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La Germania dietro le apparenze

Written by Beda Romano Tuesday, 04 September 2012 10:38 Print

La crisi debitoria ha rafforzato, o quanto meno confermato, molti pregiudizi nazionali, lasciando intravedere anche un crescente sentimento antitedesco in Europa. L’atteggiamento della Germania, che ai più appare intransigente e insensibile, presenta invece maggiori complessità: ha radici economiche e sociali, politiche e morali; incrocia l’amore per l’ordine, l’incapacità a gestire gli imprevisti, la necessità di prevedere il futuro e, forse, anche un moralismo della vita pubblica che altri paesi hanno probabilmente perso.


Negli anni Sessanta, l’intellettuale socialdemocratico Carlo Schmid, uno degli autori della svolta di Bad Godesberg, spiegava che la visione dell’Europa di Konrad Adenauer era limitata al panorama che si poteva osservare dal campanile della chiesa di Rhöndorf, una cittadina sul Reno nella quale l’anziano Cancelliere aveva preso casa fin dal primo dopoguerra. Schmid, che era nato a Perpignan da madre francese, rimproverava ad Adenauer di avere uno sguardo corto, modesto, e di perseguire soltanto una Europa clericale e conservatrice. Oggi, spesso con immagini meno eleganti e, forse, meno convincenti, anche Angela Merkel è accusata in Italia, in Europa e oltreoceano di fare una politica poco ambiziosa, addirittura egoistica e cinica.

Alla Germania si rimprovera di avere reagito con lentezza ai pericoli deflazionistici della crisi economica e debitoria, di rifi utare di garantire solidarietà ai propri partner in crisi finanziaria, di imporre quotidianamente impopolari riforme economiche, apparentemente insensibile ai costi sociali delle cure di austerità, e di avere, in fi n dei conti, una prospettiva troppo nazionale nella gestione di problemi che sono europei. Dopo averne celebrato il pragmatismo nei primi anni al governo – quasi sperassero che la Grosse Koalition nella Repubblica Federale potesse diventare un modello per la nascita di un governo delle larghe intese in Italia –, molti commentatori puntano ora il dito contro l’opportunismo della signora Merkel. In realtà, più semplicemente, la crisi di questi anni ha messo in luce le profonde differenze culturali e sociali tra la Germania e i suoi vicini europei. Differenze che hanno radici storiche, economiche, culturali e anche, per certi versi, morali.

Mentre nella memoria nazionale americana sono rimaste scolpite le fotografi e in bianco e nero dei disoccupati in coda per una scodella di minestra durante la Grande depressione degli anni Trenta, in Germania continuano a essere pubblicate ancora oggi nei giornali le immagini dell’iperinflazione che segnò gli anni Venti: uomini e donne che fanno la spesa con le carriole cariche di Reichsmark o madri di famiglia che accendono il fuoco bruciando nel caminetto banconote senza valore. Poco importa se la politica deflazionista del Cancelliere Heinrich Brüning comportò un forte aumento della disoccupazione, facilitando in ultima analisi l’arrivo al potere di Adolf Hitler. Per molti tedeschi, giovani e anziani, lo sguardo corre alle politiche inflazionistiche di Konstantin Fehrenbach, Joseph Wirth e Wilhelm Cuno, che penalizzarono il benessere della classe media.

Non c’è dubbio che quel periodo stia ancora oggi influenzando le scelte politiche tedesche, tanto più che la cultura della stabilità adottata nel secondo dopoguerra ha consentito al paese di riprendersi dopo la sconfitta e di diventare una economia industrializzata, ricca e potente. Più recentemente, nell’ultimo decennio, i tedeschi hanno reso il loro tessuto economico più flessibile e più moderno, spesso accettando una riduzione del salario reale attraverso un aumento della settimana lavorativa. Mentre in Grecia e in Francia, in Italia e in Spagna, i governanti e i cittadini si godevano il presente, quasi incuranti del futuro, in Germania i tedeschi accettavano sacrifici, pungolati al fianco da una disoccupazione talmente elevata che nel 2005 il quotidiano “Die Welt” azzardava un paragone con la crisi economica della Repubblica di Weimar. Se oggi la Germania reagisce con freddezza, se non addirittura con fastidio, allo sconquasso debitorio in alcuni paesi dell’Europa meridionale è anche per una certa incomprensione nei confronti di errori altrui che appaiono ai più evitabili. Peraltro, anche in Germania, come in molti paesi europei, le incertezze causate dalla globalizzazione provocano dubbi e paure, che, associati alla crisi finanziaria della zona euro, contribuiscono alla tentazione di chiudersi su se stessi e credere in un’illusoria autosufficienza.

Dietro all’atteggiamento apparentemente intransigente della Germania, tra le altre cose contro politiche neokeynesiane che possano mettere in pericolo la stabilità economica, non si nasconde solo una certezza nelle proprie convinzioni, rafforzata dai successi ottenuti nell’ultimo mezzo secolo. Non c’è altro paese in Europa che abbia fatto del rispetto delle regole e dell’ordine un pilastro della vita in comune. I soldati di Napoleone non nascondevano la loro ammirazione per la tecnica di marcia delle truppe prussiane: esattamente novanta passi al minuto, che, con matematica precisione, si riducevano a settanta all’avvicinarsi delle postazioni nemiche. Erich Kästner, l’autore di “Emilio e i detective”, amava dire: «I tedeschi non credono in ciò che vedono, ma nell’orario dei treni». La battuta contiene un fondo di verità. Più in generale, la stessa cultura della stabilità è tanto una dottrina economica quanto un pilastro sociale. In un paese che offre centinaia di polizze assicurative diverse – per premunirsi contro un viaggio aereo cancellato all’ultimo minuto o per assicurarsi contro le spese di un’eventuale causa giudiziaria – l’obiettivo è sempre quello di avere certezze e sconfiggere l’Angst. Il tedesco è convinto che il futuro non si trovi necessariamente in grembo a Giove, ma che sia piuttosto uno spazio temporale che può essere modellato a fronte di un presente per natura sfuggente e inafferrabile. In questo senso, le polizze assicurative servono a costruire un futuro, non semplicemente a premunirsi contro un destino sfortunato. «L’incredibile spensieratezza» degli italiani, notata da Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, non appartiene ai tedeschi. Nello stesso modo in cui il contratto assicurativo diventa uno strumento per arginare l’imprevisto e preparare l’avvenire, la cultura della stabilità serve a dare concretezza alle proprie ambizioni e ai propri desideri. Non sorprende, quindi, che i tedeschi preferiscano investire più che consumare, risparmiare più che spendere, pianificare più che assaporare. L’ordine e la prevedibilità non servono soltanto a gestire al meglio la vita in comune, ma anche a stemperare lo stress dell’esistenza moderna. In molti commentatori gli ultimi tre anni di crisi hanno rafforzato il pregiudizio di un popolo tedesco freddo, insensibile e calcolatore. Questa impressione – probabilmente influenzata ancora oggi dagli eventi della seconda guerra mondiale e dall’uccisione luciferina di milioni di ebrei durante il conflitto – si è rivelata se non sbagliata, almeno incompleta. Nella vita quotidiana, i tedeschi possono apparire intransigenti quando si tratta di rispettare le regole, ma, nel contempo, sono sentimental, come direbbero gli inglesi. Non sentimentali, che in italiano ha un connotato quasi negativo, ma molto sensibili alle emozioni e ai sentimenti umani. Alcuni esponenti dell’establishment politico hanno consigliato ai greci di vendere le loro isole per ripianare i debiti: «Noi vi diamo la grana, voi ci date Corfù», aveva sintetizzato il quotidiano popolare “Bild” in una frase rimasta celebre. Dichiarazioni che dimostrano una buona dose d’insensibilità, ma paradossalmente anche molta emotività. Agli occhi di numerosi tedeschi, la Grecia ha mentito sullo stato dell’economia, truccato i conti pubblici e ingannato i suoi partner. L’imbroglio è particolarmente difficile da accettare per una Germania che si sente storicamente legata alla cultura greca. Il primo re del Regno di Grecia, dopo l’indipendenza dagli Ottomani, non era forse un aristocratico bavarese, Friedrich Ludwig von Wittelsbach? E Martin Heidegger non era forse convinto che la filosofia non potesse svilupparsi che in greco e in tedesco? In fondo, dietro all’insofferenza tedesca nei confronti della crisi in cui versano alcuni paesi dell’Europa meridionale si nasconde certamente un fastidioso sentimento di superiorità, ma anche una reazione morale contro un tradimento; dimenticando colpevolmente di avere iniettato il germe dell’azzardo morale nel 2003 a causa della decisione presa di concerto con la Francia di allentare le regole del Patto di stabilità e crescita. Non è un caso se Schuld in tedesco significhi debito, ma anche colpa.

In questo contesto, le regole diventano un’intelaiatura che dà certezze, ma di cui al tempo stesso si è drammaticamente ostaggio. Dice Mefistofele nel “Faust” di Goethe: «Das erste steht uns frei, beim zweiten sind wir Knechte (Solo il primo passo è libero; al secondo si è già schiavi)». Pur emotivo, difficilmente il tedesco compirà scelte impulsive. Si chiederà sempre quali saranno le conseguenze delle proprie decisioni e quale futuro verrà loro riservato. Dinanzi all’imprevisto, il tedesco sarà nervosamente combattuto tra l’adattare rapidamente il proprio comportamento alla nuova situazione e l’applicare comunque le regole, quali esse siano, convinto – per certi versi a ragione – che anche la costanza sia alla radice del loro successo economico, politico e anche culturale. Il risultato è spesso una colpevole paralisi, o l’aumento dei costi dei salvataggi sovrani, come è successo nel corso della crisi debitoria di questi anni. Sistematicamente, la Germania si è opposta alle soluzioni più ovvie per poi essere costretta ad accettarle. Curiosamente, l’animo tedesco oscilla tra la straordinaria capacità di innovare, dovuta alla naturale predisposizione del paese a preparare il futuro, e un colpevole conservatorismo, provocato da un ferreo rispetto delle regole. Federico il Grande fu lento ad accorgersi delle potenzialità dell’artiglieria. A tutta prima, la nuova arma era per il re-filosofo soltanto «un pozzo di spesa». Solo successivamente, ne comprese i benefici e, anzi, l’adattò rapidamente alle esigenze delle battaglie dell’epoca. L’artiglieria a cavallo, così come fu poi sviluppata dall’esercito prussiano, contribuì non poco ai successi militari di Napoleone Bonaparte. Un altro Hohenzollern, Guglielmo II, accolse alla fine dell’Ottocento la creazione della prima automobile per mano di Karl Benz e Gottlieb Daimler con un’alzata di spalle: «Io credo al cavallo. L’automobile è solo un fenomeno temporaneo». A oltre un secolo di distanza e alla luce dei successi ottenuti dall’industria automobilistica tedesca, non si può fare a meno di sorridere, con una punta di accondiscendenza, al verdetto un po’ frettoloso dell’imperatore.

Anche la crisi debitoria europea ha mostrato le due facce dell’anima tedesca. I commentatori mettono l’accento sull’incapacità della Germania di uscire dal seminato e la accusano addirittura di tentazioni egemoniche. Tuttavia, dimenticano non solo che il paese – costretto dagli eventi – ha accettato di rivedere le proprie posizioni, ma anche che riflette più seriamente dei suoi partner sul futuro assetto europeo. È vero che la Germania ha rallentato colpevolmente i salvataggi sovrani, provocando probabilmente un aumento dei costi, ma è anche vero che, alla fi ne dei conti, la Repubblica Federale ha messo a disposizione 24,2 miliardi di euro alla Grecia, 210 miliardi di euro al Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) e 190 miliardi di euro al Meccanismo europeo di stabilità (ESM). È vero che la Germania sembra praticare l’ostruzionismo nelle riunioni europee, ma è anche vero, curiosamente, che molte tra le possibili soluzioni più strutturali alla crisi debitoria sono tedesche. L’ESM, ad esempio, è stato proposto dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble nel marzo 2010, quasi ventiquattro mesi prima della sua nascita. L’idea di un fondo europeo per il riscatto dei debiti pubblici, fatto proprio sia dal Parlamento di Strasburgo che dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy nella primavera del 2012, è una proposta dei cinque saggi del governo federale risalente all’autunno dell’anno precedente. Nel contempo, mentre molti paesi europei si concentrano sulle conseguenze a breve termine dello sconquasso finanziario, la Germania ha già in mente il futuro assetto dell’Unione. Il Cancelliere Merkel – che, secondo il suo entourage, è l’unico leader politico europeo ad avere visitato tutti i ventisei partner nell’Unione – ha proposto di trasformare il Consiglio europeo in una camera alta (sulla falsariga del Bundesrat, che è la Camera dei Länder), il Parlamento di Strasburgo in una camera bassa, e di unificare le posizioni del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio in un’unica figura eletta a suffragio universale.

Da tempo, ormai si discute pubblicamente in Germania di una eventuale cessione di sovranità in cambio di una maggiore integrazione europea. Viceversa, in Francia, in Olanda e anche in Italia la questione è fonte spesso di imbarazzati silenzi, se non addirittura di dubbi striscianti. L’opportunismo politico della signora Merkel, la sua attenzione per i sondaggi e l’avvicinarsi delle prossime elezioni legislative dell’autunno del 2013 fanno temere nuovi scossoni e nuove incertezze. Al tempo stesso, l’establishment politico tedesco ama ricordare con ragione che l’unica costituzione in Europa che dedica grande spazio all’integrazione europea e all’obiettivo di “una Europa unita” è proprio la Legge fondamentale della Repubblica Federale. A dispetto delle accuse di Carlo Schmid, Konrad Adenauer aveva visto lontano. Per molti versi, il futuro dell’Unione dipende dalla Germania, ma anche dalla capacità dei suoi partner di meglio capire i vicini tedeschi e magari scoprire che la loro apparente intransigenza è, in realtà, un segnale di fragilità più che di forza.

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