrontandola dai più diversi (spesso distanti) punti di vista, convinti che la diversità e la molteplicità delle proposte in campo fossero un arricchimento per chi avrebbe usato queste riflessioni per farsi una sua idea di come risolvere i problemi. È un patrimonio di analisi e proposte che riteniamo prezioso e che, ora più che mai, pensiamo possa essere utile nel tentativo di disegnare un futuro migliore per il paese. Per questo abbiamo voluto, in un momento così delicato, riproporre all’attenzione del lettore, in una versione rivista e aggiornata dagli autori, alcune delle riflessioni più valide apparse su queste pagine negli ultimi due anni.

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