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Le risorse della politica costituente

Written by Giuseppe Vacca Monday, 09 July 2012 16:27 Print

La crisi fi nanziaria ed economica che stiamo vivendo segna l’inizio di un’epoca nuova della storia del mondo in cui l’azione politica assume, a ogni livello, una dimensione costituente. In ambito europeo si impone quindi la necessità di una nuova fase costituente che segni il superamento dell’Unione come emersa dal Trattato di Maastricht e il rilancio di un processo di integrazione basato sulla collaborazione fra le diverse famiglie politiche europee.

 

La crisi dei “debiti sovrani” e l’affanno della rappresentanza politica pongono l’esigenza di ripensare l’Europa di Maastricht. L’aspetto più significativo della crisi è che il progetto europeo torna al centro dell’agenda politica nazionale e che, come già avvenne negli anni Novanta del secolo passato, la linea di demarcazione tra le forze sociali e i raggruppamenti politici torna a essere l’Europa.

Penso che su questo punto vada fermata l’attenzione, anche quando si affronti il tema della rappresentanza politica e si voglia rimediare alle sue frammentazioni e derive populistiche. Francia, Germania, Italia, Belgio e altri paesi vedono una rinascita dell’europeismo socialdemocratico e progressista. Se queste forze, partendo dal Manifesto di Parigi, saranno capaci di elaborare una nuova proposta politica complessiva, la deriva populistica dei sistemi nazionali potrà essere circoscritta e fermata. È appena il caso di osservare come il tema abbia una dimensione non soltanto europea, ma globale: basti pensare all’insistenza di Obama sulla necessità che l’Europa riprenda a crescere e si unifichi, anche nell’interesse degli Stati Uniti, altrimenti minacciati dal contagio di una eventuale crisi dell’euro.

La sinistra europea ha avuto una grave responsabilità nella genesi della situazione attuale. Quando si costituì l’Unione economica e monetaria europea, la sinistra governava tredici dei quindici paesi dell’UE. Ma aver fermato l’applicazione del Trattato di Maastricht alla creazione della moneta unica e di una banca centrale priva di sovranità sulla moneta stessa originò i processi che hanno portato alla situazione attuale. Con una BCE ferma all’unico ruolo di custode della stabilità monetaria, il Patto per la stabilità e la crescita che accompagnava la nascita dell’euro riservò alle istituzioni europee il governo della stabilità e affidò ai governi nazionali la responsabilità della crescita.

Questa scelta, che allora fu definita “rinazionalizzazione delle politiche economiche”, favorì il passaggio del testimone nelle mani della destra: la destra che ha governato la maggioranza dei paesi europei nel decennio passato e che, anche per le nuove “opportunità” che le si offrivano, ha rincorso il populismo e assunto caratteri sempre più nazionalistici, emarginando le tradizioni dell’europeismo cattolico e liberale. Ma, forse, sono state ancora più gravi le conseguenze economiche. L’unico paese in grado di operare una straordinaria ristrutturazione competitiva era la Germania e il cancelliere socialdemocratico la plasmò. In Italia, la destra salita intanto al potere non è stata capace di varare alcuna rilevante riforma di struttura, né di governare il deficit e di ridurre il debito. Altri paesi, come ad esempio la Spagna, con il governo di destra prima e con quello di Zapatero poi, hanno inseguito il modello di crescita americano, generando bolle speculative di cui oggi pagano le conseguenze. Nel complesso, ad eccezione della Germania, l’Unione europea si è fermata per dieci anni.

Non meno gravi sono state le altre conseguenze. Tanto nell’UE, quanto nella zona dell’euro, si è creato un dualismo strutturale che somiglia al dualismo Nord-Sud che caratterizza l’Italia fin dalla sua unificazione: un dualismo costitutivo che anche la più ardita inversione di tendenza nell’integrazione europea, da sola, non riuscirebbe efficacemente a riequilibrare. L’egemonia della Germania sull’Europa si è progressivamente accresciuta grazie al vantaggio nel finanziamento internazionale del suo debito. I paesi più gravati da questo, invece, sono sempre più esposti alla speculazione finanziaria e costretti ad accrescere i tassi di interesse sui titoli di Stato per finanziare i propri debiti, indebitandosi così sempre di più a favore della Germania. Tutto ciò favorisce la proiezione della potenza tedesca oltre i confini europei e l’asimmetria tra gli interessi europei e l’interesse tedesco, che sembra costituire il principale ostacolo al progredire dell’unità dell’Europa.

Si può dire, dunque, che all’origine dei processi sommariamente descritti vi sia stato anche un deficit di europeismo delle sinistre e, perciò, è molto promettente l’inversione di tendenza che si registra nel Manifesto di Parigi. Certo, un progetto di crescita fondato su alcuni cardini di un possibile keynesismo sovranazionale è solo un punto di partenza, ma ci sono buone ragioni per sperare che la sinistra europea, appresa la lezione del passato decennio, faccia passi avanti significativi per assumere la configurazione di una forza politica sovranazionale. A tal fine, conviene approfondire la riflessione retrospettiva, accennando al mutamento dello scenario mondiale rispetto a quello in cui il progetto della moneta unica fu originariamente concepito e successivamente realizzato.

Se il progetto di Unione economica e monetaria non fosse stato bloccato dall’ossessione della stabilità – le voci che alla nascita dell’euro si levarono a favore della convergenza dei sistemi fiscali e degli eurobond rimasero isolate e inascoltate –, forse, quando negli Stati Uniti esplose la bolla della new economy e l’economia americana andò in recessione, l’Europa avrebbe potuto rappresentare un polmone per la crescita mondiale e i neoconservatori americani non avrebbero avuto vita facile nel rilanciare la guerra come risorsa strategica della potenza economica e politica degli Stati Uniti. Le conseguenze furono assai gravi: la guerra all’Iraq voluta da Bush spaccò l’Europa in due, ne divise trasversalmente le famiglie politiche, ne bloccò la proiezione mediterranea e inferse un colpo durissimo alla globalizzazione dell’economia mondiale. Non riesco a persuadermi che quella guerra non abbia voluto essere anche una reazione alla seria minaccia che l’euro appena nato costituiva per il signoraggio del dollaro, tanto più che l’Europa non offriva in cambio prospettive di cooperazione interessanti per l’economia americana.

La vicenda richiede una ricognizione di più lungo periodo e conviene accennarvi sommariamente. L’idea della moneta unica fu avanzata per la prima volta nel 1972. Nasceva dall’esigenza di difendere la CEE dall’unilateralismo economico americano originato dalla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro e dalla successiva abolizione del regime dei cambi fissi. L’idea della moneta unica non si concretizzò in un progetto perché l’integrazione delle economie europee non era ancora sufficientemente sviluppata, e per un ventennio gli Stati Uniti poterono rilanciare la competitività della loro economia manovrando i tassi di cambio del dollaro, unica moneta di riserva. Intanto, si veniva affermando una nuova struttura del mondo: un mondo multipolare che avrebbe impresso il suo segno alla globalizzazione dell’economia, accelerata dalla fi ne dell’URSS e del bipolarismo.

Quando l’euro cominciò il suo cammino, lo scenario mondiale era già multipolare, ma la moneta unica europea tratteneva il segno dell’origine: il segno dell’antagonismo col dollaro, enfatizzato dal crescente apprezzamento dell’euro e dalla sua affermazione come seconda moneta di riserva, sostenuta, finché è stato possibile, dalla crescita dell’economia tedesca. Il gioco non ha retto all’esplosione del doppio debito americano e all’implosione di un modello di sviluppo fondato su bolle speculative e deregolamentazioni della finanza. Si giunge così alla crisi finanziaria del 2007-08, che fa emergere asimmetrie insostenibili fra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, paesi debitori e paesi eccedentari; rinfocola la “guerra delle monete” e genera una depressione che minaccia di contagiare l’intera economia mondiale. Ultima, ma non meno importante, la risposta delle potenze asiatiche, che sembrano orientate a creare un proprio grande mercato delle materie prime, includente la Russia, e dei manufatti, con l’obiettivo di sottrarsi ai condizionamenti del dollaro e di generare, magari, nuove monete di riserva.

Questa ricostruzione è molto sommaria, ma non serve affinarla e approfondirla per gli scopi che mi prefiggo in questa sede.1 L’ho abbozzata per mettere in evidenza quanto sia mutato il mondo nei pochi anni trascorsi dalla nascita dell’euro e dalla formazione di un dualismo monetario competitivo, che condiziona le dinamiche economiche e politiche dell’Occidente. Condivido l’idea che un mondo sempre più interconnesso, ma sempre più asimmetrico e percorso da diseguaglianze crescenti e guerre economiche insostenibili debba e possa imboccare, invece, le vie della convergenza. È il tema di una Bretton Woods globale, fondata su un paniere di monete e un regime dei cambi concertati. Condivido anche l’ottimismo di chi sostiene che questa sia una prospettiva “inevitabile”.2 Ma, se questa è la prospettiva, sia pure di medio periodo, quali compiti immediati si pongono agli attori politici europei?

L’Europa è il nostro orizzonte quotidiano, la dimensione più prossima del nostro agire politico. Qual è la missione dei “riformisti”? Ho preso le mosse dal Manifesto di Parigi, perché penso che un keynesismo sovranazionale europeo costituisca una base valida per promuovere politiche di convergenza globale. Ma è tempo di porre all’ordine del giorno, innanzitutto, la convergenza tra Europa e Stati Uniti e, quindi, il superamento del dualismo antagonistico tra euro e dollaro. L’Occidente costituisce il maggiore accumulo di ricchezza, di scienze e di cultura del mondo. Ha, dunque, il dovere di investire queste risorse nella promozione delle interdipendenze e della coesione globale. Le famiglie politiche di tradizione europeistica devono assumere questa prospettiva, oltrepassando la dimensione nazionale delle loro origini. E chi per primo, se non le forze di ispirazione più schiettamente universalistica raccolte nelle formazioni democratiche e socialiste?

La prospettiva cosmopolitica sommariamente delineata detta l’agenda della politica nazionale. Non solo l’agenda delle decisioni riguardanti questioni globali, come la pace e lo sviluppo sostenibile o i diritti umani in gioco nelle politiche dell’immigrazione e della democrazia paritaria, ma anche quella che attiene a questioni apparentemente più circoscritte, come quelle riguardanti le regole del gioco politico o le relazioni reciproche fra i gruppi di interesse e gli attori della politica nazionale. Tornando, dunque, alla politica italiana, è pensabile invertire la deriva degli ultimi decenni, se perdura il gioco politico a somma zero della seconda Repubblica? È pensabile ricostruire la rappresentanza politica, finché domina la rappresentazione della vita italiana fornita dall’attuale sistema dei media? È possibile ricostruire la decisione politica finché permane un insieme di leggi elettorali che impedisce la rinascita dei partiti? È pensabile un ridimensionamento dell’economia criminale finché i consensi che essa controlla sono una posta del gioco elettorale? È possibile riformare le istituzioni e la pubblica amministrazione finché le forze politiche legittimate a decidere traggono il loro consenso dall’esasperazione del conflitto redistributivo e dalla polarizzazione nella rappresentanza di interessi corporativi? Va da sé che l’elenco potrebbe continuare, ma mi pare che questi interrogativi bastino per giungere a qualche conclusione. La missione di un’alleanza riformatrice sembra, innanzitutto, quella di eliminare (o di cercare di farlo) la delegittimazione reciproca delle forze in campo, su cui si è costituito il gioco politico della seconda Repubblica. Non è una sfida nuova; è un obiettivo riproposto più volte in passato e mai conseguito, anche a causa delle incongruenze interne allo schieramento riformatore e della subalternità del suo immaginario politico, economico e culturale all’egemonia mondiale della “rivoluzione neoconservatrice” e al predominio della sua cultura nelle narrazioni propinate dai media.

Ma ora la situazione sembra poter cambiare. Il discorso sulla crisi e sulla riorganizzazione dell’economia globale, cui ho accennato, tradotto in termini politici si può riassumere così: entriamo in un nuovo periodo della storia del mondo, in cui la politica assume a ogni livello una dimensione costituente e, poiché non è auspicabile che fra le risorse costituenti ritorni la guerra, non resta che la cooperazione. Credo di sapere che a osteggiare questa prospettiva non ci saranno solo le forze schiettamente conservatrici e reazionarie, ma si leveranno ancora una volta i critici della “democrazia consociativa” e gli apologeti della “democrazia conflittuale”. Ma sono fiducioso che la loro voce avrà minore infl uenza nel campo riformista di quanta ne abbia avuta nei decenni passati. Fondo la mia fiducia sul fatto che la cooperazione e le risorse della politica costituente appaiono sempre più una necessità della vita mondiale. Inoltre, non elimineranno certo le distinzioni e i conflitti redistributivi, ma potranno rigenerare le energie vitali delle grandi culture politiche che, pur nelle loro contrapposizioni, sono ricche di valori universalistici e umanistici, che, quando sono in gioco le sorti del mondo, si possono incontrare.

Su scala più ridotta, ma non meno significativa, non credo che l’Europa potrà riprendere il cammino verso l’unità, se non sarà superata la polarizzazione che ha scandito i rapporti tra le sue famiglie politiche nell’ultimo ventennio. Non credo che una nuova fase costituente in Europa chieda meno di una lunga stagione di responsabilità condivise tra le sue famiglie politiche. A maggior ragione in Italia, il problema principale di quest’ultimo scorcio di legislatura è quello di esplorare tutte le possibilità, perché la prossima sia una legislatura costituente: non ultima la possibilità di eleggere nel 2013, accanto al Parlamento, una “Commissione costituente” con mandato limitato alla riforma della parte ordinamentale della Costituzione e con durata massima di due anni. Mi pare l’ipotesi più valida per superare l’impotenza di un Parlamento che sarebbe, comunque, vincolato ai limiti dell’articolo 138 della Costituzione e condizionato dalla logica di elezioni fatte per dare al paese un governo. Naturalmente, i deliberati della Costituente dovrebbero essere sottoposti a referendum popolare, senza passare per le forche caudine di un Parlamento presumibilmente eletto ancora una volta secondo una logica binaria.


 

[1] Per una ricostruzione approfondita delle vicende dell’economia mondiale negli ultimi quarant’anni, si rinvia, a titolo d’esempio, a N. Ferguson, Colossus. Ascesa e declino dell’impero americano, Mondadori, Milano 2006; J. E. Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, Einaudi, Torino 2010; G. Ruffolo, Testa e croce. Una breve storia della moneta, Einaudi, Torino 2011; R. G. Rajan, Terremoti fi nanziari. Come le fratture nascoste minacciano ancora l’economia globale, Einaudi, Torino 2012.

[2] M. Spence, La convergenza inevitabile. Una via globale per uscire dalla crisi, Laterza, Roma-Bari 2012.

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