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La crisi globale e il futuro del capitalismo

Written by Prem Shankar Jha Thursday, 03 May 2012 16:21 Print

Oggi come negli anni Trenta del secolo scorso, di fronte alla peggiore recessione mai conosciuta, ci si chiede se quella che stiamo vivendo sia la crisi fi nale del capitalismo. È probabile che, come già avvenuto allora, il capitalismo supererà questo momento diffi cile, ma non è affatto detto che esso sarà in grado, superata la tempesta, di garantire una fase di crescita e benessere diffuso come quella del secondo dopoguerra.

 

Ottanta anni fa, di fronte ai primi segnali della peggiore recessione che il mondo abbia mai conosciuto, un gran numero di pensatori cominciò a chiedersi se quella non fosse la crisi finale del capitalismo vaticinata da Marx. Negli ultimi due anni quel dibattito si è riproposto con rinnovato vigore.1 Ora, come allora, il capitalismo è in crisi. Ma negli anni Trenta ha dimostrato di poter sopravvivere. Anzi: non solo è sopravvissuto ma, dopo la seconda guerra mondiale, ha offerto al mondo industrializzato un’epoca d’oro – Les Trente Glorieuses – che è durata senza interruzioni fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso.

Anche questa volta è quasi certo che il capitalismo sopravviverà. Sembra invece molto meno probabile che possa portare a un’altra epoca d’oro in ogni parte del mondo abitato. Infatti, per arrivarci, dovremmo attraversare un altro lungo periodo di sconvolgimenti e conflitti. E stavolta non è affatto certo che la civiltà umana sopravviva in misura sufficiente a rendere possibile che si incarni l’idea di una nuova epoca d’oro.

L’intensificarsi della disorganizzazione economica e dell’incertezza politica – ciò che il compianto Giovanni Arrighi definiva “caos sistemico” – è stato evidente fin dai primi anni Ottanta. La crisi finanziaria globale e la conseguente recessione non hanno fatto che accelerare il fenomeno, che oggi ha cominciato ad alterare la struttura della società, e nessuno dei cambiamenti in atto sembra migliorare le cose.

Nelle società industriali, il cambiamento più diffuso, seppure meno discusso, consiste nella costante perdita della speranza. La fiducia in un futuro migliore per sé e per i propri figli, che era stata instillata nella gente dall’età d’oro del capitalismo, ha ricevuto un primo colpo negli anni Ottanta, quando l’industria manifatturiera ha cominciato a emigrare dai paesi industrializzati con alti salari, verso quelli di nuova industrializzazione che avevano salari più bassi. Di conseguenza il fenomeno della disoccupazione non solo si è aggravato ma, mentre prima si presentava solo nella fase calante del ciclo economico, è diventato permanente. Nei successivi decenni ha gravemente indebolito la capacità dei sindacati di tutelare la classe operaia.

I paesi industrializzati più forti hanno cercato di rassicurare la popolazione sostenendo che si trattava di una sofferenza transitoria. La globalizzazione stava producendo una specializzazione internazionale di tipo nuovo: tra società “della conoscenza” e società “di servizio”. Si sarebbero sviluppati tecnologie e nuovi prodotti ideati nelle società della conoscenza, ovvero quelle ad alto reddito. La produzione sarebbe stata sempre più riservata ai coolies delle società dei servizi. Per trarre vantaggio dalla nuova divisione del lavoro, i governi erogavano generosi finanziamenti ai giovani, per meglio qualificarli, e promuovevano l’integrazione economica all’interno e tra le varie regioni, per ampliare il mercato delle proprie competenze. La nuova età dell’oro, però, continuava a sfuggire ai paesi industrializzati. Il numero di nuovi posti di lavoro altamente specializzati che veniva creato era ampiamente superato da quello dei posti a bassa specializzazione persi. La classe operaia emigrava in massa nel terziario, finché anche questo settore cominciò a essere esternalizzato in paesi con bassi salari, come l’India, le Filippine o la Tunisia.

Poiché cresceva la disoccupazione e la gente viveva più a lungo, i costi del welfare lievitavano. Ma il calo dell’occupazione nel settore manifatturiero e nel terziario meglio retribuito restringeva la base contributiva, rendendo sempre più difficile per i governi arrivare a un pareggio di bilancio. Ne è seguito un lungo e lento logorio dello Stato sociale. Pezzo per pezzo la popolazione salariata scopriva di stare perdendo rapidamente il secondo pilastro su cui si fondava la sua sicurezza nell’età dell’oro.

Il no della Francia alla proposta di Costituzione europea nel 2005 è stato il primo segnale del fatto che la gente aveva perso fiducia nei propri leader e non credeva più alle loro rassicurazioni di essere in grado di risolvere i problemi e preparare per loro un futuro migliore. Nel 2008, quando la recessione ha cominciato a colpire, la luce in fondo al tunnel, che già era fioca, si è spenta del tutto.

Il secondo effetto della crisi finanziaria e della recessione è stato il rinascere della paura. La quasi scomparsa dei sindacati e il logorio dello Stato sociale avevano già gravemente indebolito la coesione sociale che caratterizzava l’età dell’oro. La perdita delle tutele assicurate dai sindacati e dallo Stato sociale ha costretto i lavoratori in uno stato di isolamento – anomia – che avevano conosciuto solo i loro nonni, più di ottant’anni fa.

La crisi finanziaria e la recessione hanno trasformato la crescente paura in una rabbia che si sfoga cercando capri espiatori. Il bersaglio più facile sono gli immigrati, che sono ancor più isolati dei lavoratori. La perdita di speranza in Europa prima si è riflessa nella crescente animosità nei confronti degli immigrati e nella chiusura progressiva dei suoi confini fin dalla fine degli anni Ottanta; per poi portare l’astio verso gli immigrati a un livello ancora più alto, che è stato utilizzato strumentalmente dall’estrema destra. La Grecia offre un esempio illuminante di tutto ciò. Forse nessun altro piccolo Stato europeo ha sofferto di più sotto il nazismo. Ma questo è il paese in cui Alba d’oro, un partito dichiaratamente fascista che non è mai riuscito nemmeno ad avvicinarsi al 3% dei voti necessario per entrare in Parlamento, sta conquistando un seguito a un ritmo tale da costringere tutti i partiti a rivedere i propri programmi per contrastarne la sfida. Lo fanno promettendo di mettere in carcere gli immigrati prima di espellerli dal paese, invece di lasciarli liberi fino alla sentenza di appello contro il provvedimento di estradizione.2

La crisi ha accelerato la contrazione della classe media e ha quindi affrettato la polarizzazione sociale in Europa e in America. È salito alle stelle il numero di giovani che non riescono a trovare lavoro e sono costretti a vivere con i genitori. Questo fenomeno ha imposto un’immensa pressione sui redditi da pensione e ha trascinato molte famiglie in uno stato che si potrebbe definire di dignitosa povertà.

Mentre la classe media affondava nella miseria, però, i ricchi sono diventati ricchissimi. L’ufficio statistiche del lavoro degli Stati Uniti rivela che il 10% più ricco della popolazione si è accaparrato il 90% della ricchezza creata negli ultimi quarant’anni e che i due terzi di questa ricchezza sono finiti in mano al 2% più ricco. Oggi la classe media ha rivolto la propria rabbia contro i capitalisti della finanza, la cui avidità ha devastato tante esistenze. Siccome i “criminali” sono grandi imprese economiche transnazionali, anche i loro avversari varcano le frontiere per costruire alleanze. Occupy Wall Street è il primo esempio di questo consolidamento. È l’inizio della formazione di un proletariato internazionale.

La crisi finanziaria aggrava i conflitti non solo all’interno delle singole società, ma anche tra una società e l’altra. La prolungata crisi dell’euro non è addebitabile solo all’imprevidenza della Grecia, ma forse in misura anche maggiore all’improvvisa riscoperta della propria identità nazionale da parte dei tedeschi, degli olandesi e dei francesi, soprattutto dei primi. L’avversione dei comuni cittadini tedeschi rispetto a qualsiasi ipotesi di un secondo salvataggio della Grecia, di un rifinanziamento della Banca centrale europea e dell’ampliamento del Fondo europeo di stabilità finanziaria è direttamente responsabile della perdita di fiducia nel resto del mondo nei confronti della stabilità dell’euro. Il che si traduce in tassi d’interesse più elevati per paesi come l’Italia o la Spagna, che pure sono riusciti a controllare la spesa e hanno un surplus di bilancio primario (prima della deduzione di interessi sul debito). Gli alti tassi d’interesse renderanno più difficile per loro una riduzione del deficit generale di bilancio e li costringeranno a adottare misure deflazionistiche ancora più dure. E questo non può non provocare ancor più malcontento in quei paesi. È difficile prevedere quanto potrà sopravvivere l’Unione europea quando la polvere si sarà posata.

I tedeschi sono stati riluttanti ad ammettere di essere debitori, in un senso molto concreto, verso i membri più deboli dell’Unione europea per il finanziamento dei propri programmi di ristrutturazione, perché non sono consapevoli o non vogliono ammettere di essere stati i maggiori beneficiari della creazione dell’eurozona. Prima dell’adozione della moneta unica, quei paesi mantenevano una posizione competitiva e compensavano gli alti tassi d’inflazione che pativano a causa del maggiore deficit fiscale, svalutando, volta per volta, le proprie valute. L’adozione dell’euro come moneta unica ha bloccato questo andamento. Il che, in pratica, ha conferito i vantaggi di una tacita svalutazione ai produttori tedeschi, e si è riflessa in un rapido aumento delle esportazioni della Germania verso gli altri paesi dell’eurozona. Molto di questo aumento, però, è avvenuto a spese della produzione locale, che aveva perso il margine competitivo assicurato dalla svalutazione. Quello che i tedeschi non sono disposti ad ammettere è che il crescente deficit fiscale delle economie più deboli dell’Unione è almeno in parte un riflesso della riduzione delle loro capacità industriali e quindi della base contributiva.

Ma non si può criticare del tutto nemmeno l’opinione pubblica tedesca. Infatti, se l’Unione avesse sviluppato fin dall’inizio un sistema complessivo di controllo e verifica delle prestazioni fiscali e di imposizione di politiche correttive nei paesi membri, sarebbe stato stroncato sul nascere il permissivismo fiscale che si è verificato in Grecia e, in minor misura, in Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda. La conclusione è incontrovertibile: l’integrazione europea era un progetto incompleto – un work in progress – quando è esplosa la crisi. La quale non solo ha bloccato l’integrazione, ma ha riportato in vita un atavico nazionalismo che rischia di fare a pezzi l’Unione.

La conseguenza potenzialmente più pericolosa della crisi economica e finanziaria sta nell’aver spinto al limite la sensazione sempre più acuta di una debolezza economica e militare dell’Occidente e ha dato spazio a un’intensificazione acuta della sfida alla sua egemonia da un lato, in Asia, da parte della Cina e dall’altro da parte delle masse islamiche militanti e politicizzate.

Questo indebolimento è venuto alla luce una prima volta negli anni conclusivi della guerra fredda, in un documento che discuteva della politica di difesa, redatto nel 1987 da Paul Wolfowitz, allora al Pentagono come membro dell’Amministrazione Reagan. Mentre osservava che la guerra fredda si stava concludendo con una vittoria per l’Occidente, Wolfowitz sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto perpetuare la propria egemonia non allargando la propria rete di alleanze con paesi del medesimo orientamento e rafforzando la propria potenza economica, ma annientando militarmente i potenziali rivali e strocandoli fin dal nascere.

Anche se quel documento fu formalmente disconosciuto dall’Amministrazione, in quanto «destinato esclusivamente al dibattito interno», il testo trapelò e fu pubblicato dal “New York Times” e colpì la fantasia di tutti i politici tanto repubblicani che democratici. Con il senno di poi ci è possibile vedere che questo accadde perché bloccare preventivamente la crescita di futuri rivali significava ammettere la propria debolezza. Da allora la globalizzazione ha deindustralizzato l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, per più di dieci anni. Nel testo di Wolfowitz era implicita la tesi del first strike. La contrazione della base retributiva e i crescenti impegni del governo federale nello Stato sociale avevano già scatenato una gara nell’Amministrazione Reagan per ridurre le “dimensioni” (ovvero gli impegni interni) del governo federale. Il documento di Wolfowitz si basava su una tacita ammissione del fatto che lo svuotamento della base industriale era destinato a lasciare ai governi futuri minori riserve per fare fronte alle sfide al proprio predominio. La strada migliore, forse l’unica rimasta, era quella di stroncare sul nascere i possibili antagonisti. La tesi fu formalizzata nel 2002 da George W. Bush, come nuova dottrina della sicurezza americana.

Sono però sorti nuovi antagonisti. Dopo trent’anni di crescita a un tasso superiore al 9% in Cina e inferiore al 3% nei paesi dell’OCSE (con l’eccezione della Corea del Sud), sarebbe stato davvero strano se la Cina non avesse cominciato a manifestare un atteggiamento più energico nelle relazioni con gli Stati Uniti e con i suoi vicini asiatici. Ma l’Occidente ha dovuto affrontare una seconda e più immediata sfida: quella dell’Islam politico. Fino al 2009 la Cina aveva scelto di prendersi del tempo. In quell’anno l’espressione “interessi fondamentali per la sicurezza” è apparsa solo una volta sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali cinesi. Le cose sono radicalmente cambiate nel 2011. Non solo la Cina contesta agli Stati Uniti il diritto di incrociare con le proprie navi da guerra nel Mar Giallo, ma i giornali cinesi hanno rivendicato il diritto di tutelare i propri “interessi fondamentali per la sicurezza” non meno di 365 volte. Anche la sfida islamica si è apertamente manifestata nel 2011. In precedenza l’Occidente l’aveva liquidata come semplice terrorismo, lasciando intendere che venisse solo da una piccola minoranza frustrata del mondo islamico. La bolla dell’autofrustrazione è stata fatta scoppiare dalla Primavera araba.

Uno dopo l’altro, nel giro di poche settimane, in Tunisia, Egitto, Yemen, Giordania e Bahrein, i governi autocratici arabi, pur corrotti e violenti, hanno cercato di modernizzare gli Stati arabi. La loro caratteristica comune era di avere sviluppato buoni rapporti con l’Occidente, accettando tacitamente, se non esplicitamente, il diritto all’esistenza di Israele. Dapprima l’Occidente ha interpretato la Primavera araba come la rivolta di una borghesia democratizzata contro l’autoritarismo e offerto un pieno sostegno. Un anno dopo, però, quando le elezioni in Tunisia e in Egitto hanno portato al potere una Fratellanza Musulmana rinnovata e diversi gruppi salafiti (estremisti), la soddisfazione iniziale dell’Occidente è stata soppiantata dai dubbi e da una crescente ansia circa il futuro del Medio Oriente.

L’improvvisa e inedita sensazione di essere vulnerabili, nata dal timore di perdere il controllo del Medio Oriente, è la spiegazione più plausibile del rinnovato e alquanto avventato ricorso da parte degli Stati Uniti a un intervento militare preventivo, ora insieme all’Unione europea, che il mondo ha visto in Libia, e che per poco non si è visto in Iran e in Siria. Alla stessa stregua di altre potenze del passato giunte quasi al tramonto, gli Stati Uniti hanno compiuto un tentativo disperato per tranquillizzare i sunniti degli sceiccati ricchi di petrolio, che sentono soffiare su di sé il vento freddo della Primavera araba, per unificarli in una specie di jihad contro l’Islam sciita impersonato dalla Siria e dall’Iran. Il che, alla fine, ha indotto Russia e Cina ad accordarsi contro l’Occidente nel Consiglio di Sicurezza e ha provocato un coalizzarsi dei paesi BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – decisi a contrastare questa sconsiderata espansione del conflitto.

Le nuvole della guerra non sono più, ormai, fuori dalla vista, ma cominciano a spuntare all’orizzonte.

 


 

[1] M. E. G. Smith, Global Capitalism in Crisis. Karl Marx and the Decay of the Profit System, Fernwood Publishing, Halifax & Winnipeg 2010, pp. 179.

[2] R. Donadio, D. Bounias, Hard Times Lift Greece’s Anti-Immigrant Fringe, in “The New York Times”, 13 aprile 2012.

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