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Piagnistei. Sull’educazione, la globalizzazione, le tecnologie

Written by Claudio Giunta Monday, 12 March 2012 16:19 Print

Preminenza della formazione tecnico-scientifica su quella umanistica, disagio di fronte alle nuove tecnologie, marginalità dei classici: il mondo sembra sempre più refrattario al genere di educazione che le discipline umanistiche, storicamente, hanno mediato e difeso. Ma la battaglia non è affatto perduta: per avere qualche chance, però, è necessaria una certa dose di senso della realtà e di pragmatismo.

 

Sullo scaffale accanto alla mia scrivania c’è un raccoglitore che ha incollata sul dorso la scritta “Piagnistei”. Contiene, in fotocopia, saggi sulla crisi dell’umanesimo o sulla fine dell’umanesimo, dove per umanesimo s’intende “discipline umanistiche insegnate a scuola e all’università”. Dentro il raccoglitore, i saggi sono riuniti in sottocategorie.

C’è la sottocategoria del “Disagio digitale”. I saggi che ne fanno parte ruotano attorno alla domanda: come può la cultura umanistica seria, quella fatta di letture pacate, di lezioni dalla cattedra, di conversazioni distese fatte guardandosi negli occhi, sopravvivere nella civiltà dell’informazione istantanea, delle e-mail, dei giochi elettronici e dei cellulari? C’è la sottocategoria del “Nervosismo di fronte alla globalizzazione”. I saggi che ne fanno parte ruotano attorno alla domanda: ha ancora senso occuparsi della letteratura, della storia, dell’arte nazionale in un mondo nel quale la lingua franca è l’inglese e il “viaggio in Italia” non è ormai, per la formazione di un intellettuale, più importante di un viaggio in Spagna, o a Los Angeles, o alle Seychelles?

C’è la sottocategoria dell’“Addio ai classici”. È la sottocategoria che contiene i saggi più intelligenti e più amari. Sono saggi scritti da specialisti di latino, di greco, di archeologia, di filosofia antica. Anche nelle altre sottocategorie l’ottimismo non abbonda; ma qui l’atmosfera è plumbea, ferale. I classici hanno le ore contate, la conoscenza del greco e del latino è ai minimi storici, le parole di Platone e di Aristotele saranno presto parole perdute se non facciamo subito qualcosa (qualcosa come finanziare i dipartimenti di Classics, costringere i futuri avvocati e i futuri economisti a leggere Platone in originale ecc.). In “Readers and Reception: A Text Case”,1 A. J. Woodman ironizza su una nuova genia di “classicisti”, per lo più anglosassoni, perfettamente ignari di greco e di latino; in “Bagpipe Music”,2 Jonathan Barnes osserva che lo studio della filosofia antica, come di tutte le altre materie umanistiche, è soffocato dalla burocrazia e fuorviato dalle mode culturali e dall’ignoranza della filologia classica; e conclude: «There is no cure for this disease». E potrei continuare con note ancora più dolenti: il “Congedo sconsolato del classicista dalle aule universitarie” è diventato quasi un genere a sé stante.

C’è poi una cartellina distinta, quella dell’“Orgoglio dell’umanista”. I saggi che ne fanno parte non lamentano tanto la decadenza delle discipline umanistiche quanto la sordità del mondo ai valori e alle verità che le discipline umanistiche, storicamente, hanno difeso. Chi li scrive non si mette in posizione di difesa ma d’attacco, non guarda al passato ma al futuro, non rimpiange ma accusa e sfida. Il libretto di Martha Nussbaum “Non per profitto”3 è un buon rappresentante di questa categoria.

L’etichetta che ho incollato sul dorso del mio raccoglitore non è irridente. Prendo molto sul serio i piagnistei, li pratico anch’io, non mi sogno affatto di liquidarli come sfoghi senili di alcuni apocalittici viziati dalle loro tenures. In parte condivido le loro preoccupazioni. Allo stesso modo, prendo molto sul serio, e in parte condivido, le accuse contro quell’utilitarismo da pezzenti che si riassume nel programma didattico delle “tre i”, e in generale contro qualsiasi programma educativo che non dia spazio adeguato a discipline come la storia, la letteratura, l’arte, la musica, la storia del pensiero. Dato però che non sono un libero intellettuale ma un docente universitario pagato dallo Stato, e con precise responsabilità pratiche (relative per esempio alla gestione dei fondi, o alle carriere dei miei studenti), cerco di proiettare i miei desideri sulla realtà come è e non come astrattamente dovrebbe essere, cerco di essere pragmatico. Procedendo dunque per punti, secondo i commi del piagnisteo.


Disagio digitale

Il “Disagio digitale” potrà convertirsi in “Euforia digitale”? Ovvero: può l’informatica essere la nuova frontiera degli umanisti? È un punto di vista abbastanza diffuso tra gli ottimisti: ai «beni artistici, letterari, documentari, architettonici, urbanistici, paesaggistici [...] appare ora indispensabile applicare le aggiornate tecnologie virtuali per renderli meglio fruibili e farne in tal modo elemento di nuove originali professionalità che, proiettando il nostro passato nel futuro, accrescano a un tempo il bagaglio di conoscenze e offrano, in parallelo, l’opportunità di nuove inedite occasioni professionali».4

Sempre sforzandoci di scendere dall’astratto al concreto, ciò significa che tra le cose che i laureati in discipline umanistiche possono fare c’è questa: produrre testi per la rete, lavorare sui contenuti lasciando agli informatici il compito di lavorare sui contenitori. Sono anch’io del parere che gli umanisti possano servire a questo: conosco laureati in Lettere o in Filosofia che hanno aperto studi di progettazione in rete e non se la passano male. Mi pongo però un problema di numeri: credo cioè che questo possa essere il destino di una piccola minoranza di coloro che escono dalle facoltà umanistiche. E mi pongo, più seriamente, un problema di congruità del percorso formativo. La conversione alle nuove tecnologie presuppone un cambiamento abbastanza radicale nel curriculum degli studenti. Molti miei colleghi guardano con sospetto anche solo all’attivazione di un corso di Informatica umanistica. Io sono invece favorevole, senza riserve, ma capisco i loro dubbi.

Chi si iscrive a una facoltà umanistica dovrebbe diventare esperto di cose come la letteratura, la storia, la filosofia, e anche di cose ancora più esoteriche come la filologia romanza, la glottologia e la paleografia. Il compito delle facoltà umanistiche è questo, per la buona ragione che nessun altro può svolgerlo, e che studenti privi di queste conoscenze diventeranno cattivi studiosi, cattivi insegnanti, cattivi giornalisti, e anche produttori di cattivi contenuti per il web. Ora, la gran parte degli studenti arriva all’università con competenze informatiche decenti ma con indecenti competenze sulla letteratura, la storia e tutto il resto. A torto o a ragione, è proprio questo che vogliono studiare. Il corso di laurea dovrebbe servire a colmare queste lacune; di solito non basta. E dunque non si rischia, mescolando un’infarinatura umanistica con un’infarinatura informatica (i tre, sei, nove crediti di informatica umanistica), di fare dei pasticci, di creare degli ibridi che non servono a niente? E mi pongo anche il problema del profilo professionale di questi ibridi: perché mi sembra inevitabile che i “produttori di testi per il web” restino in posizione subalterna rispetto a chi controlla l’hardware (a chi, come a me, è capitato di dover contrattare la ripartizione dei fondi d’ateneo sa di che cosa parlo: le post-doc per gli informatici sono un fiume, quelle per gli umanisti, anche informatizzati, sono solo poche gocce). Rischiamo dunque di formare della manodopera non troppo specializzata che andrà a lavorare a servizio dagli informatici e dagli ingegneri. Niente di male, ma allora è meglio studiare informatica, o ingegneria, e fare la vita dei padroni anziché quella dei servi.

Insomma, resto convinto che un compromesso con le nuove tecnologie sia opportuno: ma, anche per esperienza personale, non credo che i buoni frutti di questo compromesso possano riguardare un numero troppo grande di laureati in discipline umanistiche. E, soprattutto, credo che la ragione e il senso di un percorso di studi umanistici stiano altrove. Ha scritto Eco: «Pensate a Internet e al problema di come selezionare le informazioni utili da tutto il resto: occorre insegnare una disciplina che si chiama decimazione e occorre altresì il metodologo del software, e naturalmente il pedagogo dell’hardware, dal momento che i manuali, scritti da ingegneri che non distinguono tra ciò che essi sanno e ciò che i lettori non sanno, sono assolutamente illeggibili».5 Il decimatore, il metodologo del software e il pedagogo dell’hardware mi sembrano profili professionali un po’ sfocati: e non ne vedo molti in giro, a quindici anni di distanza dall’articolo di Eco. Il fatto è che uno entra in una facoltà umanistica non perché vuole fare il pedagogo dell’hardware ma perché, confusamente, vuole diventare come Umberto Eco, e occuparsi di Tommaso d’Aquino, Joyce, Peirce. E l’altro fatto è che, nel settore delle nuove tecnologie, la barra del timone sta oggi e starà in futuro, legittimamente, nelle mani degli informatici e degli ingegneri. Le cose possono cambiare, devono cambiare, non è detto che tutti gli aspiranti filosofi debbano passare attraverso Tommaso d’Aquino e Joyce; ma allora bisogna dirlo chiaro in anticipo, distinguere bene la realtà dai wishful thinking e, forse, cambiare il nome alle facoltà di Lettere e Filosofia (o, che è lo stesso, decimarle, o renderle più piccole e selettive).


Nervosismo di fronte alla globalizzazione

“Nervosismo di fronte alla globalizzazione”. È difficile restare calmi. È difficile continuare a considerare importante il proprio limitatissimo lavoro, è difficile farlo bene, quando il mondo attorno a noi sembra pensare a tutt’altro, e parlare una tutt’altra lingua. Sembra vicino il momento in cui non solo alcuni ma tutti, o quasi tutti, si domanderanno, tra l’incredulo e l’indignato, che senso abbia pagare qualcuno che scrive articoli intitolati “Osservazioni sull’omerismo foscoliano” o “Stratigrafia delle varianti nelle liriche di Pietro Bembo”, o “Sul mottetto di Guido Cavalcanti” (ognuno riempia queste caselle con titoli estratti dal proprio campo di ricerca). È in causa cioè, non tanto la formazione umanistica di base (sulla quale nessuno eccepisce, almeno a parole) quanto la specializzazione in campo umanistico, se questa specializzazione non si apre all’interazione non solo con le altre discipline ma con la cultura diffusa, con le idee che si discutono al di fuori dalle aule universitarie.

Ora, l’insularità non è un valore in sé; o meglio, l’insularità è tollerabile quando le isole sono isole: cioè pochi studiosi eccellenti che si occupano di cose irrilevanti quasi per chiunque altro. Se le isole diventano arcipelaghi, e se a occuparsi di cose irrilevanti sono legioni di studenti, dottorandi e ricercatori, e (com’è necessario quando i numeri crescono) lo fanno anche male, allora il costo umano ed economico dell’impresa minaccia di diventare insostenibile, e qualche taglio è necessario. Ma la medicina per l’isolamento non può essere la connessione di ogni singola cosa con ogni altra singola cosa (aka interdisciplinarità), né l’attualizzazione forzata, quella che porta a misurare l’interesse di un tema del passato con il metro del suo rilievo per la nostra vita oggi: questo è spesso un viatico per il dilettantismo. In realtà, il sapere umanistico è e deve rimanere anche e soprattutto un sapere specifico, che si organizza in discipline tecniche non molto diverse da quelle che ritagliano lo spazio delle scienze nomotetiche.

Non è strano che la crisi investa soprattutto queste discipline tecniche, dal momento che si tratta di discipline che guardano al passato, non al presente, e perciò non possono influire sul dibattito corrente: l’utilità di uno storico contemporaneo o di un sociologo dell’emigrazione si può intuire, ma quella di un paleografo? Inoltre, sono discipline radicate in un luogo particolare, in una cultura particolare, e la cura del particolare può anche essere un altro nome del provincialismo, o della mania. Prima o poi arriva il momento in cui ci domandiamo se tutto lo sforzo che stiamo facendo per copiare senza errori il tale sonetto da questo o quell’antico manoscritto non potrebbe essere diretto a uno scopo più alto: ci si sente soli. Non sono dubbi nuovi, naturalmente: li avevano anche gli studiosi del passato. Ma è probabile che oggi questo senso di marginalità sia più difficile da sopportare non tanto per l’impoverirsi della tradizione umanistica accademica (gli iscritti a Lettere non diminuiscono) quanto per la straordinaria ricchezza dell’offerta culturale che non passa attraverso la scuola e l’università ma attraverso i media: un’offerta culturale che è, di necessità, orientata verso il presente e non verso il passato; e che per la grandissima parte parla una lingua diversa dall’italiano. Come la scuola e l’università debbano far fronte a questo assedio è appunto il tema di questi e dei prossimi anni. Personalmente, non sono contrario a cedimenti e contaminazioni; ma un cedimento su tutta la linea e una contaminazione perenne finirebbero per stravolgere il senso stesso delle discipline che mi stanno a cuore. Di nuovo, bisognerebbe cambiare il nome della facoltà di Lettere e Filosofia; e forse non varrebbe più la pena di iscrivercisi – anche per la banale ragione che se uno vuole capire come funziona il mondo di oggi è meglio che studi economia, o ingegneria, e lasci stare i filosofi.


Addio ai classici

Un articolo recente di Mary Beard s’intitola “Do the Classics Have a Future?”,6 ma non rientra nella categoria “Piagnistei” bensì in quella, più scarna, del “Sarcasmo sui piagnistei degli umanisti”. Come mai, si domanda la Beard, siamo così fissati con il declino dei classici? Da un lato, concetti e immagini che appartengono alla classicità sono vivi come non mai nel pensiero e nell’arte contemporanei, e persino nella cultura popolare; dall’altro, è facile vedere che il lamento sull’oblio dei classici è un topos secolare: «The truth is that the classics are by definition in decline; even in what we now call the “Renaissance”, the humanists were not celebrating the “re birth” of the classics; rather […], they were for the most part engaged in a desperate last-ditch attempt to save the fleeting and fragile traces of the classics from oblivion. There has been no generation since at least the second century AD that has imagined that it was fostering the classical tradition better than its predecessors».7

Sono buoni argomenti, ed esposti con spirito, ma dubito che riescano a consolare i professori che constatano la marginalizzazione del greco e del latino nei curricula umanistici. La marginalizzazione è un dato di fatto, e un dato di fatto probabilmente irreversibile, a mano a mano che la tradizione dell’Occidente diventa, da tradizione egemone che era fino a qualche generazione fa, solo una delle tessere che formano il mosaico della cultura mondiale; e a mano a mano che (si veda il punto precedente) si accumulano i nuovi problemi e i nuovi oggetti culturali sui quali gli intellettuali sono chiamati a esprimersi: problemi e oggetti che – se si è abbastanza saggi da rinunciare alla retorica dell’umanesimo eterno, della voce eterna dei classici – non hanno alcun vero rapporto con i libri dei greci e dei latini.

Questo non significa affatto che, per prendere in contropiede il futuro, l’insegnamento dei classici vada abolito (e qui intendo per “classico” tutto ciò che rientra in quel bagaglio umanistico tecnico, specifico al quale ho accennato sopra). Questa è la reazione di tecnocrati ignoranti, o di umanisti altrettanto ignoranti, e in più narcisi, che mercé questa rinuncia presumono di essere in prima linea nella rivolta mondiale contro l’eurocentrismo. Sono cose patetiche. L’insegnamento dei classici va difeso e migliorato, nella scuola e nell’università, perché è una parte fondamentale della nostra cultura nazionale: è quanto di meglio abbiamo da offrire al mondo, è un patrimonio che è affidato soprattutto alla nostra custodia, e – per usare le belle parole di Guido Calogero – non si vede perché dovremmo togliere a noi stessi «l’uso di questo formidabile strumento di vita».8 Per questo, tutta la discussione recente intorno al “significato dei classici” mi sembra un po’ scentrata. A mio avviso non è tanto sul loro significato che occorre riflettere, perché nessuna persona seria lo mette in dubbio, quanto sul modo in cui vanno insegnati, oggi, a scuola e all’università. Il nodo, mi pare, è didattico, piuttosto che genericamente culturale (il che non significa che sia un nodo più facile da sciogliere, anzi).


Orgoglio dell’umanista

Infine, poche parole a proposito dell’“Orgoglio dell’umanista”. Dato che faccio questo mestiere, tendenzialmente lo condivido. I libri, la musica, i quadri, i film migliorano l’esistenza: vorrei che tutti avessero la voglia e la possibilità di dedicare a queste cose una parte del loro tempo, soprattutto nell’età della formazione. Vorrei però anche che la battaglia per l’umanesimo venisse fatta con un po’ di senso della realtà. Questo senso della realtà si manifesta per esempio, a mio parere, nell’accettare che esistono dei limiti a ciò che lo Stato può fare (cioè: finanziare) nel campo della cultura e dell’istruzione, e che dunque devono esserci delle priorità. Una contrazione nel numero e nelle dimensioni delle facoltà umanistiche mi pare necessario: non si tratta di impedire al popolo di acculturarsi, si tratta di essere minimamente realistici circa le possibilità d’impiego di un laureato in discipline umanistiche. Una selezione all’ingresso, o un maggior rigore in itinere, permetterebbe anche di restituire un valore a questa laurea, oggi screditata dalla pratica del 110 e lode erga omnes. Senso della realtà significa anche accettare il fatto che la ricerca umanistica non costa e non deve costare tanto quanto la ricerca scientifica, e dunque è giusto che buona parte del poco denaro che lo Stato può investire sia destinato alla seconda e non alla prima. Riconoscere questa che a me pare un’ovvietà ci metterebbe forse nella condizione di poter spiegare, pacatamente, che la ricerca umanistica non procede affatto né a forza di progetti milionari (quanti soldi sperperati nella “cultura accademica online”!) né a forza di congressi internazionali (quanti soldi sperperati in catering!); potremmo spiegare che la stessa parola ricerca è abusiva, e che sarebbe meglio tirar fuori dalla soffitta la vecchia, umile parola studio, una pratica che per essere svolta ha bisogno soltanto di scuole e università decenti, di buone biblioteche e del denaro sufficiente a far vivere in modo dignitoso le persone che studiano e quelle che aiutano gli altri a studiare. Il resto è superfluo; e al superfluo, in tempi di crisi, è giusto rinunciare.

 


 

[1] A. J. Woodman, Readers and Reception: A Text Case, in J. Marincola (a cura di), A Companion to Greek and Roman Historiography, Blackwell, Oxford 2007, pp. 133-44.

[2] J. Barnes, Bagpipe Music, in “Topoi”, 1-2/2006, pp. 17-20.

[3] M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino, Bologna 2011.

[4] A. Varni, Qual è il valore vero della laurea, in “Il Sole 24 Ore”, 5 febbraio 2012, p. 43.

[5] Citato in A. Cammelli, I saperi umanistici nell’Università che cambia, disponibile qui, p. XIII, nota 21.

[6] M. Beard, Do the Classics Have a Future?, in “The New York Review of Books”, 12 gennaio 2012, disponibile qui.

[7] Ibid.

[8] G. Calogero, Scuola sotto inchiesta, Torino, Einaudi 1957, p. 106.

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