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Il tempo dello smartphone

Written by Marco Niada Monday, 12 March 2012 16:58 Print

Con l’arrivo dello smartphone lo spazio non è più un fattore di rallentamento del tempo: sintetizzando telefonino e computer, esso ci consente di comunicare a qualsiasi ora del giorno e della notte, ovunque nel mondo. C’è però un aspetto del “tempo breve” che continua ad accelerare e a pervaderci: la multifunzionalità cui viene obbligata la nostra mente, e la conseguente dissociazione dell’attenzione, sfocia in una superficialità dilagante che diventa un tratto distintivo del nostro tempo.

La grave crisi economica che sta attraversando l’Occidente affonda le radici in un’illusione esistenziale. Alla base c’è un problema che va oltre gli abusi del capitalismo di cui tanto si discute in Europa in questi mesi, in particolare in un’Inghilterra disorientata che misura i limiti del modello liberista che ha adottato trent’anni fa. Non è un problema semplicemente finanziario, politico o sociale. È un problema culturale o meglio, per usare una parola impegnativa e per certi versi desueta, filosofico. Filosofico tendente al pratico, perché rischia di provocare dei danni diffusi, visti i problemi che sta causando tra persone di ogni età. Il problema sta nel rapporto sempre più bulimico che abbiamo con il tempo. Questo elemento fondamentale del principio di realtà, che assieme allo spazio ci dà la coscienza del nostro stare al mondo, è stato violentato. La nostra percezione del tempo negli ultimi vent’anni ha avuto una delle trasformazioni più importanti della storia dell’umanità. Abbiamo marzializzato le giornate all’inverosimile, riempendoci la vita d’impegni al punto che non c’è più distinzione tra tempo privato e tempo del lavoro. Lo abbiamo stiracchiato fino all’estremo, non solo per dilatare le nostre ore di veglia, ma anche per allungarci la vita, aprendo la strada a società-gerontocomio. Lo abbiamo strattonato e dematerializzato fino quasi a vaporizzarlo, richiamando a piacimento, nell’attimo presente, futuro e passato, senza più alcun vincolo di stagioni e fusi orari. Lo abbiamo frantumato in tante tessere di mosaico, per renderlo più maneggiabile e facilmente quantificabile in una sommatoria di momenti, diventandone, in realtà,ancor più dipendenti. Abbiamo creato una società in cui questo “tempo breve” è a nostro servizio, una sorta di time on demand. Confondiamo continuamente urgenza con importanza. Viviamo nevroticamente in una bolla che è surrogato di eternità e onnipresenza, sentendoci a un passo dall’onnipotenza.

Il tempo è denaro, dice il detto. E cosa è stata la crisi finanziaria di questi anni se non il risultato di una grande fuga in avanti di un Occidente in declino, che ha innestato il turbo del debito per garantirsi nell’immediato amenità per cui avrebbe dovuto alternativamente aspettare un ventennio? Una società in perenne stato d’inquietudine che conferma la puntualità dello slogan pubblicitario di una società di telefonini: «L’impazienza è una virtù». Una promessa di benessere per tutti, a partire dai rappresentanti delle classi più umili, a cui è stata fatta balenare la possibilità (in particolare in America) di comprarsi case che, con i redditi miserrimi di cui disponevano, una vita di risparmi non avrebbe potuto riscattare. Alla sbornia temporale della “Grande Bolla Finanziaria” sta seguendo ora una quaresima di attese, fatta di tasse, tagli alle spese e risparmi. Il tempo eccessivamente compresso dal futuro si sta liberando come una molla, dilatandosi in cerca di un nuovo punto di equilibrio. In soldoni, il PIL dei paesi occidentali tornerà ai livelli pre-crisi del 2007 non prima del 2015-16, se estendiamo all’Occidente le proiezioni che riguardano la Gran Bretagna. La caccia al benessere anticipato di vent’anni ci costerà almeno un decennio perduto. Si è esaurito il grande balzo in avanti degli anni Ottanta dell’era thatcheriana e reaganiana, basato sul capitalismo popolare, proseguito negli anni Novanta e inizio del Duemila con Tony Blair e le successive amministrazioni americane, grazie al crescente ricorso al debito nelle società anglosassoni e, con tinte più o meno forti, nel resto d’Europa: basti pensare all’Islanda, che era diventata un gigantesco hedge fund. Al ricorso al debito, piuttosto che alla tassazione dei più abbienti, Blair aveva peraltro dato dignità ideologica con la formula magica delle “opportunità per tutti”. Esemplificata nella famosa battuta dell’ex premier britannico: «Non è mia ambizione divorante far sì che David Beckham guadagni meno danaro, piuttosto è importante che tutti abbiano la possibilità di diventare come Beckham». Parole pronunciate in anni beati, in cui si viveva in una società a irresponsabilità illimitata, dove tutto sembrava a portata di mano e banchieri, governanti ed economisti parevano avere trovato la formula dell’eterno benessere in virtù di un costo del denaro rasoterra e un illusorio controllo del rischio. Prodotti finanziari come subprime, CDO (Collateralized Debt Obligation), ABS (Asset Backed Securities) e derivati venivano usati a mani basse come “fattori acceleranti” per dare più “leva” e linfa a transazioni che altrimenti non avrebbero potuto vedere la luce, tanto copiosamente e in contemporanea, per insufficienza di capitali. Se si fosse trattato di una ricetta medica e i banchieri fossero stati farmacisti, avrebbero dovuto dare molte più controindicazioni al pubblico sugli effetti collaterali perniciosi di tali prodotti.

La finanza è peraltro una componente fondamentale dell’economia moderna. È la nascita del capitalismo finanziario nell’Italia mercantile del Trecento a porre le basi del mondo d’oggi. Ed è proprio nello stesso periodo che nasce la percezione del tempo moderno; quel “tempo del mercante” che lo storico Jacques Le Goff contrappone al “tempo della Chiesa” e che, nell’arco degli otto secoli successivi, si imporrà inesorabilmente come il tempo unico e incontrastato delle società occidentali. Senza il tempo della finanza l’Occidente non avrebbe mai compiuto quel balzo che l’ha riscattato dal Medioevo, permettendogli di raggiungere e oltrepassare le civiltà estremo orientali e mediorientali, che avevano superato l’Europa tra il V e il XVII secolo. Il tempo del mercante affonda le radici tra il 1270 e il 1330 nel Nord Italia, dove sarebbe stato inventato l’orologio meccanico. La cronaca più antica, del 1306, parla di un “orologio di ferro” nel convento domenicano presso la chiesa di Sant’Eustorgio, nella Milano viscontea. Fu una tappa fondamentale nella storia dell’umanità, poiché il meccanismo creò l’“ora eguale”; questa permise di misurare il giorno con precisione, indipendentemente dalle latitudini, dividendolo in ventiquattro ore esatte.

La storia del tempo sociale può essere vista come la trama di un tessuto che è andata infittendosi sempre più. Il tempo breve degli impegni nasce nelle città, dove le intense relazioni umane, rispetto ai ritmi lenti delle campagne o delle carovane, obbligavano alla sincronizzazione. Le città sono reattori che accelerano le esistenze. Dai Sumeri, “inventori” delle metropoli oltre che della misurazione sessagesimale del tempo, passando per gli Egizi, i Greci e i Romani, i cittadini hanno sempre avuto a disposizione strumenti per misurare il tempo. I campanili medievali, che scandivano pigramente la giornata religiosa nei borghi disseminati tra le campagne, videro appaiarsi le sempre più numerose torri con orologi delle corporazioni mercantili, che dettavano gli orari di lavoro. Dal Trecento, le clessidre a sabbia, grazie a un’affinata lavorazione del vetro, permisero di calcolare con precisione i tempi intermedi, senza gli inconvenienti delle clessidre ad acqua. Gli orologi di dimensioni ridotte entrarono in case e cantieri, come alla fabbrica del Duomo di Milano nel 1418. Quelli portatili a ovetto, a partire dal XVI secolo, sincronizzarono ognuno al resto della società, indipendentemente da dove si trovasse. Nel XVII secolo, l’invenzione del pendolo dell’olandese Christiaan Huygens e nuove migliorie apportate nel XVIII dagli inglesi George Graham e John Harrison resero sempre più accurata la misurazione del tempo con margini al di sotto del secondo al giorno. Il tempo è ormai potere: non a caso, il testimone passa dal Sud all’emergente Nord Europa, dove si preparava la Rivoluzione industriale. Gli strumenti vanno di pari passo con il loro utilizzo e una crescente coscienza del tempo sociale. Le cronache annotavano sempre più gli orari assieme alle date. A fare da apripista fu l’atto di morte di Azzo Visconti: le tre del pomeriggio del 14 agosto 1339. Fino al Settecento, l’aumento della precisione nella misurazione servì soprattutto a scienza e medicina. Mancava, infatti, un elemento fondamentale dei tempi moderni: la velocità di movimento. Dal 1550 al 1775, secondo lo storico Fernand Braudel, il tempo che impiegava una notizia per raggiungere Venezia da Parigi restava lo stesso, con poca variazione rispetto all’antichità: due settimane. La grande svolta venne dal treno a vapore all’inizio del secolo successivo. Il treno, che somigliava in modo impressionante al congegno di un orologio su rotaia alimentato da una caldaia, aveva una rapidità di spostamento moltiplicata rispetto al cavallo. Con l’aumentare della velocità delle locomotive, si rese inevitabile una maggiore standardizzazione del tempo, per evitare che i passeggeri si perdessero nella Babele degli orari locali delle varie città ogni poche ore. Nel 1884, la conferenza internazionale di Washington sanciva la divisione del mondo in ventiquattro meridiani da un’ora ogni quindici gradi di latitudine, misurati a partire dal meridiano zero di Greenwich per centottanta gradi a Est e centottanta a Ovest. Il reticolato globale entro cui l’uomo avrebbe potuto misurare e sincronizzare la giornata di lavoro a velocità sempre più elevate era nato. Al centro, come un grande ragno, stava la Londra vittoriana, capitale della potenza planetaria dell’epoca; il controllo del tempo combaciava sempre più con il potere politico-economico.

La crescente velocità di spostamento (con l’arrivo di auto e aerei), oltre alla nascita di nuovi mezzi di comunicazione (telegrafo, telefono, radio e TV), ha accelerato in modo esponenziale le relazioni umane nel secolo successivo. Ma in fondo, per quanto importanti, sono state variazioni su un tema prevedibile. Il grande balzo che ci ha messo in uno stato di frenesia, paragonabile all’arrivo dell’orologio meccanico, è infatti arrivato solo vent’anni fa, con l’affermarsi dei telefoni mobili e di internet a livello di massa. Fino ad allora, tranne che per personaggi come governanti, generali, grandi manager o in situazioni di emergenza come guerre o catastrofi, la notte rimaneva una zona franca, come lo era per i contadini del Medioevo rispetto ai laboriosi cittadini. Lo stesso valeva per weekend e vacanze. Si poteva ascoltare la segreteria telefonica con calma al rientro a casa; si poteva fingere di non avere ricevuto una lettera o non rispondere al telefono o rendersi irreperibili per un periodo senza creare l’allarme tra parenti e colleghi. Le stesse situazioni erano però limitanti per chi volesse comunicare in tempo reale e accelerare il ritmo di lavoro. Bill Gates nel suo libro “Business alla velocità del pensiero”1 lo aveva messo in chiaro: le aziende vincenti sarebbero state quelle che avrebbero adottato internet in modo pervasivo. Oggi internet è tracimato dagli ambiti aziendali e regola le vite di tutti, grandi e piccini. Il telefono mobile e internet e, da dieci anni, lo smartphone, come iPhone o Blackberry, che sintetizza telefonino e computer, hanno abbattuto l’ultima barriera, permettendoci di comunicare a qualsiasi ora del giorno e della notte ovunque nel mondo. Lo spazio non è più un fattore di rallentamento del tempo: il mondo è diventato una sola grande città connessa in tempo reale. Lo smartphone, concentrando in un solo strumento l’orologio, il calendario, la posta, la musica, la bussola, la biblioteca, il giornale e, presto, quando avrà più memoria, radio e TV, è diventato un cervello di scorta che reggiamo in mano e con cui ci consultiamo in continuazione. L’apparecchio è diventato il nostro sincronizzatore sociale e mescola completamente il tempo libero con quello di lavoro. Ci richiama all’ordine in ogni momento. Se non occhieggia il segnale dell’e-mail, suona il telefonino o trilla un SMS. Se il telefono se ne sta quieto, siamo noi a scrivere e-mail o a consultarlo per motivi di lavoro o svago. Ci obbliga sempre più alla versatilità, poiché resta una variabile indipendente con cui fare i conti mentre siamo chiamati a svolgere allo stesso tempo altre funzioni. Il telefonino intelligente è peraltro lo strumento di punta partorito dalla società dell’informazione, che è andata alimentandosi, come accadde nell’Italia rinascimentale, con il boom della finanza dell’ultimo quindicennio. La crescente quantità e velocità di contrattazioni si è alimentata di una crescente quantità di informazioni in tempo reale e su scala globale. Fino alle vette dell’algorithmic trading, da dove partono ordini automatici di acquisto o di vendita entro frazioni di secondo che la lenta mente umana di un broker, per quanto accorto, non riuscirebbe a impartire.

Il tempo dello smartphone sta dilagando in tutta la società: ormai anche i più giovani, complici offerte commerciali allettanti, hanno modo di passare le giornate connessi a dialogare con il loro gingillo come top manager o finanzieri che prendono decisioni planetarie a ritmo forsennato. Tutti hanno un tratto in comune: devono dividere la propria attenzione e immagazzinare in tempi brevi una massa crescente di informazioni. Tutti sono diventati giornalisti. Anche chi ozia finisce per ingorgarsi di parole, dati e immagini superflue, straniandosi sempre più dalla realtà che lo circonda; il che, assieme ai videogiochi per i più piccini, sta creando problemi psicologici nell’età dell’infanzia, come i disordini dell’attenzione (ADD, Attention Deficit Disorder). A Londra esiste una clinica, la Capio Nightingale Hospital, per disintossicare i giovani screenagers, come vengono chiamati i ragazzini che passano più di otto ore al giorno davanti a un video. Chi lavora va a propria volta in overdose di informazioni e si trova a prendere decisioni sempre più rapide, come in una corsa a ostacoli. Ne sa qualcosa il super manager di Lloyds Bank, António Horta-Osório, che ha dovuto abbandonare per due mesi il vertice della banca a causa di una forte insonnia da superlavoro. Insonnia, ansia, panico e stress costano in cure ogni anno negli Stati Uniti, il paese all’avanguardia nel “tempo breve”, dove la velocità è uno dei valori sommi, circa trecento miliardi di dollari. Il telefono intelligente è il simbolo di punta della società della fretta in cui viviamo, ma se ci guardiamo attorno ci troviamo in un mondo che violenta in vari modi il tempo, perché la gente non ne ha mai abbastanza a disposizione per fare tutte le cose che vorrebbe, in tutti i luoghi in cui desidererebbe essere contemporaneamente in questa “società puntillistica”, dove il tempo non è più né circolare né lineare, come rileva il sociologo polacco Zygmunt Bauman. La sindrome dell’eternità e dell’ubiquità si risolve in un’infelicità continua, perché si vorrebbe avere tantissimo tempo a disposizione. Per risolvere il dilemma ci siamo allungati la vita, raddoppiandola rispetto a un secolo fa, ricorriamo a farmaci come il Viagra per tenerci sessualmente attivi, facciamo uso abbondante di chirurgie plastiche e ci manteniamo vispi il più possibile fino in tarda età, a costo di diventare un poco patetici, come rileva la giornalista di “Time Magazine” Catherine Meyer, nel suo libro-inchiesta sull’eterna gioventù: “Amortality. The pleasures and Perils of Living Agelessly”.2 Viviamo sempre più la notte, che viene colonizzata in ogni modo, fino alle fotoelettriche che squarciano il buio sui campi da sci al ritmo di fragorose musichette. Ma una esistenza lunga, un tempo dilatato e sforzato non bastano più. Vogliamo anche una vita intensa, per poterla spremere ancora di più, con la frantumazione della giornata in mille impegni che possono essere cambiati, programmati, richiamati dal passato grazie alle caselle di posta elettronica, con la multifunzionalità (multitasking) che ci spinge a fare più cose allo stesso tempo e l’ubiquità che ci permettono gli smartphone e i voli low cost, che presiedono ormai a migrazioni di massa nei periodi festivi. Non basta: per avere ancora di più compriamo futuro, indebitandoci. Il boom del debito privato è stato il tratto distintivo di quest’ultimo decennio. Viviamo peraltro tra continue interruzioni, tormentati da rumori di fondo, stimolati da segnali a cui dobbiamo rispondere con la stessa attenzione segmentata di una mosca, i cui occhi poliedrici puntano in varie direzioni per essere pronta a volare via dal filo d’erba su cui è appoggiata.

Si potrebbe obiettare che questa breve dissertazione rientri nel filone nostalgico che prende forma ogni volta che ci troviamo davanti a grandi invenzioni come la scrittura, che secondo Platone diluiva la formidabile memoria degli antichi nella cultura orale, o l’invenzione della stampa, che moltiplicava tale effetto. Fino ad arrivare a Google, che ormai viene interrogato anche per le cose più banali che dovremmo sapere a memoria. Allungare la vita, inoltre, non dovrebbe portare necessariamente al rimbambimento: la medicina, grazie a nuove scoperte, potrebbe farci vivere bene e a lungo. Tutto vero, forse. C’è però un aspetto del “tempo breve” che continua ad accelerare e a pervaderci. A ciò non vedo oggi una soluzione: la dissociazione dell’attenzione, e con essa la perdita di memoria e identità, la crescente mancanza di empatia e il crescente autismo di chi vive riflesso nel suo smartphone come un Narciso. La superficialità dilagante diventa un tratto del nostro tempo, poiché la mente umana, obbligata alla multifunzionalità, viene spinta fino al limite della capacità di attenzione, che è il primo ingrediente necessario per accendere l’intelligenza. E tutto ciò sta trasformando l’accelerazione del tempo in cui viviamo da oggetto di speculazioni filosofiche a un terreno sperimentale di patologie mediche.3


 


 

[1] B. Gates, Business alla velocità del pensiero: avere successo nell’era digitale, Mondadori, Milano 1999.

[2] C. Mayer, Amortality. The Pleasures and Perils of Living Agelessly, Vermilion, Londra 2011.

[3] I temi affrontati in questo articolo sono trattati più ampiamente in M. Niada, Il tempo breve. Nell’era della frenesia: la fine della memoria e la morte dell’attenzione, Garzanti, Milano 2010.

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