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I paesi scandinavi e la «tavola imbandita»

Written by Paolo Borioni Sunday, 02 March 2008 20:35 Print
Non accade spesso che i socialdemocratici svedesi perdano le elezioni, e il risultato dello scorso 17 settembre risulta ancora più raro in quanto dagli anni Venti del XX secolo non era mai accaduto che essi raccogliessero un risultato intorno al 35%, assai modesto per i loro standard. Mentre in Norvegia governa una coalizione assai spostata a sinistra, poi, avviene che a Copenaghen governi da anni un esecutivo liberal-conservatore, con appoggio esterno nazionalpopulista, a cui solo di recente i socialdemocratici paiono saper dare filo da torcere. L’ipotesi è che le maggiori forze del centrodestra scandinave siano lontane dalle ideologie liberiste quali erano proclamate fra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta.

Non accade spesso che i socialdemocratici svedesi perdano le elezioni, e il risultato dello scorso 17 settembre risulta ancora più raro in quanto dagli anni Venti del XX secolo non era mai accaduto che essi raccogliessero un risultato intorno al 35%, assai modesto per i loro standard. Mentre in Norvegia governa una coalizione assai spostata a sinistra, poi, avviene che a Copenaghen governi da anni un esecutivo liberal-conservatore, con appoggio esterno nazionalpopulista, a cui solo di recente i socialdemocratici paiono saper dare filo da torcere. L’ipotesi è che le maggiori forze del centrodestra scandinave siano lontane dalle ideologie liberiste quali erano proclamate fra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta. A Copenaghen si ricorda lo storico contraddittorio per la campagna elettorale del 2001 fra Povl Nyrup Rasmussen (allora primo ministro socialdemocratico uscente e oggi apprezzatissimo leader del PSE) e il suo quasi omonimo rivale Anders Fogh Rasmussen. Nyrup Rasmussen scelse il colpo di teatro: cominciò a leggere ad alta voce da un libro precedentemente scritto dal leader liberale i passi più spintamente thatcheriani e, strappando le pagine incriminate, aggiunse: «Ma queste cose non le pensi più…». Il centrodestra governa da allora: che l’iniziativa sia servita ad amplificare l’avvenuta conversione a tutto vantaggio dei liberal-conservatori? È un fatto che a Copenaghen dal 2001 Fogh Rasmussen ha puntato sulla «politica dei valori» (soprattutto in chiave di scontro di civiltà, appoggio verso la politica mediorientale di Bush e di diffidenza verso gli immigrati: non a caso i nazionalpopulisti appoggiano il governo di Fogh Rasmussen). Mentre sul piano economico più che sulla riduzione fiscale il principio guida è quello dello skattestop: rigoroso impegno a non  aumentare la pressione fiscale in alcun campo.

In Svezia pare verificarsi una comparabile conversione al centro, pur nelle molte differenze. In campagna elettorale gli apprezzamenti verso il welfare da parte del neo-primo ministro Reinfeldt sono apparsi essenziali per far sì che il suo partito conservatore, schiacciantemente il maggiore del centrodestra, compisse una lunga revisione che data dal principio degli anni Settanta, allorché esso mutò nome dal troppo esplicito e ottocentesco Högern (destra) all’attuale Moderaterna (moderati). Ciò ha rafforzato l’alternativa ai socialdemocratici, che per la prima volta nella storia ha potuto presentarsi con un nome (Allians) e un programma comuni, e che soprattutto non ha più offerto lo spettacolo di una coalizione in cui il partito maggiore, appunto i Moderaterna di Reinfeldt, era anche il più critico verso il welfare, il fisco e la neutralità. Vale a dire, in Svezia, il più platealmente lontano dal centro.

Così il settimanale sindacale danese «A4» ha tematizzato il fenomeno che pare delinearsi: «Ci stiamo avviando verso una ripetizione dell’ondata thatcheriana anni Ottanta, con l’accento posto sulle ruvide forze del mercato e l’intenzione di confrontarsi con una socialdemocrazia ‘cementificata’? Niente affatto. La nuova ondata che ha invaso la cartina politica europea non ha alcuna dichiarata ambizione di smontare il modello di welfare socialdemocratico. Al contrario, i politici ‘neoborghesi’ assai volentieri si producono in effusioni pubbliche per questo modello di welfare. Soprattutto quelli nati negli anni Sessanta, che andavano all’università quando è caduto il Muro di Berlino. Come Fredrick Reinfeldt, come l’erede al trono dei liberali danesi Lars Løkke Rasmussen e il conservatore britannico David Cameron».[1]

Già perché anche il tory Cameron, in fondo, appartiene a questa tendenza che pare affermarsi, piuttosto uniformemente, nei i paesi europei nord-occidentali dell’UE. A cosa possiamo attribuire questa evoluzione che, se ha bisogno di essere confermata e calibrata, certo è tutt’altro che un abbaglio?

Innanzitutto, per quanto riguarda il Regno Unito, occorre ricordare che la Terza via blairiana è nata a seguito di una fase di reciproca e probabilmente irripetibile «fuga dal centro» dei due maggiori partiti. Oggi è come se, dopo che Blair ha proposto la Terza via invertendo una prolungata tendenza al radicalizzarsi e al conservarsi delle posizioni, ciò abbia alla fine contagiato in maniera analoga anche i Tories, rimasti lungamente immobili. Peraltro, vincere sulle estreme era stato possibile a Margareth seggi con appena il 35% dei voti (per intenderci, il SAP svedese in un sistema simile avrebbe sbaragliato il campo, visto che il secondo partito sono i Moderaterna, al 26%) e senza alcun bisogno di coinvolgere fasce più ampie dell’elettorato, cioè più lontane dalla purezza thatcheriana. Blair ha invece ricercato, e ottenuto, il massimo del risultato numerico coinvolgendo e seducendo molti più strati dell’opinione pubblica.

C’è poi da aggiungere, come accennava sempre l’analisi di «A4», una possibile questione generazionale. La generazione Thatcher-Reagan viveva ancora in pieno la guerra fredda, che aveva tentato di vincere offensivamente, per esempio ponendo l’obiettivo delle guerre stellari per fiaccare un’URSS ampiamente decadente. Non serviva più nemmeno in questo senso, a loro avviso, il modo consensuale e «sociale» di concepire la lotta al totalitarismo che era cominciata con Roosevelt, di cui il welfare State e l’economia regolata erano stati un elemento essenziale per stabilizzare e far crescere le economie occidentali e permettere che i riformisti, non già i comunisti, egemonizzassero sindacati e salariati. Ma c’è dell’altro, perché una differenza determinante con l’epoca d’oro del thatcherismo/reaganismo è che il riformismo socialdemocratico ha, specialmente in Scandinavia, superato grandemente la logica difensiva e ideologica dell’esistente adottata allora dal Labour di Foote e dalle Unions di Scargill. Dalla metà degli anni Novanta è stata vinta ampiamente la scommessa del connubio welfare-competitività. Ci torneremo meglio in chiusura. Per ora basti dire che anche il neolaburista Blair, in fondo, è passato nella seconda fase del proprio governo a restituire un ruolo maggiore alla mano pubblica, in quanto in alcuni settori chiave, come la sanità e i trasporti, le cure liberiste avevano prodotto visibili segni di degrado. Così, anche nel Regno Unito, che pur non giungendo ai livelli degli scandinavi presenta eccellenti prestazioni economiche, è stato reciso il legame meccanico fra abbattimento del bilancio pubblico e sviluppo economico.

A questo proposito, ad ogni modo, fa capire molte cose l’evidente sicurezza nelle proprie ricette con cui Persson ha sfoderato i risultati ottenuti contro il suo rivale il giorno dopo l’investitura del nuovo governo: «Il numero di disoccupati è del 5,7%. E le previsioni del dipartimentoThatcher soprattutto grazie al sistema tripartitico con elezioni uninominali first past the post, in cui si ottiene una maggioranza di delle finanze dicono che esso giungerà nel 2007 al 4,5% (…). Nel 1994, dopo l’ultimo governo di centrodestra, i tassi di interesse erano del 4,5% più alti di quelli tedeschi. Oggi il tasso di riferimento della Riksbank è al 2,5%. Le finanze pubbliche sono fortissime. Tra il 2000 e il 2006 l’avanzo di bilancio è stato in media del 2% del PIL. Oggi si attendono minori uscite per assicurazioni di malattia e sostegno della disoccupazione e per l’aumento del gettito fiscale, e l’anno prossimo l’avanzo toccherà il 3% del PIL. Così la discesa del debito pubblico totale in percentuale del PIL toccherà nel 2007 la cifra del 40% (…). Se negli anni Ottanta la crescita media era del 2%, in questi ultimi anni si è stabilizzata intorno al 3% (…). Il World Economic Forum ha quest’anno dichiarato che la Svezia è la terza economia più competitiva del mondo, superando USA e Danimarca. Ecco la Svezia che vi lasciamo».[2]

Questa è stata chiamata la retorica della dukat bordet, la «tavola imbandita», per cui Reinfeldt si troverà a gestire risultati economici tanto positivi da essere pressoché inediti. L’effetto sul centrodestra è stato che esso non ha argomentato il contrario, e anzi tutta la sua strategia si è piuttosto concentrata sull’obiezione che: «Mai in tempi moderni una situazione di alta congiuntura ha lasciato tante persone fuori dal mercato del lavoro».[3] Il nuovo governo di Stoccolma ha così proposto una serie di misure (alleggerimenti fiscali in alto e in basso, ridimensionamento dei tassi di sostituzione di indennità e sussidi di disoccupazione, minore copertura delle assicurazioni di malattia, ridimensionamento dei pensionamenti anticipati) per incrementare ulteriormente uno dei tassi di occupazione più alti del mondo e per comprimere la disoccupazione. Su questo, più che sulla validità complessiva del modello, Persson si è lasciato attaccare su un punto debole, perché non c’è dubbio che le società scandinave, puntando su produzioni ad alto valore aggiunto e ad alto contenuto di conoscenza, presentano al contempo pochissimi impieghi di basso livello e ad alta intensità di manodopera (come i burger jobs e i servizi domestici così diffusi negli USA). L’effetto combinato di queste due condizioni comporta che molti disoccupati (soprattutto molti sul confine fra occupazione e disoccupazione) sono sostenuti da indennità e sussidi, e che si preferisca impegnarli in misure di formazione continua, o a volte mantenerli decorosamente senza lavoro per qualche tempo.

La versione del centrodestra è che questo provoca esclusione, specialmente fra gli immigrati, tanto più che circa il 20% della popolazione svedese ha una qualche origine straniera. La versione dei socialdemocratici è che questo sostiene una società dell’apprendimento continuo che da cinquant’anni usa le politiche attive del lavoro per puntare ai settori alti della divisione del lavoro internazionale, senza lasciare spazio ad una competitività basata su più bassi salari e su un’occupazione «povera».[4] È però anche vero che la campagna elettorale di Reinfeldt coglie un punto reale poiché, come specificano i danesi della Rockwell foundation, i paesi nordici dell’UE stanno passando «dalla mancanza di lavoro alla mancanza di forza lavoro».[5] Ed è ancora più vero che Persson non ha risposto efficacemente, su questo piano, all’offensiva della Allians, pensando verosimilmente, con ragione, che in fondo questa situazione era il risultato di un successo. Persson è stato per questo ampiamente criticato nel suo partito dopo la sconfitta: il suo compagno di Goteborg Göran Johansson, ha rilevato come «il lavoro è sempre stato il nostro punto di forza, non può essere che si sia consentito all’alleanza di destra di proporre il tema come la questione principale della campagna elettorale». Il motivo per cui la socialdemocrazia ha vinto di nuovo a Goteborg, ha proseguito Johansson, è che negli ultimi quindici anni vi sono stati creati 60.000 posti di lavoro, «e queste sono cose che la gente vede».[6]

Ecco dunque su cosa si basa la vittoria di Reinfeldt. Che però egli voglia mantenere un profilo assai moderato è stato chiarito nel suo discorso di investitura. Ha infatti sostenuto che: «Avremo cura del modello svedese. Il mercato del lavoro dovrà innanzitutto essere regolato in accordo con le parti sociali. Il sistema degli accordi collettivi deve essere conservato. È importante che le imprese vengano gestite in circostanze di stabilità e che il lavoro salariato goda di sicurezze». Anche la riforma pensionistica e delle assicurazioni sociali verrà perseguita proponendo una cooperazione ai socialdemocratici, a partire dal rapporto di una commissione, «con il fine di predisporre una riforma dotata del più ampio sostegno».[7]

È verosimile, in questo senso, che la retorica della «tavola imbandita» serva al mantenimento di questa cautela, cioè a porre con chiarezza nel discorso pubblico l’idea che sarà facilissimo fare peggio in molti campi e che dunque non occorrono esperimenti stravolgenti. Si limitano così le possibilità di riforma del nuovo governo, mantenendo la centralità socialdemocratica nella società svedese anche da una posizione di minoranza parlamentare. Inoltre, (e qui ci spostiamo nel campo della previsione) dinanzi a questa situazione di moderate riforme potrebbe emergere la frustrazione di parti della coalizione, che potrebbero proporre una maggiore spinta liberista per conquistare i voti di centrodestra delusi dal moderatismo di Reinfeldt, disarticolando il governo. Soltanto ipotesi, certo, la cui attendibilità, però, pare suffragata dal fatto che intanto l’esecutivo di Copenaghen, dopo cinque anni di guida liberalconservatrice, sta incontrando difficoltà del tipo descritto. Come si diceva al principio, la coalizione di centrodestra danese aveva trovato il suo ubi consistam elettorale e politico nella promessa di non toccare mai, in alcun campo, la pressione fiscale verso l’alto. Nel frattempo, di fronte ad una lunghissima fase espansiva, i redditi in valore assoluto a disposizione dei contribuenti si sarebbero accresciuti. Tale punto di equilibrio garantiva così maggiori redditi privati (e infatti è visibile e documentata l’inedita esplosione del consumo privato danese), ma senza che le prestazioni di welfare fossero esplicitamente ridimensionate, mentre lasciava intravedere un futuro in cui, permanendo un avanzo di bilancio notevolissimo, quest’ultimo si sarebbe potuto utilizzare per ridimensionare le aliquote. Dopo cinque anni, però, la situazione si è animata.

I socialdemocratici hanno dopo anni riacquistato efficacia chiarendo che accettavano questa politica detta skattestop (ricordiamo che si tratta dei livelli di tassazione nordici: i più alti al mondo), ma fornendone un’interpretazione opposta. Innanzitutto, se la pressione fiscale deve rimanere globalmente immutata, occorre che al suo interno le diverse voci permettano alla politica di modificarne le quantità relative per perseguire obiettivi dinamici. Inoltre, cosa più importante, essi denunciano l’impoverimento relativo che il settore pubblico sta subendo dallo skattestop, e hanno dichiarato che l’avanzo di bilancio dovrà essere utilizzato per politiche pubbliche e di welfare, e solo secondariamente per ridimensionare le aliquote. Questa loro mossa ha ricevuto un sostegno chiaro dell’opinione pubblica: il 40% degli elettori dichiara che per loro sarà ora più probabile votare per i socialdemocratici, risultato ottimo visto che nei sondaggi degli ultimi mesi questi erano spesso accreditati al 23-25%.[8]

La mossa socialdemocratica ha ricevuto anche l’appoggio di esperti ed economisti che chiariscono come l’attuale politica, col suo tetto di crescita al settore pubblico dello 0,5% annuo di fronte invece ad un bisogno dell’1,2%, significa un impoverimento dei servizi dello 0,7% annuo. Con drammatico ridimensionamento, per di più, in rapporto al PIL e in generale alla crescita di ricchezza del paese.[9]

Ma le complicazioni del governo non finiscono con la ritrovata efficacia dell’opposizione. Nella coalizione, infatti, i conservatori vogliono che entro la legislatura si passi dallo skattestop ad un ridimensionamento diretto della spesa pubblica e delle aliquote, a cominciare da quelle più elevate, per motivare i settori sociali maggiormente in grado di investire, lavorare e produrre.[10] Ciò introduce il tema della liceità utilitaristica di una maggiore diseguaglianza, che secondo Martin Ågerup, direttore del think tank liberista ortodosso Cepos, rimane un discorso difficilissimo da affrontare anche nell’attuale governo di Copenaghen.[11] Non a caso, infatti, i nazionalpopulisti del Dansk Folkeparti, che appoggiano dall’esterno il governo, complicano ulteriormente il quadro, perché sostengono la necessità di maggiori risorse da dedicare agli anziani, nonché all’abbattimento delle liste d’attesa in una sanità pubblica che raccoglie crescenti critiche. Il Dansk Folkeparti fonda infatti le proprie fortune su aspetti di difesa identitaria (la xenofobia antiislamica, l’euroscetticismo) di cui la difesa del welfare «tradizionale» e «difensivo» è un aspetto centrale. Anzi, quando negli anni Novanta la socialdemocrazia ha tramutato il sostegno alla disoccupazione in flexicurity, ciò ha reso possibile ai populisti catturare una quota di voti già socialdemocratici che se oggi venissero persi modificherebbero gli equilibri elettorali a favore del centrosinistra.

Più che conscio di quest’ultimo elemento, e in generale della delicatezza della nuova situazione è il primo ministro Anders Fogh Rasmussen, che ha cercato di mantenere il punto di equilibrio politico di questi anni rimandando ad un futuro indefinito ogni ritocco delle aliquote e della loro forte progressività («le aliquote caleranno nel lungo periodo»). Ha parlato di «nuovo partito liberale», capace di «sfidare la sinistra sui loro stessi terreni tradizionali: la società del welfare, l’ambiente e la qualità dello sviluppo». Ha inoltre dichiarato che «dal 2001 ci siamo focalizzati su tasse, immigrazione e formazione. Ma ora copriremo tutto il campo». Essere liberali vuol dire «utilizzare lo Stato per i propri obiettivi», e questi obiettivi sono una società «piena di persone che salgono la scala sociale » e dove non ci siano «differenze sociali troppo grandi». Inoltre, «solo per un pregiudizio si può credere che il pensiero liberale non combatta la povertà mondiale e non voglia un ambiente più sano».[12]

Il problema, come si diceva in precedenza, non è solo l’assoluta competitività del modello di welfare nordico e la relativa vitalità (anzi, nel caso svedese, l’assoluta potenza) dell’opposizione socialdemocratica, ma l’effetto combinato di questi fattori e della competizione interna ai due centrodestra. I rapporti di forza interni alle loro componenti sono in ambo i paesi nordici molto più fluidi di quelli del polo avversario. Negli anni Ottanta le coalizioni di centrodestra di Copenaghen erano a guida conservatrice, perché vi vigeva una preminenza numerica nettissima di questi sui liberali. Questa condizione si è più che ribaltata, anche perché i liberali presero ad attaccare la moderazione del proprio partner, proponendo una linea più liberista e perciò più popolare presso il comune elettorato di riferimento. Il protagonista di questa strategia era proprio l’attuale primo ministro, allora ben meno rassicurante e centrista. Oggi, come si è visto, i conservatori tentano di ribaltare la situazione utilizzando a proprio vantaggio la medesima strategia, ma, questo è il punto, devono fare i conti con un’atmosfera mutata, e con il limite alquanto anelastico costituito dall’appoggio esterno del Dansk Folkeparti. Uno scenario simile potrebbe profilarsi a Stoccolma, dove solo quattro anni fa la differenza fra i Moderaterna e gli altri partiti della coalizione era di pochissimi punti, mentre oggi è del 17-18%. Ora, il governo in carica ha vinto le elezioni sul tema reale della scarsità di manodopera, non su quello, spendibile nei primi anni Novanta ma non oggi, dell’arcaicità complessiva del sistema. Ad esempio, sarebbe più difficile oggi difendere nel dibattito pubblico una riforma di sussidi e indennità di disoccupazione che li trasformi in un sistema di puro workfare, votato cioè semplicemente a risospingere i disoccupati il prima possibile verso un lavoro purchessia, e senza più dare la priorità a lunghi (e costosi!) programmi di formazione. Tanto più che in Svezia i regolamenti e le prestazioni delle assicurazioni e dei sussidi universalistici sono già oggi meno generosi che in Danimarca. Tuttavia, la competitività e la comprovata reversibilità dei rapporti di forza interni alla coalizione potrebbero portare qualcuno a chiedere forzature per ingraziarsi facilmente l’elettorato più ansioso di ridimensionare welfare, tasse e spesa pubblica. Ciò potrebbe portare la Allians a compromettere la moderazione che le ha permesso di conquistare persino quel 4% di sindacalizzati che stavolta non ha votato socialdemocratico. Anche perché, dall’altra parte, i socialdemocratici non perderanno occasione per ricordare che le risorse di bilancio non mancano e che il sistema economico, come in Danimarca, è assai competitivo. Per ribadire che, insomma, il centrodestra si è seduto ad una «tavola imbandita». È proprio questo, in conclusione, che spiega la moderazione attuale dei centrodestra nordoccidentali. Ma è sempre questo che potrebbe far risaltare come un eccesso ideologico l’esclusione di qualcuno dal banchetto.



[1] P. M. Jespersen, Det nyborgerlige skred, in «Ugebrevet A4», 32/2006, p. 25.
[2] Ingen tillträdende regering har haft bättre förutsättningar, in «Dagens nyheter», 5 ottobre 2006.

[3] Tratto dal programma della coalizione di centrodestra Allians för Sverige, p.

[4] Dire invece che la disoccupazione «oscillerebbe in verità tra il 15% e il 17%» appare sbrigativo e rozzo: come si potrebbe coniugare ciò con i record di competitività universalmente riconosciuti? Cfr. E la Svezia ora è fredda sul suo welfare, in «Corriere Economia», 11 settembre 2006.

[5] N. Smith, P. J. Pedersen, S. Pedersen, M. L. Schultz-Nielsen, Fra mangel på arbejde til mangel på arbejdskraft, Spektrum, Copenhagen 2003.
[6] Jobben har varit vår bästa gren e Tunga s-politiker eniga: sysselsättningen kom bort i valet, in «Dagens Nyheter», 19 settembre 2006.

[7] Tratto dal discorso di investitura Regeringsförklaringen, pp. 3-4.

[8] Vælgerne bakker op om øget fokus på velfærd, sondaggio Epinion, in «Ugebrevet A4», 34/2006.

[9] H. Herløv Lund, Ikke bedre velfærdsservice, in «Politiken», 30 settembre 2006.

[10] De konservative advarer Venstre om overbudspolitik, in «Politiken», 1 ottobre 2006, p. 6.

[11] Liberal tilfredshed med kovending i ulighedsdebatten, in «Ugebrevet A4», 35/2006.

[12] Fogh har faktisk nogle ideer, in «Politiken», 1 ottobre 2006, p. 7.

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