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Europa 2013. Un nuovo inizio?

Written by Giuliano Amato Friday, 11 January 2013 11:00 Print

Fare il punto sull’Europa alla fine del 2012 induce a valutazioni diverse da quelle che facevamo nei suoi primi mesi. Dominavano allora sentimenti di incertezza, incertezza sulla forza di quanto si stava facendo per restaurare la necessaria fiducia nell’euro e nei titoli pubblici dei paesi più indebitati e incertezza sulle prospettive future, tracciate in modo confuso e poi ripetutamente negate da rallentamenti e ripensamenti.

Le cose hanno cominciato a cambiare quando Mario Draghi è riuscito a imporre alla sua Banca centrale europea l’impegno a interventi “illimitati” in difesa dell’euro. E per quanto l’impegno sia stato poi collegato all’operatività del Meccanismo europeo di stabilità e alle connesse condizionalità nei confronti degli Stati membri che aprissero la falla, i mercati hanno capito che qualcosa era cambiato, che l’euro non era più così fragile come alcuni forse avevano sperato. Tanto più che, poco dopo, la Germania ha finalmente messo da parte il desiderio (più volte irresponsabilmente espresso anche da sedi istituzionali) di sbattere fuori dall’eurozona la Grecia ed eventualmente anche altri.

Il cammino positivo è proseguito con la road map «verso una genuina unione economica e monetaria», inizialmente presentata dal presidente del Consiglio europeo a nome anche dei presidenti della Commissione, dell’Eurogruppo e della stessa Banca centrale. È un cammino che ha dato la sensazione di interrompersi a metà del suo breve percorso, quando è sembrato che buona parte dei passi previsti nella road map sfumassero verso un indefinito futuro. Ma il Consiglio europeo di metà dicembre l’ha ripresa e le ha dato tempi che, se verranno rispettati, daranno vita a qualcosa di significativamente innovativo.

Tutti sanno ormai di che cosa si tratta. La prevista unione bancaria sta prendendo corpo in tutti i suoi elementi. Ci sarà la vigilanza europea soltanto sulle banche di maggiori dimensioni, ma la BCE potrà avocare qualsiasi altra vicenda di interesse sovranazionale (secondo il modello dell’antitrust, suggerito da più parti per trovare un condiviso equilibrio con i difensori della vigilanza nazionale). Ritornano inoltre dal futuro in cui sembravano già accantonati il fondo per il fallimento (resolution) delle banche e quello per la garanzia dei depositi. Il Consiglio europeo ha dato tempi stretti per entrambi i temi, chiedendo alla Commissione di presentare al più presto le proposte di direttiva e ai “co-legislatori” di adottarle entrambe entro giugno 2013. Si vuole che tutto sia pronto al più presto, per realizzare così le condizioni previste al fine di consentire al Meccanismo di stabilità di finanziare direttamente le banche che ne abbiano bisogno, sciogliendo così il nodo perverso che aggancia le banche stesse al debito pubblico dei rispettivi paesi.

Questi sono passi reali e sarebbe difficile spiegare la calma con la quale i mercati hanno accolto la notizia della fine anticipata del governo Monti in Italia lo scorso dicembre al di fuori della nuova cornice europea che essi hanno cominciato a disegnare. L’Europa dell’euro sta prendendo corpo, c’è ormai ben più di quel mero metodo di coordinamento aperto fra le politiche nazionali al quale la si era inizialmente affidata e che si è sfaldato come un muro di cartone alle prime folate di vento forte. Del resto, sullo stesso terreno delle politiche di bilancio, fra Six-Pack, Fiscal Compact e Two-Pack (orribili formule, il cui significato gli stessi addetti ai lavori fanno forse fatica a ricordare) siamo ormai al coordinamento ex ante, all’obbligo di rispettare le proposte della Commissione contro quelle che essa considera devianze, all’obbligo di sottoporre a vaglio comune gli investimenti, le emissioni, le riforme previste per l’imminente futuro. Non è, sotto quest’ultimo profilo, l’Europa che a chi scrive piace di più, giacché si esprime in essa un intestardito irrigidimento del coordinamento intergovernativo in luogo del ben più efficace rafforzamento delle competenze economiche e fiscali del livello sovranazionale, suggerito sin dai tempi del Trattato di Maastricht e allora sciaguratamente scartato. Ed è un irrigidimento che raggela le responsabilità nazionali in materia di bilancio, non contiene le politiche necessarie a compensare l’austerità con la crescita, costringe a inseguire la legittimazione democratica di quel che si fa in sede europea affidandola più ai Parlamenti nazionali che non al Parlamento europeo.

Eppure, anche di un’Europa più federalizzata cominciano a emergere i segni. Il più significativo è nella stessa road map per una genuina unione economica monetaria, così come messa a punto, prima del Consiglio europeo di dicembre, dal presidente Van Rompuy. Vi si parla infatti diuna “fiscal capacity” da attribuire al livello europeo, per contrastare gli eventuali shock asimmetrici e favorire le riforme pro-crescita nei paesi deboli, esattamente ciò che era stato suggerito ai tempi di Maastricht e a cui allora si rinunciò in nome del coordinamento intergovernativo. Sarà, se ci sarà, un’innovazione forte (non a caso il Consiglio europeo non la menziona nelle sue conclusioni) e non a caso già ora se ne prospettano versioni riduttive e perciò inaccettabili, come quella di limitarla a interventi per pagare i sussidi di disoccupazione.

Ma intanto prende corpo il disegno di relazioni contrattuali da costruire tra singoli Stati membri e il livello europeo per l’adozione negli Stati stessi di riforme e azioni pro-competitività e pro-crescita, sul fondamento delle quali potranno esservi – è lo stesso Consiglio europeo a dirlo – meccanismi di solidarietà. Non sarà l’Europa federalizzata, ma il superamento dell’intergovernativismo passa anche da qui e non è il caso di lamentarsi se, per farlo, si usano linee più curve che rette. E se in questo modo si arrivasse al fondo comune dei debiti sovrani eccedenti il 60% del PIL (quel redemption fund proposto dagli stessi consiglieri economici del cancelliere tedesco e ora ripreso dai recentissimi blueprint della Commissione), accoppiato per di più alla emissione di titoli comuni sia pure a breve (i cosiddetti eurobill ), l’Europa avrebbe davvero una nuova fisionomia.

Una fisionomia tanto nuova da imporre all’attenzione, come ha preso infatti ad accadere, questioni cruciali di squisito ordine politico-costituzionale: il rapporto fra l’Unione europea e l’eurozona – giacché le innovazioni sin qui descritte saranno quasi tutte aperte agli stessi Stati fuori dall’euro, ma di sicuro ne usciranno due diverse appartenenze – e, in questo stesso contesto, la inevitabile federalizzazione di una forma di governo europea, che ha ora tutte le ambivalenze di un assetto a metà strada fra l’organizzazione internazionale e quella invece statuale. Il che, sul piano del rapporto con gli elettori e delle conseguenti sedi e catene della responsabilità politica, ha implicazioni tutte da costruire.

Fino a non molto tempo fa questi ultimi erano temi da nostalgici di Ventotene. Oggi sono temi attuali e il progredire della road map li renderà presto ineludibili. Insomma, quello in corso in Europa è davvero un nuovo inizio.

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