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Indignazione politica e morale, oggi

Written by Carlo Galli Friday, 30 November 2012 16:36 Print

Se la corruzione, in Italia, assume i tratti di una situazione patologica endemica, più o meno accettata o subita o tenuta sotto controllo, sulla stanchezza e l’apatia sta oggi prevalendo un diffuso sentimento di indignazione. Compito del centrosinistra e della sua proposta di governo è di assumere l’indignazione come manifestazione di un’esigenza ormai di massa: l’esigenza morale economica e politica di rifondare la Repubblica, di rifare l’Italia.

Che cosa significa “indignarsi”? Alla lettera, “togliere valore, dignità, a qualcuno o a qualcosa”. Sembra, quindi, un’emozione soggettiva, personale, ma è in sé già sociale, anzi politica: implica, infatti, tanto un soggetto indignato, quanto un oggetto della sua indignazione, nonché un contesto civile di altri soggetti non indifferenti; a essi l’indignato segnala che ciò che in precedenza era oggetto della loro comune ammirazione, ciò a cui davano valore, ora è, invece, degno di disprezzo. È l’attivazione del meccanismo politico della vergogna, che pareva uscito dalla scena politica moderna, sostituito da quelli dell’utile e della legge; e che, invece, è rimasto vivo, come paradigma primario della coesistenza civile, come una sorta di surplus etico dell’opinione pubblica. Questa non è solo un insieme di opinioni, ma è anche un’idea spesso inespressa di umanità, un’idea morale che i cittadini hanno di se stessi, della loro dignità, e della congruenza – che da Kant sappiamo non poter esser perfetta, ma neppure sempre e totalmente assente – fra questa idea morale e il loro modo di governarsi e di essere governati. Quando, per diversi motivi, i cittadini si indignano, ciò significa che il potere, secondo loro, non rispetta questa idea, questa immagine; e che essi, i cittadini, si vergognerebbero di se stessi se accettassero passivamente questa mancanza di rispetto; e, quindi, rivoltano la vergogna fuori di sé, contro il potere, accusandolo di comportarsi in modo vergognoso, indecente, umanamente inaccettabile. I cittadini tolgono dignità al potere perché questo toglie loro la dignità. Perché si comporta in modo non solo illegale, quindi, ma anche immorale; perché viola la comune e (almeno in democrazia) condivisa immagine morale dell’uomo e del rapporto di cittadinanza, che è sottesa a ogni politica.

L’indignazione è un gesto morale, ma è anche profondamente politico: è delegittimazione; ovvero, non è né supina acquiescenza, né passaggio al bosco, fuga solitaria nella propria individuale libertà. È un potente atto civile, collettivo – purché, naturalmente, l’indignazione di uno o dei pochi trovi consonanza nell’indignazione di altri, dei molti (in caso contrario, l’indignazione resta confinata nella moralità privata o al più serve, come diceva Giovenale, a comporre i versi delle satire) –, che scuote le fondamenta del potere, che segnala non la sua inefficienza, ma la sua insopportabilità. Indignarsi è come smuovere un masso dal suo alveo e iniziare a farlo rotolare giù per un pendio: qualcosa certo succederà, anche se non è sotto il nostro controllo. L’indignazione è un che di inatteso; scatta quando una goccia fa traboccare il vaso, quando un sopruso, uno scandalo, un’ingiustizia si sommano ad altri, ma introducono nella stratificazione storica qualcosa di nuovo; per la dialettica della quantità e della qualità, ciò che pareva semplicemente aggiungersi al già noto, al già sopportato, ne cambia la percezione. Ciò che era danno ora appare una beffa, un’ingiuria; ciò che era difficoltà ora appare un’aporia; ciò che era un’abitudine ora è interpretato come una colpa. Un esempio: dopo che un’intera rivoluzione – il neoliberismo – si è incaricata da più di trent’anni di distruggere il valore del lavoro, il suo significato sociale ed esistenziale e di subordinarlo totalmente alle logiche del mercato, non è strano che i giovani siano disoccupati e neppure che abbiano introiettato questa amara realtà come un destino generazionale. Ma il presidente del Consiglio li ha definiti una generazione perduta e di lì a breve il ministro del Lavoro (che li aveva esortati, in altra circostanza, a considerare il lavoro come una conquista e una rarità) li ha rimproverati come “schizzinosi” (in inglese, perché si capisse meglio che cosa significa appartenere alle élite); come dire che il disoccupato è tale perché ha troppe pretese e rifiuta le occasioni che gli si offrono. Una totale inversione del ragionamento: non sono le strutture dell’economia, ma la fannullonaggine dei singoli la causa del disagio sociale (lo stesso si può dire per la vecchia accusa di “bamboccioni”). Oltre al danno, la beffa. Qualcosa di analogo, da questo punto di vista, alla celebre battuta sulle brioche attribuita a Maria Antonietta. Non stupisce, quindi, l’indignazione sollevata da questa infelice uscita, che – come un lampo riesce a illuminare la notte o come l’eccezione mostra la norma – fa vedere l’elemento di violenza, e di privazione della dignità, che è latente nelle leggi del neoliberismo, che tende, invece, a presentarsi come “normalità”, come “natura”.

Allo stesso modo, non stupisce l’indignazione nata dal caso Fiorito e dai festini in toga e maschere di maiale – le cui foto resteranno nella storia d’Italia. La corruzione è un male endemico del nostro paese, una continuità di lungo periodo della sua storia; se, sotto il profi lo giuridico, è l’accettazione da parte del funzionario pubblico di denaro o vantaggi per ottenere o ritardare od omettere un atto d’uffi cio o per compiere un atto contrario ai doveri d’uffi cio, in realtà non è solo questione di mazzette: corruzione è Lavitola che telefona per ordinare una norma à la carte, come al ristorante; è la compravendita di gruppi parlamentari; sono gli appalti conferiti in cambio di favori sessuali; è, in senso più lato, il degradarsi dell’etica che tutte le politiche recano in sé. Anche la politica moderna, che si distacca sì dall’etica tradizionale, ma che investe su altri doveri, su altri orizzonti: sulla potenza dello Stato condivisa dai cittadini (Machiavelli); sui diritti naturali del singolo (razionalismo); sulle istanze di emancipazione (socialismo). Prima che la lacerazione della legalità (un universale positivo e normativo), la corruzione è la negazione del dovere iscritto nella politica, cioè il dovere di assumere apertamente la consapevolezza che l’uomo è un essere relazionale e che l’interesse privato si colloca – vi si compone o confligge – in un orizzonte più vasto di diritti e di doveri. La corruzione è la violazione del primato politico dell’universale: è l’idea che la norma dell’agire sia l’immediato interesse del singolo, che scavalca l’universale della legge e calpesta l’universale morale. L’elemento patologico di questo comportamento è duplice: in primo luogo, la corruzione è parziale e ingiusta, perché implica che un soggetto investito di una funzione pubblica favorisca qualcuno (chi è in grado di corrompere prima e meglio) a danno di tutti coloro che hanno uguale diritto a una prestazione; in secondo luogo, vista dalla parte del corruttore, è irresponsabile, sia perché è nascosta (a differenza del lobbismo), sia perché consiste nel reciproco adattamento (nel reciproco disprezzo) di due debolezze: quella di una sfera politica ammalata e quella di una sfera sociale che non si assume responsabilità politiche dirette.

Si tratta di un’idea – che il privato prevalga sul pubblico, che norma della vita associata sia il vantaggio del più forte – molto diffusa e praticata, fino dai primi decenni della storia unitaria, in un paese a statualità debole come il nostro; a volte si è sostenuto che la corruzione è utile, perché facilita – come una iniziativa dal basso che olia gli ingranaggi di macchine burocratiche inefficienti – l’adempimento di pratiche e di iniziative; altre volte la si è scambiata per liberalismo e la si è difesa contro gli attacchi di moralisti giacobini. Un’idea che, anche quando viene combattuta – come oggi accade a opera di un governo composto mediamente da austeri professori, che ha preso il posto di un governo composto mediamente da tipi umani abbastanza diversi –, lo è per il suo costo economico, senza che mai si ricordi il costo della lacerazione del tessuto morale della politica, il costo della sfiducia fra Stato e cittadini e di questi fra di loro.

In Italia, quindi, quando si parla di corruzione non ci si riferisce a una primitiva purezza che si sia degradata, perché è stato infranto qualche tabù o perché qualche vento esterno ha violato il chiuso di un mondo intatto – “Fiorenza dentro da la cerchia antica” è un’invenzione poetica di Dante. Ci si riferisce, piuttosto, a una situazione patologica endemica, più o meno accettata o subita o tenuta sotto controllo, ma mai combattuta col fine di estirparla.

Eppure, l’Italia che si è turata il naso davanti alla corruzione democristiana e socialista (per i trent’anni che vanno dal centrosinistra a Tangentopoli) si è indignata in massa per Mario Chiesa (il “mariuolo isolato”) che durante l’arresto gettava i soldi nel water, per De Lorenzo – ministro della Sanità condannato per associazione a delinquere – e per Poggiolini e consorte che nascondevano i gioielli nel puff del salotto; cioè per tipi umani visti non solo come colpevoli, ma anche come riprovevoli, particolarmente goffi e offensivi dell’immagine di sé, e del potere che li governa, che hanno i liberi cittadini di una repubblica democratica (e, non a caso, De Lorenzo in Cassazione fu assolto da molte condanne, ma non riuscì a liberarsi da quella per danni d’immagine). Così l’Italia che ha sopportato a ciglio asciutto il conflitto d’interessi e le leggi ad personam si è indignata per il bunga bunga di Berlusconi e per la Protezione civile di Bertolaso ed è impazzita di furore per “er Batman”.

Certo, ci si deve guardare da coloro – solitamente intellettuali – che recitano la parte degli indignati in servizio permanente effettivo: c’è più estetica che etica in questo moralismo, più narcisismo che partecipazione; come ci si deve guardare dal desolante cinismo di chi non si indigna mai, di chi la vuol sapere troppo lunga, piccolo Machiavelli di provincia; come anche si deve distinguere, almeno sotto il profilo intellettuale, l’indignazione dal risentimento, la rivolta morale dalla rabbia perché alcune aspettative private sono state frustrate (anche se ciò è avvenuto ingiustamente). L’indignazione è ira, non semplice rabbia. Benché politicamente rilevantissima, di origine più morale che economica, più pubblica che privata, più disinteressata che rivendicativa.

Difficile da trovare allo stato puro – essendo più spesso mescolata a un interesse privato (che, sia chiaro, non è un male in sé) che si sente ferito –, difficile da gestire e anche da prevedere, l’indignazione sta tuttavia prevalendo, in Italia, sulla stanchezza; l’esasperazione sta vincendo sulla disperazione. Il web ne è il canale espressivo adeguato: privo di filtri e di mediazioni, consente l’esternazione non argomentata di ogni rabbia e di ogni malumore e il loro accumularsi stratificato. È uno spazio irriflesso di libertà, che fa da incubatore e da moltiplicatore di rabbia e risentimento, in un crescendo che si autoalimenta finché, superata una certa soglia – che non si può prevedere in anticipo –, diventa indignazione: non solo la somma di rabbie e di delusioni, ma qualcosa in più, appunto, la percezione che si è rotto il rapporto morale fra i cittadini e il ceto politico. Insomma, nel web un sentimento immediato incontra altri sentimenti simili e fa massa; ovvero, compie il salto di qualità dal privato al pubblico, dall’insulto ai politici alla loro delegittimazione. Il solo fatto che l’indignazione esista oggi nella sfera pubblica fa la differenza rispetto ai tempi della rassegnazione davanti all’egemonia democristiana e delle monetine anticraxiane.

Certo, anche l’indignazione può essere, benché pubblica, astratta e può sottrarsi a ogni responsabilità; può cioè agire non agendo, può delegittimare non proponendo. Ciò avviene quando l’indignazione si manifesta soprattutto come antipolitica e, quindi, non solo come avversione per i politici, ma anche come astensione dal voto – nell’illusione che sia possibile astenersi anche dalla politica –: che è appunto la sua forma prevalente, oggi, in Italia. Una forma passiva, che fa dell’indignazione l’anticamera della rinuncia, dell’apatia: dagli effetti politici pesantissimi, ma solo indiretti. A questa forma, però, si affianca una protesta attiva, il voto per il Movimento 5 Stelle, attraverso il quale l’indignazione si trasforma in un’arma direttamente politica grazie a un demagogo che l’ha raccolta da terra e l’ha brandita contro i partiti e contro l’establishment. In entrambe le sue forme, l’esplosione tutto sommato tardiva dell’indignazione in Italia dimostra che c’è voluta la crisi economica perché la crisi morale risultasse evidente; c’è voluta la sofferenza perché l’insofferenza prendesse una forma; c’è voluto il risentimento per le speranze tradite e per i diritti perduti perché l’indignazione esplodesse; c’è voluta la paura perché la rabbia diventasse delegittimazione.

Oggi, insomma, la grande lacerazione del tessuto civile del paese può essere detta in pubblico. Come al tempo della caduta del Muro le barriere furono infrante e i confini violati da una gigantesca trasgressione liberatoria, così oggi cadono le fragili mura e i tarlati edifici della seconda Repubblica, per il combinato disposto di due modalità di protesta, convergenti: quella dell’astensionismo e quella del voto a un movimento populista rabbiosamente antisistema. La politicità dell’antipolitica si rende qui visibile appieno: le istituzioni tremano davanti a una sfida che ne mette radicalmente in discussione la legittimità morale, la correttezza legale, l’affidabilità funzionale. La valanga si è messa in moto, e ora è difficile fermarla. Gli italiani non si riconoscono più nella Repubblica, nei suoi ormai laceri assetti di potere formali e nella sua ormai devastata costituzione materiale; e oggi sanno che possono dirlo in pubblico, nel voto. Quanti di coloro che oggi si astengono si sentiranno domani legittimati a votare per Beppe Grillo? Certamente molti, anzi troppi. È evidente, infatti, che ormai il Movimento 5 Stelle ha superato la soglia della visibilità e della legittimità: il suo successo genera consenso, smuove gli indecisi, crea inevitabilmente altro successo. Spinge dall’incredulità alla curiosità e, poi, alla fede. Certo, non si può fare politica solo con l’indignazione, che pure è un sentimento morale che produce effetti politici; né solo con lo spettacolo di un demagogo che dà espressione al grumo di rabbia che da tempo cova nel petto dei cittadini; l’indignazione va reindirizzata. Va liberata dalla sua ideologia antipolitica, dalla sua cecità davanti a ciò che va al di là dei costi della politica. La sua moralità va depurata dal moralismo e riportata alla dimensione della piena e cosciente politicità. Insomma, l’indignazione non deve avere, come invece ha, quale bersaglio privilegiato la casta e i costi della politica e dei politici. E non perché si debba averne riguardo, ma perché sono un bersaglio sì legittimo, ma troppo facile; perché sono l’ultimo anello – certo, a volte consenziente – di una catena di cause più radicali e più difficili da raggiungere. L’indignazione è responsabilità di chi l’ha generata, certo; e non è tenuta alla moderazione; eppure, è vero che – in quanto è essa stessa prigioniera di un’ideologia, che non vede chiaro su se stessa –, in fondo, si sottovaluta. Ed è questo il motivo per cui trova troppo facilmente chi la intercetta e la usa come materiale grezzo, per lo scopo eterno della politica: scalzare i potenti dal potere e prendere il loro posto. La manipolabilità dell’indignazione nasce dal fatto che non sa fare il passo avanti che la porterebbe dietro la politica istituzionale e che non sa vedere il vero motivo di ciò che denuncia, cioè che le fondamenta morali (ed economiche, oltre che istituzionali) del paese sono scosse. L’indignazione si presenta come una resa dei conti con i partiti e con le istituzioni, mentre deve essere il superamento di qualcosa che non sa vedere con chiarezza, di cui coglie le conseguenze (la corruzione) ma non le cause: in altri termini, l’indignazione non mette a fuoco né il neoliberismo in salsa italiana che ci ha portati fin qui (Berlusconi e il suo populismo anarco-corporativo, che ha frammentato la società e azzerato i valori repubblicani), né il neoliberismo in salsa rigoristico-bocconiana, che ci ha sì salvati dalla speculazione finanziaria, ma che continua a considerare lo Stato un costo e il lavoro una variabile dipendente dal capitale; e, quindi, da una parte a promettere sviluppo, dall’altra a porre con i “tagli” le basi del collasso del mercato interno e del sistema produttivo. L’indignazione si presenta – o è percepita – soltanto come una resa dei conti dei cittadini con i partiti e con le istituzioni: e ciò la confina appunto nell’antipolitica o, meglio, in una politica vera, anche se sgradevole, ma miope e percorsa anche da una vena autoritaria, decisionistica; c’è il rifiuto della dialettica, la pretesa di andar per le spicce, di risolvere d’un colpo i problemi che i partiti hanno lasciato marcire. E Grillo asseconda questa tendenza, sia nella vita interna del suo Movimento sia nel messaggio che rivolge ai cittadini, infarcito di immagini mortuarie. Il che lo rende poco rassicurante, in un’ottica democratica.

Il compito del centrosinistra e del suo sistema di alleanze, della sua proposta di governo, non è, quindi, di demonizzare l’indignazione (e neppure il risentimento per i diritti calpestati e per le attese tradite), consegnando così l’Italia a Grillo, ma di assumerla con serietà per quello che è: il sintomo del collasso di un’epoca del rapporto fra economia e politica, di un’immagine dell’uomo e della democrazia che è in rotta di collisione rispetto alle tradizioni socialista, democratica, cattolica – cioè le tradizioni del PD e del suo sistema di alleanze – e che è ormai incapace di produrre ricchezza e di dar vita a un decente tessuto di relazioni sociali e civili. E, quindi, è di accettare l’indignazione come manifestazione di un’esigenza ormai di massa: l’esigenza morale economica e politica di rifondare la Repubblica, di rifare l’Italia. È, per certi versi, il compito di essere più radicali di Grillo, di andare oltre la sua antipolitica (la sua polemica contro il ceto politico) e di sfidarlo sui programmi, sulla visione politica complessiva e sull’idea di democrazia (che pare non essergli chiarissima). Per vincere – con l’unica forza politica che resta sul campo, cioè il PD quale perno di una futura maggioranza di governo – la tentazione di fare dell’indignazione un fine in sé e di farle assumere tratti persecutori e vendicativi (inquietanti e, in ogni caso, non decisivi) anziché democratici, emancipativi e progressivi; per farla essere quello che deve, la leva per dar vita a un nuovo patto degli italiani con se stessi. Insomma, per sottrarre l’indignazione all’antipolitica, che è la sua ideologia, la sua falsa coscienza, e per portarla con piena consapevolezza alla politica democratica, alla sua sorgente umanistica.

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