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L’Italia nella quinta bolgia dell’Inferno

Written by Carlo Alberto Brioschi Friday, 10 February 2012 13:46 Print

Uno sguardo alla storia della corruzione, da Sallustio ai giorni nostri, può aiutare a comprendere alcune ragioni della diffusione del malaffare politico nel nostro paese e indicare le vie di una lotta contro la “banalità della corruzione”.


Benedetto Croce sosteneva che la storia non dovrebbe perder tempo a occuparsi di banali ruberie quotidiane. Aveva le sue buone ragioni naturalmente, ma la corruzione politica, nelle sue varie manifestazioni, ha un impatto troppo rilevante sulla società e sull’economia di ogni nazione per trascurarne l’influenza nel breve termine e le conseguenze nel lungo periodo (all’Italia sottrae tra l’altro alcuni punti in percentuale del prodotto interno lordo).

Per questo ripercorrere la storia della corruzione può risultare utile quantomeno per uscire dal riflesso incondizionato di piccolo cabotaggio che scatta in genere di fronte agli scandali dell’attualità e che va dall’indignazione impotente al disinteresse qualunquistico, dal timore di essere scoperti per il proprio latrocinio al rimpianto di chi è escluso di fatto da questo o quel giro di privilegi o mazzette.


A mali eterni, eterni rimedi

Una prima, banale constatazione contro cui si va a sbattere quasi subito adottando una prospettiva di lungo termine è che il fenomeno corruttivo è tanto eterno quanto inestirpabile perché rispetta rigorosamente la legge di reciprocità (quella di cui parlava Marcel Mauss nei suoi studi sulle società primitive). E, nella ferrea logica dello scambio, a ogni favore corrisponde un “dono” interessato. «Ogn’uom v’è barattier fuor che Bonturo», scrive Dante nella “Commedia”, «Del No, per li denar, vi si fa ita»; si riferisce a un politico del suo tempo, Bonturo Dati, accusato di baratteria, poi scagionato e relegato dall’Alighieri nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio insieme a coloro che per danaro trasformano il no in un sì. Di aver tratto profitti illeciti dalla propria carica pubblica, del resto, fu accusato lo stesso Dante, costretto all’esilio da Firenze.

Non per questo però la faccenda può essere frettolosamente archiviata: la semplice constatazione della contagiosità di una malattia non pare sufficiente a esentarci dal conoscerla e combatterla. Prendiamo un classico esempio cui si ricorre pensando alla storia politica italiana: quello di Machiavelli, il quale – come viene tramandato in modo un po’ approssimativo – esorta il Principe ad assecondare i suoi fini con ogni mezzo. Ma è bene ricordare che lo stesso autore nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” addita proprio la corruzione (sulle orme dello storico latino Sallustio) come causa principale della caduta di Roma: la decadenza ha portato con sé la scomparsa di quel timore e di quella vigilanza sui costumi che avevano consentito ai romani di affrontare con unità e compattezza nemici storici come Cartagine.

Per Machiavelli un paese senza morale è destinato alla rovina. Ecco perché il primo bisogno di uno Stato degno di questo nome è quello di dotarsi di un valido sistema di regole anticorruttive all’interno di un corretto equilibrio dei tre poteri fondamentali che lo debbono far rispettare. Non si può sperare di abolire la corruzione per legge. È necessario più semplicemente che una magistratura efficiente punisca il reato ogni qual volta viene commesso. Non è poca cosa, si dirà, ma è paradossale che per riaffermarlo si sia costretti ogni volta a risalire fino al Settecento di Cesare Beccaria, per ricordare cioè che solo la certezza della pena in tempi ragionevoli è garanzia del buon funzionamento di uno Stato e della tutela dei suoi cittadini.


Ascesa e caduta

Un altro stereotipo che incontra chiunque si accinga a rileggere la lunga vicenda delle tangenti nei secoli è l’andamento “ciclico” del costume corruttivo: nei momenti di apice del malaffare (come Tangentopoli, dove è evidente la diffusione e la quantità del furto e l’impunità della classe politica: la maxitangente Enimont da un miliardo di lire, per fare un solo esempio) si affacciano non di rado, per contrasto, tentativi almeno presunti di rinnovamento per arginare la pratica tangentizia (come Mani pulite, con i suoi risvolti giudiziari e politici). Per un Verre, corrotto governatore di una ricca Provincia dell’Impero romano come la Sicilia, c’è sempre stato un Cicerone pronto a condannarne le malefatte. Alle ruberie di Cesare si oppose Metello; di fronte agli eccessi clientelari di papa Leone X insorse Lutero. Ogni ladro (di vario grado e natura) ha avuto il suo avversario (con alterne fortune di entrambi): lo storico conservatore Edmund Burke ha combattuto le malefatte di Warren Hastings, primo governatore delle Indie orientali; contro i torbidi affari del governo Crispi lanciò i suoi strali Felice Cavallotti; contro Mussolini si levò in Parlamento la voce di Matteotti.

La battaglia per il potere utilizza spesso il grimaldello delle accuse politiche o giudiziarie relative alla corruttela del governante. Il metodo può apparire poco ortodosso, ma in questo modo il meccanismo dell’alternanza tende a funzionare con maggiore efficienza, purché vi sia sempre una parte politica tagliata fuori dalle spartizioni del vertice e interessata al ricambio, e almeno una parte dell’informazione in grado di giocare il ruolo di “cane da guardia della democrazia”.

Il problema infatti è, come ha scritto Thomas Carlyle, che «ci sono epoche in cui il solo rapporto tra gli uomini è lo scambio di denaro»; sono i tempi nei quali sembra prevalere la tesi di Bernard de Mandeville, che nella settecentesca “Favola delle api” sosteneva che la corruzione è il vero motore del mondo e che senza di essa non vi è progresso possibile. Sono anche i tempi di politici che hanno superato di gran lunga il trasformismo di Agostino Depretis, come nel caso del berlusconiano Giorgio Stracquadanio, secondo cui è più che lecito “fare politica con il corpo” (ma il problema è cosa si intende per fare politica), o in quello di Domenico Scilipoti, per il quale probabilmente rientra nella responsabilità di un parlamentare mettere a disposizione il proprio voto al miglior offerente. O come Denis Verdini, tuttofare del Popolo della libertà che ha rivendicato per chi governa la necessità di adottare “sistemi di potere” la cui efficacia non sia noiosamente scalfita dalle leggi vigenti.


Corruzione e correzione

Nonostante il proliferare di sistemi di potere come questi, l’aspetto importante che emerge rileggendo l’evoluzione delle pratiche corruttive nel tempo è però incredibilmente la reale possibilità di correzione del fenomeno: mai la sua eliminazione, naturalmente, ma il suo contenimento. Immersi come siamo in una contemporaneità soggetta all’arbitrio del mercato globale, tendiamo infatti a negare razionalmente la possibilità di una riduzione del livello di malaffare diffuso. Eppure, se usciamo dal pessimismo dell’attualità, possiamo constatare che statisticamente la diffusione del malaffare politico nella lunga durata è diminuita. E i casi positivi di evoluzione e miglioramento del tasso delinquenziale storicamente non mancano. Se è vero che nascono ogni giorno nuove occasioni di latrocinio ai danni del prossimo, è pur vero che in linea generale crescono anche attenzione e controlli sui responsabili di poteri e risorse. Prendiamo l’America di fine Settecento e inizio Ottocento. È quella che ha dipinto con effetti suggestivi Martin Scorsese in “Gangs of New York”: città in mano a una delinquenza più o meno organizzata e allo strapotere di mayor e satrapi più o meno locali. La situazione migliora nettamente a partire dalla fine dell’Ottocento e, almeno in parte lo si deve probabilmente allo sviluppo di una stampa libera e indipendente dal potere politico se è vero, come si è calcolato, che nei primi decenni del Novecento la sua incidenza cresce di almeno cinque volte!

Non si può impedire al partito o al leader vincitore delle elezioni di crearsi una “clientela” di potenziali grandi elettori che lo aiuti nella gestione degli apparati dello Stato, ne goda i privilegi e concorra in questo modo a sostenerlo nel successivo confronto elettorale. Si tratta di un comportamento fisiologico ma, se è naturale che si verifichi, dovrebbe essere altrettanto naturale l’introduzione nell’amministrazione della cosa pubblica di rigorosi criteri di accountability che consentano di verificare la correttezza della gestione finanziaria dell’esecutivo (non a caso per tradurre il termine accountability in italiano ci tocca ricorrere alla definizione più ampia, ma anche più generica, di “responsabilità e trasparenza politica e amministrativa”). Anche una misura di questo tipo, del resto, perde efficacia se non c’è sufficiente ricambio al potere e per questo è ineludibile una riforma che ponga un tetto massimo alla rieleggibilità di un candidato in modo che i mandati non siano più di due e non vengano comunque superati gli otto anni di governo complessivi.

C’è un’altra questione che investe in parte anche la responsabilità della classe politica e che evidenzia il tema prima accennato dei cicli storici: è quella delle grandi bolle finanziarie che in un primo momento portano gli investitori a picchi di guadagno oltre misura, ma quasi inevitabilmente conducono a successive perdite colossali per la maggioranza dei risparmiatori: un tragico meccanismo che si è ripetuto più o meno invariato nel corso del tempo, dalla tulipmania che colpì l’Olanda del Seicento alla bolla della Compagnia dei mari del Sud in Inghilterra, alla speculazione affaristica sui mercati borsistici che spinse gli Stati Uniti verso la grande crisi del 1929. In quest’ultimo caso, di fronte alla profonda recessione non mancò una reazione decisiva di una parte importante del paese: nel 1933, il Glass-Steagall Act diede vita infatti alla SEC (Securities and Exchange Commission), l’organismo che vigila su speculazioni e altri illeciti finanziari, impedendo ad esempio alle banche di detenere il controllo di un’impresa (a differenza di quanto accade in molti altri paesi). Di fatto una nuova era, anche se non ci si poteva illudere che potesse bastare a evitare per sempre altri danni ai risparmiatori (americani e non solo).

E infatti ecco la nuova gigantesca allucinazione di gruppo del 2009, con effetti devastanti e purtroppo duraturi sull’intera economia mondiale: il tutto, almeno in partenza, a causa dell’innaturale meccanismo dei mutui subprime e della più o meno consapevole truffa dei prodotti derivati piazzati con facilità in ogni angolo del pianeta. Un disastro che è coinciso con la crisi della crescita economica dell’Occidente ma che si presterebbe come un’occasione fondamentale per costruire argini più solidi di fronte all’ingovernabilità della finanza internazionale (il solo insegnamento scolastico dell’esuberanza irrazionale e degli “spiriti animali” del libero mercato sarebbe un buon punto di partenza).


Il caso italiano

Ma veniamo all’Italia: un primo dato di fatto è che l’alternanza al potere nel corso della sua storia non si è mai rivelata particolarmente vivace. Alla rivoluzione che tenta di sradicare il declino di un’epoca il paese ha quasi sempre preferito la sicurezza di una zona grigia tra un regime e l’altro (dal Risorgimento al fascismo e oltre). Così, anche negli anni dell’ultimo governo Berlusconi, di fronte all’esplosione di scandali e casi di corruzione di varia natura e notevole rilievo si è sempre levata qualche voce indignata, si sono annunciati persino provvedimenti stringenti, ma si è poi preferita, incredibilmente, la strada delle leggi ad personam, della depenalizzazione del falso in bilancio, delle immunità giudiziarie, dei condoni fiscali e via dicendo. È vero che i provvedimenti legislativi, amministrativi e giudiziari incidono poco sull’effettiva diffusione della corruzione, ma è molto probabile che allentare i controlli tenda a ostacolare la lotta al fenomeno. Se la lotta all’eccesso dei vincoli burocratici è sacrosanta non pare francamente che l’antiproibizionismo assoluto possa essere la ricetta migliore per limitare lo scambio di tangenti e favori.

Qualcuno di tanto in tanto si chiede se l’endemica corruzione italiana non abbia qualcosa a che vedere con i tratti antropologici della popolazione o con presunti limiti geografici e naturali della penisola. «Fatevi beffe di questi che predicano la libertà», scriveva Guicciardini, «perché in quasi tutti prepondera el rispetto dello interesse suo, e sono pochissimi quelli che conoscono quanto vaglia la gloria e l’onore». Insomma, gli italiani descritti come un popolo di sudditi interessati solo a sopravvivere tra un tiranno e l’altro guardando al “particolare” più che al bene comune. «Ma questo “individualismo” è proprio tale?», si domandava Gramsci. «Significa lo “splendido isolamento” del singolo individuo che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? (...) Significa che al partito politico e al sindacato economico “moderni” (...) si “preferiscono” forme organizzate di altro tipo (…) quindi le cricche, le camorre, le mafie sia popolari sia legate a classi alte».

Si potrebbe controbattere però che l’egoismo individuale è tale in ogni paese. Allora il punto non è il carattere nazionale, ma l’incapacità dello Stato di farsi rispettare con le proprie norme e istituzioni in ogni parte del territorio e soprattutto da ogni ceto sociale. In questo senso contano purtroppo i fattori storici che hanno visto l’affermazione di uno Stato nazionale senza partecipazione popolare e prima ancora le divisioni intestine e le dominazioni straniere («la vil razza dannata» dei cortigiani del “Rigoletto” verdiano o la «libertà dei servi» dell’“Arlecchino” di Goldoni). Secondo Robert Putnam, studioso delle tradizioni civiche delle regioni italiane, è addirittura al tempo della monarchia feudale normanna che si può far risalire la perdita di senso civico in alcune zone del Mezzogiorno italiano.

È per questo che nelle classifiche annuali di Transparency International l’Italia è regolarmente uno dei paesi peggio classificati d’Europa insieme a Portogallo, Spagna e Grecia quanto a trasparenza economica? Diciamo che ci sono radici comuni nel passato di questi paesi che hanno avuto una profonda influenza sui costumi e sulle abitudini dei loro popoli. I paesi riuniti nell’acronimo PIGS (che pure in una delle sue versioni include l’Irlanda al posto dell’Italia) hanno oggi enormi problemi di debito pubblico, principalmente a causa del ricorso al disavanzo cui la loro classe politica ha fatto ricorso in epoche di “vacche grasse” in una sorta di do ut des con gli elettori: garanzie dello Stato sociale (“baby pensioni”, assicurazioni d’invalidità distribuite a pioggia, crescita ingiustificata del pubblico impiego e così via) in cambio del voto o della costruzione di fedeli clientele. Ma sono anche tutti paesi che hanno conosciuto regimi dittatoriali nel corso del XX secolo e che prima ancora hanno visto affermarsi la forma della rappresentanza parlamentare democratica in modo quantomeno problematico: basti pensare al caciquismo nella Penisola Iberica e al notabilato in Italia, forme distorte di governo clientelare su base locale. Abitudini sociali e politiche che hanno inevitabilmente costruito una consuetudine al vizio che oggi appare difficile sradicare, e a cui si aggiungono nel caso italiano fattori che certo non hanno inciso positivamente nel processo di unificazione dello Stato nazionale: le mille diverse sovranità che hanno a lungo prosperato nella penisola e il governo della Chiesa che ha retto per secoli l’Italia centrale. E più recentemente il “fattore K”, e cioè l’esistenza di un Partito comunista di osservanza sovietica, che ha di fatto bloccato l’unica possibile alternanza politica nella Prima Repubblica, e poi il “fattore B” (“bunga bunga” o Berlusconi che dir si voglia) che ha diviso il paese con un macroscopico conflitto d’interessi e inquinato vent’anni di vita repubblicana.

Aveva ragione allora lo studioso americano Edward Banfield quando parlava di un familismo amorale alla base della società italiana? Sì, ma il suo studio si riferiva alla realtà di un piccolo paese della Lucania negli anni Cinquanta. Oggi quel familismo non è scomparso, anzi, ad esso si è aggiunta la corruzione “liquida”, che estende il significato della fortunata definizione sociologica di Zygmunt Bauman per sottolinearne la capacità di permeare ogni aspetto della vita di ognuno poiché accanto al furto perpetrato dai grandi vi è sempre una «corruzione inconsapevole» (come l’ha chiamata Roberto Saviano) di cui finiamo per essere tutti responsabili se accettiamo le regole di un sistema fuorilegge, perché la microcorruzione ha sempre affiancato quella macroscopica. Oggi si parla di “donna tangente” come di una deriva contemporanea del malaffare politico, ma lo scambio di favori sessuali offerti per ingraziarsi un amministratore o garantirsi un appalto è un costume che si può far risalire alle civiltà più antiche. Il punto è allora non arrendersi alla «banalità della corruzione», come ha scritto Barbara Spinelli. Non cedere all’assuefazione del malaffare. Soprattutto in un’epoca di grave decadenza politica come quella che ha caratterizzato gli ultimi anni.1

 

 


[1] I temi affrontati in questo articolo sono trattati più ampiamente in C. A. Brioschi, Il malaffare. Breve storia della corruzione, Longanesi, Milano 2010.

 

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