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Equità

Written by Lorenzo Sacconi Monday, 12 March 2012 17:21 Print

“Equità” è diventato uno dei termini di riferimento del discorso politico. Ciò è positivo poiché è bene che nella discussione pubblica si impieghino termini di valore alla luce dei quali giudicare le politiche. Ma proprio mentre l’“equità” si afferma come uno dei criteri di valutazione comunemente usati, se ne diffondono interpretazioni fuorvianti o semplicemente mistificatorie.

Equità” è diventato uno dei termini di riferimento del discorso politico. Ciò è positivo poiché è bene che nella discussione pubblica si impieghino termini di valore alla luce dei quali giudicare le politiche. Ma proprio mentre l’“equità” si afferma come uno dei criteri di valutazione comunemente usati, se ne diffondono interpretazioni fuorvianti o semplicemente mistificatorie. Ne è un esempio la recente ossessione per l’equità intergenerazionale. Si sente infatti frequentemente comparare il disagio di giovani lavoratori esclusi dalle tutele dei contratti a tempo indeterminato con la differente condizione dei lavoratori di mezza età assunti dalle (poche) grandi imprese i quali, quando vanno soggetti alle crisi aziendali e al licenziamento, possono avvalersi di ammortizzatori sociali, e sono protetti contro scelte arbitrarie circa i licenziamenti individuali dalle norme sulla “giusta causa”. Questa segmentazione del mercato del lavoro viene definita “apartheid”, la cui responsabilità è posta a carico dei lavoratori più maturi (cassintegrati), arroccati nella difesa del loro iniquo privilegio. È chiaro che si propone qui il confronto tra due categorie di svantaggio – i giovani facilmente licenziabili contro i lavoratori più maturi, essi stessi a rischio di licenziamento ma meglio tutelati – per proporre una sorta di redistribuzione dai secondi ai primi. Ammettiamo che la maggiore licenziabilità dei padri possa aumentare le probabilità di trovare e conservare il lavoro da parte dei figli (secondo una misteriosa equazione idraulica in base alla quale quanti più “ne escono” tanti più in proporzione “ne entrano”). Sarebbe equo questo scambio intergenerazionale tra gli svantaggiati delle due generazioni adiacenti?

Ogni plausibile concezione dell’equità intergenerazionale suggerirebbe che nel passaggio tra la generazione matura (nel suo complesso) e quella giovane (nel suo complesso) sia accaduta una redistribuzione iniqua tra avvantaggiati e svantaggiati, cosicché nella generazione giovane i lavoratori a rischio di licenziamento sono trattati più ingiustamente che nella generazione matura, nella quale vi era meno iniquità tra avvantaggiati e svantaggiati. Ovvero nel passaggio dalla generazione adulta a quella giovane, le classi avvantaggiate in termini di reddito e di potere hanno modificato a proprio vantaggio la distribuzione delle tutele e della ricchezza a danno degli svantaggiati (giovani). Se esistesse una responsabilità intergenerazionale, ciò dovrebbe dunque suggerire che gli avvantaggiati della generazione matura accettino una redistribuzione a favore degli svantaggiati della generazione giovane, piuttosto che chiedere agli svantaggiati della loro stessa generazione (i cassintegrati) d’essere loro a sobbarcarsene il costo. Dovrebbe perciò essere chiaro che lo scambio tra gli svantaggiati delle due generazioni adiacenti (dai padri svantaggiati ai figli svantaggiati) non ha nulla a che fare con l’equità: riflette semmai un’idea di segregazione sociale per cui i “poveri” possono aiutarsi solo tra loro, mentre le classi agiate, come una casta, sfuggono a ogni processo redistributivo in favore degli svantaggiati di qualsiasi generazione. A distanza di un quarantennio da “A Theory of Justice” di John Rawls, non dovrebbe essere difficile orientarsi nel nostro argomento attraverso la definizione di “giustizia come equità”. Ma per andare più direttamente al punto, userò la definizione di un filosofo del diritto che a Rawls deve certamente molto, Ronald Dworkin, che definisce l’equità come «diritto di ogni persona ad essere trattata con uguale considerazione e rispetto».

L’uguale considerazione e rispetto riguardo a ciò che ha effettivamente valore è tanto fondamentale che si potrebbe dire sia una necessità per la costruzione di ogni argomentazione in etica pubblica. Qualsiasi sia la caratteristica di valore che una data forma di argomentazione morale intende promuovere, essa ha sempre bisogno di una qualche declinazione dell’uguaglianza di trattamento. Se ad esempio ciò che ha valore è l’utilità personale, allora l’utilità di ogni persona, pesata in modo uguale a quella di ogni altro, deve concorrere alla somma totale dell’utilità da massimizzare (utilitarismo). Se invece è la libertà ciò che vale, allora per un libertario bisognerà congegnare le istituzioni in modo che la libertà di ogni persona sia ugualmente garantita. Infine se ciò che ha valore morale è l’autonomia o la scelta, allora il trattamento morale di ciò che ha valore sarà una qualche interpretazione dell’idea di contratto sociale o di accordo. Infatti se l’autonomia e la scelta di cia- scuno devono essere ugualmente rispettate da una decisione, allora tale decisione deve poter essere ugualmente deliberata in modo ragionevole e razionale da ciascuno, cioè deve poter essere oggetto di un accordo razionale e ragionevole, libero dalla forza e dalla frode e unanime. Così, in quanto condizione di possibilità per ogni argomentazione in etica pubblica, l’eguaglianza non è seconda a nessun altro valore.

Nella prospettiva contrattualista e rawlsiana in particolare, l’equità consente di stabilire le condizioni alle quali vari risultati della distribuzione sociale di beni, risorse e benefici non costituiscono disuguaglianze moralmente arbitrarie, ovvero siano tali da violare l’uguale considerazione e rispetto tra le persone. Sullo sfondo vi è l’idea che per qualche buona ragione gli individui cooperino in società, in quanto la cooperazione sociale è una condizione migliore che l’assenza di ogni relazione, di una vita isolata, o del puro conflitto. Allora l’equità stabilisce le condizioni alle quali tale cooperazione può sorgere e mantenersi. Una certa distribuzione è equa solo se accettabile dal “punto di vista di chiunque”, cioè dal punto di vista di ogni individuo, posto che ciascuno sia disposto a ragionare simmetricamente a ciascun altro. Si prenda un certo esito della distribuzione di risorse o benefici sociali che a prima vista a me paia accettabile. Essa in effetti sarebbe equa se l’accettazione di tale distribuzione restasse invariata per quel che riguarda il rimpiazzamento del mio punto di vista con il punto di vista di ogni altro individuo (impersonalità), nell’ipotesi che io possa prendere tali punti di vista con la stessa probabilità (imparzialità) e con l’assunto ulteriore che prendendo la posizione di ciascun altro io sia in grado di valutare tale distribuzione esattamente nei suoi termini (empatia).

Questa nozione di equità fa capire perché il talento, nonostante la retorica che l’accompagna da destra a sinistra (“la società dei talenti”), non sia una base appropriata per la giustizia distributiva, e meno che mai abbia a che fare con il merito. Si consideri il mero talento naturale (prima di considerare ogni sforzo per la sua educazione e sfruttamento). Esso è frutto della “lotteria naturale”, poiché è puramente casuale che noi lo ereditiamo, oppure che esso compaia in noi per una fortunata combinazione genetica. In ogni caso non c’è alcun merito personale nell’averlo generare un vantaggio, cioè una disuguaglianza a favore di chi lo possiede, e che per spingere a esercitarlo anzi la società possa anche prevedere un incentivo (un premio) per il suo sfruttamento da parte di chi lo possiede. La distribuzione (diseguale) risultante sarebbe perciò equa? Nulla consente di inferirlo. L’equità dipenderà piuttosto dal fatto che la disuguaglianza generata dal possesso del talento sia accettabile “da parte di chiunque”, cioè anche da parte di coloro che non lo possiedono, e anzi risultano relativamente svantaggiati dalla disuguaglianza generata dal fatto che esso sia premiato. È il principio di maximin applicato alla distribuzione di beni principali come l’accesso alle carriere, la distribuzione del reddito e della ricchezza e delle basi del senso di autostima. La remunerazione del talento, che torna a vantaggio del suo possessore, deve al contempo migliorare al massimo grado possibile la posizione di chi sta peggio. Ogni beneficio minore per gli svantaggiati toglierebbe legittimità morale alla distribuzione diseguale basata sul talento, poiché di per sé la distribuzione naturale del talento è arbitraria e farebbe quindi dipendere da fattori arbitrari le disuguaglianze. Ciò violerebbe l’uguale considerazione e rispetto dovuta a ogni persona.

Questa idea di equità come accettabilità razionale (accordo) da parte di chiunque permette di dispiegare una visione della giustizia distributiva in cui trovano posto entrambi i criteri di proporzionalità al merito e proporzionalità al bisogno. Si ipotizzi innanzitutto che l’accordo imparziale riguardi la distribuzione di “beni principali” (diritti di libertà, accessibilità alle carriere, dotazioni base di reddito e ricchezza, accesso all’istruzione e alla sanità ecc.) e più ancora le “capacità” che permettono agli individui di funzionare appropriatamente nell’uso di tali beni principali al fine di realizzare piani di vista (comunque definiti). È ovvio perciò pensare a un accordo costituzionale sulla distribuzione di tali dotazioni (diritti), che interviene prima che ciascuno abbia utilizzato questi stessi diritti per prendere parte alla produzione sociale. Poiché essi non sono prodotti da chi avanza pretese su di essi, ma serviranno piuttosto a partecipare alla produzione sociale in seguito, nessuno può ora accampare alcuna pretesa su di essi basata sul merito (almeno nell’accezione comprensibile di “contributo” generato mediante uno “sforzo volontario” – effort). Una pretesa a eque quote di tali beni e capacità può invece essere giustificata in base al bisogno – secondo l’assunto che ogni individuo avrà un qualche piano di vita per il quale tali dotazioni saranno necessarie. Dunque, l’accordo imparziale sarà basato sul criterio “a ciascuno in base al bisogno relativo”.

Una volta venuto in possesso di un’equa quota di dotazioni iniziali attraverso il contratto costituzionale, ciascuno nella fase post-costituzionale entra in molteplici coalizioni cooperative (associazioni, imprese, forme di azione collettiva, contratti) in cui investe tali risorse allo scopo di accrescere il valore della sua cooperazione con gli altri (nell’aspettativa di potersene equamente avvantaggiare). Il contributo dato da ciascuno al valore di queste forme di cooperazione sociale può essere espresso in termini di variazione marginale della produttività individuale oppure della produttività congiunta e interdipendente, nei casi frequenti di produzione di squadra. È piuttosto naturale che in questi casi l’accordo imparziale sia raggiunto sulla base del criterio “a ciascuno in base al contributo relativo (individuale o di gruppo)”.

Una volta che le prospettive costituzionale e post-costituzionale siano viste assieme, la distribuzione equa, cioè accettabile da chiunque, soddisfa tanto il criterio del bisogno quanto quello del contributo. Infatti, sebbene la distribuzione finale delle remunerazioni e dei risultati segua il criterio del merito, i contributi avvengono per mezzo dell’impiego responsabile di dotazioni distribuite in fase costituzionale in base al bisogno.

Così ogni individuo è posto in condizione di ottenere con pieno merito proprio i risultati di cui ha fin dall’inizio bisogno. Il merito è logicamente subordinato al bisogno: un individuo può meritarsi un risultato sulla base del contributo offerto solo investendo la sua dotazione iniziale, che riflette il suo bisogno relativo. Un contributo che rifletta dotazioni non basate sul bisogno sarebbe moralmente arbitrario, e quindi costituirebbe un fondamento iniquo per la distribuzione.

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