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Santi e peccatori: sessualità e politica in Italia

Written by Mirella Parachini Friday, 08 June 2012 10:34 Print

La salute sessuale e riproduttiva è un diritto inalienabile di ogni individuo. La sfera sessuale ha subito e continua a subire forti ingerenze da parte della politica, come dimostrano i casi della legge 40 sulla procreazione assistita e dell’adozione della pillola abortiva RU486. Ai giovani il compito di riconoscere e valorizzare i diritti già conseguiti e dare loro ulteriore impulso.

La sessualità rientra nella sfera della biopolitica e ne rappresenta una componente costitutiva, poiché, come affermato da Michel Foucault, «la biopolitica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un’area d’incontro tra potere e sfera della vita». Foucault, nella sua “Histoire de la sexualité” del 1976, ripercorre la cronologia della diffusione e degli effetti delle procedure di condizionamento del sesso, e ribalta il concetto secondo il quale il potere sembra funzionare essenzialmente come divieto, mostrando, invece, che, dissimulando se stesso, il potere ha costruito una vera e propria tecnologia del sesso. Partendo dal presupposto che è sul corpo umano che si iscrivono sia le strategie globali (diritto e legge) sia le strategie locali (relazionali), Foucault arriva a elaborare il concetto di biopotere, cioè quel potere che costruisce i corpi, i desideri, i modi fondamentali della vita stessa. Senza voler ripercorrere quell’analisi e abbandonando il piano filosofico, vorrei qui piuttosto proporre alcuni elementi desunti dalla realtà attuale, che ben rappresentano le interferenze e le ingerenze del potere, declinato nelle sue più varie espressioni, sugli spazi di libertà individuale e, quindi, anche sulla sfera sessuale degli individui.

L’affermazione del concetto di salute sessuale e riproduttiva come parte integrante dei diritti umani ha rappresentato uno snodo fondamentale per l’introduzione di una base concettuale a cui le istituzioni e i governi di molti paesi hanno fatto riferimento, a partire dalla Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo tenutasi al Cairo nel 1994. In essa veniva sancito che «i diritti a una salute riproduttiva e sessuale si basano su di un ordinamento dei diritti umani accettato a livello internazionale; sono connessi a diritti stabiliti da tempo, come, ad esempio, il diritto alla vita e alla sopravvivenza, alla libertà e alla sicurezza personale, a un trattamento equo, all’istruzione, allo sviluppo e il diritto a ottenere lo standard di salute più alto possibile». Nel 1995, la quarta Conferenza mondiale sulle donne, tenutasi a Pechino, ha riaffermato e rafforzato gli accordi del Cairo, stabilendo che «i diritti umani delle donne includono il diritto ad avere il controllo e a decidere liberamente e responsabilmente circa la propria sessualità, inclusa la salute sessuale e riproduttiva, senza coercizione, discriminazione e violenza». La salute sessuale e riproduttiva viene addirittura messa «al centro della vita degli individui e del loro benessere » dalla Organizzazione mondiale della sanità.1 Tutto ciò comporta un’attribuzione diretta di responsabilità ai governi dei paesi firmatari, individuando dei criteri con cui valutarne l’effettiva applicazione. Tuttavia, la risposta alla domanda su quali siano gli elementi determinanti della salute sessuale e riproduttiva è piuttosto complessa.

Le condizioni ambientali e sociali hanno certamente un impatto decisivo sulla salute sessuale e derivano da molteplici fattori, quali la posizione geografica, l’educazione, l’attività lavorativa, le condizioni economiche, la religione, la cultura, l’esclusione sociale di genere ed etnica. Basti pensare alle mutilazioni genitali femminili (MGF), la cui origine sembra a oggi destinata a rimanere indeterminata. Infatti, nonostante questa pratica sia spesso attribuita ai dettami della fede musulmana o cristiana, essa precede storicamente l’avvento di queste religioni e non può, quindi, trovare giustificazione in esse. La prevenzione e l’eliminazione delle MGF possono essere ottenute solo «attraverso un approccio globale che promuova il cambiamento dei comportamenti e che utilizzi le misure legislative come strumento chiave».2 È, questo, l’approccio con cui, nella Dichiarazione del Cairo del 2003, alla quale hanno contribuito in modo decisivo l’AIDOS (Associazione italiana donne per lo sviluppo) e Non c’è Pace Senza Giustizia, ci si rivolge ai governi dei paesi firmatari delle precedenti dichiarazioni, ovvero con la richiesta di predisporre una specifica legislazione.

Ma quanto non sempre lo strumento legislativo sia favorevole al rispetto della salute sessuale e riproduttiva è dimostrato dal caso, tutto italiano, di quel monumento ideologico rappresentato dalla legge 40 sulla fecondazione assistita. Si tratta di una legge che, in spregio a tutte le indicazioni scientifiche e mediche, che pure erano state – inutilmente – inserite nel lungo dibattito che ne ha preceduto l’approvazione, impone di usare delle procedure secondo le peggiori indicazioni di appropriatezza, in forza del principio che “la vita umana non può essere considerata un prodotto della tecnica”.3 Tanto che, nella successiva applicazione della legge, la Corte costituzionale, in seguito ai ricorsi delle coppie supportate da movimenti quali l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, ha dovuto riconoscere che «la discrezionalità del legislatore non può spingersi al punto da fissare protocolli medici con la conseguenza di compromettere l’adeguatezza dell’intervento medico e l’evoluzione migliorativa delle procedure».4

Una lettura più attenta della comparsa della sessualità sulla scena politica ci riporta a esperienze della nostra storia, nel mio caso vissute anche personalmente, che mi piace ricordare. Scrive Filippo Ceccarelli nel suo libro “Il letto e il potere” (nel capitolo “Pannella, la pillola, Braibanti e il divorzio”): «Nell’autunno del 1967, in vista del congresso di Firenze, per la prima volta (…) il sesso entra ufficialmente in un documento di partito. È una relazione cicl. in prop. sui diritti civili a cura dei milanesi Luca Boneschi e Carlo Oliva. Vi si legge che “la società spinge il suo autoritarismo fino a sindacare sul diritto dell’individuo a disporre liberamente del proprio corpo, a godere del piacere dei sensi”. Una politica che non si ripromettesse di spazzar via questi odiosi soprusi sarebbe veramente qualcosa di assurdo, di monco, di contraddittorio». In effetti, il dibattito sull’aborto in Italia fu avviato dai movimenti di emancipazione femminile, in particolare dal Movimento di liberazione della donna (MLD), federato con il Partito Radicale. In Italia, come ha sostenuto Giambattista Scirè, «queste prime forme di adeguamento alla “moderna” mentalità europea, sviluppatesi mediante l’affermazione della libertà di scelta individuale, la prima diffusione dei contraccettivi, i tentativi di regolamentazione dell’aborto e l’emancipazione parziale delle donne, con la richiesta della possibilità legale del divorzio, convivevano ancora agli inizi degli anni Settanta e nonostante il “miracolo economico”, con il modello tradizionale della società, fondata sul matrimonio, sulla forza della famiglia come “aggregato intergenerazionale”, caratterizzato dal disinteresse dello Stato verso le politiche sociali e familiari».5

Rispetto all’interpretazione della sessualità come questione che interessa la cosa pubblica soprattutto in relazione alla salute e alla funzione riproduttiva, viene effettuato un vero e proprio salto concettuale nella Dichiarazione dell’Aia sulla salute sessuale e riproduttiva in Europa (nel maggio 2010), elaborata dalla European Society of Contraception and Reproductive Health (ESC), nella quale si esprime la preoccupazione di una mancanza di prevenzione concreta della violenza contro persone in ragione del proprio stile di vita sessuale, delle preferenze sessuali, del sesso, dell’identità sessuale, degli orientamenti sessuali e dello stato matrimoniale. L’ESC ha voluto garantire che la contraccezione non fosse considerata soltanto come mezzo per impedire una gravidanza non desiderata, bensì come condizione preliminare per il piacere sessuale e la soddisfazione sessuale senza il timore di una gravidanza non desiderata. Insomma, la sessualità non viene più intesa come uno strumento del potere attraverso il regime binario di lecito e illecito, di permesso e vietato, ma come una prerogativa unica e inviolabile della sfera personale e privata degli individui.

In un articolo, apparso di recente su “Le Monde”, riguardante la presa di posizione di Obama a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, il giurista Daniel Borrillo riporta le parole di Hannah Arendt, risalenti al 1959, a proposito del dibattito sui matrimoni interraziali negli Stati Uniti: «Il diritto di sposare chi si vuole è un diritto umano elementare rispetto al quale il diritto all’educazione, di sedersi in qualunque posto in un autobus, di andare in un qualsiasi albergo o posto di divertimento, quale che sia il colore della pelle o la razza, sono effettivamente diritti minori. Perfino i diritti politici come il diritto al voto e quasi tutti gli altri diritti previsti nella Costituzione sono secondari rispetto ai diritti inalienabili alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità proclamati nella Dichiarazione d’indipendenza. Ed è a quest’ultima categoria che appartiene senza alcun dubbio il diritto al matrimonio».6 D’altra parte, anche la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, la Carta di Nizza e diverse risoluzioni del Parlamento europeo hanno sancito per molti anni la necessità di evitare discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale nel diritto ad avere una famiglia.

Ma poiché, come dice Lea Melandri, «quando la politica si trova ad affrontare questioni che riguardano la sessualità, il punto d’approdo quasi fatale è lo scontro tra laicismo e religione, come se fosse scontato che tutto ciò che riguarda i corpi, la nascita, l’amore, la morte, appartiene alla sfera del “sacro”»,7 ecco che il dibattito politico diventa la caricatura di uno scontro tra “santi e peccatori” e che ineluttabilmente temi quali l’aborto e la contraccezione vengono utilizzati come pretesto per scatenare furiose polemiche con toni da crociata.

Nell’attuale campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti vengono riproposte le solite vecchie argomentazioni usate strumentalmente al fine di definire appartenenze più o meno virtuose. Infatti, la Chiesa americana si è scagliata contro la decisione del presidente Barack Obama di rendere obbligatoria nel 2013 un’assicurazione sanitaria per i dipendenti, che comprenda i rimborsi per la contraccezione e l’aborto a spese delle aziende. Il provvedimento era stato richiesto dal ministero della Sanità americano nel gennaio scorso e subito è diventato una questione politica. Colpito dagli attacchi della Chiesa e dei repubblicani, Obama ha dovuto fare un passo indietro, stabilendo che i dipendenti delle strutture associate a gruppi religiosi avrebbero continuato a ricevere i contraccettivi, ma pagati dalle assicurazioni e non dai datori di lavoro. La Conferenza episcopale americana invitava i cattolici a mobilitarsi contro il governo attuale, accusato di violare il diritto costituzionale di esercitare il proprio credo. Si pensi inoltre alla questione dell’aborto nel caso del candidato repubblicano Mitt Romney, il quale, dopo esserne stato per anni difensore, una volta divenuto un politico a livello nazionale e deposta la carica di governatore del Massachusetts, ha cambiato drasticamente idea. In questo momento Romney, impegnato nella campagna elettorale, si dichiara neutrale: da un lato è critico nei confronti dell’aborto “libero”, dall’altro è sostenitore della libertà d’azione degli individui in un campo come questo, che non può essere regolato dalla politica. Posizione saggia, visto che lo stesso Romney, durante un discorso in Colorado, confondeva la pillola del giorno dopo (cioè la contraccezione d’emergenza) con la pillola abortiva.

E, ancora sulla contraccezione, Rush Limbaugh, famosissimo commentatore radiofonico vicino ai repubblicani, ha definito “slut”, cioè prostituta, la studentessa della Georgetown University, Sandra Fluke, che si era battuta per la distribuzione degli anticoncezionali. Il commentatore ha ribadito che la ragazza meritava quell’insulto, perché, in sostanza, voleva essere pagata per fare sesso, avendo chiesto denaro ai contribuenti per vedere online i video delle sue “prestazioni”. Risultato: secondo un sondaggio del “New York Times”, a gennaio 2012 il 48% delle donne disapprovava le politiche di Obama contro il 46%, mentre a febbraio il 53% le approvava contro il 38%. Si tratta di un’inversione di tendenza potenzialmente decisiva, perché l’elettorato femminile rappresenta il 53% del totale. Nel 2008, il 56% delle donne votò per Obama, ma già nel 2010 sono passate in maggioranza con i repubblicani. Recuperarle potrebbe fare la differenza per la rielezione del presidente, che resta comunque in svantaggio tra gli uomini bianchi.

Anche durante l’ultima campagna presidenziale francese l’argomento contraccezione ha avuto, seppure piccolo, il suo spazio: per sedurre l’elettorato di estrema destra, Sarkozy è arrivato a chiedersi se si possa dare la pillola a una adolescente senza aver chiesto il parere ai genitori, in barba alla legge del 2001 che stabilisce che «il consenso dei titolari dell’autorità di genitori non è richiesto per la prescrizione, la consegna o la somministrazione di contraccettivi alle minorenni».8 Questo è accaduto proprio in Francia, paese in cui tanti anni prima si era verificato un virtuoso ribaltamento dell’ingerenza della politica nella vita dei cittadini con lo storico caso dell’introduzione dell’aborto farmacologico quale procedura alternativa al metodo chirurgico per l’interruzione volontaria della gravidanza. Nel 1988, l’azienda Roussel Uclaf, produttrice del farmaco RU486 o mifepristone, antagonista dell’ormone della gravidanza (la cosiddetta “pillola abortiva”), ne aveva annunciato il ritiro a causa della campagna di boicottaggio messa in atto dai movimenti antiabortisti. Il ministro della Salute Claude Évin, di fronte alla mobilitazione dei movimenti femministi e di molte personalità politiche, dichiarò che «la RU486 è proprietà morale delle donne», intimò al laboratorio, come la legge consentiva di fare, di rinunciare alla propria decisione con un decreto del 28 dicembre 1988 e ne regolamentò l’autorizzazione. Da allora, la Francia continua ad applicare questo metodo con un’enorme semplificazione della procedura e dei rischi per la salute della donne, mentre in Italia, sempre a causa di motivi unicamente ideologici, sono dovuti passare più di venti anni per l’approvazione del farmaco.

Sono storie come queste che modificano non solo le leggi, ma anche, ampliandone i confini, il clima culturale, nel quale si afferma l’idea che «ogni individuo ha il diritto di essere libero e di non subire invasioni arbitrarie della propria sfera corporea da chicchessia, medico o poliziotto, ricercatore o inquirente, per il bene proprio o per il bene della società».9 Ma non illudiamoci che i diritti acquisiti una volta lo restino per sempre. È necessario che la storia delle donne e degli uomini che si sono battuti per l’affermazione dei diritti di tutti non smetta di essere raccontata e spiegata per il significato che assume nella storia delle libertà dell’uomo. I giovani devono conoscerla e capire quanto siano precarie le conquiste realizzate in una parte peraltro ancora minoritaria del mondo, e quanto sia “naturale” il rischio di tornare indietro. Soprattutto dovrebbero, i giovani, apprezzare e riconoscere il valore di queste libertà per una vita civile, dignitosa e il più possibile felice. Perché darle per scontate o rimanere indifferenti significa perdere la capacità di difenderle.


[1] World Health Organization, Research on Reproductive Health at WHO. Biennal Report 2000-2001, Ginevra 2002.

[2] Si veda qui.

[3] C. Casini, Procreazione assistita. Introduzione alla nuova legge, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

[4] G. Corbellini, Scienza, quindi democrazia, Einaudi, Torino 2011.

[5] G. Scirè, L’aborto in Italia. Storia di una legge, Bruno Mondadori, Milano 2008.

[6] D. Borrillo, Le mariage homosexuel est une avancée nécessaire, in “Le Monde”, 14 maggio 2012.

[7] L. Melandri, Sessualità e politica, disponibile su qui.

[8] A. M. Merlo, Sarkozy a destra tutta: anche sulla contraccezione delle minorenni,
disponibile su qui.

[9] A. Santosuosso, Corpo e libertà. Una storia tra diritto e scienza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.

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