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Il vento cambia: in quale direzione?

Written by Italianieuropei Friday, 08 June 2012 10:09 Print

In uno dei capolavori della letteratura contemporanea, Herman Melville riconosce al capitano Achab la capacità di sentire il vento, di capire in quale direzione spirerà e quali novità porterà. In Francia il vento è cambiato: la vittoria di François Hollande ha messo la parola fi ne a quella politica-spettacolo che negli ultimi anni ha segnato la vita pubblica francese almeno quanto quella italiana, consacrando, come ha fatto da noi il governo Monti, il ritorno della politica al rispetto delle istituzioni.


In uno dei capolavori della letteratura contemporanea, Herman Melville riconosce al capitano Achab la capacità di sentire il vento, di capire in quale direzione spirerà e quali novità porterà.

In Francia il vento è cambiato: la vittoria di François Hollande ha messo la parola fine a quella politica-spettacolo che negli ultimi anni ha segnato la vita pubblica francese almeno quanto quella italiana, consacrando, come ha fatto da noi il governo Monti, il ritorno della politica al rispetto delle istituzioni.

Sull’onda della vittoria socialista in Francia, un vento nuovo ha cominciato a soffi are anche in Europa, dove finalmente una rinnovata attenzione alle politiche per la crescita si sta progressivamente sostituendo all’imperativo dell’austerità a tutti i costi. La prospettiva di un mutamento nell’indirizzo della politica economica europea e di una riforma della sua governance, per quanto complessa e irta di difficoltà nella sua concreta realizzazione, appare oggi più probabile di quanto non fosse solo pochi mesi or sono. Anche in Italia, nello scorso mese di maggio, ha soffiato il vento del cambiamento. Dopo i due turni delle ultime elezioni amministrative lo scenario politico nazionale si presenta radicalmente mutato non solo rispetto a quello emerso dalle politiche del 2008 (un secolo fa in termini di quotidianità politica, ma non va dimenticato che da esse è scaturita la composizione del Parlamento che ancora oggi, con il suo voto, determina l’approvazione o la bocciatura di ogni provvedimento legislativo e quindi il buon esito di ogni tentativo di riforma), ma anche rispetto alle elezioni regionali del 2010, che videro il centrodestra strappare al centrosinistra il governo di Piemonte, Lazio, Campania e Calabria.

La portata del cambiamento va molto oltre il dato rappresentato dalla vittoria del centrosinistra in 93 Comuni sopra i 15.000 abitanti a fronte dei 34 andati al centrodestra e sta in tutti quei segnali che fanno sì che queste amministrative possano essere indicate come l’evento che ha decretato la fine della seconda Repubblica e del fenomeno che più l’aveva caratterizzata: il berlusconismo. Il risultato del Partito Democratico, che si conferma primo partito a livello nazionale e unica forza in grado di resistere al tracollo generale registrato da tutti gli altri soggetti politici tradizionali, non deve e non può, però, essere motivo di autocelebrazione. Gli elettori hanno dato infatti segnali ben precisi che è difficile non registrare: il crollo del PDL, che dal 38% circa di consensi del 2008 passa a percentuali inferiori al 10% in molti dei Comuni chiamati al voto; la vera e propria débâcle della Lega Nord, che, travolta dagli scandali, perde il 67% dei suoi voti ed esce sconfitta in tutti e 7 i Comuni in cui era riuscita ad arrivare al ballottaggio.

C’è poi l’affermazione innegabile del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che, insieme al significativo aumento dell’astensionismo, sottolineano il modo di sentire che molti cittadini italiani provano nei confronti della politica: l’antipartitismo e la disaffezione verso tutte quelle forme di mediazione politica riconducibili, in qualche misura, alle vicende storiche della seconda Repubblica.

Cogliere i segnali che questo scenario allarmante ci manda è necessario. Operare affinché questa crisi del sistema politico italiano possa avere uno sbocco non caotico e costruttivo è doveroso.

A quest’impresa, che consta di un faticoso lavoro di ricostruzione di legami di fiducia, non giova l’azione di quanti non fanno distinguo fra i diversi partiti, fra le diverse storie personali. Mettere insieme tutti e condannare tutti allo stesso modo è un chiaro esercizio di disonestà intellettuale, quando invece vi sono chiare responsabilità da attribuire. E sono le responsabilità di un governo di centrodestra che fino all’ultimo si è ostinato a negare la crisi e il terribile impatto che questa aveva sulla vita quotidiana dei più deboli, che ha perso tempo prezioso nel tentativo di approvare leggi che andavano a beneficio di un singolo mentre l’intero paese affondava, che si è arroccato nella difesa del privilegio e ha anteposto, esso sì, la difesa dell’interesse personale a quella dell’interesse generale.

Ma c’è anche la difficoltà di una classe politica e di una classe dirigente che sembrano incapaci di dare risposte al bisogno di democrazia e di eguaglianza largamente diffuso nella sensibilità comune.

Chi non opera distinguo si assume la responsabilità di negare il lavoro quotidiano di quei giovani che, all’interno dei partiti, si impegnano in politica – e tanti lo fanno nelle fila del Partito Democratico – e dei molti amministratori locali che magari non faranno audience, ma fanno il bene delle comunità che rappresentano e delle città che governano. Sono tanti i “Pizzarotti del centrosinistra” che lavorano sodo, bene e senza clamore. Ma forse questo non è sufficiente. Nei prossimi mesi dovremo costruire una vera alternativa a quella sorta di egemonia culturale che è scaturita in questi ultimi vent’anni della nostra storia repubblicana.

Per fare questo dovremo promuovere un reale ricambio generazionale, recuperare i valori originari che hanno fondato la Repubblica e ripartire da questi per disegnare quella “frontiera” che sola potrebbe consentire l’uscita dalla situazione di crisi in cui versa il mondo occidentale. Dal voto arriva anche un segnale forte al Partito Democratico: una sorta di “ultima chiamata”, la richiesta di un rinnovamento non solo negli uomini, ma anche nella capacità di defi nire un reale progetto di alternativa per il governo del paese. Forse è proprio dalle politiche di quegli amministratori che non fanno audience che occorre ripartire, dal lavoro silenzioso e quotidiano per la difesa del loro territorio, che non vogliono degradato, ma segnato da uno sviluppo sostenibile. Forse sono il loro esempio e la loro esperienza la risposta migliore alle aspettative.

La valorizzazione dei beni immateriali sarà l’altra sfida su cui è possibile costruire un progetto di sviluppo: quale maggiore ricchezza per il nostro paese di un piano che veda al centro del rilancio economico i beni culturali, la progettazione accurata per l’utilizzo delle energie rinnovabili, non come sfruttamento del suolo fuori da ogni regola, ma utile strumento per le famiglie che possono fare del loro sviluppo un modo democratico e cooperativo per rispondere a un bisogno primario?

L’ambiente quindi, come grande risorsa in cui il ciclo dei rifiuti non è semplicemente la manifestazione di una sensibilità ambientale, ma la capacità di divenire una fonte di reddito per il benessere della comunità. La costruzione di un nuovo modello di welfare, infine, in cui le nuove generazioni trovino una speranza di vita per progettare il loro futuro, gli anziani una motivazione per sentirsi ancora utili.

Forse è la capacità di elaborazione e di formazione propria dei partiti una delle tradizioni e delle esperienze da salvaguardare per cercare di scrivere una nuova pagina della Repubblica il più lontano possibile da quelle che abbiamo vissuto in questo ultimo periodo.

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