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Capitale Sociale

Written by Roberto Cartocci Wednesday, 03 October 2012 15:17 Print

In questi anni è diventata ricorrente l’espressione “capitale sociale”. Si tratta di un concetto che sociologi e politologi utilizzano per designare una varietà di fenomeni che influenzano sia la qualità del nostro vivere associato sia il benessere degli individui, sia gli scambi di mercato. Trasparente la metafora: si tratta di una risorsa capace di generare ricchezza, e in questo affine alle forme canoniche di capitale (le macchine, le risorse finanziarie, le conoscenze tecniche).

Robert Putnam ha reso popolare la nozione di capitale sociale in una importante ricerca sulla qualità delle istituzioni regionali in Italia, tradotta in italiano con il titolo “La tradizione civica nelle regioni italiane” nel 1993, stesso anno della sua uscita per i tipi di Princeton University Press. In questa ricerca Putnam offre la seguente definizione di capitale sociale: «Per capitale sociale intendiamo qui la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo (…). Il capitale sociale facilita la cooperazione spontanea».1

Attraverso la lente del capitale sociale siamo in grado di comprendere come, nella trama minuta delle relazioni sociali di tutti i giorni, si produca un accumulo di potenzialità positive. Ciò è vero sia per le relazioni informali sia per quelle organizzate attraverso associazioni, circoli, sindacati o partiti. Di tali potenzialità positive finiscono per beneficiare anche coloro che si impegnano meno nel costruirle; in un quartiere dove la maggior parte dei residenti tiene d’occhio anche le case dei vicini, tutti gli abitanti si sentono più sicuri, anche i più distratti o assenti: ci guadagnano i singoli e ci guadagna la comunità.

Non si deve tuttavia equivocare sulla natura di questo nesso. Il capitale sociale non è la mera sommatoria di vantaggi individuali. Questo significherebbe accedere a una concezione strumentale del capitale sociale, considerato come una disponibilità di risorse utili per i singoli, che se ne servono per realizzare i loro progetti. Il concetto diventa uno strumento prezioso a condizione di uscire da un’antropologia essiccata e mutilata, che vede gli scambi e le interazioni tra individui come motivate da un interesse individuale.

Gli esseri umani danno senso alla vita non solo attraverso il perseguimento degli interessi. Occorre invece riconoscere nei valori e nella natura normativa dei legami comunitari la soluzione del mistero della cooperazione spontanea tra gli individui. Solo un’antropologia non parsimoniosa permette di accettare la coesistenza necessaria tra le due componenti – razionalità e valori – che orientano in modo differente l’azione degli esseri umani, capaci sia di muoversi in arene caratterizzate da competizione e calcolo, sia di esprimere se stessi in una dimensione oblativa, nella subordinazione del tornaconto personale agli interessi collettivi e nel rispetto delle regole, confidenti che gli altri faranno lo stesso. È in questa prospettiva che trovano posto l’amore, la fede, le appartenenze comunitarie e le identità collettive. Nulla di romantico o eroico: solo la banale natura dei valori nell’orientare le azioni individuali.

In altre parole, la natura normativa del capitale sociale consiste nella diffusione di un senso di obbligazione e di responsabilità verso gli altri come elementi del repertorio di normalità codificate in una cultura: uno dei molti assunti, dati per scontati, che orientano l’azione individuale senza essere percepiti come scelte. Precisata in questi termini la natura del capitale sociale, occorre aggiungere che esso non è sempre e comunque una risorsa priva di ombre. Come ha osservato lo stesso Putnam, il capitale sociale non è privo di lati oscuri. Soprattutto quando i confini della comunità sono ristretti, la pressione al conformismo ostacola i processi di innovazione e considera gli estranei come potenziali minacce. Localismi, familismi e corporativismi – con le loro solidarietà di corto raggio – sono espressioni di un capitale sociale che aggrava, più che risolvere, i problemi di governance delle società complesse. È su questo punto che diventa rilevante la definizione di Putnam del capitale sociale come “comunità civica”, in cui è diffuso un elevato senso civico (civic-ness), ovvero un orizzonte culturale congruente con gli assetti istituzionali di una democrazia e di un mercato efficienti: elevato senso di corresponsabilità interpersonale ad ampio raggio, diffuso rispetto delle norme informali e formali, un certo grado di informazione e competenza politica, identificazione con l’assetto istituzionale.

Dunque, a ben vedere, il capitale sociale inteso come comunità civica non è altro che il terzo puntello, quello culturale, necessario per tenere in equilibrio una società democratica avanzata, in cui gli altri due puntelli, (Stato e mercato) sono, ciascuno nel suo ambito, efficienti. Il primo è capace di assicurare sicurezza, ordine, garanzie di libertà ed eguaglianza, ovvero diritti di cittadinanza; il secondo è in grado di produrre profitti e lavoro, ricchezza e consumi – quindi entrate fiscali per lo Stato.

Una volta messa in luce la rilevanza sistemica del capitale sociale nei termini sopra definiti, restano da sviluppare alcune considerazioni finali relative al caso italiano. Alla luce delle ricerche comparate disponibili, la dotazione di capitale sociale dell’Italia non è particolarmente lusinghiera, per una serie di vicissitudini storiche cui qui non è possibile accennare, se non rubricandole come un incompleto processo di formazione dello Stato e di costruzione della nazione. Gli italiani risultano in Europa fra i popoli con meno fiducia nei propri connazionali; inoltre, tra i grandi paesi europei sono quelli che più diffidano delle istituzioni dello Stato e della democrazia.

Al di là dei risultati delle indagini demoscopiche, sono peraltro ben evidenti i segni della carenza di una comunità civica nel nostro paese: fenomeni eterogenei come la scarsa sensibilità alla corruzione e ai conflitti d’interessi, il settarismo ideologico, il clientelismo, l’evasione fiscale e il saccheggio del territorio sono tutte manifestazioni di un’insufficiente diffusione della civic-ness, ovvero del senso di responsabilità verso la collettività e il bene comune.

Certo i processi hanno una loro logica circolare: i limiti dello Stato si riflettono sulla qualità degli orientamenti collettivi e viceversa. Il caso dell’evasione fiscale è un chiaro esempio di come carenza di capitale sociale e inefficienza delle istituzioni si alimentino reciprocamente, riproducendo ingiustizie nella ripartizione dei diritti e dei doveri e, quindi, sfiducia. La dimensione del capitale sociale emerge oggi in tutta la sua rilevanza sistemica: la ridotta riserva di cui disponiamo, oltretutto distribuita in modo assai diseguale sul territorio, accresce il rischio di depotenziare l’efficacia dei sacrifici che, in questo gelido inverno di crisi, si chiedono agli italiani per riformare l’assetto istituzionale e migliorare l’efficienza del mercato.


[1] R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993, p. 196.

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