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Un'Europa a più dimensioni per rilanciare il progetto europeo

Written by Antonio Armellini Sunday, 02 March 2008 20:27 Print
Con l’ingresso di Bulgaria e Romania, l’Unione europea passa da venticinque a ventisette membri. Lo spettro del negoziato con la Turchia – a seconda dei casi evocato o temuto – continua ad aggirarsi nelle stanze bruxellesi in uno stato di sospensione problematico. Sono altrettanti aspetti di un’Europa che cambiando pelle si arricchisce di nuovi contenuti, ma che somiglia sempre meno al disegno dei padri fondatori. Politicamente, essa si conferma vincente nel ricondurre una sempre più variegata realtà economica, culturale e religiosa, al comune denominatore di valori democratici. Come work in progress verso una dimensione sopranazionale integrata tuttavia, i problemi crescono e l’identità si sfrangia.

Con l’ingresso di Bulgaria e Romania, l’Unione europea passa da venticinque a ventisette membri. Lo spettro del negoziato con la Turchia – a seconda dei casi evocato o temuto – continua ad aggirarsi nelle stanze bruxellesi in uno stato di sospensione problematico. Sono altrettanti aspetti di un’Europa che cambiando pelle si arricchisce di nuovi contenuti, ma che somiglia sempre meno al disegno dei padri fondatori. Politicamente, essa si conferma vincente nel ricondurre una sempre più variegata realtà economica, culturale e religiosa, al comune denominatore di valori democratici. Come work in progress verso una dimensione sopranazionale integrata tuttavia, i problemi crescono e l’identità si sfrangia.

La pausa di riflessione imposta dalle mancate ratifiche del Trattato costituzionale dà spazio per guardare con mente fredda al da farsi, senza stracciarsi le vesti per l’occasione perduta né abbandonarsi a scenari senza appello. Il «no» franco-olandese ha paradossalmente dimostrato come il modello «funzionalista» dei Trattati di Roma – che vedeva nell’integrazione economica la molla ad un tempo necessaria e inevitabile dell’unione politica – non sia più in grado di governare da solo il processo di integrazione europea. Il re è nudo e sostenere il contrario, come fanno alcune vestali dell’ingegneria istituzionale comunitaria, significa chiudere gli occhi dinanzi alla realtà e rendere un cattivo servizio alla causa che si vuole difendere.

All’interno dell’Unione convivono almeno tre anime, profondamente diverse fra loro. Il gruppo cosiddetto dei «fondatori» innanzitutto: i sei paesi che, nel dare vita alla CECA prima e alla CEE poi, avevano inteso imbrigliare una volta per tutte il conflitto franco-tedesco in un sistema di controllo multilaterale, di cui tutti fossero partecipi e garanti. Era un progetto nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale e reso possibile dalla guerra fredda, che aveva fatto dell’Europa occidentale una comunità omogenea, capace di accettare uno scambio politico del genere. I Sei pensavano che un’Europa tendenzialmente federale fosse quella che meglio avrebbe potuto garantire che lo scontro fra Francia e Germania – di cui erano stati vittime e protagonisti per oltre mille anni – divenisse di fatto impossibile: l’integrazione delle economie era per questi paesi solo un passaggio, importante ma subordinato all’obiettivo primario. La Gran Bretagna poi: lungi dal rappresentare un fattore condizionante, il conflitto franco-tedesco aveva storicamente rappresentato per essa uno strumento di controllo politico nei confronti del continente, utilizzato con abilità in un gioco incrociato di alleanze. La tradizione costituzionale britannica, antitetica a quella degli ordinamenti nati dalla rivoluzione francese, rendeva ancor più difficile non solo accettare, ma persino comprendere a fondo, le ragioni del progetto europeo: per Londra l’adesione alla Comunità al termine di un processo sofferto, è stata sempre e soprattutto un fatto economico, e costante è stata la sottorappresentazione, ad opera dei filo-europei da Macmillan in poi, delle implicazioni politiche dell’adesione. Spagna, Portogallo e i paesi scandinavi appartengono, sia pure con un cammino diverso, allo stesso discorso: anche per essi il conflitto franco-tedesco era un fatto più lontano, così come lo erano le ferite lasciate dalla divisione del continente e dalla guerra fredda: anche a loro l’Europa è apparsa come un elemento di razionalizzazione economica, i cui aspetti più propriamente politici avrebbero potuto aspettare.

I nuovi paesi dell’Europa centrale e orientale infine: per essi l’ingresso in Europa ha rappresentato la consacrazione della fine dell’egemonia sovietica e il riconoscimento del fatto che, ritrovata la democrazia, spettava loro di diritto un posto nella famiglia delle nazioni europee. La fine della soggezione ha comportato in questi paesi un ritorno di fiamma nazionalistico che – a parte la tragedia jugoslava – aveva fatto temere il peggio anche altrove; ora si è fatto meno forte, ma l’idea stessa di una cessione di quote importanti della propria sovranità resta difficile da immaginare. Senza contare che, alla fine dei conti, molti fra di essi vedono nell’Europa soprattutto una scorciatoia verso un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti: l’integrazione politica, in tale visione, ha ben poco posto.

Il melting pot comunitario avrebbe dovuto compensare tali differenze, ma non è stato così e ora i nodi tornano al pettine. La tripartizione di cui sopra è per forza di cose schematica e non tiene conto dei fattori evolutivi: i paesi fondatori soffrono del logorio del motore franco-tedesco; la Spagna sembra voler riscoprire una vocazione europea più spinta e qualcuno fra i nuovi paesi dell’Est potrebbe seguirla prima o poi su questo terreno. Indipendentemente dal rimescolamento delle carte fra i vari gruppi, resta il fatto che l’impianto attuale dell’Unione – che è in sostanza ancora quello di Monnet e Schuman – non regge più.

Continuare a dirsi che, al di là dei tatticismi, l’obiettivo di fondo è ancora comune, è quello dei sei membri originari e sono ancora validi gli strumenti e le istituzioni immaginate allora, sarebbe un pericoloso negare la realtà. Al limite, ciò avrebbe potuto essere ancora concepibile nell’Europa a quindici: l’euro ha rappresentato l’«ultima raffica» del funzionalismo. Kohl lo aveva ben chiaro e – con una mossa tanto lungimi rante quanto misconosciuta – aveva cercato di consolidare intorno ad esso un «nocciolo duro» disposto a riconoscersi in un’opzione sopranazionale. Il rifiuto britannico di farvi parte, avrebbe potuto facilitare la costituzione di un gruppo di paesi coscienti che l’unione monetaria non poteva non comportare un coordinamento sempre più stretto delle politiche economiche e della fiscalità e, quindi, un salto di qualità nell’integrazione politica. Non è successo così per le ragioni note, e oggi l’euro è diventato irreversibile con buona pace della Lega, ma è assai improbabile che possa servire agli scopi politici che Kohl aveva immaginato.

Venuto meno il Trattato costituzionale, l’Unione potrebbe funzionare ancora a lungo sulla base delle disposizioni di Nizza. Ma il punto non è questo: è l’intero edificio a scricchiolare sotto la spinta di pressioni contrapposte. Scricchiola sul piano economico: il confronto fra «modello anglosassone» e «modello continentale» non riflette solo uno scontro fra ricette alternative di politica economica, ma è la rappresentazione della divaricazione crescente fra modelli di società, cui diventa sempre più difficile porre rimedio con i pannicelli caldi dell’ingegneria istituzionale. Scricchiola sul piano politico dove lo stesso confronto si riproduce – in forme mutate – fra sostenitori dell’integrazione e difensori delle autonomie nazionali: uno scontro risolvibile nell’immediato solo a prezzo di compromessi a livello sempre più basso, i quali minano per altri versi proprio quell’impianto istituzionale dei Trattati che si vorrebbe difendere. Come dimostra il ridimensionamento progressivo del ruolo della Commissione, la creazione forse più rivoluzionaria dell’intero progetto europeo, che rischia di diventare poco più di un segretariato intergovernativo.

Tutti dicono di volere più Europa ma non si dicono che l’Europa che vogliono è diversa da quella degli altri. Che fare quindi? Non è certo il momento di abbandonare la partita, bensì di rilanciare, partendo dall’accettazione delle diversità: l’Unione deve potersi organizzare intorno a «gironi» diversificati e collegati fra loro.

Il primo «girone» della nuova Unione, dovrà essere composto da tutti i paesi che si riconoscono nei principi fondamentali dell’Europa e che sono, al contempo, disposti a dotarsi di strutture volte a governare gli interessi comuni: un’unione doganale, una libera circolazione di beni, un’assemblea parlamentare e un consiglio ministeriale. Nulla di più e nulla di meno. L’Europa rimane l’esempio più riuscito di funzionamento della democrazia politica e dell’economia di mercato e la fine del confronto Est-Ovest ha unificato il continente intorno a questi valori. È un acquisto che non può in alcun modo essere messo in discussione. L’Unione allargata non dovrà incidere sulle autonomie dei singoli, ma rafforzarne la coscienza di appartenere ad un sistema di valori condiviso. Non c’è alcuna ragione perché, in tale «girone», non debbano trovare posto paesi come la Turchia o l’Ucraina: sarebbe nell’interesse di tutti ampliarne l’ambito geopolitco, ancorandovi saldamente la Turchia, senza per questo dover affrontare il prezzo di una integrazione più spinta. Qualcuno potrebbe storcere il naso e chiedersi se un’ipotesi siffatta non finirebbe per annegare il concetto stesso di integrazione europea: per certi versi, l’Unione allargata non sarebbe che una riedizione un po’ frustra dell’Unione paneuropea vagheggiata da Coudenhove-Kalergi negli anni Trenta. Non è così: al contrario di allora, quando l’Unione paneuropea avrebbe dovuto cercare di far germogliare nella temperie dei nazionalismi un seme comune, la nuova Unione servirebbe allo scopo opposto, di consacrare il fatto che tutta l’Europa, anche al di là dei suoi confini storici, si riconosce in un’unica famiglia politica.

All’interno del primo «girone» se ne avrà un secondo, o meglio molti, diversificati in funzione degli obiettivi e delle capacità di aggregazione: l’Europa a più velocità e dimensioni, quella di cui si è molto parlato e che nei fatti già esiste. Si tratterebbe di razionalizzarla, consentendo a paesi che volessero avanzare sul piano della difesa, delle politiche sociali, dell’economia di farlo non già in contrasto, ma come arricchimento del bagaglio complessivo dell’Unione allargata. In un simile scenario a più livelli vi sarà posto infine per un terzo e più avanzato «girone», di paesi disposti a riprendere la strada dell’integrazione sopranazionale e a proporsi come entità federata, tendenzialmente unitaria.

Un’entità che dovrebbe costituire un modello e un incitamento ed essere aperta – al pari del secondo «girone» – all’adesione degli altri. Questo «girone» è stato convenzionalmente identificato con quello dei sei paesi fondatori, ma è un’ipotesi che ha fatto anche questa il suo tempo: il «nocciolo duro» franco-tedesco sarà sempre necessario, ma intorno ad esso le configurazioni potrebbero variare di molto. Accanto all’Italia o ai paesi del Benelux potrebbe farsi strada qualcuno di inatteso: fra i nuovi «grandi» la Spagna dà segni di volersi avviare su questa strada e finanche la Polonia, una volta digerita la sbornia nazionalistica e seppelliti i fantasmi del passato, potrebbe rivedere la propria equazione geopolitica all’interno di un’Unione più strettamente integrata. Un sistema del genere non escluderebbe in via di principio nessuno: sarebbe perfettamente concepibile per la stessa Turchia, ad esempio, passare dal primo ai successivi «gironi», qualora le condizioni politiche ed economiche lo consentissero. Nel frattempo però essa non sarebbe esclusa dalla famiglia europea e non avrebbe, quindi, a soffrire di veti pregiudiziali.

Se un riferimento è possibile immaginare per un’Unione europea siffatta, è quello del Sacro romano impero. Proprio quel modello carolingio, che gli euroscettici d’oltremanica s’intestardiscono a descrivere come una struttura assurdamente rigida, e che invece andrebbe preso come uno degli esempi più riusciti di decentramento politico e – proprio così – di sussidiarietà. Pagato il tributo all’«imperatore-Unione europea allargata », attraverso l’accettazione delle sue regole e il rispetto dei suoi organi decisionali, i nuovi «elettori di Sassonia», i vassalli e i valvassori, sarebbero liberi di ricercare le forme di aggregazione ad essi più consone, all’interno della struttura flessibile dell’«impero/Europa».

Uno schema del genere richiederebbe, per essere tradotto in pratica, una forte volontà politica, unita alla capacità di innovare radicalmente sull’esistente. Proprio quello che manca oggi in Europa, dove anche i federalisti più convinti non riescono ad andare oltre al richiamo di Delors: un personaggio che ha fatto molto, ma che dell’Europa ha rappresentato in maniera massimamente intelligente la deriva tecnocratica. Se Altiero Spinelli fosse ancora fra noi, non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione della battuta d’arresto del Trattato costituzionale per gettare a mare l’armamentario messo in piedi e proclamare l’esigenza di partire proprio da qui, per rifondare un’Unione che dia un diverso respiro ai valori comuni e consenta, al tempo stesso, un nuovo slancio al progetto federale. Ma Spinelli non c’è più e di eredi capaci di raccoglierne l’eredità non se ne vedono, per il momento.

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