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La necessaria evoluzione della militanza politica

Written by Giuseppe Di Caterino e Giuseppe A. Veltri Sunday, 02 March 2008 20:56 Print
I partiti politici sono stati spesso definiti «cinghia di trasmissione tra la società e la democrazia» per sottolineare il lavoro di mediazione che essi svolgevano tra società e potere politico. Tale metafora, tuttavia, si presta anche a indicare un altro aspetto della relazione che intercorre tra questi due relata: l’influenza che la società produce sui partiti politici.

I partiti politici sono stati spesso definiti «cinghia di trasmissione tra la società e la democrazia» per sottolineare il lavoro di mediazione che essi svolgevano tra società e potere politico. Tale metafora, tuttavia, si presta anche a indicare un altro aspetto della relazione che intercorre tra questi due relata: l’influenza che la società produce sui partiti politici.

Il partito politico rimane estremamente importante nella sua funzione di sintesi della complessità sociale e nella capacità di creare identità sociali, ma questi suoi punti di forza con il tempo diventano anche delle costrizioni: un partito deve cercare di adeguarsi ai mutamenti che la società subisce nel tempo. È in questo quadro che si pone la necessità storica di un nuovo contenitore quale il Partito Democratico.

Da questo punto di vista, uno degli aspetti più delicati dell’operazione, ma se vogliamo anche più entusiasmante, è quello del rapporto e delle forme di interazione con i futuri militanti di tale organizzazione. Il tema non riguarda solo il Partito Democratico, ma tutti i partiti, se si considera il peso che essi continuano ad avere nella società italiana, cosa che non permette loro di restare indietro rispetto alle trasformazioni della società e delle forme di militanza politica.

Sembra, infatti, che l’identificazione degli italiani con i partiti sia ancora molto alta,[1] soprattutto tra coloro che si autodefiniscono di sinistra, anche se questa identificazione convive da tempo con quella coalizionale. Anche l’interesse verso la politica sembra non essere scomparso[2] e, seppur in declino, persiste in modo significativo sempre tra coloro che si definiscono di sinistra.

Tuttavia, la passione e la fiducia hanno valori bassi[3] anche tra le persone vicine all’Unione (nonostante questi valori risultino più alti rispetto agli elettori del centrodestra); non a caso la rabbia e altri sentimenti negativi sono le emozioni maggiormente scelte da questi elettori per definire il loro rapporto con la politica.

A rendere ancor più impellente un ripensamento delle forme di organizzazione partecipativa vi è la nuova legge elettorale, sostanzialmente per due ragioni: da un lato l’assenza del voto di preferenza ha fatto sì che i partiti, con il gioco delle posizioni di lista, decidessero al loro interno il 90% dei futuri deputati;[4] dall’altro, con il ritorno al proporzionale si è potenzialmente ridata voce a quelle rappresentanze d’interessi, valori e culture specifiche che il maggioritario non era riuscito a garantire appieno.[5]

In generale, quindi, il ruolo dei partiti è ancora centrale, ma esiste un notevole livello di frustrazione da parte dei cittadini nel rapporto con la politica. Molto è stato scritto sulle trasformazioni in atto nei partiti dopo il crollo delle ideologie, soprattutto sulle linee politiche da adottare e l’aggiornamento teorico necessario per comprendere le trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi decenni. Probabilmente, in questo processo risiedono molte delle cause che hanno alterato il rapporto tra militante[6] e partito, ma troppo spesso sono stati trascurati aspetti meno teorici (o per lo meno diversi) ma allo stesso tempo essenziali. In buona sostanza, sono mutati molti di quei presupposti che davano ragione di un certo modello organizzativo della partecipazione.

Volendo schematizzare, gli aspetti cambiati in maniera più evidente sono: a) il livello di istruzione dei militanti; b) la mutazione degli orari e dei contesti di lavoro; c) le tecnologie dell’informazione.

La mutazione di queste tre variabili ha riaperto in modo ancor più pressante il problema della relazione tra la partecipazione e un’organizzazione che tenga conto di gratificazioni e aspetti meritocratici come «motivatori» essenziali seppur non unici (ovviamente, affiancati dai propri valori etici e morali).

 

L’istruzione Negli ultimi trent’anni il livello d’istruzione dei militanti è cresciuto enormemente. Di conseguenza, la funzione pedagogica che la sezione o l’unità di base svolgevano un tempo è andata in gran parte smarrita. L’alfabetizzazione di massa, accompagnata da un aumento della complessità sociale, ha portato ad una ricchezza di competenze, ovvero ad una serie di nuove risorse che i partiti si sono trovati a loro disposizione.

Il rovescio della medaglia è che, ad un grado di maggiore istruzione si associano fisiologicamente maggiori aspettative sulle gratificazioni che un impegno, anche politico, produce. Questo genera solitamente un paradosso, che riguarda qualunque tipo di gruppo sociale: maggiori risorse intellettuali, se non opportunamente sfruttate, portano ad una forma di frustrazione che può degenerare fino all’abbandono del gruppo[7] (e nel nostro caso della militanza), paradosso che negli ultimi 10-15 anni non ha risparmiato neanche organizzazioni quali i partiti.

Rimangono pertanto, come vero e proprio potenziale inespresso, nuove capacità d’analisi e d’azione politica, che se valorizzate aggiungerebbero ai partiti un enorme plusvalore nel loro rapporto con i territori e con la società in generale.

 

La mutazione degli orari e dei contesti di lavoro Anche per chi lavora e sia desideroso di partecipare alla vita di un partito politico, la flessibilità degli orari di lavoro introdotta negli ultimi anni non è stata un fattore di aiuto, tanto che è diventato sempre più arduo avere uno schema temporale organizzativo che possa andare bene a tutti. Questo discorso è particolarmente vero per i giovani, sia per la loro maggiore flessibilità lavorativa, che per la loro minore stabilità territoriale.

In generale, la diversificazione degli orari di lavoro ha reso molto difficile mantenere lo stesso metodo organizzativo per tutti gli interessati e in generale ha contribuito ad un allontanamento dalla partecipazione «fisica». Ma la mutazione dell’orario di lavoro è solo la conseguenza di un processo più ampio che ha condotto ad una rimodulazione dei tempi e delle dinamiche di vita.[8]

Se infatti un tempo esisteva una distinzione netta tra tempo libero e tempo di lavoro, ferie e periodi lavorativi, le nuove professioni del terziario avanzato hanno reso labili questi confini. In buona sostanza, è avvenuta una semipersonalizzazione del proprio contributo a qualsivoglia processo produttivo, cosa che ha sfibrato le reti interpersonali nel contesto lavorativo, uno dei luoghi dove un tempo soprattutto i partiti di sinistra organizzavano forme di partecipazione partendo dalle rivendicazioni sindacali per poi allargarsi su tutti gli altri ambiti.

Il meccanismo aveva una sua efficacia perché, in buona sostanza, luoghi e bisogni si sovrapponevano, cosa che adesso non è più vera, anche perché al venir meno dei luoghi, la morfologia stessa dei bisogni è profondamente mutata: da collettivi a individuali; da bisogni materiali a bisogni di natura emotiva, immaginifica, auto-espressiva.[9]

 

Le tecnologie dell’informazione Le nuove tecnologie, se da un lato rappresentano un indubbio vantaggio, i cui benefici sono oramai nell’esperienza lavorativa e di svago di tutti, in un certo senso rappresentano anche un rischio per la partecipazione basata unicamente sul criterio della territorialità, cosa di per sé imprescindibile, visto che la rappresentanza d’interessi si stratifica su questa logica (circoscrizione, comune, provincia ecc.).

Nonostante questo rischio, i vantaggi che queste tecnologie possono offrire sono enormi.

La rete permette di entrare in relazione con persone che hanno interessi identici, magari solo su un tema specifico che sta loro particolarmente a cuore.[10] In questo senso, la rete permette di organizzarsi per agglomerati tematici e non solo territoriali e può rappresentare una forma di partecipazione succedanea rispetto ai vecchi modelli dell’impegno politico. A riguardo non esistono studi che vadano a quantificare questo fenomeno, ma sicuramente possiede una sua consistenza, soprattutto per quelle generazioni la cui fonte iniziale di socializzazione politica è rappresentata dalla rete (e c’è il ragionevole sospetto che giocherà un ruolo sempre maggiore in futuro).

Non a caso, parte soprattutto da queste generazioni il fenomeno dei blog, intesi come nuove forme di militanza, luoghi di discussione e confronto attraverso tutti i benefici che la rete offre: da un platea potenzialmente enorme a forme di integrazione e group thinking (grazie a network e blog aggregators), sino all’utilizzo dell’enorme database di sapere che internet costituisce. Le nuove tecnologie rappresentano, quindi, anche una grande opportunità per rilanciare il dibattito culturale interno ad un partito senza i tradizionali vincoli territoriali e superando i limiti alla partecipazione tradizionale imposti dalle mutate condizioni di vita e di lavoro. Inoltre, le nuove tecnologie dell’informazione permettono il facile accumulo, trasferimento e accesso di conoscenza all’interno di un’organizzazione, generando un «ambiente informativo» molto più dinamico e ricco. Quest’ultimo aspetto dovrebbe rivestire un’importanza strategica in una qualsiasi organizzazione e quindi anche in una di natura politica.

Resta aperta la questione di come riconoscere, integrare e valorizzare queste nuove forme di militanza nello schema organizzativo di un partito.

 

Militanza quantitativa e militanza qualitativa Durante gli anni Sessanta all’interno del PCI esisteva una regola non scritta per cui ogni tesserato, per poter essere ritenuto un bravo militante, doveva cimentarsi ciclicamente con il volantinaggio, lo speakeraggio e l’attacchinaggio. Sempre in quegli anni, i più bravi diffusori de «L’Unità» – durante i giorni della cosiddetta diffusione militante – ricevevano dei riconoscimenti ufficiali che stavano a rappresentare la loro bontà in qualità di militanti.

Dalla celerità con cui si rinnovava la tessera, al numero di simpatizzanti portati per la prima volta in cellula o in sezione, con esempi di questo tipo si potrebbe continuare ad oltranza nel dimostrare che una «logica quantitativa» faceva da padrona nel valutare l’operato dei membri del partito e nel determinare le leadership all’interno dei vari contesti, soprattutto in quelli locali.

Tutto questo aveva una sua efficacia all’interno di un sistema dove la funzione dei partiti nella società era piuttosto nitida. Ci si può girare intorno, ma uno degli aspetti cruciali su cui basare una riorganizzazione della militanza all’interno di un partito è quello di come gratificare gli sforzi dei militanti e di promuovere un’etica meritocratica al suo interno. Si tratta di un problema non semplice per l’evidente specificità che caratterizza un’organizzazione politica rispetto ad altre forme di organizzazione. È evidente che gran parte dei militanti sono mossi da passione su base volontaria e motivata dalla propria etica e dai propri valori.

In un partito politico, non si potrebbe (e non si dovrebbe, aggiungiamo) usare il medesimo sistema d’incentivi e promozioni che vige in una qualsiasi altra organizzazione. Rese chiare queste riserve, dobbiamo però avere anche una concezione pragmatica dell’individuo. Una visione polarizzata e manichea del problema non rende conto della sfaccettata realtà di queste organizzazioni: non esiste solamente il becero carrierismo da un lato e dall’altro la militanza unicamente ispirata dagli ideali. Anche il militante di un partito politico ha aspettative sul riconoscimento e la gratificazione dell’operato profuso. Questo riconoscimento dovrebbe avvenire attraverso la delega di nuove e maggiori responsabilità dirigenziali e attraverso la valorizzazione del capacità umane e intellettuali del militante.

La difficoltà nasce nel dover valutare i nuovi modi di contribuire alla vita di partito che convivono con quelli precedenti: c’è chi è sempre presente e organizza quella quotidianità indispensabile per un’unità di base; c’è chi è uno sporadico militante che però contribuisce al dibattito culturale interno; e ora c’è anche chi non può garantire una militanza «fisica» ma che contribuisce alla vita del partito grazie al suo networking.

In buona sostanza, con il mutare delle condizioni sociali, economiche e tecnologiche sembra essere emersa una distinzione sempre più netta tra una militanza «quantitativa » e una «qualitativa».

Il modello quantitativo è, in un certo senso, un riflesso condizionato della cultura della società di massa, dove la forza del partito è nella numerosità del gruppo e i singoli sono tali in quanto membri del gruppo, con ruoli, tempi e forme di partecipazione pressoché identiche da militante a militante. Ovviamente, ogni partito ha ancora la necessità di una spina dorsale organizzativa che renda la sua struttura capillare sul territorio e permanente: a questa necessità corrisponde una partecipazione di tipo quantitativo, vale a dire una presenza costante nelle sedi e nei luoghi del partito politico e anche una partecipazione alle funzioni organizzative di base da cui ogni partito non può prescindere.

Per partecipazione qualitativa intendiamo invece una forma d’impegno basata su competenze specifiche, generalmente provenienti dall’attività professionale. Quindi una forma d’impegno diversificata, con funzioni, tempi e modalità di partecipazione diverse da militante a militante. Una partecipazione personalizzata, che si contraddistingue per flessibilità di rapporto e che potremmo definire come «postmoderna», se tale aggettivo non fosse stato frequentemente abusato.

In generale, l’incapacità di valorizzare la partecipazione qualitativa è il grande limite dei partiti politici al momento. Il problema non è solo quello delle tante risorse sprecate; si tratta anche di segmenti qualitativamente importanti del nostro paese che non hanno visibilità, anche e solo come semplici testimoni di un percorso di vita, all’interno di luoghi nati per cogliere dei fenomeni e dar loro una rappresentanza.

 

Una nuova struttura organizzativa È sempre molto difficile cambiare gli aspetti organizzativi di un’organizzazione con le caratteristiche dei partiti politici, sia per consuetudini storicamente sedimentate e trasmesse, sia per la grandezza della loro struttura. A questi ostacoli si aggiunge la tendenza a preservare lo status quo che ogni organizzazione mostra dinnanzi a propositi d’innovazione. Da questo punto di vista, la nascita di un nuovo soggetto come il Partito Democratico, potrebbe rappresentare un’occasione unica d’innovazione non soltanto politica, ma anche organizzativa.

Nonostante la complessità e la grandezza del fenomeno si possono formulare alcune proposte, con la speranza che possano avviare una discussione in merito. Naturalmente, con queste non si vogliono dividere i militanti tra militanti di «serie A» e di «serie B», ma semplicemente si vuole trovare un congegno che allarghi il più possibile le forme di partecipazione attiva nella vita pubblica del paese. È indubbio che in questo momento lo schema quantitativo rappresenti un limite alla partecipazione, anche se, come detto in precedenza, dei nuclei a livello territoriale che svolgano una funzione di motore organizzativo e che rispondano alle necessità sul territorio del partito (campagne elettorali, ma non solo) devono pur sempre esistere. Sarebbe necessario introdurre forme flessibili e non vincolanti di partecipazione, legate intorno a temi o questioni, dove la conoscenza o la motivazione ad indagare un determinato tema è elemento dirimente.[11] In questo modo si supererebbero due aspetti che, soprattutto da parte dei più giovani, vengono percepiti come ostacoli alla partecipazione: la rigida trafila per poter prendere parte alla dialettica di un partito (un esempio ne è il discorso della tessera) e le discussioni tediosamente generaliste e banalizzanti cui si assiste soprattutto a livello locale.

Una possibilità potrebbe essere rappresentata dall’istituzione di gruppi tematici su diversa scala (comunale, provinciale, regionale ecc.) per utilizzare le competenze dei militanti nella formulazione di politiche locali e nell’analisi delle realtà di riferimento. Questi gruppi tematici, costituiti sulle competenze dei militanti, attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie, andrebbero a costituire dei «nodi d’analisi» locali, da concepire come archivi di analisi di problemi, proposte di sviluppo o di semplice descrizione della complessità e della storia dei temi più importanti.

I «nodi d’analisi» locali, per essere valorizzati, dovrebbero costituire la base principale su cui sviluppare un programma nazionale organizzato geograficamente e non solo tematicamente. In altre parole, un programma che sia suddiviso per aeree geografiche del paese con ricette e proposte tarate per le variegate realtà locali italiane. Si svilupperebbero, quindi, politiche specifiche per ogni territorio coinvolgendo le risorse umane del luogo che hanno il vantaggio di unire competenza e conoscenza dello stesso. In questo modo si riuscirebbe a spostare una parte dell’attività d’analisi dai vertici del partito verso le unità di base dove servirebbe a valorizzare quelle forme di militanza qualitativa che attualmente non trovano piena espressione.

La struttura piramidale dell’attuale organizzazione politica è presente anche nel processo di analisi, che quasi sempre risiede unicamente ai vertici del partito, ma questo modello non valorizza le risorse umane e intellettuali disponibili alla base della piramide. In teoria, sarebbe anche un veicolo di responsabilizzazione e apertura dei dirigenti locali che dovrebbe produrre analisi e partecipare alla costruzione di un dialogo con altri attori come le università, le associazioni culturali e altre espressioni della società civile. Il futuro Partito Democratico dovrebbe contenere un programma di questo genere per valorizzare al massimo le forze intellettuali locali e dotarsi di un’organizzazione veramente democratica al suo interno, come il suo nome lascerebbe supporre.

Inoltre, questi lavori potrebbero innescare un circolo virtuoso dove, varie unità territoriali spinte da un’implicita competizione, sarebbero portate a dare il meglio, a patto naturalmente che queste elaborazioni finiscano per avere una valutazione e un successivo confronto con gli esperti tecnici più che con gli esponenti politici che ogni partito ha nella propria struttura.

Tutto questo, oltre ad aumentare nel lungo termine la qualità del dibattito pubblico sia interno all’organizzazione che verso l’esterno, rappresenterebbe un primo passo contro lo squilibrio generazionale che è causa e conseguenza di quella gerontocrazia – un fenomeno tristemente radicato in tanti settori della società italiana – che si accentua in forma ancor più preoccupante all’interno del mondo della politica: semplicemente la parte più creativa e dinamica del paese non partecipa alla vita politica nei termini con cui questo avviene nelle altre democrazie avanzate d’Europa.

Un altro aspetto da valutare in questa direzione sarebbe quello di ripensare l’attuale nonché anacronistica suddivisione tra partito e movimento giovanile, una specificità quasi completamente nostrana. Nel futuro partito democratico, speriamo di non vedere alcun movimento come «i giovani democratici» dover per giovani s’intende persone di trent’anni.

Ovviamente ci si rende conto della complessità dei temi sollevati e questo contributo rappresenta soltanto uno stimolo ad un futuro dibattito che si ritiene essenziale per il futuro dei partiti come organismi democratici e in particolare del Partito Democratico.

La governance del futuro e l’identità del nuovo Partito Democratico passa anche attraverso una necessaria evoluzione della militanza all’interno dei partiti politici. Partiti che nella loro strutturazione attuale lasciano colpevolmente in disparte le migliori forze emergenti; un nodo da sciogliere quanto prima se si vuole che la classe politica del domani abbia medesima caratura qualitativa rispetto alle classi dirigenti di tutti gli altri settori della società italiana.



[1] Itanes, Sinistra e Destra. Le radici psicologiche della differenza politica, Il Mulino, Bologna 2006, p. 77.

[2] Ivi, p. 162.

[3] Ivi, p. 99.

[4] Cfr. gli studi e le analisi di Roberto D’Alimonte pubblicati periodicamente su «Il Sole 24 ore». Per avere un’idea di massima http://brunik.altervista.org/leggeelettorale.html.

[5] Cfr. C. Velardi, Non rimpiango il maggioritario, in «Il Riformista», 15 ottobre 2005, p. 2.

[6] Concentriamo la nostra attenzione sui militanti e non sugli iscritti, poiché sono i primi che determinano la vita interna di un partito mentre gli iscritti possono assumere un ruolo estremamente passivo.

[7] Su aspettative, frustrazioni, conflitti e abbandoni nei gruppi sociali: H. Tajfel, Human Groups and social categories. Studies in social psychology, Cambridge University Press, Cambridge 1981.

[8] Cfr. Z. Bauman, Vita Liquida, Laterza, Roma-Bari 2006.

[9] A. Bonomi, M. Cacciari, G. De Rita, Che fine ha fatto la borghesia?, Einaudi, Torino 2004, pp. 47-68.

[10] P. Wallace, La psicologia di Internet, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.

[11] A tale riguardo è molto interessante il dibattito sulla cosiddetta «Generazione U» che si è sviluppato negli ultimi mesi sul quotidiano «Europa» e nella blogosfera italiana.

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