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L'America ha votato ma non ha ancora un governo

Written by Sergio Fabbrini Friday, 30 November 2012 16:49 Print

Il sistema americano di separazione dei poteri prevede istituzioni che non necessitano della fiducia reciproca per operare e i cui rappresentanti sono costretti a collaborare per poter governare. In questo quadro, il voto alle elezioni presidenziali e congressuali dello scorso 6 novembre ha fatto emergere un governo diviso fra un presidente democratico, una Camera a maggioranza repubblicana e un Senato in cui, pur in presenza di una maggioranza democratica, i repubblicani possono bloccare ogni proposta di legge indesiderata. Dato questo scenario problematico, chi governerà l’America fino al 2014?

Le elezioni americane del 6 novembre 2012 non hanno dato vita a un governo, ma hanno confermato la situazione di stallo esistente tra le istituzioni separate del governo. Contrariamente ai sistemi parlamentari, il sistema americano di separazione dei poteri non prevede un governo inteso come istituzione autorizzata a prendere l’ultima decisione. Negli Stati Uniti si governa attraverso istituzioni separate (il presidente, la Camera dei rappresentanti e il Senato) che condividono lo stesso potere. Queste istituzioni sono separate perché vengono scelte da elettorati diversi, restano in carica tempi diversi (quattro anni il presidente, due la Camera e sei il Senato) e, soprattutto, non hanno bisogno della fiducia reciproca per operare. Poiché nessuna istituzione può sfiduciare le altre, i loro rappresentanti devono trovare il modo di accordarsi per poter governare. Certamente in alcuni ambiti (come la politica estera) è stata riconosciuta una preminenza al presidente, mentre in altri (come la politica di bilancio) essa è stata riconosciuta al Congresso. Fatto sta, comunque, che si tratta di preminenza, non già di predominanza.

Ora, i risultati delle elezioni del 6 novembre rendono altamente incerta la collaborazione tra queste istituzioni. Dalle elezioni, infatti, è emerso un governo diviso, con un presidente democratico, una Camera solida mente repubblicana e un Senato che, seppure a maggioranza democratica, non consente a quest’ultima di controllarne l’agenda. In Senato vale la regola della supermaggioranza di 60 (su 100 senatori), non già quella di 51. Tale regola, o convenzione procedurale, è garantita dalla possibilità del filibustering, in virtù del quale una minoranza (appunto) di 41 senatori può bloccare ogni deliberazione su una proposta di legge indesiderata. Per di più, se si considera che la maggioranza repubblicana della Camera è inequivocabilmente egemonizzata al proprio interno dagli esponenti del Tea Party, allora è plausibile concludere che il presidente Obama non avrà vita facile (come non l’ha avuta negli ultimi due anni). Naturalmente, i repubblicani non potranno più giustificare il loro radicalismo con la necessità di non fare rieleggere Obama. Tuttavia, dietro il radicalismo dei rappresentanti e senatori del Tea Party vi sono enormi interessi, gli stessi interessi che il presidente Obama aveva cercato di ridimensionare (con la riforma sanitaria, con la regolamentazione di Wall Street, con le politiche di sostegno all’innovazione o di protezione dei consumatori e dell’ambiente) e che certamente continueranno la loro opposizione. Dunque (se si tiene presente che le elezioni della Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato si svolgono ogni due anni): chi governerà l’America fino al 2014?

 

LE ELEZIONI PRESIDENZIALI

Il presidente Obama è stato rieletto per un secondo mandato, nonostante il calo della partecipazione elettorale, che è stata del 57,5% rispetto al 62,4% del 2008 e al 60,4% del 2004. Sebbene Barack H. Obama non sia riuscito a mobilitare una quota significativa dell’elettorato che lo aveva portato al successo quattro anni fa, la sua distanza dal candidato repubblicano rivale, Mitt Romney, è stata importante. Innanzitutto sul piano dei voti dei grandi elettori (che è ciò che conta): su 538 grandi elettori, Obama ha ottenuto 332 voti e Romney 206. Nel 2008, però, Obama aveva ottenuto 366 voti dei grandi elettori, mentre il suo rivale repubblicano di allora, John McCain, ne aveva ottenuti appena 173. Ciò che ha fatto la differenza è stata la partecipazione differenziata degli elettori. Obama ha avuto il sostegno schiacciante delle minoranze, a cominciare da quella più in crescita sul piano demografico, i cosiddetti “Hispanics”: il 71% di questi ultimi ha votato per Obama, mentre solamente il 27% per Romney. Naturalmente, il sostegno per Obama è stato schiacciante tra gli afroamericani (93%). Se Romney ha avuto il sostegno del 59% degli elettori bianchi (contro il 39% del suo rivale), il voto femminile è andato in larga misura a Obama (il 55% contro il 44% del suo rivale), che ha anche ottenuto il sostegno schiacciante dei giovani tra i 18 e i 29 anni (il 60% contro il 37% per Romney), mentre Romney ha conquistato il 56% dei voti di coloro che hanno oltre i 65 anni (e solamente il 44% di loro ha sostenuto Obama).

Infine, anche sul piano delle condizioni economiche, i due candidati hanno rappresentato le due parti del paese: Obama ha ottenuto il sostegno del 60% (e Romney del 38%) degli elettori con un reddito inferiore ai 50.000 dollari, mentre la situazione si è rovesciata tra gli elettori con un reddito superiore ai 50.000 dollari: il 53% di questi ultimi ha sostenuto Romney e solamente il 45% Obama. Infine, come era già avvenuto nelle elezioni del 2008, Obama ha ottenuto il sostegno degli Stati dell’Ovest (California, Oregon, Washington e Nevada) e degli Stati del Nord-Est (dal Minnesota alla Virginia) e anche (forse inaspettatamente) di due Stati cerniera come il Colorado e il New Mexico. Tutti gli altri Stati del Sud (la vecchia Confederazione) e delle grandi pianure del Centro continuano a rimanere saldamente repubblicani. Le elezioni presidenziali forniscono una radiografi a nazionale abbastanza chiara dei due principali partiti: i repubblicani sono il partito degli elettori bianchi, maschi, anziani e ricchi, mentre i democratici sono il partito delle minoranze, delle donne, dei giovani e dei ceti medio-bassi. I primi rappresentano gli Stati rurali e del Sud, mentre i secondi quelli industriali del Nord-Est e delle nuove tecnologie dell’Ovest.

 

LE ELEZIONI CONGRESSUALI

È più difficile ricavare indicazioni nazionali dalle elezioni dei 435 membri della Camera dei rappresentanti e dei 33 senatori (oltre che dalle elezioni che si sono tenute per i governatorati e gli organi legislativi di diversi Stati). Queste elezioni forniscono informazioni sugli specifici contesti locali o sulle caratteristiche dei singoli candidati che non sono sempre generalizzabili. Tuttavia, alcune indicazioni sono emerse con chiarezza. Innanzitutto, alla Camera dei rappresentanti i repubblicani hanno sostanzialmente conservato l’ampia maggioranza che avevano conquistato nelle elezioni di metà mandato del 2010, passando da 242 a 233 membri (su 435). I democratici hanno conquistato alcuni nuovi seggi, ma si tratta di poca cosa. Peraltro, la mappa elettorale mostra una certa sovrapposizione geografica tra le elezioni per la Camera e quelle presidenziali: i risultati delle prime tendono a replicare quelli delle seconde. Allo stesso tempo, è cambiato poco anche al Senato. I democratici hanno conquistato uno o due seggi in più (rispetto ai 53 seggi su 100 che detenevano dopo le elezioni di metà mandato del 2010), mentre i repubblicani ne hanno uno o due in meno rispetto a quelle elezioni. In questo caso, la geografi a con le elezioni presidenziali non coincide perfettamente, in quanto i democratici hanno conquistato seggi senatoriali in quasi tutti gli Stati del Nord (e non solo in quelli del Nord-Est), mentre i repubblicani hanno mantenuto il loro predominio negli Stati del Centro-Sud.

Ciò detto, le elezioni del Congresso ci dicono alcune cose importanti sulla trasformazione della politica elettorale americana. E cioè che i seggi cosiddetti “competitivi” o “aperti” (il cui esito è incerto) sono nei fatti scomparsi. Le elezioni tendono a confermare gli incumbents, i rappresentanti in carica, nonostante l’andamento delle elezioni presidenziali. Per due ragioni. La prima riguarda il cosiddetto redistricting. Ogni dieci anni, sulla base del censimento della popolazione, gli organi legislativi statali sono autorizzati a ridisegnare i distretti elettorali, così da riflettere gli spostamenti e gli andamenti della popolazione. In realtà, questa opportunità è stata utilizzata dalle maggioranze degli organi legislativi statali per disegnare distretti favorevoli agli incumbents, garantendo che essi corrano in aree con elettorati prevedibili. La seconda riguarda i finanziamenti delle campagne elettorali. I gruppi d’interesse, le lobbies, le corporations, la galassia dell’associazionismo forniscono fondi principalmente agli incumbents. Nelle elezioni del 2012 il costo per essere eletti a un seggio della Camera è oscillato tra i quasi 6 milioni di dollari (Distretto 22 della Florida) e gli oltre 20 milioni di dollari (Distretto 6 del Minnesota), mentre il costo per essere eletto al Senato è oscillato tra i quasi 18 milioni di dollari (in Wisconsin) e gli oltre 65 milioni di dollari (in Massachusetts). In particolare, dopo la sentenza della Corte suprema del 2010 in United Citizens vs. Federal Election Commission, sentenza che ha legalizzato una spesa elettorale indipendente senza limiti da parte di corporate bodies, l’ingresso del denaro nella politica americana è diventato letteralmente impetuoso. La clausola che tale spesa debba essere “indipendente” non cambia di una virgola il problema. È del tutto superfluo che l’organizzazione dell’uno o dell’altro candidato non riceva direttamente il denaro, se quel denaro viene poi investito e utilizzato per sostenere “indipendentemente” la loro campagna elettorale. Insomma, il ruolo del denaro è diventato così cruciale (per vincere) che nelle ultime elezioni presidenziali, per la prima volta, nessuno dei due principali candidati ha accettato di ricevere finanziamenti pubblici, perché ciò avrebbe implicato un tetto alle loro spese.

 

GOVERNO DIVISO

Se è difficile governare in un sistema di separazione dei poteri, lo è ancora di più quando le istituzioni separate sono controllate da partiti diversi. Questa situazione (che è chiamata di “governo diviso”) è tutt’altro che rara o eccezionale. Basti pensare che nei venti anni tra il 1994 e il 2014 ben dodici sono caratterizzati dal governo diviso. Oltre che da ragioni strutturali, il governo diviso è motivato da forti ragioni politiche. Mai si era verificata, nella storia americana successiva alla Guerra civile (del 1861-65), un grado così alto di polarizzazione politica come quello degli ultimi vent’anni. In particolare, il Partito repubblicano, a cominciare dalla storica conquista della maggioranza del Congresso nelle elezioni di metà mandato del 1994, si è trasformato in un partito con forte coesione ideologica e con un’ancora più forte struttura organizzativa. L’artefice di questa rinascita del partito è stato sicuramente Newt Gingrich, anche se il radicalismo degli ultimi due anni è dovuto alla mobilitazione della vasta area delle Chiese evangeliche, oltre che della rete del Tea Party. I democratici hanno cercato di correre ai ripari, organizzandosi territorialmente come non avevano mai fatto, soprattutto ricorrendo (con la prima campagna presidenziale di Obama) all’uso di sofisticate tecnologie elettorali. Fatto sta, comunque, che i due partiti sono oggi molto più omogenei al loro interno di quanto lo siano mai stati nel passato. E, al loro interno, l’egemonia è stata acquisita dalle componenti più radicali, sia a destra che a sinistra. Vi sono buone ragioni per sostenere che tale polarizzazione politica tra i due partiti costituisca un effetto della polarizzazione sociale e culturale dell’elettorato, polarizzazione dovuta all’enorme diseguaglianza nella distribuzione dei redditi che si è verificata sotto l’impatto delle politiche neoconservatrici avviate originariamente dal presidente Ronald Reagan nel periodo 1981-88. Comunque sia, la politica americana di oggi assomiglia molto di più alla politica europea degli anni Cinquanta e Sessanta (basata su partiti ideologici contrapposti) che alla politica che quel paese ha praticato nel passato.

 

USCIRE DALLO STALLO?

Con un governo diviso e con un sistema partitico polarizzato sarà molto difficile governare. La separazione dei poteri americana richiede alle élite politiche una predisposizione alla mediazione e alla negoziazione. Tale predisposizione appare improbabile tra i membri repubblicani del Congresso, se è vero che il loro destino dipende dal sostegno e dai finanziamenti di gruppi che molto hanno da perdere da un accordo con il presidente democratico. Quei gruppi ostacoleranno ogni progetto di riduzione del deficit pubblico attraverso un incremento delle aliquote fiscali dei redditi milionari, così come ostacoleranno qualsiasi progetto finalizzato ad allargare la protezione sociale ai più deboli e denunceranno ogni tentativo del presidente Obama di ridimensionare gli impegni militari del paese nel mondo. Ciò spingerà i rappresentanti democratici a radicalizzare le loro posizioni, perché anche la loro rielezione dipenderà dalla determinazione con cui difenderanno i vari programmi pubblici di protezione sociale. È certamente possibile ipotizzare che pressioni esterne (la crisi finanziaria o nuove crisi internazionali) spingeranno i principali leader del Congresso e il presidente verso un accordo bipartisan. Tuttavia, è altrettanto possibile ipotizzare che la formazione di una maggioranza trasversale è tutt’altro che inevitabile. Ma se l’America avrà difficoltà a governare se stessa, ciò non potrà che avere implicazioni sul mondo esterno, a cominciare dall’Europa. E noi, europei, cosa potremmo fare per aiutare l’America a uscire dallo stallo con politiche di sostegno della crescita e di riduzione delle diseguaglianze?

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