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Mezzogiorno senza mafie. Un'altra idea di sviluppo economico e sociale

Written by Orfeo Notaristefano Sunday, 02 March 2008 20:40 Print

Tutti gli indicatori dei principali istituti di ricerca confermano che anche negli ultimi cinque anni il Mezzogiorno d’Italia ha conosciuto sporadici slanci di crescita economica, subito vanificati da altrettanto rapidi balzi all’indietro. Il risultato è che le disparità, storiche o recenti, tra il Sud e il Centro-Nord non sono diminuiti, ma si sono accentuati.

Soltanto due anni fa il CENSIS, nel suo «Rapporto annuale 2006», sullo Stato sociale del paese, tornava a parlare di «Mezzogiorno dimenticato ». Non lo faceva da tre lustri, ma di «Mezzogiorno dimenticato», che arranca, che non riesce ad agganciare il resto del paese, il CENSIS parla anche nel suo quarantesimo rapporto, presentato il 1 dicembre del 2006. Piuttosto, oggi appare evidente che la «questione meridionale» nel Terzo millennio può essere affrontata soltanto imprimendo un cambio di passo alle politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Nulla può essere più come prima, perché ciò che è stato fatto prima è evidentemente sbagliato, visti i risultati deludenti. La stessa vicenda della nascita, della crescita e del declino di Sviluppo Italia sta a testimoniare che un’altra speranza se n’è andata, lasciando l’amaro in bocca delle ennesime occasioni perdute, o sprecate. L’aver previsto nella finanziaria 2007 la ridefinizione della mission, sintetizzata nella nuova denominazione «Agenzia per l’attrazione di investimenti e lo sviluppo d’impresa Spa», è di per sé un fatto positivo.

I dati strutturali di un Sud a crescita bloccata La SVIMEZ, nel suo «Rapporto 2006 sull’economia del Mezzogiorno», non lascia spazi a dubbi: «Nel 2005 l’economia italiana non è cresciuta, rispetto al modesto incremento (1,3%) realizzato nell’anno precedente. Il PIL del Mezzogiorno è calato dello 0,3%, a fronte di un aumento dello 0,7% dell’anno precedente e di un incremento nullo nel resto del paese. Il ritmo di sviluppo del Mezzogiorno è stato quindi per il secondo anno consecutivo inferiore a quello del Centro-Nord, un risultato che negli scorsi dieci anni si era registrato solo nel 2000». Il rapporto della SVIMEZ è del luglio 2006, ma, a distanza di sei mesi, nel dicembre scorso, in occasione dell’anniversario dei sessant’anni della SVIMEZ, i dati sono stati tutti confermati così com’erano e per tutti i settori di attività presi in considerazione, dall’agricoltura al tessuto industriale, dal turismo all’occupazione.

Un quadro che fa parlare Massimo Lo Cicero di «guai del Sud tra il dualismo e il federalismo»,1 in una rivisitazione dei cambiamenti istituzionali tra prima e seconda Repubblica e una riforma in senso federalista dello Stato appesa al palo, senza alcuna possibilità di trasformarsi in opportunità per la crescita e malamente percepita dai cittadini del Mezzogiorno come un ulteriore rischio rispetto alle già precarie certezze. Rimaste in sospeso, dunque, le spinte federaliste, con una ritualità senza progetto nei rapporti tra Stato, regioni ed enti locali, il Mezzogiorno si dibatte in una crisi economica che prescinde dai segnali incoraggianti di ripresa del 2007, che dovrebbe finalmente far uscire l’Italia dal guado e porla in condizioni credibili di competitività nello scenario europeo e internazionale.

«Lieve ripresa, ma meno robusta rispetto a quanto verificatosi nella restante area del paese». Si esprime così la Fondazione Curella nel suo Report Sud 2006, presentato a Palermo il 14 dicembre. Tutti dati, anche questi, che, tranne qualche lieve scostamento, combaciano con quelli del CENSIS e della SVIMEZ. Ma, a fine dicembre, la doccia fredda è venuta dall’ISTAT.

L’Istituto nazionale di statistica, nel togliere il velo alla situazione economica delle famiglie italiane, si esprime così: «È sempre più difficile per le famiglie italiane arrivare alla fine del mese: il 14,7% lo fa con molta difficoltà, mentre la metà dei nuclei familiari italiani vive con meno di 1.800 euro al mese, trovandosi nel 30% ei casi in difficoltà, se costretti ad affrontare una spesa imprevista di 600 euro». Aggiunge l’ISTAT: «con un divario che vede ancora il Nord più ‘ricco’ del Sud, dove le famiglie che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese sono il 22,8%». Se poi si considera il reddito delle famiglie monoreddito, emerge con chiarezza che, anche in termini di consumi individuali, il Sud è più arretrato rispetto al Centro-Nord. Fenomeno che è il risultato di politiche pubbliche a prevalente indirizzo assistenziale e di un’imprenditoria «corsara» che ha fatto nascere al Sud imprese dal futuro incerto: non è che al Sud l’industria non è arrivata, è che il circuito delle imprese, per lo più piccole e medie, non è mai riuscito a «fare sistema», stante anche la storica carenza di infrastrutture.

Il Sud è parte integrante dell’Italia e dell’UE Il governo Prodi ha davanti a sé una legislatura, un tempo non lungo ma neppure breve, per delineare con chiarezza il senso di marcia delle politiche per il Mezzogiorno. Linee peraltro contenute nel programma elettorale dell’Unione, confermate nel primo DPEF del governo di centrosinistra, che vale la pena di richiamare.

La prima misura indicata è quella dell’incremento dei flussi di spesa in conto capitale verso il Mezzogiorno, recuperando così il divario che si è formato negli anni appena trascorsi. Lo scopo è di realizzare infrastrutture e servizi improntati alla «strategia dell’offerta» capace di aumentare la convenienza delle imprese del Nord e straniere ad investire nel Mezzogiorno. Nei sette anni che vanno dal 2007 al 2013, ci si muoverà in base all’accordo sulle prospettive finanziarie dell’Unione europea e dell’intesa tra Stato e regioni, che potranno liberare per il Sud circa 29 mila miliardi di euro. Rispetto a questi fondi saranno commisurate le risorse proprie dello Stato.

Gli obiettivi strategici perseguibili sono quattro: sviluppare i circuiti della conoscenza; accrescere la qualità della vita, la sicurezza e l’inclusione sociale; potenziare le filiere produttive, i servizi, la concorrenza; internazionalizzare e modernizzare.

Azioni specifiche saranno programmate per il conseguimento di questi obiettivi. Nel frattempo l’UE ha fatto scattare, la scorsa estate, il semaforo verde per finanziamenti di 100 milioni di euro a sostegno dei capitali di rischio che investiranno in piccole e medie imprese innovative nel Mezzogiorno, prevalentemente nella fase iniziale dell’attività produttiva. Negli anni a venire si tratterà di mantenere alta l’attenzione sulla verifica periodica dello stato di attuazione delle azioni del governo rispetto agli obiettivi indicati, vale a dire verificare se, da oggi in poi, questo governo e la maggioranza che lo sostiene avranno imboccato o meno la strada giusta per passare dalle parole ai fatti. In tal senso sarà necessario recuperare il valore universalistico delle politiche pubbliche nel Mezzogiorno, in una visione di federalismo solidale capace di contrastare la povertà assoluta e relativa che affligge tante famiglie nelle regioni meridionali. Sono politiche pubbliche per l’equità sociale quelle da mettere in campo, attraverso il recupero di un welfare solidale e locale, senza escludere il ricorso a strumenti come il reddito minimo d’inserimento e a più calibrate misure per garantire ai più deboli assistenza sanitaria e sociale.

Che ci sia da parte dell’attuale governo l’intenzione di dare un segno diverso alle politiche pubbliche per il Mezzogiorno appare evidente anche da alcune misure inserite nella finanziaria 2007, a cominciare dalla copertura settennale del Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS), consentendo di coordinare la programmazione nazionale con quella comunitaria, definita nel nuovo Quadro strategico nazionale (QSN). Le risorse ammontano a circa 120 milioni di euro nei sette anni, di cui 63 a carico dei fondi nazionali e circa 55 a carico dei programmi cofinanziati UE.

Imprese del Sud che siano più competitive sui mercati globali Gli interventi finanziari saranno concentrati sulle priorità necessarie allo sviluppo del Mezzogiorno, puntando su infrastrutture, ricerca, competitività, scuola, conoscenze, sicurezza, a tutto vantaggio della qualità della vita delle persone e della competitività delle imprese. Ciò consentirà di rilanciare e gestire la programmazione di medio-lungo periodo e coordinarla con quella comunitaria.

La finanziaria 2007 dispone per le regioni del Mezzogiorno una sta- bilizzazione del credito d’imposta, per consentire alle imprese, nella fase di decisione degli investimenti, di disporre di maggiori e stabili certezze in materia di utilizzo dei benefici fiscali. Sempre in materia fiscale, prevede un intervento differenziato per le imprese che operano nel Mezzogiorno, pari a 10 mila euro per ogni lavoratore a tempo indeterminato, rispetto ai 5 mila previsti per le aziende del Centro-Nord. Questa misura contribuirà a rendere più competitivo sui mercati mondiali il sistema produttivo meridionale. La finanziaria 2007 prevede poi – con uno stanziamento, nella prima fase di applicazione, di 100 milioni di euro nel prossimo triennio – la sperimentazione di misure riservate alle aree metropolitane meridionali (con particolare riferimento alla Campania), caratterizzate da forte degrado socio-economico, le cosiddette «zone franche». In queste aree potranno essere concesse esenzioni fiscali e contributive per la nascita e il consolidamento di PMI e realizzati interventi di recupero urbano. Risorse aggiuntive sono previste per la Calabria e per la Sicilia. Confindustria ha fatto sapere che taglio del cuneo fiscale e rilancio del credito di imposta sono misure buone, ma non sufficienti e ha auspicato correzioni a breve termine. Ma ha anche ammesso che si tratta comunque di un passo in avanti.

Strategie politiche e «recupero di senso» per i «Mezzogiorni» d’Italia Al di là delle misure specifiche, che pure è importante richiamare, quel che qui interessa è il «recupero di senso» degli interventi e delle strategie delineate dall’attuale governo e dalla maggioranza che lo sostiene. Anche perché osservatori attenti delle dinamiche socio-economiche del Mezzogiorno hanno abbondantemente rilevato che negli anni 2001-2006 poco o nulla si è realizzato dei cosiddetti «piani precisi» annunciati dal governo Berlusconi. Quel che qui interessa è focalizzare un’idea «forte» per il Sud, come ha fatto Nicola Rossi nel suo «Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno»,2 dove, tra l’altro, ha mandato in soffitta l’erronea visione di un Mezzogiorno omogeneo, come se nelle sei regioni del Sud tutto fosse uguale e non ci fossero, invece, aree territoriali con caratteristiche non solo geografiche, ma anche economiche e sociali, diverse. Aver introdotto «i Mezzogiorni», un plurale ostico da digerire dal punto di vista del lessico, è un concetto innovativo che rende bene l’idea della pluralità e della diversità dei problemi nei diversi territori delle regioni del Sud. Resta il fatto che un simile approccio consente anche di delineare strategie e interventi mirati e non indifferenziati, come spesso è accaduto negli anni recenti e remoti, e già questo è un cambio di passo significativo sul quale modulare azioni «intelligenti» perché il riscatto del Sud non resti una nobile utopia.

Ragionare per Mezzogiorni sarebbe una cosa giusta se lo facessero anche le banche, ad esempio, visto che si avverte sempre più la debolezza del circuito bancario nel Sud, dove oggi è presente uno sportello ogni 3.140 abitanti, mentre nel resto del paese il rapporto è di uno sportello ogni 1.581 abitanti. Archiviata l’idea della cosiddetta «Banca del Sud», resta il problema di se e come, in epoca di forti concentrazioni bancarie, le principali banche del paese pensino di attivare delle «reti lunghe», anche attraverso fusioni o sinergie con banche locali, per superare il gap che divide il Sud dal Centro-Nord anche in questo strategico settore di attività.

La ’ndrangheta al vertice della classifica delle mafie italiche Intanto, tra la fine del 2006 e l’avvio del 2007, la Calabria ha continuato a far parlare di sé. Uno ad uno, stanno esplodendo situazioni conosciute e lasciate silenti e apparentemente inermi. Locri e la Locride continuano ad essere una polveriera, tra denunce non trovate e fatti reali che ruotano attorno al rapporto sanità-affari-politica locale e regionale. A poco più di un anno dal 16 ottobre del 2005, quando fu assassinato Francesco Fortugno, è dovuta intervenire la Procura nazionale antimafia per scoperchiare «pezzi» della magistratura locale che facevano finta di non conoscere e non sapere. Ad un centinaio di chilometri più a Nord, a Isola Capo Rizzuto, viene svelato un altro canale di illegalità consolidata, quello dei villaggi turistici in mano alla ‘ndrangheta. Sono, questi, solo i fatti più recenti in ordine di tempo, ma tutto il 2006 è stato caratterizzato da continui colpi di scena, da inchieste e da interventi dei «pezzi» puliti della magistratura che hanno portato a galla la connessione sempre più stretta tra ‘ndrangheta a politica. In quattro regioni del Sud, la presenza della criminalità organizzata è l’elemento caratterizzante dell’economia e della società: ‘ndrangheta, mafia siciliana, camorra e sacra corona unita condizionano così fortemente quei territori da determinare una vera e propria zavorra per l’economia del Sud, frenandola nello sviluppo e frustrando imprenditori coraggiosi che vorrebbero investire al Sud per il Sud. Intimidazioni e minacce sono all’ordine del giorno, come anche, cosa mai vista in Sicilia, sono oltre trecento gli amministratori locali della Calabria minacciati dalla ‘ndrangheta nel 2005. Mentre la mafia siciliana, con gli arresti di boss importanti, ultimo della serie Bernardo Provenzano, sta ridisegnando gli equilibri interni in condizioni di inabissamento, mentre in Campania imperversa pericolosamente la «bassa camorra», non avendo più la camorra la dimensione di «sistema» e non avendo più grandi strategie come negli anni Ottanta, mentre in Puglia la sacra corona unita prosegue nelle sue «solite» attività, in Calabria la ‘ndrangheta assurge al ruolo di governo del territorio, imponendosi con una struttura articolata sulle ‘ndrine organizzate a mo’ di cellule e conquistando la vetta della classifica della criminalità organizzata nazionale e internazionale.

È dimostrato, ormai, che la ‘ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale più forte e ramificata a livello internazionale, essendo riuscita a modernizzarsi e ad allungare i propri artigli su traffici internazionali di stupefacenti, su affari e finanza, sul controllo di società apparentemente lecite e quotate nelle borse di mezzo mondo. Qualsiasi politica, qualsiasi strategia, qualsiasi azione di governo indirizzata verso sud, non può prescindere da questa realtà, che va combattuta senza tentennamenti per non rendere vane le scelte e le azioni positive che si vorranno e potranno mettere in campo. La lotta alle mafie non è più pensabile come circoscritta esclusivamente nelle dimensioni territoriali, che comunque hanno la loro importanza, ma deve assumere una dimensione transnazionale, essendo ormai transnazionali gli interessi e i traffici della ‘ndrangheta e della mafia siciliana. Non solo forze dell’ordine, ma intelligence.

Le politiche antimafia sono politiche di sviluppo Il problema è non solo del governo ma dell’intera maggioranza, che, nella precedente legislatura, quando era all’opposizione, ha lasciato in eredità a se stessa un vero e proprio decalogo di indicazioni antimafia che aspettano solo di essere attuate. La nuova Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Francesco Forgione, non può non tenerne conto e non può non dare un segnale forte, muovendosi nel giusto senso di marcia. È bene richiamare, seppure sinteticamente, quelle indicazioni: la prima è che la lotta alle mafie deve essere iscritta tra le priorità nell’agenda della politica nazionale e locale. Le altre indicazioni sono le seguenti: promuovere un codice di autoregolamentazione tra le forze politiche; escludere dalla politica le connivenze e i condizionamenti mafiosi; introdurre nuove norme a tutela dell’amministrazione pubblica e della sua imparzialità; ratificare, finalmente, la Convenzione di Palermo del dicembre 2000 contro il crimine organizzato transnazionale e introdurre nell’ordinamento italiano le norme di adeguamento e innovazione già proposte in parlamento e nella Commissione antimafia; introdurre nuove norme e misure amministrative in materia di lavori pubblici e di appalti, contro le interferenze criminali, contro l’usura e le attività estor- sive; adeguare la legislazione italiana a quella europea in materia di lotta al riciclaggio, per combattere l’economia mafiosa; riformare le norme in materia di contrasto patrimoniale alle mafie, in particolare dando forza alle misure di prevenzione contro l’accumulazione mafiosa di capitali e garantendo la destinazione sociale dei beni confiscati alle mafie; adeguare le disposizioni sull’associazione di tipo mafioso, sullo scambio mafiapolitica, sui collaboratori di giustizia; garantire la corretta applicazione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, anche attraverso le modifiche normative proposte nella Commissione antimafia; riformare le normative in tema di scioglimento degli enti locali secondo le indicazioni fornite nella relazione della Commissione; promuovere la formazione di un’organica normativa europea per contrastare e punire la criminalità organizzata e il riciclaggio; sostenere l’azione delle regioni e degli enti locali nella produzione di iniziative legislative e amministrative di contrasto alle mafie, promuovendo le relative attività nelle istituzioni locali, nella scuola e nelle università, nella società civile, anche attraverso momenti di raccordo tra le diverse regioni, specie del Mezzogiorno.

Questi punti sono funzionali alla strategia che la politica dovrebbe far propria per costruire le condizioni di un nuovo «patto sociale e istituzionale » per la legalità nel Mezzogiorno e nel paese, che fondi sulla cultura e sulla pratica della legalità l’agire pubblico e le condotte private dei cittadini. L’obiettivo di pervenire a un Testo unico delle normative antimafia è perseguibile in questa legislatura. Importante è il segnale dato dal governo nella finanziaria 2007, avendo previsto 950 mila euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 «per lo sviluppo e la diffusione nelle scuole di azioni e politiche volte all’affermazione della cultura della legalità, al contrasto delle mafie e alla diffusione della cittadinanza attiva». Non ci sarà crescita senza legalità Fare questo oggi, all’avvio della legislatura, significa dare un segnale forte al Sud, un segnale di rinnovato impegno e di discontinuità rispetto al recente passato. È quello che chiedono gli uomini e le donne di buona volontà che combattono le mafie. È quello che chiedono i cittadini onesti, gli imprenditori non collusi, i commercianti che non vogliono pagare il pizzo. È quello che chiedono associazioni e gruppi di volontariato impegnati su questo fronte. È quello che chiedono i ragazzi di Locri. Perché anche il migliore programma di governo può indovinare tutte le mosse dal punto di vista economico e finanziario, ma la partita non sarà vinta se al Sud non saranno battute le mafie. Non c’è sviluppo senza legalità e non c’è legalità senza sviluppo. È la politica che deve assumere questo postulato e applicarlo innanzitutto a se stessa. Il tempo delle illusioni è finito: pensare al Sud e per il Sud, proporre e attuare politiche pubbliche per la crescita economica e sociale diventa del tutto inutile se il Sud non si sarà liberato dalle mafie. Non esistono scorciatoie e quando si è creduto di imboccarle, subito dopo si è trovato il baratro.

È con questa consapevolezza che governo e parlamento potranno avviare percorsi e circuiti virtuosi tra sviluppo e legalità, scrollandosi di dosso vuote dichiarazioni di intenti e rituali ai quali non crede più nessuno: meno antimafia a parole e più antimafia nei fatti, nelle istituzioni e nei territori del Mezzogiorno. Solo così il Sud potrà conoscere riscatto e rinascita. Solo così, tra qualche anno, le nuove generazioni potranno dire: «C’erano una volta le mafie».

 

1 M. Lo Cicero, Tutti i guai del Sud tra il dualismo e il federalismo, in «Il Riformista», 13 dicembre 2006.

2 N. Rossi, Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari 2005.

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